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Titolo: (01.03.02) LO ZELO DI RAI E D'ALEMA
Redazione
“Surtout pas de zèle, niente zelo, per favore. La Rai ha i mezzi per rendere un servizio pubblico decente, sabato prossimo, trasmettendo la diretta della manifestazione delle opposizioni contro il governo. Li usi e lo faccia.” Esordisce così Ferrara sul Foglio di oggi, in un corsivo nel quale si chiede: “per quale ragione al mondo non fare oggi quel che la Rai fece ieri?
L’argomento di Ferrara è coerente con la sua posizione di equilibrista liberal del centro-destra. La diretta Rai sa da fare “se non vogliono passare per prepotenti. Non è solo una decisiva questione di equità, di fair play, insomma di sostanza democratica e di stile formale. E’ anche una questione politica. La deriva moraleggiante dell’opposizione girotondina non deve essere premiata.” E conclude: ”Non c’è alcun regime in Italia, c’è un governo voluto dai cittadini, che attua il suo programma. E manda le telecamere dove si esercita il diritto alla protesta.”
Invece no. Il direttore generale della Rai Claudio Cappon ha bocciato la proposta di seguire in diretta la manifestazione dell'Ulivo di domani formulatagli dal direttore di Raidue Carlo Freccero. Ci penserà la 7 a fare una quasi diretta.
Insomma, i consigli del Foglio non sono stati seguiti in viale Mazzini e ci immaginiamo oggi Giulianone perdere l’equilibrio e cadere, mentre l’opposizione girotondina gira sempre più veloce con elementi in più: si approva una legge truffa sul conflitto di interessi e si scopre dalla voce di Violante che “era stata data garanzia piena (a Berlusconi e a Letta, n.d.r.), non ora ma nel ’94 quando ci fu il cambio del governo, che non sarebbero state toccate le sue tv”. Berlusconi continua a sfornare leggi tagliate sulle sue specifiche misure, la RAI è già zelante e prona ai nuovo padroni e D’Alema oltre alla crostata si scopre che, a suo tempo, mangiò anche il panettone con Mediaset.
E’ veramente sempre più difficile sostenere tesi da ‘pompiere’ o da ‘pontiere’, sia per chi sta nell’uno o nell’altro degli schieramenti. Tra il Re e i giacobini rischia di trovarsi vuoto lo spazio della cultura liberal-democratica! (l.g.)
Titolo: (27.02.02) MINORANZE TRA GLI OPPOSTI ESTREMISMI
Redazione
Della serie: ‘le voci inascoltate’, Claudio Martelli su La Stampa di domenica e Marco Boato sul Corriere della Sera di oggi, avvertono il fatto che
oggi si sia di fronte a due opposti estremismi, ben riemersi, ancora domenica sera, con i fischi a D’Alema, allorché di fronte alla platea dei professori ‘ribelli’ ribadisce la piena legittimità della maggioranza e del suo governo, e, ieri, nelle dichiarazione di Berlusconi e Buttiglione che ravvisavano un nesso - causa effetto - tra la manifestazione del Palavobis e l’attentato in via Palermo.
Entrambi sostengono che un motivo serio per la manifestazione del Palavobis c’è: «un capo del governo che dia anche solo l´impressione di usare il potere legislativo della maggioranza per confezionare leggi su misura, come una sartoria, eccita gli animi», dice Martelli. Ma entrambi sono lontani dalle posizioni politico culturali emerse in queste manifestazioni: quelle di un Flores D’Arcais, “privo di un grammo di cultura dei diritti” (Martelli), o, del professor ‘pancho’ Pardi riciclatore di un “primitivismo politico ideologico risalente agli anni ’70” (Boato). «Se l’Ulivo adottasse questa piattaforma culturale, che ricorda la "Gioiosa macchina da guerra" del’94, andrebbe incontro a un suicidio politico. Non dimentichiamo che in Inghilterra governi legittimi di centro destra sono durati per 17 anni e nessuno si è mai sognato di parlare di regime», afferma Boato. «Il loro progetto è estremizzare l´opposizione, cavalcarla, e impadronirsene», rilancia Martelli.
Sullo sfondo di queste voci inascoltate, ci sono un D’Alema in procinto di lasciare l’Italia per gli USA, dopo le amministrative, e un Amato che sarà sempre più preso in Europa con la Convenzione che inizia domani. Insomma, la leadership riformista del Congresso DS di Pesaro resterà sulle sole smilze spalle di Fassino, il quale, in questi mesi, ha dimostrato di non avere proprio il fisico migliore per il ruolo di cui è stato investito.
La disgraziata situazione nella quale siamo immersi trova qualche ragionevolezza di discorso pubblico solo in piccole minoranze. Da una parte in quella all’interno della maggioranza, che svolge il ruolo di ‘pompiere’, come
- ad esempio - Follini o
Mantovano che negano connessione tra i cortei e gli attentati. Dall’altra, in una minoranza, all’interno della opposizione, che svolge il ruolo di ‘pontiere’ per impedire al centro sinistra di rovinarsi completamente cedendo alle culture illiberali e giustizialiste o a quelle movimentiste e massimaliste. (l.g.)
Titolo: ( 27. 02. 02) LE RAGIONI DEL SINDACATO
Redazione
Negli ultimi dieci anni tutte le strutture dello Stato, gli ordini, le associazioni e le istituzioni che partecipano alla vita pubblica, hanno subìto cambiamenti o sono state messe in discussione. Un’ansia di rinnovamento e di trasformazione, a volte anche distruttiva e deleteria, ha investito la nostra società. Solo i sindacati della ‘Triplice’ sono restati immobili. Né un dubbio palese, né un’ombra di autocritica ha incrinato le loro organizzazioni.
