Oggi in Italia

[ARCHIVIO]

N.12 Anno III Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti.Net
Marzo 2002
 

Titolo: (30.03.02) BUON APRILE E BUONA PASQUA

Redazione

"Aprile è il mese più crudele”, April is the cruellest month,..., è questo il famoso incipit della Terra Desola che ottant’anni fa dava alla luce forse il maggior poeta del XX secolo, T. S. Eliot. “Aprile. Per la sinistra” è invece, il nome dell’ l’associazione del correntone diessino che dal prossimo 7 aprire prenderà il via dal Teatro Eliseo in Roma. Il fine è quello di aprire i Ds alla dialettica con girotondisti, CGIL (Cofferati ha già dato la sua adesione), movimenti e intellettuali.

Il nome naturalmente è di morettiana memoria. A chi verrebbe in mente nella vasta intellighenzja di sinistra di collegarlo a Eliot? Suvvia, non scherziamo, questi compagni devono costruire l’opposizione al regime incipiente con gli strumenti del pensiero debole e con gli ingredienti della nutella! Mica possono chiedersi come puntellate le rovine della civiltà, con strumenti più raffinati.

“Sedetti sulla riva/A pescare, con la pianura arida dietro di me/Riuscirò alla fine a mettere ordine nelle mie terre?” La mitica figura del “Re pescatore”, è un po’ troppo fabiana, temporeggiatrice e consapevole delle crudeltà che ci circondano.

L’allegra compagnia della Melandri & C., crede invece, ancora, che Aprile sia il mese delle scampagnate in vespa e della feste di piazza. Li riporta agli “happy days” di Fonzie di quando erano giovani della Fgci, o all’anno in cui l’Ulivo vinse le elezioni e che Moretti celebrò con l'inizio della «pascolizzazione» della sinistra. I loro confini  non vanno oltre il  Pascoli e il solito buonismo: al massimo ci aggiungono un pizzico di cultura heideggeriana tanto per rendere ancor più sterile l’agire, nel mese che “genera Lillà da terra morta, confondendo Memoria e desiderio.”

Auguriamo loro buona Pasqua, sperando che tale iniziativa non immoli tutta la sinistra come un agnello sacrificale. (l.g.)


Titolo: (28. 03. 02) L’ORA DEL DISINCANTO

Redazione

Nella vita di ogni leader politico ci sono alcuni ‘anni magici ’, un periodo più o meno lungo durante il quale la sua leadership si afferma attraverso intuizioni, capacità di mobilitazione, chiarezza degli obiettivi, tenacia nel resistere ai momenti avversi e una particolare sensibilità nell’interpretare gli umori dell’elettorato di riferimento.

Silvio Berlusconi ha avuto tutto questo negli ultimi sei anni e lo ha avuto in condizioni non facili, senza apprendistato politico, con alleati recalcitranti o infidi, braccato dai segugi della legge attivati dalla sua discesa in campo (prima, di lui mai si erano interessati) e dalla sua improvvisa, ma non improvvisata, apparizione sulla scena politica.

Per sei anni il Cavaliere è stato l’ ‘Uomo di cui si parla’, il parvenu che quotidianamente ha interessato avversari e fautori, un protagonista anomalo e unico della storia dell’Italia democratica, tenuto alla ribalta da una corale e silenziosa adesione popolare, da gente operosa e semplice, desiderosa di vivere un sogno per uscire dagli incubi di un travagliato periodo storico.

Un popolo di elettori moderati, ma non chiuso alle riforme, sconcertato e dalle immagini di uomini politici e di stato in manette e sul banco degli accusati, spaventato dal degrado sociale e, infine, allarmato dalle manovre di una generazione politica messa allo scoperto dal crollo dell’Urss, troppo timorosa nel riconoscere le proprie ambiguità e troppo rapida e spregiudicata nella conquista del potere sospirato per quasi cinquant’anni.

Ma proprio quando il Cavaliere sembrava più saldo in sella, gli è finita la benzina, sembra avere perso la sua capacità d’intuizione e, con essa, la sicurezza di dominare media, avversari ed alleati. Mal servito da ministri incapaci a tutto, circondato da un esecutivo litigioso e ciarliero, dove il solo Fini conferma caratura politica, fatica a tenere insieme la coalizione che, d’altra parte, non è motivata da un programma coerente di governo, ma solo da capitoli d’intervento e dalla certezza che, caduto lui, si torna a casa.

Ad uno ad uno si sciolgono come neve di primavera i capisaldi del suo ‘contratto con gli italiani’. L’ordine pubblico è sempre più una chimera, con bande, banditi e clandestini che scorrazzano per campagne e borghi come ragazzi in gita nel Paese di Bengodi. Dopo perigliose traversate ordite dalla delinquenza organizzata, approdano indisturbati migliaia di extracomunitari provenienti da tutto il mondo. Le tasse non diminuiscono, anzi comuni e regioni ne impongono di nuove.

In questo clima, l’inevitabile scontro con la Cgil si è trasformato in un’avventura, non essendo riuscito il tentativo di dividere la confederazione di Cofferati dagli altri sindacati.

Qualunque governo non di sinistra, se vuol legiferare, deve andare ad uno show down con i sindacati, perché la concertazione si è trasformata, negli anni dei governi Prodi e D’Alema, in una terza camera dove si decidevano non solo le politiche economiche, ma molta parte dell’azione di governo.

Per la resa dei conti si è scelto però l’art. 18. Pezzotta (Cisl) ha spiegato che nel 2001 ha interessato solo una novantina di lavoratori e la stessa Confindustria gli attribuisce scarsa importanza. La sua valenza è, quindi, simbolica e politica: “S’intende umiliare il sindacato”, ha chiarito il segretario della Cgil durante la convention di Palermo, e le manifestazioni che si susseguono senza interruzione hanno una forte connotazione di schieramento, con striscioni e slogan di appoggio al pacchetto di doleance che Fassino e Rutelli hanno confezionato per il centrosinistra.

Così il necessario confronto con i sindacati si sta trasformando in una stolta guerra voluta dallo stesso presidente del Consiglio. Come tanta parte dell’azione governativa, anche questa appare avventurosa, nella sua dinamica quasi casuale. E il Grande Comunicatore per la prima volta si presenta impacciato e maldestro, con la scorta dei sorrisi ridotta al lumicino.

Forse il momento magico è davvero finito ed è già l’ora del disincanto. (rt)

 



Titolo: (26.03.02) IRRESPONSABILITA’

Redazione

Maurizio Sacconi, politico della corrente socialista di FI, tradisce lo spirito ‘bipartisan’ del tecnico socialista Biagi e la sua ferma volontà di mediare per arrivare alla concretezza delle riforme. Il sottosegretario al Welfare non fa un buon servizio alla memoria di Marco Biagi, col quale ha scritto il Libro Bianco del Lavoro, quando nell'intervista di ieri su La Stampa dice:

«Dialoghiamo con tutti, la Cgil non l´abbiamo messa in un angolo. Ci sono collusioni e ambiguità, ma queste possono essere superate. Lo dico con ottimismo, ma il governo non può rinunciare a porre questo problema preliminare.(...) Vogliamo denunce, delazioni. Ci sono nicchie anomale in alcune fabbriche e in alcuni uffici. Situazioni di confine, che hanno nomi e cognomi, che tutti conoscono».

E' sciocco e pretestuoso il paragone con Lama e il terrorismo degli anni '70. La sua posizione, come quella di Martino e Bossi, è proprio un insensato tentativo di mettere la CGIL in un angolo. Ma il risultato concreto, radicalizzando lo scontro su questi termini, è quello di togliere, di fatto, spazio a UIL e CISL. Le uscite di ieri del sottosegretario e dei due ministri appaiono una reazione irrazionale alla manifestazione di sabato. Lanciando simili accuse di collusione alla CGIL e rifiutando, ad esempio, di congelare per il momento la questione dell'articolo 18, per anteporre la discussione sul Libro Bianco dalla quale ripartire con Pezzotta e Angeletti, hanno contribuito più di tutti a far saltare il vertice governo-sindacati di oggi. Facendo ulteriormente precipitare lo scontro sociale, si stanno mostrando privi di responsabilità verso il ruolo istituzionale che ricoprono e danno adito ad ulteriore sfiducia a chi vorrebbe ricondurre il dialogo tra le parti sociali su binari di civiltà: là dove lo intendeva Biagi. (l.g.)


Titolo: (25. 03. 02) I TRE GIORNI DI RUTELLI

Redazione

Il congresso della Margherita è stato offuscato da malevole forze del destino. Prima l’assassinio di Marco Biagi, poi la manifestazione organizzata dalla Cgil hanno relegato in secondo piano la nascita del nuovo partito. Ma, forse, per Rutelli non è stato un male.

I tre giorni del congresso dovevano essere per lui una passerella d’oro, il momento conclusivo del lungo percorso da capo d’una forza elettorale composita e improvvisata a leader di un partito nuovo, unito sotto un’unica bandiera, la sua. Una forza politica moderna, capace di rappresentare l’approdo ‘naturale’ di riformisti laici e cattolici.

In questo senso si era consumato il distacco del diffidente, ma lungimirante Mastella, recalcitrante e sciogliere le sue pur esigue schiere nel nuovo soggetto politico. Speranzosi, si erano sorprendentemente mobilitati anche esponenti politici di lontane provenienze, quale Massimo Cacciari, uno della diaspora di Potere Operaio. Dai maxi schermi del PalaCassa di Parma si era generosamente speso Romano Prodi, il testimonial numero uno del congresso, quello che più di tutti si è prodigato nel ricordare che ‘la Margherita mai deve correre il rischio di una deriva neo-democristiana e centrista’. A sottolineare il rifiuto di tutte le tentazioni di restaurazione, la regia prevedeva un finale di congresso con Rutelli presidente e Arturo Parisi vice.

Poi si è consumato il dramma di Bologna e Marco Biagi è divenuto l’icona del congresso. Il professore, iscritto di diritto dal commosso Tiziano Treu alla Margherita durante la commemorazione d’apertura (“ Se non fosse stato stroncato da vili assassini sarebbe oggi con noi”), ne ha fornito, forse involontariamente, anche una traccia programmatica, quando il suo riformismo è stato esplicitamente citato, e a lungo, nella relazione di Francesco Rutelli. Anche Berlusconi, la sera prima, aveva dichiarato che “il riformismo di centrodestra andrà avanti sulla scia di Biagi”.

Volato a Roma per partecipare al trionfo romano di Sergio Cofferati, Francesco Rutelli, congratulandosi, lo ha abbracciato e ha sposato senza riserve la linea del leader Ds-Cgil, certo non favorevole al Libro Bianco di Biagi. Tornato a Parma ha fatto lo stesso con Savino Pezzotta, coraggioso ed esplicito nello sparare a zero su Cofferati e nel definire i contorni squisitamente di schieramento politico del raduno organizzato dalla Cgil (“Oggi è una brutta giornata per il sindacalismo italiano”).

La domenica mattina tutti questi input hanno dato origine a un finale di partita inatteso. Gli avvenimenti del sabato hanno sicuramente colpito la sensibilità del navigato pattuglione del PPI. Il partito, sciolto come sanno sciogliersi i democristiani, cioè con tutta la struttura territoriale intatta, ha chiesto l’istituzione della carica di coordinatore, da affidare a un ex PPI. Parisi, leader dei prodiani, ha capito dove stava andando la Margherita con i petali democristiani, quella dei ‘riformisti di domani’, e ha lasciato la compagnia alle 7,30 del mattino.

Prudentemente Francesco Rutelli è sfuggito ai rischi dell’elezione, affidandosi alla nomina per acclamazione. Così ora il leader dell’Ulivo si trova a guidare un nuovo partito nato vecchio. Con i democristiani in posizione egemone, il suo cammino potrebbe essere a termine. Ma lui ha già preso le contromisure. Come lasciano presagire gli ultimi tre giorni, saprà diventare più dicì di De Mita e Scalfaro e, forse, più riformista di Rosy Bindi. (rt)

 



Titolo: (25.03.02) IL MIRACOLO COFFERATI

Redazione

Uscito perdente dal Congresso dei DS di Pesaro, isolato fino a poche settimane fa, un miracolo ha colpito Sergio Cofferati. Il capo della CGIL si è trovato in pochi giorni alla guida di uno schieramento addirittura più ampio dello stesso fronte sindacale e comprendente ampi settori di elettorato della Casa delle Libertà. Il miracolo si compie al Congresso della Margherita, dove si è trovato investito da Cacciari quale ticket, in tandem con Prodi, per la leadership dell’Ulivo prossimo venturo. Pezzotta, allo stesso congresso, viene contestato dalla platea così che CISL e UIL rischiano di trovarsi prive di riferimenti politici nel centro-sinistra tutto convertito alla linea della CGIL. Non a caso le due organizzazioni oggi ripongono speranze che il dialogo col governi riprenda dalle proposte contenute nel Libro Bianco di Marco Biagi. «Il Governo deve stralciare le modifiche all’articolo 18 - spiega il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti - e la discussione deve ripartire da altri temi: la riforma del collocamento, quella degli ammortizzatori sociali, la partecipazione». Questo bisogna fare per Angeletti «se si vuole realmente rendere omaggio al professor Marco Biagi».

Il miracolo si sviluppa poi sulle colonne dell’Unità di sabato diffusa alla grande piazza della manifestazione. Due riformisti, come il senatore Franco Debenedetti e Giuseppe Caldarola vengono fatti, ancora una volta, oggetto di vergognosi attacchi con l’ironia del fatto che il quotidiano fu «preso» dall’attuale direttore ed editore a condizione che vi fossero massicci licenziamenti, senza la tutela dell’art. 18.

Il miracolo Cofferati, infine, si completa anche grazie alla scelta del governo di anteporre alla riforma del mercato del lavoro l’attacco alla CGIL, raggiungendo l’incredibile obiettivo di spingere i riformisti sempre più a gettare la spugna. 

La responsabilità più grave dello stato del riformismo italiano dettato da questo miracolo resta del centro sinistra, là dove nessuna delle pur autorevoli voci riformiste ivi presenti ha alzato la voce o ha avuto la forza di affermare che nel progetto di Biagi non c’era niente di “vergognoso”. (l.g.)