Bertinotti - sempre lui! - osò avanzare qualche aspro e, si suppone, documentato distinguo morale alla vigilia del suo ingresso in politica. Se ne ebbe aspre rampogne ed accuse di lesa maestà. Tacque e rientrò nei ranghi del conformismo di sinistra, secondo il quale i compagni non possono che essere onesti.
L’avvento del centro-sinistra, con la conseguente chiamata di Cgil, Cisl e Uil a compiti di surroga del parlamento, ha nutrito a dismisura ambizioni paraministeriali dei leaders e boria dei dirigenti. Per anni le confederazioni ‘statali’ hanno retto il gioco dei governi, tenendo buoni gli iscritti oltre ogni logica, ricavandone in cambio benefici a volte assurdi (ad esempio, l’intermediazione nei contratti d’affitto privati). Per contro, a dismisura si sono rafforzate organizzazioni di categoria spontanee di base e si sono formati nuovi sindacati territoriali in rappresentanza delle necessità reali dei lavoratori.
Secondo i radicali, che vorrebbero ridimensionarne i privilegi con un referendum, i sindacati ricevono ogni anno un finanziamento di 3500 mld di lire da ritenute automatiche sulle buste paga. Di gran lunga più ricche dei partiti, floride ed autoreferenziali, le confederazioni non possono sopportare la perdita di potere conseguente all’avvento del centro-destra. D’altra parte devono recuperare anni di piccolo cabotaggio, riassorbire la polverizzazione del tessuto sindacale, riguadagnare il terreno perduto in favore di nuove organizzazioni e, dulcis in fundo, finalmente rappresentare le necessità di adeguamento delle paghe al costo reale della vita, disattese per anni.
La Cgil, poi, deve anche svolgere il ‘lavoro sporco’ politico: distruggere in piazza ciò che gli elettori hanno costruito nelle urne. Di qui tutta una serie di scioperi locali, regionali e interregionali che hanno come scusa grottesca l’articolo 18. Quando poi si vanno a leggere i volantini e i documenti ufficiali si capisce meglio di cosa si tratta. È l’odio per il Cavaliere, la sacrosanta lotta contro la mancanza di libertà e il nuovo fascismo, la difesa della democrazia in pericolo…Sono gli obiettivi politici di comunisti e diesse che strutturano e fagocitano gli scioperi.
Gli altri due sindacati non ignorano che, se l’Ulivo avesse vinto le elezioni, la giusta causa sarebbe già stata rivista secondo le indicazioni di Bruxelles e il risultato venduto come una nuova conquista dei diritti collettivi. Tuttavia Cisl e Uil, quest’ultima alle strette del congresso, non possono escludersi troppo a lungo dal mercato e, prima o dopo, dovranno adeguarsi all’iniziativa della Cgil.
Come nel ’94 si falsano le regole del gioco e l’unica democrazia buona per l’Italia resta quella della sinistra illiberale alla quale tengono bordone intellettuali conformisti e interessati, sempre in eterna e vana attesa che passi una generazione e divenga riformista. (rt)
Titolo: (25. 02. 02) EFFETTI DEL DISGELO
Redazione
Come il disciogliersi delle nevi nella gelida Garfagnana rivela antiche deiezioni, così la presa del potere dell’odiato Cavaliere porta in superficie i rigurgiti ideologici della sinistra sessantottina, sepolta negli anni Settanta dai suoi frutti avvelenati, il terrorismo e il consociativismo.
Ecco infatti apparire da Mercatale Val di Pesa e dalle nebbie del marxismo il Professore duro e puro, Francesco ‘Pancho’ Pardi, pronto ad indicare la via alla sinistra e, possibilmente, all’Ulivo tutto. Già militante di Potere Operaio per il quale si esercitò nel lancio di molotov e nel corollario di occupazioni varie, Pardi si vanta di avere letto “ Marx, Egel, Sweezy. E tutto Il Capitale”.
Son cose che lasciano il segno. E infatti, entrato al Palavobis di Milano e oggetto di applausi corali, ma ordinati, - “perché l’applauso del popolo è serio, composto…” - ha ricambiato con pillole di saggezza ottocentesca, del tipo: “Il lavoro operaio viene incorporato nella produzione capitalistica come gelatina di lavoro umano”.
All’università di Firenze, dove insegna Analisi del territorio e della città, è stato il primo a parlare di libertà in pericolo e ha fatto “un giuramento di fedeltà” con alcuni colleghi e amici, tra i quali Paul Ginsborg, quello della ‘Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi’: “ Siamo stati i primi a dire che la democrazia era in pericolo…Ci siamo detti: se vince Berlusconi si fa qualcosa…Quando hanno tolto la scorta ai magistrati che processano mafiosi e corrotti, ci siamo detti: adesso”. Ora pensa a correre in difesa dei giudici, ma del suo processo - il ‘7 Aprile’ a militanti di PotOp, assolto per insufficienza di prove - dice che “si trattava di una macchinazione”, ancora oggi dando un implicito giudizio su quei magistrati.
(rt)
Titolo: (21. 02. 2002) IL DONO DEL RE/
TORINO 2
Redazione
Dai tempi del trasferimento della capitale da Torino a Firenze (1865) e poi a Roma, mai Torino ha subìto trasformazioni urbanistiche e strutturali così importanti e radicali come quelle attuali. Si recuperano aree industriali dismesse, sorgono laboratori di tecnologia avanzata, strutture cinematografiche e televisive - ne è simbolo il Museo del cinema -, va prendendo forma la ‘spina centrale’, lunga più di sette chilometri, parte di un grande asse direzionale a sei corsie, da nord a sud della città, con nuovi insediamenti e aree verdi. Si realizza il passante ferroviario e, contemporaneamente, la prima linea della metropolitana, con la costruzione di una nuova stazione su tre livelli e di piazze pedonalizzate in pieno centro.
Nell’area dell’ex fabbrica Lingotto, al cui recupero e trasformazione si lavora da quindici anni, è previsto un ampliamento dell’albergo Meridien su un’ala dell’antico stabilimento. Qui il Re esporrà permanentemente la sua pinacoteca per la delizia dei turisti. Non diversamente dai Medici a Firenze, l’ avv. Giovanni Agnelli lascerà ai posteri un segno duraturo di sé e del casato che continuerà ad incidere sull’economia torinese.
Alla vetrina olimpica del 2006 si presenterà una città rinnovata e mutata, voluta dall’èlite industriale, con la partecipe collaborazione di un’Amministrazione solidale, simbolo e prototipo della presa del potere negli anni ’90 della ‘società civile’ sull’autonomia della politica
Purtroppo sarà più caduco l’altro impressionante monumento di famiglia, la fabbrica di automobili. Dopo l’accordo con la G. M. la Fiat non è più un esclusivo bene di famiglia. Le trasformazioni del mercato globale, la staticità del management chiuso nella propria ritualità, ma votato alla produzione di ‘auto per il popolo’, l’ottusità dei sindacati e l’inadeguatezza dell’establishment cittadino accelerano l’eclissi della grande complesso.
I maggiorenti della città custodiscono nel loro animo e confessano l’un l’altro un possibile scenario di grande tracollo, a cui non è estraneo il nuovo che avanza con le ruspe, con decine di migliaia di disoccupati. La nuova giunta municipale, egemonizzata dagli eredi del vecchio Pci, segue l’onda e investe in iniziative alternative. I loro sforzi, volti alle nuove tecnologie, alla cultura del XX secolo e al turismo, genereranno centinaia di posti di lavoro, là dove se ne richiederebbero migliaia. La metropoli, quindi, si spopola - oggi siamo al livello del 1967 - e si trasforma in una postazione di terziario avanzato, del commercio e, si spera, di istituzioni museali.
Le città nascono e possono anche morire. La Torino grande opificio del Paese è stata costruita da capitani d’industria un po’ ribaldi che correvano le loro avventure sul filo del rasoio, da politici più chiacchierati che rigorosi che sapevano far convivere le grandi intuizioni con la pratica quotidiana e da una moltitudine di gente comune di ogni estrazione che trovava occupazione nella grande industria, ma anche sfruttatori e lavoro nero. Un fittissimo tessuto di microimprese poco più che famigliari ha nutrito per decenni speranze e concrete possibilità di miglioramento, di ricchezza e di crescita sociale.
La politica cittadina fino ai primi anni Ottanta ha continuato a sfornare personalità nazionali di ogni colore. Poi Diego Novelli, sindaco comunista a capo di una giunta di centro-sinistra, provocò con meritoria opera moralizzatrice la decapitazione di tutta la nuova generazione di politici, dal Pci alla Dc. Di questo ancora, se interpellato, giustamente si gloria, perché quando si fa giustizia si fa ordine e al diavolo ogni altra considerazione.
L’immiserimento culturale e il chiudersi di un respiro internazionale, per caso conseguenti a quella doverosa ed eroica impresa, è oggi più che evidente nell’intera classe politica. Il nucleo fondante dell’attuale giunta è infatti costituito da politici del Pci attivi nel 1980, guidati da un sindaco che allora era funzionario del partito e consigliere comunale in un paese della cintura.
La loro visione è succedanea agli interessi del Re e la nuova Torino, nata su altri tavoli, con sindaci e assessori-chiave espressi dalla ristretta cerchia che aveva ipotizzato la trasformazione urbanistica, sottacendone gli aspetti sociali, trova paradossalmente compimento proprio nella continuità di maggioranze di sinistra. In questo senso non fu inutile quella lontana e dimenticata ondata giustizialista che nel 1983 falcidiò i virgulti della politica subalpina, togliendo di mezzo i partiti democratici tradizionali.
Comunque, si spera che anche questa volta ciò che va bene per gli Agnelli vada bene per Torino.(rt)
Titolo: (21.02.02) DUE O TRE COSE SULL’ARTICOLO 18
Redazione
Chiunque abbia assistito al dibattito di “Porta a Porta” di qualche sera fa tra Gianfranco Fini e Gavino Angius non ha potuto che constatare per l’ennesima volta il deprecabile livello di faziosità e di mediocrità in cui la politica italiana è precipitata. La materia del contendere era come sempre l’universo apocalittico della scena nazionale in cui si agiterebbero senza sosta nientemeno che le sorti della democrazia peritura. E quindi non si sono risparmiate sciabolate da un lato e dall’altro, tanto per menar fendenti.
Fra gli scontri verbali più virulenti non poteva mancare il tormentone politico del momento: il fatidico Articolo 18 del fu glorioso Statuto dei lavoratori. La dialettica si dimenava fra le accuse di Angius di violazione di un sacro principio e le proteste di Fini che affermava invece di volerlo mantenere, salvo che per i nuovi assunti emersi da forme di lavoro precario o sommerso (per cui i poveretti precari erano e tali rimarrebbero, discriminati rispetto agli altri lavoratori solo perché gli si farebbe il favore di pagargli i contributi finché piaccia al padrone...).
Invano si sarebbe sperato in un dibattito nel merito, visto l’argomento che ne valeva ben la pena, poiché l’atteggiamento era quello consueto del muro contro muro, dell’insulto sotteso, della prova di forza che si giocherà a suon di voti di maggioranza e di manifestazioni di piazza.