Titolo: (23.03.02) SINISTRA E RIFORMISTI

Redazione

Le aziende hanno bisogno di strumenti per rendersi competitive nel mercato globale. Si introducono allora strumenti di flessibilità. Il governo di centro sinistra lancia, pochi anni fa, la legge per le agenzie di lavoro interinale, che affiancano i precedenti strumenti quali i contratti di formazioni, le collaborazioni coordinate e continuative etc. Strumenti che a loro volta si innestano su un mercato del lavoro nel quale già si trova il grande popolo delle partite iva e quello dei lavoratori del sommerso. Crescono flessibilità e precarietà e diminuiscono i lavoratori del mondo tayloristico per la contrazione generale della grande impresa, mentre i pensionati aumentano in proporzione ai lavoratori attivi, a causa della scarsa natalità e di strumenti come le pensioni di anzianità per le quali il nostro paese è il più generoso d’Europa. Le prospettive previdenziali e di stabilità lavorativa per i giovani si fanno nere e la stragrande maggioranza dei lavoratori attivi (esclusi appunti quelli delle aziende medio grandi con più di 15 dipendenti e dello stato) si trovano sempre più privi di tutele e con diritti ridotti.

Su questo scenario, sommariamente tracciato, si innesta l’opera dei riformisti. Coloro che sanno che esiste una forte frattura generazionale nel mondo del lavoro dalla quale occorre assolutamente uscire, consapevoli che i figli di oggi non avranno tutele e garanzie pari a quelle dei loro padri, ma non per questo possono essere lasciati alla precarietà cronica e all’incertezza permanente su lavoro e pensione. Coloro cioè che, consapevoli dello stato dell’arte dei lavori e delle aziende, cercano di introdurre, sulla scorta di analisi tipo quelle del Libro sul Lavoro in Italia, scritto da Biagi per il Ministero del Welfare, delle proposte atte a ridisegnare dei nuovi ammortizzatori sociali e dei nuovo diritti. Proposte come quella di uno Statuto dei lavori che colga l’enorme evoluzione avvenuta dai tempi dello Statuto di Brodolini e Giugni.

In questo contesto di riforma, la proposta di deroga all’art. 18 inserita nella delega governativa, rappresenta solo un piccola parte, parziale, ma la riforma maggiore ha il grave difetto di risultare al momento assolutamente non finanziata.

L’attuale scontro sociale ed in particolare quello tra governo e confindustria da una parte e i sindacati dall’altra, ha evitato, fino alla morte di Marco Biagi, di entrare nel merito di questo quadro globale del problema, concentrandosi sul valore politico-sindacale della deroga parziale all’art.18. C’è stata la speranza, ancora al Congresso della UIL a Torino, che l’Unione sindacale di tradizione socialista e riformista potesse appoggiare (insieme alla CISL) l’opera del governo, che tentava di riproporre un’operazione analoga a quella di Craxi sulla scala mobile. Ma proprio per l’attenzione tutta focalizzata sull’art. 18, è mancato un’apertura del sindacato sulla globalità della riforma. Le posizioni si sono radicate in quella fase, ma occorre sottolineare una netta differenza di linea tra il ministro Maroni e Berlusconi. Differenza ben esplicitata in una vignetta del Corriere dove si vedeva il Cavaliere bastonare in testa Maroni, gridando: “Linea dura!”. E’ cioè assai probabile che il Ministro del Walfare, così come Biagi, non intendessero porre la questione della deroga all’art. 18 come punto irrinunciabile, ma cercassero un varco nel settore sindacale per proseguire comunque l’iter di riforma presente nelle altre deleghe.

C’è stata insomma, una volontà esplicita, da parte di Berlusconi e della maggioranza dell’esecutivo, di calcare la mano e, così, la riscrittura della delega ha continuato a contenere la deroga, seppur in forma attenuata. Dall’altra, il sindacato, anche per la sua composizione sociale dominata da dipendenti fissi e pensionati, non ha fornito aperture apprezzabili sul tentativo di riforma che, va pur detto, riguarda anche moltissimi lavoratori atipici che probabilmente non potrà mai portare nelle proprie file.

Siamo così giunti alla uccisione per mano terroristica di Biagi e alla manifestazione della CGIL di oggi a Roma, ma la morale di questo stato di cose è quella che ripetiamo da tempo e che il senatore Franco Debenedetti ha ben sintetizzato pochi giorni fa: “L'assassinio di Biagi oggi, di D'Antona ieri, per non tradursi nella radiazione dei riformisti dalla sinistra italiana chiede ora ai leader della sinistra, politica e sindacale, una scelta netta.” (l.g.)


Titolo: (21. 03. 02)  IPOCRISIE

Redazione

I famigliari piangono in forma privata il professor Marco Biagi, l’ultimo caduto dei riformisti italiani. (Non “dei moderati”, come scrive il diesse Sergio Chiamparino con clamorosa e ambigua improprietà).

In piazza scendono a commemorarlo i sindacati. Proprio loro, i più ottusi contestatori del suo progetto di modernizzazione del mercato del lavoro e del dialogo tra le parti sociali. Proprio loro che avevano adombrato il tradimento di Biagi, dato che le sue tesi trovavano ospitalità sul quotidiano della Confindustria. Proprio loro che potrebbero e dovrebbero meditare a lungo e approfonditamente sull’origine del gruppo terroristico che lo ha trucidato.

Il segretario dei Comunisti Italiani, Oliviero Diliberto, applaudito e complimentato dai suoi, pronuncia alla Camera un indegno discorso che suona sinistro a quanti vissero l’altra stagione terroristica, quella delle primigenie Br. Forse senza saperlo, ignaro o corrivamente dimentico, ripropone con una frase l’equazione che, fino al delitto Casalegno, frenò la lotta ai terroristi marxisti, tenendo alla finestra le forze sindacali: “C’è la violenza del terrorismo, ma c’è amche la violenza dei licenziamenti…”. Negli anni Settanta c’erano i compagni che concludevano la frase con il famigerato ‘né con le Br, né con lo Stato’. La Stampa di Torino ci mette del suo: cita l’intervento di Diliberto e lo purga dell’infangante passaggio.

Pensosi della gravità del momento, i leader dell’opposizione e quelli della maggioranza appaiono in Tv con la faccia livida e annunciano che si mobiliteranno contro il terrorismo. Per ora fanno il fioretto e modereranno gli insulti reciproci. Però non si può tacere e sull’assenza della scorta si imbastisce, ma nei dovuti modi per carità, l’ennesima querelle contro il governo. Nessuno rileva che anche Massimo D’Antona non aveva la scorta, nessuno si chiede (e si chiese) come mai.

Il ministro degli Interni, Claudio Scajola, l’ultimo degno erede della serie di disastrati titolari di quel dicastero, annuncia la solita severa inchiesta alla ricerca chi ha tolto la scorta al professore assassinato. Non ritiene di doversene fare carico direttamente. Questo signorile esponente dell’esecutivo non è mai responsabile di nulla. Non del G8 (lo avevano organizzato quelli di prima); non dei rapinatori vaganti per ville e cascinali; non degli immigrati clandestini albanesi che, notte dopo notte, sciamano da coste pugliesi e frontiere carsiche. Visto che non ritiene di dimettersi, c’è da credere che non sia responsabile neppure si sé stesso.