Assistiamo d’un lato ad un governo incapace di articolare delle iniziative secondo piani di intervento lungimiranti e complessivi; un governo che propone toppe qua e là agitando al contempo questioni di principio, con l’unico risultato di provocare il massimo allarmismo per ottenere il minimo risultato. E dall’altro guardiamo impotenti all’ennesima deriva massimalistica della sinistra che si arrocca nel fortino sindacale o coltiva l’attrazione fatale del movimentismo antisistema o del morettismo giustizialista. Tutto, fuorché un moderno riformismo di stampo europeo.
Tornando al cruciale articolo: come fa Fini ad affermare con la sicumera che gli è solita di non volerlo abolire? E’ evidente che se si sfonda l’argine sul fronte dei neoassunti — i ragazzi dei contratti a termine o i dannati del lavoro nero o i fatidici sedicesimi delle aziende che superano la soglia dei 15 dipendenti — si pongono tutte le premesse perché il principio sia di lì a poco esteso ad altre categorie in cambio di qualche tutela o indennizzo in più, facendo salvo il pubblico impiego, intoccabile sia per la destra che per la sinistra, dovesse andare in malora anche l’erario.
Come fa la sinistra ad ergere le barricate per difendere un principio che da sempre non tutela circa la metà delle forze lavorative, essendo inapplicabile alle imprese con meno di 15 dipendenti? Come mai nessuno ha per decenni rimarcato quella che è una vera e propria discriminazione e iniquità? Perché nessuno ricorda che le grandi socialdemocrazie non contemplano rigidità di questo genere, ma si limitano a condannare i licenziamenti discriminatori? Siamo infatti i soli con l’Austria e in ultimo il Portogallo a vietare i licenziamenti quando le condizioni dell’impresa lo impongano. Altrove si monetizza un’indennità e si cerca di reimmettere il lavoratore nel circuito produttivo riqualificandolo.
Poiché il mercato esiste anche in Italia e ha le sue dure necessità, ciò comporta l’altra faccia spiacevole della medaglia, risvolto di tanto garantismo: le tante forme di lavoro precario e a tempo determinato che ormai dilagano soprattutto fra le forze giovanili — grazie anche alle maglie aperte dai governi dell’Ulivo — ove la libertà di licenziamento è totale e le indennità sono nulle. Provate a chiederlo ai cosiddetti “ragazzi co.co.co.” delle dilaganti collaborazioni coordinate e continuative, schiere di trenta-quarantenni che lavorano a contratto quasi privi di coperture sociali, o ai titolari di contratti di formazione, per non parlare dell’esercito dei lavoranti in nero e degli stagionali.
E’ soprattutto grazie a questi precari e irregolari che si sono creati in questi ultimi anni posti di lavoro, persino nel meridione; ma a quale costo!
Tutto ciò sembra non esistere per Cofferati e compagni che si accingono come al solito a farsi carico soltanto dei lavoratori più garantiti e di quelli più anziani. Altrettanto miopi paiono i partiti di sinistra accecati dall’odio antiberlusconiano: tutti, compreso il pallido Boselli, si sono affrettati a dire che di licenziamenti proprio non se ne parla. Solo l’area cattolica sembra scavare un po’ più nelle retrovie, memore anche di una vecchia proposta dell’ex ministro del lavoro Tiziano Treu ben più radicale del pasticciato progetto di Maroni.
E poi ci si stupisce se Tony Blair dialoga con Silvio Berlusconi! Quando mai i riformisti di sinistra, se esistono, batteranno un colpo? Se non ora quando? (c.s.)
Titolo: (20. 02. 2002) IL PREZZO DELLA GLORIA/
TORINO 1
Redazione
Sergio Chiamparino, sindaco triste di Torino, vola a Salt Lake City per ricevere la bandiera olimpica che dovrà sventolare trionfalmente sull’operosa ed algida capitale subalpina fino all’apoteosi del 2006. Come da retorica risorgimentale, il vessillo garrirà, ma sulle dismesse glorie cittadine.
Da quando ha vinto le elezioni - per scarsezza d’avversario - il sindaco subisce la malasorte di un’accelerata destrutturazione cittadina. In meno di otto mesi la città ha perso la Telecom e la direzione delle telecomunicazioni e si ritrova anche con il Teatro Regio e con lo Stabile in crisi. Inoltre è sempre più sciatta e sporca, con homeless che dormono avvoltolati nelle coperte sotto i portici, venditori ambulanti che abbandonano i mercati per scioperare contro l’aumento delle tasse comunali e assessori che, garruli e documentati, parlano di vocazione turistica della città.
Ieri, la mazzata più forte. Il Salone dell’Auto chiude i battenti e, proprio allo scoccare di cent’anni di storia (prima edizione nel 1900) e di 68 edizioni, non si farà più.
Che sarebbe finita così si sapeva dal 1994, quando Alfredo Cazzola, inventore nell’81 del Motor Show di Bologna, acquistò per un boccon di pane il Lingotto Fiere. Il sindaco di allora, Valentino Castellani, in tutto ben volentieri supinamente acquiescente alla politica dell’ establishment Fiat che voleva sbolognare a qualcuno lo spazio espositivo e il Salone, sembrò non rilevare che per la prima volta uno di fuori veniva a mostrare ai torinesi quello che loro stessi avevano inventato. La Fiat, che invano aveva tentato di gestire il difficile spazio espositivo con mezzi suoi, il sindaco che vedeva ‘razionalmente risolti’ i problemi fieristici del Lingotto, furono comunque soddisfatti della soluzione.
Un uomo intelligente come Castellani, ingegnere, docente al glorioso Politecnico, non poteva non sapere, come direbbero a Milano, che nessuna nazione ha due Saloni e che il Motorshow avrebbe ucciso l’anziano concorrente. Quando Cazzola, per differenziare ulteriormente il Salone dal Motorshow, propose la formula “AuTOnext”, cioè di orientare il salone del 2002 sulle nuove tecnologie nella fabbrica dell’auto, gli espositori rifiutarono in blocco. Un dirigente responsabile della Renault Italia commentò: “ Per assurdo, significava dare un impatto espositivo forte ad un computer. A noi interessano le auto”.
Ma era ormai alle porte il progetto delle Olimpiadi e tutti gli uomini di Agnelli si erano posti al lavoro per azzannare il lucroso affare. La città entusiasta aveva aderito con sindaco e assessori. Valentino Castellani, abbandonata per anzianità la fascia tricolore, ebbe in premio di anni di fedeltà alle cause subalpine la gloria di presiedere il Toroc, l’ente di gestione delle Olimpiadi del 2006, la polpa dell’evento.
Tra pochi giorni la luce mediatica della festa olimpica investirà la città e forse le amarezze di questi giorni si stempereranno. Ma sotto i riflettori sarà soprattutto Evelina Christillin, la raggiante e positiva esponente del giro Agnelli, vero ‘uomo immagine’ del Comitato organizzatore. Il povero Chiamparino, sindaco di un’altra Torino, ricevuta la bandiera con i cinque cerchi, toccherà rientrare nella mestizia dei travagli quotidiani. (rt)
Titolo: (17.02.02) GIROTONDI DEMENTI
Redazione
Un «girotondo» a cui parteciperanno Nanni Moretti, Roberto Vecchioni, Andrea Camilleri, Giovanni Bollea, Dario Fo, Margherita Hack e Dacia Maraini, etc. insieme a 4-5 mila persone. Un ''girotondo della giustizia'',
oggi a Roma, a piazza Cavour dove ha sede la Corte di Cassazione, convocato da Moretti e Vecchioni nel quale la dichiarazione più fulgida arriva dal deputato verde, Paolo Cento quando dice a fine manifestazione che "è stata una vera e propria rivoluzione civica e pacifica”. E soprattutto quando conclude: “Di fronte alle piazze che tornano a riempirsi e in previsione della grande manifestazione dell'Ulivo prevista per il 2 marzo prossimo a Roma suona ancora piu' grave e intimidatorio il richiamo del ministro dell'Interno Scajola alle armi, fatto ricordando il G8 di Genova, ma forse guardando proprio alle nuove manifestazioni che sono in programma nelle prossime settimane''.
Insomma, una vera e propria profezia, quella dell'On. Cento: il governo si sta preparando a sparare sui manifestanti dell’Ulivo che il 2 Marzo scenderanno in piazza contro il governo Berlusconi e per una opposizione piu' rigorosa e decisa.
Forse questa capacità profetica riesce a segnare solo un punto ancor più basso delle aspirazione di una parte demente dell’opposizione: quella che si affida alla speranza che ci scappi un morto per completare le “rivoluzione civica e pacifica” iniziata oggi, …o meglio dieci anni fa. (l.g.)

Titolo: (16.02.02) SENZA CULTURA ...FABIANA
Redazione
Le acide rimostranze dei soliti noti, tipo Mussi, Folena o Salvi che dice: «Grave e inquietante il ruolo che Tony Blair sta assumendo in Europa», sono l’evidente dimostrazione di come
molti DS siano profondamente privi di cultura riformista.
Berlusconi naturalmente riesce a strumentalizzare l’accordo firmato con Blair in chiave interna e dichiara: «Non bisogna confondere la politica sociale con la politica della sinistra veterosindacale che mira a difendere i privilegi di chi ha già un lavoro a scapito di chi un lavoro non ce l'ha».
Ha quindi ragione Giuliano Amato quando sostiene che è «curioso che, dopo che tutti hanno criticato la capacità di Berlusconi di deformare la realtà per il proprio tornaconto, molti quella deformazione della realtà la prendano per buona...». Ma non è esattamente curioso, come dice Amato, il problema è cronico per molti settori dei DS e della CGIL.
Basterebbe che questi vetero compagni aprissero il sito Internet della Fabian Society, il laboratorio di idee del Labour Party dal quale proviene Giddens, la London School of Economics e la teoria della “Terza via”, per trovare che il tema all’ordine del giorno è il dovere della tradizione socialdemocratica di farsi interprete, come storicamente ha fatto per tutti i
movimenti sociali, delle tematiche e problematiche “New global”.
Scoprirebbero insomma che il famoso “Socialismo europeo” esiste ed molto diverso da loro, perché è capace contemporaneamente di parlare alle necessità del movimento e a quelle delle imprese, di declinare flessibilità del lavoro e diritti del lavoro globali, di coniugare diritti e libertà sociali. Insomma il "Socialismo europeo" è “Socialismo liberale”, mentre loro sono solo gli stessi…
comunisti di sempre. (l.g.)
Titolo: ( 14. 02 .02) SFILANO LE MASCHERE
Redazione
Un rigurgito di carnevale in tempo quaresimale, porta oggi alla sfilata le migliori maschere ‘democratiche’ della capitale subalpina. Sono tutti intellettuali di professione, quindi sazi e opìmi, ma infelici. Sono docenti e assistenti universitari, professori a vario titolo, militanti assai noti – i ‘soliti noti’ – della sinistra torinese: dal deputato europeo Gianni Vattimo, ninfa Egeria della compagnia, a Nicola Tranfaglia, da Massimo Salvatori a Giovanni De Luna, da Gian Luigi Beccarla a Roberto Vecchioni (docente a contratto a Scienze della formazione per avere scritto le leggendarie ‘Samarcanda’ e ‘Luci a San Siro’. Si dice che la cinica Destra avesse candidato Al Bano autore dell’immortale ‘Ballo del quà quà’).