I quotidiani intervistano, in qualità d’esperti, gli assassini di ieri, tutti liberi, e i giudici che li braccarono. Il teatrino del nostro degrado non chiude mai. (rt)


Titolo: (20.03.02) MORTE DI UN RIFORMISTA

Mentre ci uniamo al cordoglio solenne espresso dal Presidente della Camera e da tutte le forze politiche parlamentari, ci sentiamo nuovamente chiamati a riflettere ed a rispondere agli interrogativi che pone un delitto che ha una chiara matrice di carattere politico.

E’ stata ricordata in queste ore la lunga scia di sangue che lungo l’arco di un trentennio ha colpito professionisti del diritto del lavoro uniti nella stessa sorte con la comune matrice: quella di un limpido e moderno pensiero riformista, che lacera oggi, come allora, la sinistra italiana ed oggi, come allora, non puo’ non scuotere le nostre coscienze e le nostre responsabilita’ di uomini di sinistra.

Un traditore di classe, un nemico di classe non puo’ che perire sotto il piombo vigliacco che si nasconde dietro la famigerata stella a cinque punte che rivendica l’obbiettivo centrato.

Si deve avvicinare per tutti l’ora della responsabilita’, vi e’ stata una duplice negligentia in vigilando: nella mancanza di tutela a chi era vistosamente esposto ai rischi di un agguato, e nella mancanza di attenuazione della vis polemica politica che non puo’ non riprodurre i miasmi di una stagione che ha prodotto dei fallimenti , ma che non puo’ dirsi ne’ chiusa ne’ morta.

Biagi nasce nella cultura politica a cui appartiene una parte dei colleghi di questo parlamento, oggi contrapposti negli schieramenti, ma non certamente nei sentimenti e nella azione politica quotidiana. Il socialismo riformista che e’ la sintesi di un’azione critica e pratica, che e’ pazienza e gradualita’, che e’ metodo ma al tempo stesso il mix di utopia e riforme. Che il paese sappia rispondere sapendo essere all’altezza della situazione, riaprendo un dialogo politico fecondo nel rispetto delle posizioni democratiche e delle differenze, che individui la strada piu’ idonea delle riforme senza riacutizzare uno scontro sociale che ci piegherebbe all’indietro.

Esprimo un forte sentimento di cordoglio per la morte di Marco Biagi, interpretando in queste ore il pensiero di tanti socialisti del nostro paese. (Bobo Craxi alla Camera)

 



Titolo: (19.03.02) LIBERA STAMPA ...D’ARTE

Redazione

Dopo l’eclatante caso di D’Alema con Forattini, oggi è il turno di Sgarbi con “Le iene”. Una querela per diffamazione e una richiesta di risarcimento danni da parte del deputato di Forza Italia per 51 milioni 640 mila euro (pari a 100 miliardi delle vecchie lire) a carico del programma Mediaset. L'accusa e' di aver definito ''falsamente'' Sgarbi come ''un drogato'' nella trasmissione del 3 febbraio scorso.

Il rapporto del potere con la satira è sempre una perfetta cartina tornasole della “liberalità” del primo e, dopo il crollo del Muro di Berlino, tutti hanno fatto la gara a definirsi liberali o i più liberali. Purtroppo, si evidenzia ancora una volta che la cultura liberale nel nostro paese si trova solo “in tracce”, come il sodio nelle acque oligominerali dietetiche.

Lo strumento della querela, inoltre, è diventato negli ultimi anni un ottimo mezzo per imbavagliare la stampa. La libertà d’opinione sta diventando un lusso che si possono permettere solo i grandi gruppi editoriali. Quale piccolo giornale o Tv locale può permettersi la spada di Damocle di una attesa di anni per una possibile sentenza miliardaria in lire, o milionaria in euro? Noi sicuramente no… quindi affermiamo perentoriamente che Vittorio Sgarbi non è assolutamente un drogato, ma è un vero liberale che soffre di una ipertensione arteriosa che gli procura repentini sbalzi di umore, le cui “vittime” solo casualmente appartengono alla fauna strisciante della satira.

Infine, ci consoliamo col fatto che se la stampa d’informazione è in qualche pericolo più per le querele che per la posizione di Berlusconi, se non altro, la stampa d’arte, invece, è liberissima. Le litografie in vendita da Telemarket, come era già successo a quelle di Matisse, si possono tranquillamente tirare in un numero illimitato di copie. Cosa c’è di più democratico? (l.g.)



Titolo: (17. 03. 02)  ISRAELE E IL TERRORISMO

Redazione

Lo Stato d’Israele si è sempre opposto alla nascita di uno Stato palestinese adducendo, quale motivo principale, quello della sicurezza dei suoi confini. Tollera, umiliandola in mille modi, la sopravvivenza di un’Autorità che governi i territori, paradossalmente richiedendo al suo capo riconosciuto, Arafat, garanzie e lotta al terrorismo che solo uno Stato costituito potrebbe fornirgli.

Contemporaneamente, Israele ha continuato la sua politica d’espansione e dei fatti compiuti, sia dichiarando Gerusalemme capitale, sia procedendo a nuovi insediamenti in Cisgiordania, eludendo e respingendo i deliberati dell’ Onu. L’idea che sembra guidare l’esecutivo di Sharon è quella di alzare i livelli dello scontro e di generare uno stato di guerra per sradicare gli arabi palestinesi, inducendoli verso una nuova patria che potrebbe essere la Giordania.

Già una volta, ai tempi del defunto Hussein, la Legione Araba del sovrano hascemita intervenne sanguinosamente contro i palestinesi che, estromessi dagli israeliani e dapprima accolti fraternamente, stavano impadronendosi di vasti territori giordani e imponendo proprie forme di autogoverno. Oggi, con la salita al trono di Hussein II, la prospettiva può apparire meno impervia e indurre Sharon a sferrare l’offensiva definitiva per portare a compimento la costruzione dello Stato d’Israele.

Ma Israele è una democrazia e la politica che sta attuando è destinata a produrre all’interno della sua società danni irreversibili. Usare i giovani di leva per odiosi compiti di polizia, costringere i cittadini a convivere con la quotidiana reazione terroristica, sconvolge i costumi liberali, impone vincoli e restrizioni alla laicità dello stato e lo spinge verso un approdo fondamentalista, rifiutato dalla maggioranza degli israeliani.

È un pessimo servizio reso agli ebrei di tutto il mondo, e all’Occidente in generale. Infatti in alcune nazioni europee riprende vigore l’antisemitismo, con manifestazioni d’ostilità ed attentati. E a tutto l’emisfero non cristiano viene fornita l’immagine della dominante e brutale potenza occidentale a cui è lecito resistere con l’odio e il terrorismo. D’altra parte è una scelta improvvida il silenzio di un’élite intellettuale che esita a condannare l’operato di Sharon e del suo governo, compiendo una acritica scelta di campo in nome di comuni origini.

Il problema palestinese non può essere risolto con l’eliminazione dal territorio degli abitanti autoctoni, come si sarebbe potuto fare al tempo dei biblici Ammoniti, ma restituendo forza alla politica. Solo un accordo di area tra Israele, Egitto, Giordania e Siria può evitare l’incombente tragedia, innescando una rinascita della zona che veda partecipi sia gli israeliani che i palestinesi. Con le attuali tecnologie c’è territorio per tutti, come per tutti c’è possibilità di guerra, di rappresaglie e di terrorismo.

Quanto a noi, non chiedeteci di accettare il terrore degli uni, né di giustificare il terrorismo degli altri. (rt)


Titolo: (15.03.02) IL LAVORO TRA PADRI E FIGLI

Redazione

Rispondendo senza mezzi termini all’affermazione di Berlusconi che aveva definito le iniziative sindacali come “come uno sciopero dei padri contro i figli”, Cofferati ha sottolineato come sia "questo governo a voler togliere i diritti ai figli". "Si tratta - ha aggiunto il leader della Cgil, - della cancellazione dei diritti fondamentali. Noi invece vogliamo che i figli abbiano gli stessi diritti dei padri".

Chi ha ragione?

Negli ultimi decenni l'erogazione di benefici pubblici e garanzie è stata senza dubbio destinata soprattutto alle generazioni mature con un sindacato orientato prevalentemente alla garanzia del lavoro burocratico, del lavoro tayloriano o dei pensionati. Le nuove generazioni sono spesso destinate alla disoccupazione o sottoccupazione dovendosi inserire sempre più nei nuovi lavori che più che flessibili sono più spesso precari e privi di ogni forma di garanzia e tutela sindacale. Esiste, insomma, un variegato gruppo sociale in grande crescita, formato dal popolo delle partite IVA ai “manovali della conoscenza”, dai lavoratori di cooperative e quelli delle agenzie interinali, dai microimprenditori ai nuovi sottoproletari, che oggi pagano il prezzo delle politiche del sindacato e di una classe politica attente, da una parte a mantenere lo status quo ai lavoratori e ai pensionati garantiti e dall’altra ad ampliare gli interessi d’impresa e profitto di chi deve competere nel mercato globalizzato.

Sia i sindacati che il governo risultano fortemente deficitari verso una seria riforma dello stato sociale che coniughi nuovi diritti con il nuovo scenario del mercato del lavoro, nel quale il modello tradizionale - sul quale era stato ritagliato lo Statuto dei lavoratori - ogni giorno cede spazio a quello nuovo flessibile e precario. Berlusconi non offre iniziative serie e diritti ai figli, ne' Cofferati può permettersi di favoleggiare su diritti per i figli pari a quelli dei padri in un quadro quasi completamente trasformato rispetto a trent’anni fa. Raccontano entrambi balle e, ancora una volta, anche sul tema del lavoro, assistiamo alla radicalizzazione dello scontro politico per l’incapacità dell’azione riformista di entrambi gli schieramenti in campo. (l.g.)


Titolo: (14. 03. 02)  LA LEZIONE MONTANARA

Redazione

Free lance, inviatucci famelici di notizie e di notorietà, belle penne in libera uscita, si sono sciroppati innumerevoli volte la tortuosa statale che sale dal fondo valle a Cogne, affrontando le incognite di una natura aliena ai cittadini, i rischi del ghiaccio e dell’avversa stagione, l’ostilità dei tosti montanari della Vallée, la freddezza e il divertito disprezzo degli inquirenti.

Tutto, pur di sbattere il mostro in prima, in seconda, terza e quarta pagina, alla ricerca del giornalismo più facile, pomposo e ovvio, quello che non impegna e fa vendere come e più delle tette dell’ Arcuri e della solfa di Baudo, quello che non richiede capacità di scelta e d’analisi, quello aspira soltanto ad una sana alleanza con giudici, poliziotti e con vaghi e volenterosi testimoni per inchiodare il diverso di provincia, esibirlo in catene, affinché finalmente confessi, e servirlo stranito e straziato all’affezionato popolo dei videolettori. Come ai bei tempi di tangentopoli che ha donato celebrità, onori e glorie, creato carriere e padri della nuova patria dello sfascio che è subentrata a quell’altra.

Su queste premesse si sono attestati televisioni (Rai 1 sopra tutte ), i grandi quotidiani nazionali d’informazione e non pochi periodici. Ma alle lusinghe della ribalta hanno resistito i rappresentanti dello Stato e i paesani di Cogne. Finalmente, e per la prima volta da molti anni a questa parte, si è difesa la dignità e la legge, rifiutando i linciaggi e la distruzione dei sospetti. Non per questo i Vespa e i suoi epigoni hanno desistito, ma certi collegamenti con la piazza deserta, con il solo sindaco a rispondere con cortese freddezza alle inutili domande, certe riprese all’uscita della chiesa parrocchiale, con i montanari che decorosamente si defilavano, donando qualche ovvio e cortese monosillabo, resteranno nella nostra memoria.

C’è un Italia non ancora raggiunta dal contagio delle chiacchiere inutili e c’è un ridotto dove la giustizia ancora custodisce rispetta le regole del gioco e si oppone alla deregulation della fasulla ‘opinione pubblica’ aizzata dai media. C’è infine una lezione da trarre, che l’Italia non finisce a Milano e il risibile ‘resistere, resistere, resistere’ può avere anche altri e più propri significati: resistere allo sfascio della giustizia personalizzata, resistere alle gogne imposte dalla ‘ragion politica’, resistere al protagonismo compiendo con dignità il proprio dovere. (rt)


Titolo: (12. 03. 02) LA  PRESUNZIONE  DEGLI  ONESTI

Redazione

Nel 1931 il regime obbligò i docenti universitari a giurare fedeltà al fascismo. Su 1225, solo 12 rifiutarono, meno dell’1% dei cattedratici italiani. Ieri, a soli 71 anni di distanza, a conclusione del convegno ‘Grandezza e nobiltà d’un rifiuto’, l’università di Torino ha murato nel portico del rettorato una lapide a ricordo di quegli eroi. Veramente, non di tutti, ma solo dei quattro dell’ateneo torinese, Mario Carrara, Gaetano de Sanctis, Francesco Ruffini e Lionello Venturi.

L’iscrizione non cita numeri, ma solo i quattro, impegnando i contemporanei a “vigilare” perché non sia mai più possibile un altro fascismo. Non un cenno di disanima storica sul perché oltre il 99% dei docenti si arrese al fascismo. Fu perché “avevano famiglia”? O perché aderivano al regime e non vedevano un’imposizione inaccettabile nella richiesta di fedeltà? Fu per il conformismo che sempre ha connotato l’intellettuale italiano?

La presunzione degli attuali docenti, quelli che hanno all’unanimità apposto la targa commemorativa, sembra essere la seguente: se ci fossimo stati noi, mai avremmo firmato. La nostra idea è che si sarebbero comportati in maggioranza nello stesso modo, ma avrebbero protestato energicamente. Infatti molti di loro hanno in passato dato prova di evidente conformismo, non esitando ad aderire al marxismo, in molti casi orientando di conseguenza i corsi di studi e ad emarginare chi era su un’altra lunghezza d’onda, rapidi ora a cercare altri ascendenti culturali, ad esempio Tocqueville.