Tutti costoro, ispirandosi a Tocqueville dopo avere ripudiato l’obsoleto Marx, hanno una “forte preoccupazione per la democrazia”, la ritengono in pericolo e quindi partiranno in corteo dalla stazione di Porta Nuova fino a Palazzo di Giustizia, approdo ideale di ogni progetto di restaurazione.
Tra i docenti universitari torinesi, non manca chi rileva il grottesco dell’iniziativa. Il preside di Scienze politiche, Mario Montanaro se ne chiama fuori: “vedo molte cose che non condivido, ma la democrazia non mi pare in pericolo”. Anche Sergio Zoppi, direttore del dipartimento di Scienze del linguaggio, prende le distanze: “Non ho ancora visto tribunali speciali, né mi risulta che abbiano nominato capi-caseggiato…”. Così non fanno gli allievi degli illustri pellegrini che li attenderanno al Palazzo di giustizia dove verrà consegnato ai giudici dell’ Associazione magistrati la petizione ‘Appello agli italiani liberi e democratici’. Poi tutti al bar a mangiare le croccanti ‘bugie’ residue del carnevale. (rt)
Titolo: (13. 02. 02) NELLA VECCHIA FATTORIA
Redazione
“Contratto con gli italiani, 1 - Abbattimento della pressione fiscale”. Per non violare il solenne impegno firmato davanti a Bruno Vespa, Berlusconi non può aumentare le tasse. C’è però un disperato bisogno di entrate, fresche e di giornata.
Le navi che fanno la guardia costiera nell’Oceano Indiano e nello Ionio consumano più di mille Ferrari, i militi che presidiano Kabul, il Kosovo e, presto, la Macedonia mangiano come lupacchiotti, i dipendenti pubblici sono esosi e hanno preteso anche gli aumenti dovuti dai governi Prodi, D’Alema e Amato. Le mucche impazziscono in ritardo, i terroristi provocano aumenti indiscriminati negli scali aerei, bisogna pagare i danni delle cause perse davanti alla Corte internazionale dell’Aia, le regioni non accettano più di taglieggiare i cittadini per conto del governo, ma preferiscono orami farlo in proprio (è la devoluscion ragassi)…Ma non parlate di tasse al Cavaliere, ché vi dimette su due piedi e prende l’interim.
È in questi casi che viene in soccorso la tradizione. Degno erede del pernicioso Pecoraro Scanio - che l’oblio scenda su di lui - il ministro dell’Agricoltura Giovanni Alemanno dimostra di averne ereditato non solo le dubbie capacità, ma anche l’acerba genialità, tradizionale nel dicastero dove il ministro quasi mai sa distinguere uno zucchino da una pera Williams. Eccolo infatti inventarsi il ticket per la carne genuina. Cioè un balzello (niente tasse indiscriminate) che verserebbe solo il cittadino che vuole la bistecca senza il prione. È un uovo di Colombo di dirompente efficacia.
Claudio Scajola, il ministro degli Interni, si presenta il giorno dopo in Commissione e, facendo riferimento alle anomalie rivelate dalla trasmissione Striscia la notizia, propone un ticket (niente tasse) sulla sicurezza negli aeroporti. Secondo Scajola, la diecimila lire la deve pagare il passeggero, se vuole essere sicuro.
Tremonti medita sui possibili introiti da ticket. Quanto potrebbero rendere le ‘non tasse’? Fino dove si può spingere la politica del contributo personale? Ci sarebbero i ticket sugli stadi (ticket o ultrà), sulle città (ticket o Venezia affonda), sull’inquinamento (ticket o biossido), sul sesso (ticket o preservativo), sull’informazione (ticket o l’Unità) e tanti altri.
Il governo sarebbe però restìo a proporre quelli più produttivi, perché avrebbero effetti collaterali su alcuni ministeri. Ad esempio: ticket o Bossi, ticket o Castelli, ticket o Gasparri…infine ci sarebbe l’arma definitiva, la madre di tutti i ticket che da sola risolverebbe per anni i problemi dell’erario: ticket o Berlusconi. (rt)
Titolo: (12.02.02) QUALCOSA DI CENTRO-SINISTRA
Redazione
E’ inutile nasconderselo, il vero problema non è quello di dire qualcosa di sinistra, ma qualcosa di centro-sinistra.
La differenza non è un’inezia, ma coinvolge il problema dei problemi per tutta l’opposizione al centro-destra: cioè quello di sviluppare un discorso pubblico agli italiani. Un discorso che
sviluppi una "retorica dell'appartenenza" per tutti coloro che non si identificano nel progetto berlusconiano. Un discorso ai cittadini in grado di coniugare il terreno degli ideali con quello della prassi, l’utopia con la riforma, un progetto di società diversa con la pratica del gradualismo.
L’inadeguatezza su questo terreno è evidente in ogni manifestazione del fu Ulivo o nelle apparizioni televisive dei vari leaders nei salotti della politica. Si manifesta nel fatto che ognuno, ogni singolo leader o partito, riesce a esprimere solo una piccola parte del discorso. Piccole ragioni si stemperano da Fassino a Rutelli, da Boselli a Pecoranio Scanio, passando pur anche per Di Pietro e Bertinotti, ma da una tale segmentazione non risulta alcun disegno unitario, nessuna retorica in grado di fungere da cemento comune per gli italiani: dal giovane del movimento al vecchio liberale progressista.
E’ un problema di leadership? Sicuramente. Un problema di cultura politica? Anche. Ma probabilmente la carenza più significativa è quella degli spazi della politica. Dei luoghi dove far crescere il confronto tra i cittadini che vogliono provare a reimmaginare se stessi, la società e l’ambiente nel quale vivono. Forse qualcosa di centro-sinistra può nascere se si inventano nuovi spazi: alternativi all’esibizionismo personalistico di quelli televisivi, alla prova di forza muscolare di quelli di piazza, ma anche a quelli ipercolti e verticistici delle fondazioni. (l.g.)
Titolo: (08.02.02) IL PENSIONAMENTO DEL SINDACATO
Redazione
Nella CGIL su 5 milioni e 200 mila iscritti, quasi 3 milioni di iscritti sono pensionati. E’ quindi lecito chiedersi se le parole di Cofferati e il ruolo del suo sindacato abbiano come referenti sociali questa categoria dominante o anche gli interessi di disoccupati, non garantiti e dipendenti “classici”.
Per rispondere alla domanda e dare sostegno alle loro iniziative referendarie “anti-sindacati”, i radicali in contemporanea al Congresso delle CGIL hanno presentato i risultati di un sondaggio Datamedia sull'opinione che gli italiani hanno sul ruolo dei sindacati. Il 71% risponde che negli ultimi anni hanno smarrito i loro antichi propositi e solo il 12% degli italiani ritiene che abbiano svolto in pieno il loro ruolo.
Questi risultati non aiutano in vero a capire. Come tutti i sondaggi, hanno il vizio di non precisare in modo univoco per tutti gli intervistati il significato di “antichi propositi” o “ruolo pieno”. Del resto uno studente del primo anno di sociologia sa che i questionari possono ben essere pilotati per ottenere certi risultati. E’ quindi un peccato che dei liberali che hanno basato la loro iniziativa sullo strumento democratico per eccellenza, cioè il referendum popolare, si siano abbandonati allo strumento demagogico e virtuale del sondaggio demoscopico, seppur per promuovere il primo.
Inoltre, dei liberisti come i radicali, non possono non sapere che l’atomizzazione dei nuovi lavori (flessibili, a tempo, precari, non garantiti) ha reso vana ogni opera di reclutamento sindacale in quell’ambito, per cui è ovvio che gli “antichi propositi” più che smarriti sono semplicemente inapplicabili in moltissimi dei nuovi contesti del mercato del lavoro. Ma a questo proposito, Cofferati, invece di fare un discorso quasi completamente politico, forse avrebbe fatto meglio a proporre delle soluzioni per dare un nuovo ruolo al sindacato, rendendolo capace di aprirsi ai lavoratori “invisibili” e ai cittadini/consumatori. Ma, si sa, il capo della CGIL è ormai lanciato sulla strada del leader di partito e si capisce che non ha idee su come superare il “pensionamento” del sindacato.
Titolo: (06. 02. 02) LA RIVOLTA DEGLI EUROMILIONARI
Redazione
È destino che il povero Piero Fassino debba periodicamente registrare nuove ‘grida di dolore’. Non si era ancora rimesso dalla sofferenza procuratogli da Francesco Saverio Borrelli, che ha dovuto subire quelle di Nanni Moretti. Ed ora tutta una folta schiera di intellettuali/ini/ini, musicanti, canterini e cabarettisti si accalca per dire la sua.
Il regista minimal, passato dalla langarola Nutella al caviar della Gauche e quindi assurto a coscienza critica della sinistra, ha detto che i dirigenti dell’Ulivo se ne devono andare a casa perché sono stati sconfitti, perché l’Ulivo non c’è più e perché sono antidemocratici. Fassino, incolpevole sebbene non innocente, gli tiene bordone pretendendo di farlo collaborare al prossimo disfacimento dell’intero ordito della sinistra.
Francesco Rutelli, alle prese con gli incubi di una possibile alleanza con Rifondazione, con la sua defenestrazione dall’Ulivo e del ritorno di Prodi, invece “non ci sta”. Sa benissimo che se accetta Moretti dovrà sorbirsi le filippiche di tutti gli altri. Già scalpita al palo tutta l’inesauribile teoria della sinistra milionaria (in Euro) dello spettacolo e della cultura. Dal cantautore Ivano Fossati (ha fatto miliardi - di lire - con ‘Canzone popolare’ inno dello scellerato Veltroni) ad Alba Parietti, dal ‘mistico’ Michele Placido alla cabarettista Serena Dandini, al pacifista Jovanotti Tiritera, tutti sono orfani del ‘messaggio’, del ruolo e del potere.
È singolare che tanto popolo ricco e privilegiato si aggiri per le platee nazionali e vaghi per le corti europee piangendo sulla patria senza libertà, mentre l’Italia dei mestieri e dello stipendio fisso sceglie il Centrodestra. Ieri a Parigi, Tabucchi ha fatto una piazzata su questo tema, paragonando Berlusconi a Mussolini e Ciampi a Vittorio Emanuele III, (“Anche Hitler e Mussolini hanno conquistato il potere legalmente”, sostiene il fine traduttore) il tutto liberamente parlando dalla sede ufficiale della cultura italiana in Francia. Le stesse tematiche, della democrazia a rischio, sono continuamente trattate da Gianni Vattimo, docente all’università di Torino e deputato europeo, uno che grazie al suo vasto intelletto opportunamente collocato guadagna più di Varenne.
Tutti costoro - la schiuma delle pagine culturali, delle lettere, dello spettacolo e del mondo accademico - resi conservatori da insperate posizioni di privilegio e antidemocratici dalla presunzione del successo e dell’indispensabilità, pensano e dicono che solo un governo di sinistra o di centrosinistra garantisce istituzioni democratiche e che il presidente del Consiglio ha conseguito fraudolentemente il successo. Non si rendono conto che sono proprio loro i primi testimonial delle buone ragioni del Cavaliere. E dei tanti italiani che lo hanno votato, preferendo il vuoto a perdere di Gerry Scotti all’intollerabile sicumera del generume ‘progressista’. (rt)
Titolo: (05.02.02) LA POLITICA DA NANNI A STEFANIA
Redazione
Moretti non ha mai smesso di rappresentare nei suoi film altro che delle stanze. Da quelle dell’autarchico -nel suo primo film- a quella del figlio nell’ultimo, da quelle dei desiderata di Ecce Bombo a quelle del proprio Diario, passando dagli spogliatoi della pallanuoto alle canoniche. Nonostante ciò, egli non si è accorto che la Sacher, la sua casa di produzione, non ha fatto altro che produrre la stessa materia della Aran, la casa di produzione di Stefania Craxi: stanze, appunto. Le cineprese di Moretti o le telecamere del Grande Fratello sono sempre solo puntate dentro le stanze del narcisismo indomito ed indifferente al “fuori”, cioè agli altri, al sociale.
Si potrebbe quasi ipotizzare che la Aran, con la produzione del Grande Fratello, abbia portato a livello di massa del “reality show” televisivo l’estetica cinematografica di Moretti con quelle stanze autarchiche: i luoghi del qualunquismo e del conformismo, dove l’autocompiacimento e la nutella sostituiscono l’azione politica e quella sessuale.
Lo scalpore delle loro ultime iniziative nasce forse da questo comune filo rosso.
Le apparizione delle ultime settimane di Stefania a fianco dei vertici della maggioranza e
di Nanni a fianco dei vertici dell’opposizione, esprimono solo il paradosso che a parlare di politica siano persone che debbono la loro comune fortuna al “format dell’ombelico”. Due campioni del "cuore messo a nudo" che ci ricordano, in fondo la stessa cosa: l’una che non c’è più Bettino, l’altro che la sinistra non ha una leadership che sia tale. Ma da questi esimi fustigatori del mercato politico attuale non aspettiamoci che ci giungano analisi sociali, progetti
o sogni per la sinistra. Loro potranno solo tornare alle loro stanze colme di rancore, dolore e alterigia.
Mentre noi abbiamo bisogno di case e di città, di polis: insomma di
politica. (l.g.)
Titolo: (04.02.02) AVANTI SAVOIA!
Redazione
Nel paese di Pulcinella era destino che neanche i monarchici si dichiarassero più tali. Infatti, in vista del loro imminente ritorno in patria, gli eredi della dinastia italiana hanno sentito il bisogno di affermare nero su bianco non solo la loro lealtà costituzionale - come s’addice ormai ad ogni monarchia esistente - ma anche la loro fedeltà alla repubblica, lasciando di stucco i monarchici nostrani che da cinquant’anni a questa parte menano vita grama in patria cercando di rinverdire le glorie savoiarde e indispettendo – ma questa è una costante ormai secolare - il ramo cadetto degli Aosta che un po’ di dignità hanno saputo nel tempo mantenerla.
Non fosse per il sapore da operetta che aleggia ormai intorno a tutto ciò che concerne i mediocri eredi della nostra ex casa regnante - per cui ci si aspetta puntuale una gaffe fra le tante del figlio di Umberto, o del nipote che continua la tradizione di famiglia - verrebbe da chiedersi il perché di un simile gesto.
Infatti, era proprio necessario che una parte del parlamento italiano chiedesse ai Savoia una plateale dichiarazione di fede repubblicana, essendo evidente la strumentalità e l’ipocrisia di una tale presa di posizione da parte di chi si è sempre dichiarato l’erede legittimo di una dinastia, non più regnante ma pur sempre monarchica?
Non poteva la repubblica italiana permettersi un gesto di vera liberalità e riconoscere ai Savoia almeno il diritto di mantenere in via di principio le loro opinioni monarchiche, salvo prendere atto della legittimità dell’ordinamento costituzionale italiano, così come sottolineato in queste ore anche da insigni giuristi? Oltre che di un atto di liberalità e di rispetto delle opinioni personali si sarebbe trattato di un atto di realismo politico e anche di una implicita dichiarazione di forza delle nostre istituzioni repubblicane.
Non risulta che ai vari pretendenti europei a troni ormai fantasma, da quello asburgico a quello borbonico, sia mai stata richiesta un’abiura delle proprie opinioni, neppure quando gli eredi dinastici hanno deciso di scendere nell’agone politico esercitando i diritti di un qualsiasi cittadino.
Meglio sarebbe stato auspicare dagli attuali Savoia una presa di posizione critica rispetto al loro recente passato monarchico - dalle connivenze con il fascismo alla vergogna delle leggi razziali e alle responsabilità di fronte al disastro della guerra - piuttosto che assistere alla commedia degli eredi al trono repubblicani. Alcune dichiarazioni in proposito, non controverse come quelle rilasciate in passato, avrebbero certo contribuito a sanare quella che fu una lacerazione grave della nostra storia nazionale e certo sarebbero state più credibili e più utili anche a ridare dignità alla ex monarchia. E’ ben vero che le colpe degli avi non devono ricadere sulla testa dei discendenti, come ebbe a reclamare recentemente il giovane rampollo Emanuele Filiberto, ma è anche vero che lui non sarà mai un signor Savoia qualunque, a meno, appunto, di rinnegare in toto le sue origini, ignorando gli avi che si rivoltano nella tomba.
Contento lui, possiamo esserlo anche noi, poiché ognuno ha le dinastie (decadute) che si merita! (cs)
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