Il fatto che la targa venga dedicata a quasi tre generazioni di distanza - tutti i protagonisti ormai passati a miglior vita - indica come solo ora esista la libertà intellettuale di affidare al tempo un giudizio definitivo sulla vicenda. Solo ora, al tempo dell’odiato Berlusconi.(rt)


Titolo: (11. 03. 02)  GIRITONDI

Redazione

Preoccupati della libertà in pericolo, ne fanno ora licenza, straparlandone fino a stordirsi in girotondi, sfilate, e minacciosi raduni dove si mostrano i muscoli ai nemici del momento. I quotidiani nazionali, i telegiornali Rai e non, pur gemendo ormai sotto il crudele tallone dell’orrenda dittatura liberticida, danno ampia notizia di tutto. Come faranno ad eludere l’occhiuta censura del regime è un mistero che lascia sbigottiti. Tanta audacia provoca ammirazione e timore per la sorte degli arditi giornalisti e degli audaci dimostranti.

A Roma quarantamila generosi e coraggiosi esponenti di sinistra che manifestavano per il popolo palestinese, e giacché c’erano anche per l’Iraq, hanno dovuto fronteggiare una torma di tremila aggressivi malintenzionati (poi risultata di razza ebraica) che protestavano per gli slogan, a loro dire razzisti. E per fortuna che c’erano i poliziotti a difendere quegli impavidi democratici, altrimenti chissà come sarebbe finita.

Grande impressione ha destato il girotondo intorno alle sedi Rai che ha acceso i riflettori sulle attuali sofferenze dell’ente. Al nuovo presidente Baldassarre è bastata una settimana per trasformare la società pubblica, giustamente celebrata per la sua indipendenza dalla politica e per i suoi prodotti culturali, in una consorteria lottizzata dal regime. I risultati si sono subito visti: A Sanremo è andata in scena un’umiliante pantomima, tutta condita di scolorite esibizioni di canterini della destra più sterile e di comici scurrili. La trasmissione ‘Sciuscià’, esempio unico del libero dibattito, non è andata in onda con la pretesa che “c’è il Festival della canzone”. A rincarar la dose, il quiz milionario e culturale di Rai Uno contenuto in ‘Domenica In’ è stato rinviato con la medesima scusa.

È difficile dire cosa ci riserverà il futuro, ma con questo andazzo non c’è da farsi troppe illusioni. Però, fino a quando ci saranno il solare Piero Fassino a dirigere le danze e il sagace Nanni Moretti a farne la regia, la democrazia non perirà. E il sano divertimento del popolo sarà assicurato. (rt)


Titolo: (08. 03.02)  LA STORIA SI RIPETE

Redazione

La storia, pur essendo “maestra di vita” non insegna niente a nessuno. Non agli israeliani e non agli americani, che pervicacemente nutrono nuovi odi, e neppure al nostro premier che, attorniato da un manipolo di fidi servitori e sempre più isolato dalla realtà, scruta i sondaggi pretendendo di leggervi il futuro.

Nel 2001, ritornato trionfalmente al vertice dell’esecutivo, Berlusconi dichiarò di avere fatto tesoro della caduta del 1994, avvenuta per l’incalzare della magistratura, la freddezza del Colle, il furore della piazza, il voltafaccia della Lega e l’indifferenza ostile degli industriali.

Ora i sindacati sono di nuovo in piazza a fare politica e ci resteranno trovando sempre nuovi motivi di conflitto; la magistratura lo bracca perché i reati sono trattabili, mai il riordino della giustizia e la divisione delle carriere che ne delimiterebbero i poteri; il presidente Ciampi non è Scalfaro e possiede l’equilibrio della laicità, tuttavia sono palesi certe sue perplessità sulla politica estera e sul conflitto d’interessi; la Lega giura fedeltà ai patti, in compenso Casini e i suoi fanno la fronda. Quanto agli industriali, l’idillio sta per finire: gli scioperi non giovano agli affari, soprattutto se si concludono con la chiara vittoria della Cgil, com’è avvenuto sull’art. 18, quindi il potere del presidente D’Amato subirà più di un autorevole condizionamento.

A questa situazione perniciosa per il futuro politico del Cavaliere d’Arcore, va aggiunta l’incapacità di alcuni ministri che stanno facendo carta straccia del ‘Contratto con gli italiani’. Un solo esempio, l’ordine pubblico, punto cardine di quel documento, che va clamorosamente degradandosi. Tra sbarchi di clandestini calendarizzati dalla malavita organizzata al Sud, e rapine al Nord, si ingigantisce l’evidenza dell’assoluta mancanza di controllo del territorio e di inidoneità del ministro degli Interni Scajola. Si ha un bel sorridere e ostentare sicurezza, mobilitare la stampa amica e negare l’evidenza, i fatti parlano e il popolo s’incazza.

A Berlusconi restano due soli alleati che lo tengono in sella, Fassino e Rutelli che con il loro comportamento ancora giustificano i voti dati al centro-destra. Il premier, uomo religioso che sicuramente attribuisce alla volontà divina le sue fortune, non manca di accendere ceri alla Madonna. Se quei due rinsaviscono, per lui è finita. (rt)


Titolo: (05. 03. 02)  DALLA UIL UNA VOCE LAICA E RIFORMISTA

Redazione

La relazione con la quale il segretario Luigi Angeletti ha aperto il congresso nazionale della Uil, è stato un excursus puntuale e puntiglioso delle tematiche sindacali più in voga. Un’ora e mezza abbondante di storie e riferimenti, di analisi e suggestioni, di durezze e porte aperte. Come sempre in questi casi, ognuno ha potuto trovarci qualche riferimento a conforto delle proprie posizioni e a detrimento delle altrui. I giornalisti hanno poi spremuto l’avaro succo contingente, traducendo: no alla revisione dell’art.18, stop al governo.

Ma Angeletti ha detto anche altro di più rilevante e memorabile. Con inusitato coraggio ha rivendicato per il suo sindacato la matrice e l’eredità storica, culturale e politica del riformismo socialista proprio quando esso, esposto alla piazza ulivista e ai rozzi rigurgiti giustizialisti, proditoriamente espropriato del contesto che la vide nascere e formarsi, tentato e conteso tra le pretese riformiste diessine e della Margherita, sembra al punto più basso delle sue fortune.

Il segretario della Uil ha esplicitamente citato Carlo Rosselli e Riccardo Lombardi - il Lombardi del Partito d’Azione che nel ’47 aderisce al Psi - e il riformismo socialista. E coerentemente ha precisato: “Non siamo ancelle del governo, né saremo stampelle dell’opposizione”.

Ben oltre gli innumerevoli tentativi di ricostituzione del Psi, tutti isteriliti dalla difficoltà di ricollegare i resti dell’antico gruppo dirigente a una significativa rete a base socialista, queste affermazioni possono aprire la via a un ritorno sulla scena politica di una forza riformista di sinistra, democratica di matrice liberale e socialista, capace di frenare la deriva massimalista di matrice marxista e di opporre al nuovo centro che si va definendo le ragioni dello stato laico, garante dei diritti di tutti i cittadini ( “La Uil è per una scuola laica, pubblica e nazionale”, ha detto Angeletti, raccogliendo l’applauso più lungo e condiviso di tutti i delegati).

“La Uil è nella politica, ma non è della politica”, ha opportunamente precisato il segretario, spegnendo sul nascere qualsiasi dubbio sul sindacato-partito. Tocca quindi ai socialisti esuli sotto tutte le bandiere trovare un’occasione di coagulo e di ritorno a casa. Ci sarà una leadership in grado di riformare un gruppo dirigente? Quelle attuali, a qualunque sigla appartengano, non godono di credito sufficiente, almeno a sentire autorevoli rappresentanti del congresso.(rt)



Titolo: (04.03.02) IL FANTASMA MITROKHIN

Redazione

Un fantasma si aggira nei corridoi del comunismo italiano residuale. Parlo di Mitrokhin, dell’affaire che porta il suo cognome mitragliatore, dei nomi dei politici e dei giornalisti e dei diplomatici che appaiono in quelle carte approdate in Italia dalla perfida Albione. Sulle pagine di questo giornale, mi scuso per l’autocitazione, ebbi già modo di parlarne; per spiegare come equalmente il carteggio Mitrhokin sia passato per le mani del Sismi, poi dal Sismi a Dini ( chi era costui, oltre che il marito di sua moglie?), poi al ciclista dalla faccia buona Romano detto Prodi, e da questi a D’Alema e poi a Veltroni: un passaggio di mani e di coscienza; una gara a chi scavava più a fondo nella sabbia per seppellirvi Mitrokhin e le sue carte.

Ora scopriamo che Mitrokhin è sfuggito alle buche scavate nella sabbia, e un Senato regolarmente eletto e funzionante ha preso una decisione che sarebbe normale in un paese normale: ha nominato una Commissione Parlamentare d’Inchiesta, che è prevista dalla Costituzione, che è stata usata ed abusata in altri tempi ed in altri colori, che magari non ha sortito grandi effetti (penso alla Commissione P2, e a Licio Gelli, che ha il labbruccio pendulo come un Dick Bogarde fuori tempo, e che sembra sia stato eletto di nuovo Gran Maestro: indaghi la Moratti capoclasse); ma che nessuno ha mai considerato uno strumento eversivo, una pugnalata alle spalle del popolo italiano.

Stavolta il voto dei vegliardi senatori offre la foto della situazione; hanno votato tutti a favore della Commissione d’Inchiesta: tutti meno i diessini, i cossuttiani, e i boys di Bertinotti. Magari sarà un caso; ma il caso ha voluto che a sparare contro la Commissione siano stati i probabili bersagli di quella Commissione: è un caso classico, anche se un caso per caso, di illegittima difesa.

La sinistra, ovviamente, è infuriata; a dimostrazione di come avesse ragione il poeta quando scriveva che Dio rende furiosi quelli che vuole perdere. Un diessino di cui mi sfugge il nome, e non ho intenzione di rincorrerlo, ha detto che la nomina della Commissione sull’affare Mitrokhin sarebbe (sic) una clava propagandistica. Propaganda per chi? I giochi sono fatti, le elezioni sono finite a maggio, non sembra che il popolo voglia andare a votare di nuovo tanto presto. E allora, propaganda per chi, propaganda perché?

Certo, magari può sembrare una clava: e la sinistra, di questi tempi, preferirebbe magari un clavicembalo; fa meno grotta e più salotto chic. Ma il Parlamento, adesso, passa questo: e mi dispiace che la sinistra abbia sciupato l’ultima occasione che le era stata fornita, per dimostrare che non ha la coda di paglia; in fine dei conti i nomi dei politici implicati li conosciamo tutti, resta qualche dubbio piccolo piccolo sui nomi d’arte e di battaglia; i nomi dei giornalisti invece pure; e quanto ai diplomatici, via, un diplomatico ha quasi il dovere di essere una spia. Se la sinistra avesse votato per la Commissione d’Inchiesta avrebbe preso tre piccioni con una fava. Primo piccione: avrebbe dimostrato che non aveva nulla da temere. Secondo piccione: avrebbe potuto imbrogliare le carte in Commissione, o inciuciare di brutto. Come si usava ai vecchi tempi. Terzo piccione: avrebbe potuto pretendere di nominare il Presidente della Commissione, e lasciare a Guzzanti il suo mestiere.

Invece niente; la sinistra si sta giocando tutto a battimuro; lascia che i piccioni volino via; dimentica la colomba di Picasso, appannaggio della sinistra di pace. E per salvare, dico un nome tanto per dire, Cossutta made in Urss, manda a picco la barca. Non sarà una tragedia tipo Titanic: ma spiegatemi, Cristo benedetto, spiegatemi perché, cari compagni, vi volete davvero così male. In fin dei conti si trattava di votare una commissione d’inchiesta, mica un plotone di esecuzione.

Un giorno, chissà, gli storici o i cronachieri scopriranno che la sinistra, incosciamente, gioca per Berlusconi. E verrà fuori un affaire Mitrokhin alla rovescia, ma con gli stessi cospiratori, se è vero come è vero che buon sangue non mente.

Ora aspettiamo l’affaire Telekom-Serbia: magari questa volta, visto che un poco c’è impicciato il colle, ci scappa qualche franco tiratore. (f.c.)


Titolo: (01.03.02) LO ZELO DI RAI E D'ALEMA

Redazione

“Surtout pas de zèle, niente zelo, per favore. La Rai ha i mezzi per rendere un servizio pubblico decente, sabato prossimo, trasmettendo la diretta della manifestazione delle opposizioni contro il governo. Li usi e lo faccia.” Esordisce così Ferrara sul Foglio di oggi, in un corsivo nel quale si chiede: “per quale ragione al mondo non fare oggi quel che la Rai fece ieri? L’argomento di Ferrara è coerente con la sua posizione di equilibrista liberal del centro-destra. La diretta Rai sa da fare “se non vogliono passare per prepotenti. Non è solo una decisiva questione di equità, di fair play, insomma di sostanza democratica e di stile formale. E’ anche una questione politica. La deriva moraleggiante dell’opposizione girotondina non deve essere premiata.” E conclude: ”Non c’è alcun regime in Italia, c’è un governo voluto dai cittadini, che attua il suo programma. E manda le telecamere dove si esercita il diritto alla protesta.”

Invece no. Il direttore generale della Rai Claudio Cappon ha bocciato la proposta di seguire in diretta la manifestazione dell'Ulivo di domani formulatagli dal direttore di Raidue Carlo Freccero. Ci penserà la 7 a fare una quasi diretta.

Insomma, i consigli del Foglio non sono stati seguiti in viale Mazzini e ci immaginiamo oggi Giulianone perdere l’equilibrio e cadere, mentre l’opposizione girotondina gira sempre più veloce con elementi in più: si approva una legge truffa sul conflitto di interessi e si scopre dalla voce di Violante che “era stata data garanzia piena (a Berlusconi e a Letta, n.d.r.), non ora ma nel ’94 quando ci fu il cambio del governo, che non sarebbero state toccate le sue tv”. Berlusconi continua a sfornare leggi tagliate sulle sue specifiche misure, la RAI è già zelante e prona ai nuovo padroni e D’Alema - oltre alla crostata - si scopre che, a suo tempo, mangiò anche il panettone con Mediaset.

E’ veramente sempre più difficile sostenere tesi da ‘pompiere’ o da ‘pontiere’, sia per chi sta nell’uno o nell’altro degli schieramenti. Tra il Re e i giacobini rischia di trovarsi vuoto lo spazio della cultura liberal-democratica! (l.g.)


Titolo: (27.02.02) MINORANZE TRA GLI OPPOSTI ESTREMISMI

Redazione

Della serie: ‘le voci inascoltate’, Claudio Martelli su La Stampa di domenica e Marco Boato sul Corriere della Sera di oggi, avvertono il fatto che oggi si sia di fronte a due opposti estremismi, ben riemersi, ancora domenica sera, con i fischi a D’Alema, allorché di fronte alla platea dei professori ‘ribelli’ ribadisce la piena legittimità della maggioranza e del suo governo, e, ieri, nelle dichiarazione di Berlusconi e Buttiglione che ravvisavano un nesso - causa effetto - tra la manifestazione del Palavobis e l’attentato in via Palermo.

Entrambi sostengono che un motivo serio per la manifestazione del Palavobis c’è: «un capo del governo che dia anche solo l´impressione di usare il potere legislativo della maggioranza per confezionare leggi su misura, come una sartoria, eccita gli animi», dice Martelli. Ma entrambi sono lontani dalle posizioni politico culturali emerse in queste manifestazioni: quelle di un Flores D’Arcais, “privo di un grammo di cultura dei diritti” (Martelli), o, del professor ‘pancho’ Pardi riciclatore di un “primitivismo politico ideologico risalente agli anni ’70” (Boato). «Se l’Ulivo adottasse questa piattaforma culturale, che ricorda la "Gioiosa macchina da guerra" del’94, andrebbe incontro a un suicidio politico. Non dimentichiamo che in Inghilterra governi legittimi di centro destra sono durati per 17 anni e nessuno si è mai sognato di parlare di regime», afferma Boato. «Il loro progetto è estremizzare l´opposizione, cavalcarla, e impadronirsene», rilancia Martelli.

Sullo sfondo di queste voci inascoltate, ci sono un D’Alema in procinto di lasciare l’Italia per gli USA, dopo le amministrative, e un Amato che sarà sempre più preso in Europa con la Convenzione che inizia domani. Insomma, la leadership riformista del Congresso DS di Pesaro resterà sulle sole smilze spalle di Fassino, il quale, in questi mesi, ha dimostrato di non avere proprio il fisico migliore per il ruolo di cui è stato investito.

La disgraziata situazione nella quale siamo immersi trova qualche ragionevolezza di discorso pubblico solo in piccole minoranze. Da una parte in quella all’interno della maggioranza, che svolge il ruolo di ‘pompiere’, come - ad esempio - Follini o Mantovano che negano connessione tra i cortei e gli attentati. Dall’altra, in una minoranza, all’interno della opposizione, che svolge il ruolo di ‘pontiere’ per impedire al centro sinistra di rovinarsi completamente cedendo alle culture illiberali e giustizialiste o a quelle movimentiste e massimaliste. (l.g.)


Titolo: ( 27. 02. 02)  LE RAGIONI DEL SINDACATO

Redazione

Negli ultimi dieci anni tutte le strutture dello Stato, gli ordini, le associazioni e le istituzioni che partecipano alla vita pubblica, hanno subìto cambiamenti o sono state messe in discussione. Un’ansia di rinnovamento e di trasformazione, a volte anche distruttiva e deleteria, ha investito la nostra società. Solo i sindacati della ‘Triplice’ sono restati immobili. Né un dubbio palese, né un’ombra di autocritica ha incrinato le loro organizzazioni.

Bertinotti - sempre lui! - osò avanzare qualche aspro e, si suppone, documentato distinguo morale alla vigilia del suo ingresso in politica. Se ne ebbe aspre rampogne ed accuse di lesa maestà. Tacque e rientrò nei ranghi del conformismo di sinistra, secondo il quale i compagni non possono che essere onesti.

L’avvento del centro-sinistra, con la conseguente chiamata di Cgil, Cisl e Uil a compiti di surroga del parlamento, ha nutrito a dismisura ambizioni paraministeriali dei leaders e boria dei dirigenti. Per anni le confederazioni ‘statali’ hanno retto il gioco dei governi, tenendo buoni gli iscritti oltre ogni logica, ricavandone in cambio benefici a volte assurdi (ad esempio, l’intermediazione nei contratti d’affitto privati). Per contro, a dismisura si sono rafforzate organizzazioni di categoria spontanee di base e si sono formati nuovi sindacati territoriali in rappresentanza delle necessità reali dei lavoratori.

Secondo i radicali, che vorrebbero ridimensionarne i privilegi con un referendum, i sindacati ricevono ogni anno un finanziamento di 3500 mld di lire da ritenute automatiche sulle buste paga. Di gran lunga più ricche dei partiti, floride ed autoreferenziali, le confederazioni non possono sopportare la perdita di potere conseguente all’avvento del centro-destra. D’altra parte devono recuperare anni di piccolo cabotaggio, riassorbire la polverizzazione del tessuto sindacale, riguadagnare il terreno perduto in favore di nuove organizzazioni e, dulcis in fundo, finalmente rappresentare le necessità di adeguamento delle paghe al costo reale della vita, disattese per anni.

La Cgil, poi, deve anche svolgere il ‘lavoro sporco’ politico: distruggere in piazza ciò che gli elettori hanno costruito nelle urne. Di qui tutta una serie di scioperi locali, regionali e interregionali che hanno come scusa grottesca l’articolo 18. Quando poi si vanno a leggere i volantini e i documenti ufficiali si capisce meglio di cosa si tratta. È l’odio per il Cavaliere, la sacrosanta lotta contro la mancanza di libertà e il nuovo fascismo, la difesa della democrazia in pericolo…Sono gli obiettivi politici di comunisti e diesse che strutturano e fagocitano gli scioperi.

Gli altri due sindacati non ignorano che, se l’Ulivo avesse vinto le elezioni, la giusta causa sarebbe già stata rivista secondo le indicazioni di Bruxelles e il risultato venduto come una nuova conquista dei diritti collettivi. Tuttavia Cisl e Uil, quest’ultima alle strette del congresso, non possono escludersi troppo a lungo dal mercato e, prima o dopo, dovranno adeguarsi all’iniziativa della Cgil.

Come nel ’94 si falsano le regole del gioco e l’unica democrazia buona per l’Italia resta quella della sinistra illiberale alla quale tengono bordone intellettuali conformisti e interessati, sempre in eterna e vana attesa che passi una generazione e divenga riformista. (rt)


 

 

 


Home page Socialisti.net
© 2000-2006  Socialisti Punto Net Tutti i diritti riservati

: