Oggi in Italia, commenti politici della Redazione

[ARCHIVIO]

N.13 Anno III Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti.Net
Aprile 2002
 

Titolo: (02. 05. 02) AL GRAN BALLO DEI BUGIARDI

Redazione

Della gravità degli ‘incidenti’ del 17 marzo 2001 (manifestazione Global Forum di Napoli), l’ex ministro degli Interni Enzo Bianco, in carica all’epoca, dichiara che nulla sapeva. Anche Napolitano, a suo tempo ministro della Giustizia, ignorava che c’erano uomini della Ps che menavano le mani alle manifestazioni. Ambedue sono smentiti da documenti e da telefilmati.

I manifestanti pestati si dimenticarono di presentare denuncia, poverini erano sotto choc. E poi non c’erano registi disoccupati, ma di nome, a filmarne le imprese. Solo qualche immagine televisiva di operatori senza glamour è restata a documentare assalti e danneggiamenti; si vede gente con bastoni e fionde che affronta i cordoni, si vedono vetrine sfondate e prodromi di guerriglia.

Gli agenti indagati e poi arrestati rigettano qualsiasi accusa. Alcuni erano altrove, altri negano o si trincerano dietro il fatidico, sibillino e vergognoso “abbiamo eseguito gli ordini”, aforisma di ogni turpitudine del secolo breve. È giusto che i singoli accusati si difendano, ma è assurdo e preoccupante che, scioperando e manifestando, ne facciano una questione collettiva (“Se sono colpevoli loro, lo siamo tutti…”). I magistrati, infine, sembrano ignorare che in quella giornata ci furono anche distruzioni e assalti di facinorosi e, un anno dopo (!), ordinano arresti per gli agenti, più che per i dimostranti.

I politici, poi, si affollano alla ribalta per strappare un morso di notorietà e per marcare un vantaggio sulla parte avversa. Così i magistrati sono rossi o neri, gli agenti sono colpevoli e devono pagare o sono martiri del dovere segnati da indegni sospetti. Spregiudicatamente, niente è risparmiato ai telecittadini.

Come avviene nella vicina Francia, pochi si soffermano sui motivi profondi di fatti in sé stessi allarmanti. È allarmante che le forze dell’ordine scendano in piazza, per di più contro i magistrati. È allarmante che Ps e Carabinieri si sostengano tra loro in questa sconsideratezza. È preoccupante che il capo della polizia, per non perdere la propria autorità, sia in questa circostanza solidale con i suoi sottoposti. Tutto questo non può avvenire solo a causa dei fatti di Napoli (o di Genova).

C’è di più e di peggio. Gli agenti sono frustrati nella loro attività di ogni giorno. Assistono quotidianamente all’accentuarsi di un clima di impunità, al formarsi di zone franche dove tutto è permesso. Al Sud - ma presto sarà così anche altrove - la gente viene taglieggiata, rapinata e picchiata anche in sagrestia e la delinquenza organizzata ha il controllo del territorio, riscuote le tasse (mediante il pizzo ormai generalizzato), gestisce lotterie e scommesse, sport (corse di cavalli, lotte di cani, pugilato), discariche (abusive) e trasporti (internazionali di merci e clandestini), appalti e commerci. I poliziotti sono stanchi di correre rischi inutili per fermare con le sole mani la crepa nella diga, sono stanchi di essere irrisi da autori di reati fermati la sera e rilasciati al mattino, perché la legge ‘obbliga’ i magistrati a questi comportamenti. Tutti sentono di compiere rischiose fatiche di Sisifo, rituali ma di circoscritta o nulla utilità.

Speravano, come molti cittadini, nel governo Berlusconi che si rivela, invece, pavido, incapace, privo di ‘senso dello stato’. Così la crisi italiana si avvita pericolosamente, custodendo nell’occhio del ciclone terribili venti di ribellione e di fosche avventure che la casta politica incolta, ignara, cinica e privilegiata non sa placare con l’unico mezzo valido: aggiornare e fare le leggi, imporne il rispetto, anche mettendo in galera chi delinque. (rt)


Titolo: (27. 04. 02)  ELIMINARE LE PEN

Redazione

Milioni di persone sfilano per le vie delle città francesi convinte di dimostrare contro Le Pen e il suo fascismo. Gridano forte i loro sdegni, aizzati senza pudori da media di ogni tendenza e da politici e uomini di cultura con le mani in pasta che tentano di esorcizzare lo spettro di una disastrosa sconfitta politica alle elezioni di giugno.

Certamente il pericolo dell’estrema destra esiste, ma è meno incombente di quanto si pretenda, dopotutto Le Pen ha preso poco più dei voti che ha già preso in passato. Allora, ciò che mette a rischio la democrazia è la vittoria di Chirac e, soprattutto, la sconfitta delle sinistre. Le dimostrazioni quotidiane, con la loro scia di danni che ricadono come sempre sui cittadini, sono quindi un esempio d’impotenza e d’impudenza.

Se mai ci fosse bisogno di un’esemplare dimostrazione di stupidità, la sinistra transalpina la sta fornendo senza freni e senza avvertibili timori (con l’eccezione del solo Jospin), avvitandosi in una spirale di rabbiosa frustrazione, nutrendosi e caricandosi d’intolleranza ed odio, proprio ciò che rimprovera ai suoi avversari.

Contro cosa protesta la ‘gauche’ in piazza? Prima di tutto contro sé stessa, principalmente per essersi divisa disperdendo il voto. Poi per avvisare Chirac che lo voteranno, ma che non si faccia illusioni, loro lo conoscono benissimo e lo odiano appena un poco meno di Le Pen. Infine per dimostrare capacità di mobilitazione e che è pronta a fare barricate se alle presidenziali vince l’estrema destra. E se alle politiche di giugno dovesse prevalere il centro-destra di Chirac.

A Le Pen si cerca d’impedire di parlare. Pensano, i cretini “dimostranti spontanei”, che prenda i voti per la sua forza tribunizia, così come i loro fratelli italiani pensano che Berlusconi prenda i voti dalla tv. Sui motivi reali dei disastri elettorali dei ‘socialisti’ della UE, e del successo delle destre e dei centristi di destra in Europa, nulla dicono i dimostranti e i loro capi. Gli elettori, dando un giudizio sui governi in carica e punendo politiche inefficaci e dannose, ma spesso esaltate da autorevoli quotidiani, dimostrano di capire bene le ipocrisie del potere e delle sue élite e di rifiutarle, esprimono chiaramente paure per il futuro e il desiderio di essere governati.

I cittadini francesi – e quelli italiani – non vogliono arrendersi al degrado che li circonda, alle prepotenze di bande di facinorosi e alla loro impunità, non vogliono abbandonare una forma di civiltà che si è costituita attraverso processi secolari, ai drammi delle lotte civili e alle ecatombi di due guerre mondiali. Pretendono il rispetto delle ‘regole del gioco’ condivise, quelle che permettono a una comunità di vivere, di progredire e di modernizzarsi senza prevaricare i diritti dei singoli.

Paradossalmente, a quella stessa storia fa riferimento lo schieramento di sinistra. Anche i partiti che lo compongono dichiarano di battersi per fare rispettare le libertà e le garanzie. Però, nella realtà quotidiana, i problemi vengono scaricati sui cittadini. E a godere di libertà e garanzie sono quelli che li violano. Agli altri si dice che non ci sono soluzioni, che le problematiche sono internazionali…Se i cittadini si lamentano sono fascisti, se votano contro portano il paese allo sfascio e alla dittatura.

Fingono di non sapere che Le Pen si elimina curando le cause e svuotando le sue schiere. Il suo vero nemico, quindi, non è la sinistra di Jospin, ma la destra di Chirac che, infatti, verrà votato dai francesi, anche con la speranza che possa curare le cause più generali del malessere.

Ma così non sarà. Come in Italia, dove Berlusconi è stato eletto per motivi simili, anche in Francia il candidato è largamente inferiore al compito. (rt)


Titolo: (22. 04.02)  L’AMARA NOTTE DI JOSPIN

Redazione

L’arrogante sicurezza della gauche di Francia si è consumata in una notte di rabbia impotente e grottesca, scandita da dimostrazioni a Parigi e in tutto il territorio nazionale. Impotente perché non si può cambiare l’esito di un voto legittimamente espresso; grottesca perché, come del resto accade anche in Italia, la gente di sinistra manifestava contro sé stessa e i propri scismi, come sempre paventando il tramonto delle libertà.

Avendo dato credito ai sondaggi, gli elettori di sinistra avevano pensato di conquistare, dopo il governo, anche la presidenza della repubblica. La televisione, che in Francia non è ancora di Berlusconi, e i quotidiani più prestigiosi, Le Monde in testa, li avevano convinti di questa possibilità, prima glorificando le 35 ore, poi promuovendo la linea di tolleranza e di cedevolezza della sinistra nei riguardi politiche “verdi” e immigrazione, infine pubblicando favorevoli previsioni di voto. Jospin, sosteneva l’opinione della Francia ‘colta e progressista’ aveva ben meritato guidando il governo, sembrava quindi avviato alla conquista dell’ultimo baluardo gollista. Nell’interesse della Francia, era prossima la presa dell’Eliseo.

Non così si è espressa la maggioranza dell’elettorato che ha giudicato i risultati del governo in altro modo. L’aumento esponenziale dei reati, l’arroganza e i soprusi di minoranze intoccabili, lo scadimento della qualità della vita hanno finito per pesare come un macigno. I socialisti e i loro alleati sono stati visti come i responsabili dell’insicurezza sociale che rende insoddisfacente il presente e incerto l’avvenire di molti francesi.

Jospin e i suoi ministri, intollerabili per boria e presunzione, sempre generosi di giudizi sugli altri paesi europei, pronti a bacchettare austriaci e italiani e a dare credito agli amici, hanno avuto una risposta tranciante di cui il primo ministro ha tenuto immediatamente conto annunciando le sue dimissioni e il ritiro dalla politica.

Al risultato del primo turno elettorale in Francia, si unisce l’ennesimo risultato negativo della SPD tedesca, sbaragliata in Assia. Si restringe quindi nella UE l’area socialista. Ma la sinistra italiana non saprà interpretare il messaggio e sarà indotta ad arroccarsi ancora di più. Da Bertinotti a Fassino, a Cofferati, tutti stanno adeguandosi al conformismo di una sola idea: compattare gli ex comunisti, imbarcando i resti di verdi, socialisti e dipietristi.

Queste sconfitte non sarebbero dovute all’incapacità di cogliere gli umori e le necessità della maggioranza dell’elettorato, ma alla frantumazione del fronte di discendenza socialcomunista. È un’idea perniciosa, quanto comoda. Evita di sciogliere i nodi, preferendo reciderli. Ma,se si realizzerà, confinerà per molti anni la sinistra all’opposizione.(rt)


Titolo: (22.04.02) CERCASI TONY BLAIR DISPERATAMENTE!

Redazione

Nelle ultime settimane i giornalisti e gli intellettuali francesi erano talmente impegnati nell’additare il caso Italia, l’anomalia e il pericolo Berlusconi, che forse non si sono accorti di cosa stava succedendo in casa propria. Nel paese leader dell’integrazione, dove risiede la più grande comunità mussulmana d’Europa, si sono moltiplicati negli ultimi tempi centinaia di attentati antisemiti, culminati nel rogo della sinagoga di Marsilia. Lo spettro dell’insicurezza e della criminalità extracomunitaria venivano agitati dall’estrema destra quanto, se non assai più, di quanto facesse Bossi da noi, fino a giungere al risultato clamoroso delle elezioni di ieri: Le Pen ha liquidato il socialista Jospin nella corsa alla presidenza della repubblica francese.

Certamente la vittoria di Silvio Berlusconi in Italia, di Fog Rasmussen in Danimarca, di Antonio Durao Barroso in Portogallo, le dimissioni anticipate di Wim Kok in Olanda, ora l'uscita di scena di Lionel Jospin e la praticamente scontata vittoria di Jacques Chirac in Francia, e in Germania la debolezza della Spd del cancelliere Gerhard Schroeder, che i sondaggi danno perdente alle politiche del prossimo autunno, confermano un terremoto in atto nella politica europea. Si aggiunga che l’ironia del caso vuole che gli unici partiti socialisti vincenti in Europa siano quelli post-comunisti nei paesi dell’Est, come è successo, sempre ieri, in Ungheria.

L’unica eccezione, salda in questo panorama, è rappresentata dal New Labour inglese. La sinistra europea continentale ha dunque da ben riflettere sull’esempio di Tony Blair e sulla strada da percorrere per riconquistare il terreno perso! (l.g.)


Titolo: (18. 04. 02) LIBERTÀ DI STAMPA

Redazione

Con conformismo sconcertante, figlio dei tempi belli delle parole d’ordine sparate dall’ ‘Unità’ del Pci, intellettuali noti e privilegiati, orfani d’un qualsiasi regime e nel subconscio ansiosi di trovarlo, parlano, e senza impedimenti scrivono, di “libertà di stampa a rischio”. Chiamati a infiocchettare gli ormai mitici palchi del 16 aprile, storici e filosofi, cineasti, scrittori e cantautori hanno gratuitamente lanciato il loro grido in difesa del prezioso bene su cui allunga i suoi tentacoli Berlusconi con immancabili accoliti.

Per la maggior parte poco conoscendo i media, non sanno di cosa parlano. Quando li conoscono, qualche volta ne patiscono gli esiti, come dimostra il caso del filosofo Gianni Vattimo. Uscito malconcio da un dibattito televisivo (Rai 1) con Aldo Busi - scontro di primedonne -, ha citato ‘Striscia la notizia’ accusandola d’averlo proditoriamente diffuso, a conferma che la libertà di stampa è una brutta bestia e che certe affermazioni andrebbero maneggiate con cura.

Chi, invece, dovrebbe sapere di cosa parla è Paolo Serventi Longhi, segretario nazionale della Federazione Nazionale della Stampa, cioè del sindacato unico dei giornalisti, ente che rappresenta dalla sua fondazione gli interessi di tutti loro, al di là di ogni appartenenza di partito. Il doppio cognome avalla la pretesa di blasone che l’illustre professionista porta al dito, ma ne segna anche il destino. Infatti l’ex giornalista Ansa, partito da posizioni moderate, è ora approdato a sinistra, fallendo d’un niente la candidatura alle ultime elezioni e divenendo il fedele divulgatore del verbo dei diesse nella FNSI, forse in attesa di prossime promozioni elettorali.

L’altro eri, dal pulpito sindacale romano, ha tenuto un’omelia dal seguente incipit: “Il Giornale è un quotidiano fascista…” e via andando. Lui, che dovrebbe rappresentare tutti i giornalisti, in realtà si permette di trinciare giudizi ideologici, quasi a stilare liste di proscrizione, come e più del capo del governo. Lui, che dovrebbe aprire contenziosi economici e normativi, poco parla della situazione dei quotidiani che appaltano all’esterno interi sezioni, dei pubblicisti sfruttati oltre misura, in compenso va in tournée per girotondi, come se fosse un qualsiasi docente universitario. Lui, che riconosce che in Rai è in corso la stessa lottizzazione di sempre, prima taceva e ora insiste a parlare di libertà a rischio. Lui, che dovrebbe urlare per la pioggia di querele che ricatta e intimidisce tutto il giornalismo, utilizza a fini di parte una carica unitaria.

Per come oggi sono organizzati i media, la libertà di stampa è più che mai affidata ai giornalisti che godono, anche economicamente, di uno status privilegiato nei confronti di quasi tutte le altre categorie di lavoratori. Sino ad ora ognuno ha potuto liberamente cazzeggiare con le incompatibilità del Cavaliere e le esuberanze padane del Bossi, con le accorate resistenze di Borrelli e quelle grottesche dell’ex presidente Rai Zaccaria che, due giorni dopo le dimissioni, è andato ad arringare la folla spiegando che in Rai c’è qualche impedimento a raccontarla giusta. I fatti del centrosinistra e dei diessini, le loro urla sul regime appena sfornato, le malefatta dei ministri e le cadute di stile dell’uomo d’Arcore, hanno avuto in video e sulla carta stampata un’ospitalità più ampia e schizofrenica che non la fondamentale vicenda di Cogne, che pure ha costretto a turni massacranti fior di professionisti.

Persino Mediaset non risponde più al padrone e ha partecipato allo sciopero generale. Così Lietta Tornabuoni, una da almeno ottomila euro al mese, che aveva messo in canna un bel pistolotto sulla morte della libera stampa, non ha voluto sprecare il colpo e ha spiegato che questi reazionari di destra hanno scioperato per non dover dare conto del mitico successo sindacale.

Oltre a Berlusconi, qualcosa che può far morire il giornalismo indipendente c’é. I Serventi Longhi, ad esempio, e quanti come lui si schierano, sia che lo facciano per intima e sofferta convinzione, che per interesse e servilismo. La labile etica, ad esempio quella che condanna con i titoli a tutta pagina e assolve con i trafiletti. I cronisti-spettacolo, ad esempio quelli che per settimane presentano nel pomeriggio tv ore e ore di collegamenti pelosi sul ‘povero bambino innocente ucciso da non si sa chi’. Infine, e sono troppi, chi dà correttamente le notizie, ma tace quando il suo giornale omette interi fatti di cronaca politica e sociale, come capita in un noto quotidiano regionale del Nord. Si sa, ogni italiano ha famiglia; questo sì può uccidere la libertà.(rt)


Titolo: (15.04.02) SDI, PURA MANOVRA

Redazione

Il congresso della frazione socialista denominata Sdi non ha contribuito a fare chiarezza su quale prospettiva e su quale progetto potrebbe rilanciarsi una piattaforma dei socialisti italiani ed ha negato la possibilità di trarre un bilancio di questi anni in cui la diaspora del gruppo dirigente socialista ha coinciso con quella del suo elettorato.

Se non si comprende male, come a Fiuggi 2 il residuo socialista fu utilizzato per le manovre interne all’Ulivo nello scontro contro D’Alema, a Genova si è ripetuta un’ennesima pantomima manovriera all’interno dell’Ulivo il cui esito finale consisterebbe nell’adozione di un unico portavoce della coalizione all’interno delle Camere che contrasti il bipolarismo di fatto fra la Margherita e i Ds e consolidi la leadership di Prodi.

Un congresso politico, di un partito per quanto esile ha il dovere di indicare una prospettiva politica, di convincere gli elettori perduti e confermare i consensi fra i propri dirigenti ed i propri iscritti, lanciare parole d’ordine e prospettive. Questo non è accaduto ed appare invece una linea politica poco convincente, che sembra aver abbandonato per sempre l’idea o la prospettiva di una più ampia convergenza fra le forze laico-socialiste messe in secondo piano dal tentativo di nobilitare il rapporto fra i riformismi, quello socialista e quello cattolico, per giustificare un asse privilegiato con Prodi e il fronte catto-comunista della Margherita anziché un rapporto dignitoso con le forze di ispirazione socialista.

Questa frazione socialista rivendica con sufficienza il proprio passato, si fa attraversare dal Dottor Sottile che si affaccia al congresso di Genova senza lasciare segni tangibili, professionista nel mestiere della sopravvivenza politica, o “ a contratto”, come lo definì Bettino Craxi, qui rappresentato da una Fondazione utilmente utilizzata dal gruppo boselliano come ulteriore copertura ai propri disegni politici più scialbi che spregiudicati.

Un tale Congresso di frazione è oggettivamente un aiuto dato ai gruppi riferibili al Nuovo Psi, che resta di fatto sul mercato della politica probabilmente l’ultimo residuo socialista immune alle lusinghe della scomposizione nelle coalizioni maggioritarie e che promuove, sebbene a fasi alterne, la propria autonomia.

Vi è un socialismo diffuso che le organizzazioni raccolgono solo parzialmente, ma il lento dissolversi dello Sdi favorirà sicuramente un processo di aggregazione in grado di dare una sola casa a tutti i socialisti.


Titolo: (13. 04. 02) I BUONI E I CATTIVI

Redazione

L’idea di G. W. Bush è che il mondo sia diviso in due emisferi diseguali: da una parte gli ‘amici’, dall’altra i terroristi. Contro quest’ultimi, siano essi bande di assassini o Stati indipendenti, è lecita ogni azione ed ogni sanzione.

Su questa visione manichea del mondo, il texano sta costruendo un triste futuro per i suoi alleati e trova compagni di viaggio spietati come e più di lui, dei volponi che inzuppano cinicamente il pane nella scodella della ‘ragion di stato’ per ricavarne a man salva il massimo vantaggio.

È il caso del presidente Vladimir Putin che sta tentando di bonificare la Cecenia e allunga la sua ombra protettrice sui paesi vicini, e del generale Sharon, uno specialista di pulizia etnica che sta garantendo un tranquillo avvenire d’odio alla sua gente. Volendo, due perfetti imputati per il Tribunale Penale Internazionale appena ratificato a Roma.

Della Cecenia, dopo l’11 settembre nessuno può parlare. Sul dramma di un’intera popolazione sottoposta a vessazioni, arbitrii e crimini di guerra, il mondo giudiziosamente tace, facendo finta di credere a quanto va dicendo lo scaltro Vladimiro, cioè che trattasi di un’operazione di polizia.

Se uno apre bocca sulla Palestina, subito è etichettato di antisemitismo. Perdura un annoso equivoco, che lo Stato d’Israele rappresenti tutti gli ebrei. Quindi, qualsiasi critica sarebbe in realtà rivolta al ‘popolo eletto’. Le cose non stanno così. La politica d’Israele, come quella di qualsiasi altra nazione, può essere discussa e non condivisa. Deve esserci la libertà di scriverlo e di dichiararlo e bene farebbero le comunità ebraiche sparse per il mondo a prendere le distanze dall’attuale governo israeliano.

Altra cosa è l’antisemitismo. Anche noi troviamo vergognosi e da stroncare immediatamente gli attentati alle sinagoghe, le violazioni dei cimiteri ebraici e i tentativi di instaurare un clima da pogrom. E riteniamo ambigue le sfilate di questi giorni, sia quelle chiassose e triviali in favore dei palestinesi e della loro guerriglia, che quelle in favore degli ebrei che sono, in realtà, non per la sopravvivenza dello Stato d’Israele, ma di appoggio a rastrellamenti e a distruzioni illeciti, illegali e condannati dall’Onu.

All’antiebraismo non si può e non si deve opporre l’anti arabismo. Se sposassimo ciecamente la dottrina Bush, vincerebbe Bin Laden che punta proprio a contrapporre l’Occidente all’Islam. Se rinunciassimo a discutere quanto sta perpetrando il governo Sharon, se rinunciassimo a prendere le distanze dal progetto israeliano, renderemmo un pessimo servizio al nostro futuro.

L’occupazione dei territori Palestinesi risponde a una logica di spoliazione e di annessione che non ha giustificazione. Quando Sharon è andato impudentemente a passeggiare sulla Spianata delle moschee, all’inizio di questa parte della storia, non c’erano kamikaze che si facevano esplodere nei bar e i palestinesi tiravano pietre con le fionde. Egli ha cercato la drammatizzazione, secondo l’inclinazione personale verso le soluzioni definitive, impossibili quanto cruente, ma il suo predecessore Barak aveva perseguito il medesimo disegno politico.

Infatti, se esaminiamo la carta topografica degli insediamenti ebraici nei territori, risalta con evidenza come, dopo la firma del Trattato di Oslo, siano continuati gli insediamenti e le occupazioni. Se si dissemina di Kibbuz la terra dei palestinesi, è lecito pensare che mai gli si potrà riconoscere, nei fatti, alcuna reale autonomia. Per Sharon non è il terrorismo a mettere a rischio l’esistenza degli Israeliani, come egli va dicendo, ma la presenza stessa del popolo palestinese.

Noi pensiamo, invece, che esistano potenzialmente nella regione mezzi e capacità in grado di creare prosperità per tutti, secondo gli intendimenti che si erano affermati con Isaac Rabin. Quando il Nobel perì, per un complotto della destra israeliana mai chiarito, si affermò una linea di scontro e di conflitto irragionevole, ma non casuale. Il governo israeliano di questo è il maggior responsabile.

Noi sosteniamo il diritto di dirlo e di scriverlo. Lo stesso diritto che riconosciamo a Oriana Fallaci che non la pensa come noi. (rt)



Titolo: (13.04.02) L’APRILE DI BOSELLI

Redazione

Leggendo i resoconti sulla stampa del discorso di apertura di Boselli al Congresso dello SDI, si nota che tutti sottolineano l’adesione al ticket Prodi-Cofferati. Sul Corriere si legge: “… è Cofferati l'interlocutore privilegiato, leader sindacalista e futuro leader politico, come è nelle cose che sia.” Boselli sposa dunque la linea CGIL e sull’art. 18 si dice pronto a raccogliere le firme per un referendum abrogativo in caso di modifica dello Statuto dei lavoratori. Dando per scontata la futura leadeship dell’Ulivo al tandem con Romano Prodi quando scadrà il suo mandato europeo, il segretario dello Sdi si limita poi a rivolgere qualche strambotto all’indirizzo dei DS e della Margherita.

Boselli parla naturalmente di “casa dei riformisti”, l’ennesimo abuso del termine. Per essere stato iscritto al PSI da Marco Biagi, per aver più volte denunciato l’anomalia della sinistra italiana nel panorama del socialismo europeo, per aver nel suo partito tante energie intellettuali consapevoli che il vero riformismo passa anche per la riforma dello Statuto dei lavoratori, il segretario dello Sdi pare veramente aver gettato la spugna.

Probabilmente lo Sdi oggi ha un leader che fa il paio con Fassino: non gli resta altro da fare che chiedere l’adesione ad Aprile, l’associazione del correntone Ds. (l.g.)



Titolo: (12. 04. 02)  A FUOCO LENTO

Redazione

Il governatore del Piemonte, Enzo Ghigo - che gode di un favore elettorale superiore a quello espresso complessivamente dal centrodestra ed è uno dei futuri leader nazionali di Forza Italia - intuiva benissimo che il nodo della sanità prima o dopo lo avrebbe coinvolto. Non gli erano di certo sfuggite le voci che giravano in vortici di sussurri nei corridoi della Regione, cioè che l’affare Odasso, con relativo scandalo ospedaliero, traesse ispirazione da contrapposizioni interne a Forza Italia che in qualche modo lo riguardavano. Lo sapeva perché non ignorava che un partito così composito, per di più costruito troppo rapidamente sull’apporto di componenti politiche e personali, nutre fazioni pronte ad incrociare le lame, come e più che nella vecchia DC, dove la praticaccia politica consigliava di definire internamente i conti sospesi.

Lo sapeva perché Roberto Rosso, clone del Cavaliere e da lui personalmente candidato a sindaco di Torino, malamente sconfitto dopo una campagna miliardaria, ancorché vercellese, non è certo un tenerone pronto all’oblio e non avrebbe dimenticato il tiepido appoggio ricevuto dal governatore, né la defenestrazione dell’assessore Deodato Scanderebech, macchina da voti del candidato, privato della delega all’Agricoltura a trombatura da poco consumata.

Così, quando la bufera si addensò, era pronto a respingere illazioni e sospetti. Prima quella, un po’ surreale, sul costoso orologio in regalo (mai pervenuto), poi quelli più subdoli sulle tessere convogliate dall’ospedale Molinette sul partito, e pazienza se nella bagarre ci rimise le penne il suo uomo più autorevole e politicamente avvertito, l’assessore al Bilancio Angelo Burzi, costretto alle dimissioni.

Partita chiusa, quindi, come la successiva ricucitura interna a Forza Italia lasciava intendere? Niente affatto perché la Sanità cacciata dalla finestra della cucina della politica è rientrata prepotentemente dalla porta a pretendere il saldo.

La Sanità della Regione Piemonte ha un deficit che veleggia trionfalmente verso i 500 milioni di Euro e, forse, mentre scriviamo li ha già superati. Che l’abnorme sbilancio sia l’inevitabile conseguenza delle leggi dello Stato, come sostiene l’assessore alla Sanità Antonio D’Ambrosio (AN), o che sia frutto della sua incapacità, come vanno spiegando molti (troppi) esperti del settore, sta di fatto che Ghigo deve correre rapidamente ai ripari.

La logica richiederebbe l’immediato addebito del conto politico a D’Ambrosio, ma An lo difende ringhiosamente, minacciando l’abbandono della coalizione in caso di sue dimissioni. A questo punto il governatore ha presentato la parcella direttamente ai cittadini, piazzando in realtà due diretti fulminanti al corpo elettorale di Forza Italia: aumento dell’Irpef e imposizione di ticket sui ricoveri ospedalieri e sulle ricette, balzello, quest’ultimo, particolarmente odioso per gli anziani e i pensionati.

È una linea esattamente opposta a quella che informava i documenti elettorali di Forza Italia in campagna elettorale. Inoltre le decisioni assunte non affrontano i motivi del deficit regionale, semplicemente drenano risorse precipitandole nel buco nero di una programmazione modesta e inadeguata.

Così Enzo Ghigo cuoce a fuoco lento il proprio destino politico e il futuro di FI nella regione che ha dato agli Azzurri un premio clamoroso. In questo la vicenda del Piemonte può prefigurare il destino della coalizione di centro-destra in Italia, perché gli inganni della politica e le promesse disattese non possono che generare vendette elettorali. (rt)


Titolo: (11. 04. 02)  L’OMBRA DEL SUICIDA SUICIDATO

Redazione

Michele Landi era un perito informatico soddisfatto della vita. Secondo le testimonianze più attendibili e accreditate, non aveva difficoltà economiche, non soffriva lancinanti pene d’amore, godeva di ottima salute, aveva ‘diverse consulenze’, era un uomo equilibrato, con ‘mille progetti per il futuro’. Quindi, è ovvio che si sia suicidato. Su questo il ministro Claudio Scajola è stato categorico: “ Tutti i responsabili delle forze dell’ordine e dell’intelligence ritengono che si tratti di un suicidio”.

Quasi tutti i fatti di cronaca giudiziaria e i processi italiani attestano un’amara e allarmante verità: prima si costruisce un teorema, poi lo si dimostra, magari ‘forzando’ un tantino le prove. E, infatti: “Alla fine - prevede un inquirente - si accerterà che si è trattato di un suicidio…”. Se magistrati e poliziotti hanno già deciso che Landi si è suicidato, così inevitabilmente sarà. Sul caso del ‘genio dell’informatica’ e sulle incerte modalità della sua morte, però, aleggia qualcosa di più di un sospetto.

Tralasciando l’assenza di lettere d’addio, il fatto che mai ne avesse parlato con alcuno ed altri fatti ampiamente trattati dai quotidiani. Rileviamo soltanto che più volte Michele Landi, un uomo non soggetto ad allarmismi, consulente dello Stato in inchieste sul terrorismo e del Gruppo Anticrimine Tecnologico della Finanza, aveva confidato agli amici il sospetto di essere ‘sorvegliato e seguito’. Chi lo sorvegliava e perché? Forse le nuove Br o, più semplicemente, gli autori di reati che temevano di essere stati individuati?

Se lo avessero suicidato i terroristi, probabilmente non si sarebbero data la pena di inscenare un’improbabile impiccagione, ma gli avrebbero sparato, non rinunciando all’effetto didattico dell’ atto clamoroso.

Impiccare un uomo giovane, vigoroso e frequentatore di palestre, dopo averlo a lungo sorvegliato, è impresa di altro tipo, che ricerca il complice silenzio di un rapido oblio, che richiede esperienza, professionalità e qualche copertura.

Trent’anni di Servizi deviati ci hanno resi sospettosi, ma esperti. Per questo sarebbe più tranquillizzante per i cittadini se l’esito dell’inchiesta non venisse annunciato prima della sua conclusione. E se disponessimo di un ministro dell’Interno, di maggiore acume ed autonomia, che dominasse meglio la materia, per esempio evitando di affermare, malamente imbeccato il giorno dopo l’omicidio Biagi, che “la pistola è la stessa usata per assassinare D’Antona”.(rt)


Titolo: (10.04.02) LA VOLONTA’ DI FORMICA

Redazione

A metà gennaio scrivevamo che: “Non ce ne stiamo accorgendo, forse, ma i disastri di Berlusconi, da una parte e di Fassino, dall’altra, potrebbero alla fine giovare a ricompattare i socialisti. Tutti i socialisti: da quelli in area governativa fino a quelli in area diessina”. Ugo Intini, su “Mondo Operaio”, proponeva di ripartire da un ''heri dicebamus''. E noi, da questa postazione virtuale, invitavamo a parlarsi insieme, senza vergogna, sia chi è stato anticraxiano che chi è stato craxiano.

Oggi si stanno raccogliendo in tutta Italia le firme in calce ad un appello che vede vicini compagni che fino a poco tempo fa era inimmaginabile accostare. L’omicidio di Biagi, lo scontro sociale e la china sulla quale versano maggioranza ed opposizione, hanno permesso a questa iniziativa che ruota intorno all'unica organizzazione socialista rimasta in piedi e unita, la UIL, di procedere spedita, realizzando in questi giorni la convergenza di socialisti, laici e riformisti diversamente collocati in termini di partito - o fuori dagli attuali partiti - ma che intendono impegnarsi nella ricerca di una piattaforma comune - senza particolarismi né preclusioni - che ribadisca la validità del patrimonio di storia e tradizione di tanta parte del movimento socialista e democratico italiano.

Il tutto nasce da un'idea di Rino Formica che è venuto a Torino per il Congresso della UIL ed ha organizzato un primo incontro tra i vertici del sindacato, esponenti del Nuovo PSI e di quei socialisti andati nei DS ai tempi della Cosa2.

L’ottimismo della volontà pare dunque tornato per mano del compagno Formica, in queste settimane che simbolicamente vanno dal secondo anniversario della scomparsa di Bettino a quella recente di Giacomo Mancini. (l.g.)



Titolo: (02. 04. 02)   I DIRITTI DELLA BRUTALITÀ

Redazione

“Abbiamo avuto altri momenti di grave crisi anche peggiori di questo. Ne sapremo uscire”, così Sharon nell’ultimo drammatico messaggio televisivo. Può darsi che sul campo le cose stiano veramente così, ma nel resto del mondo certamente no.

Israele ha sempre rivendicato la rappresentanza storica dell’intero popolo ebreo e nessun governo mai l’ha messa in dubbio. Né durante le guerre che hanno portato agli attuali assetti in Medio Oriente, né quando i servizi segreti israeliani hanno dato la caccia ai nazisti in Sud America, e neppure di fronte ai milioni di cittadini palestinesi espropriati della terra, alla vergogna dei campi profughi e all’invasione dei Territori garantiti dall’Onu.

La capacità politica della leadership israeliana, il petrolio e i suoi regimi, l’Olocausto e la forza delle comunità ebraiche europee e statunitense hanno garantito al giovane stato cinquant’anni di amichevole considerazione dell’Occidente. Anche le sinistre europee, che sempre hanno parteggiato per Arafat e la sua causa, mai hanno contestato il diritto di Israele a garantire la propria sicurezza con aspra determinazione. Anche per queste ragioni, gli orrendi ed ingiustificabili attentati dei kamikaze palestinesi, con il triste corollario di giovani vittime e delle loro storie interrotte, hanno un’eco di pagine intere sui nostri quotidiani. Le esecuzioni perpetrate dai soldati ebrei sono liquidate in poche righe.

Ariel Sharon e il suo governo mettono ora in crisi questa tradizionale ‘comprensione’ del mondo filoamericano. L’esecutivo ha come unico progetto quello di distruggere case e infrastrutture e di eliminare i terroristi, forse non osando rivelarne un altro, semplicemente la cacciata della popolazione araba dai territori. Quale che siano le finalità, sta conducendo il paese verso un’avventura oscura e può trascinare i suoi alleati ad una guerra che sarà rovinosa per tutto l’Occidente. Inoltre, le atrocità, le devastazioni e i vandalismi che i soldati stanno commettendo in questi giorni contro i palestinesi avranno effetti disastrosi all’interno della società israeliana. Invano si cerca di spacciare i brutali raid come rastrellamenti antiterroristici: nessuno può ignorare la spietatezza dell’esercito, né dimenticare la tronfia e provocatoria marcia di Sharon sulla spianata delle moschee che segnò l’inizio di questa turpe storia.

Di fronte al precipitare della situazione George Bush finge di credere che i carri armati che sventrano Ramallah stiano semplicemente combattendo contro i terroristi. Il presidente non può rompere con il fedele alleato, soprattutto se vuole attaccare l’Iraq e l’odiato Saddam, ma non si è opposto alla risoluzione dell’Onu contro Israele. Intanto tutto il mondo arabo si è ricompattato in chiave antiamericana e paesi moderati e laici come l’Egitto e la Giordania sono costretti dall’opinione pubblica a parteggiare apertamente per i palestinesi.

“Tutto questo l’ha voluto un solo uomo, Yasser Arafat”. È l’ultima dichiarazione di Sharon. Non resta che eliminarlo. Se anche quest’ultima stupida brutalità verrà consumata, Israele si troverà impantanato in un suo Vietnam, fino a mettere a repentaglio la sua natura di stato democratico.(rt)


Titolo: (30.03.02) BUON APRILE E BUONA PASQUA

Redazione

"Aprile è il mese più crudele”, April is the cruellest month,..., è questo il famoso incipit della Terra Desola che ottant’anni fa dava alla luce forse il maggior poeta del XX secolo, T. S. Eliot. “Aprile. Per la sinistra” è invece, il nome dell’ l’associazione del correntone diessino che dal prossimo 7 aprire prenderà il via dal Teatro Eliseo in Roma. Il fine è quello di aprire i Ds alla dialettica con girotondisti, CGIL (Cofferati ha già dato la sua adesione), movimenti e intellettuali.

Il nome naturalmente è di morettiana memoria. A chi verrebbe in mente nella vasta intellighenzja di sinistra di collegarlo a Eliot? Suvvia, non scherziamo, questi compagni devono costruire l’opposizione al regime incipiente con gli strumenti del pensiero debole e con gli ingredienti della nutella! Mica possono chiedersi come puntellate le rovine della civiltà, con strumenti più raffinati.

“Sedetti sulla riva/A pescare, con la pianura arida dietro di me/Riuscirò alla fine a mettere ordine nelle mie terre?” La mitica figura del “Re pescatore”, è un po’ troppo fabiana, temporeggiatrice e consapevole delle crudeltà che ci circondano.

L’allegra compagnia della Melandri & C., crede invece, ancora, che Aprile sia il mese delle scampagnate in vespa e della feste di piazza. Li riporta agli “happy days” di Fonzie di quando erano giovani della Fgci, o all’anno in cui l’Ulivo vinse le elezioni e che Moretti celebrò con l'inizio della «pascolizzazione» della sinistra. I loro confini  non vanno oltre il  Pascoli e il solito buonismo: al massimo ci aggiungono un pizzico di cultura heideggeriana tanto per rendere ancor più sterile l’agire, nel mese che “genera Lillà da terra morta, confondendo Memoria e desiderio.”

Auguriamo loro buona Pasqua, sperando che tale iniziativa non immoli tutta la sinistra come un agnello sacrificale. (l.g.)


Titolo: (28. 03. 02) L’ORA DEL DISINCANTO

Redazione

Nella vita di ogni leader politico ci sono alcuni ‘anni magici ’, un periodo più o meno lungo durante il quale la sua leadership si afferma attraverso intuizioni, capacità di mobilitazione, chiarezza degli obiettivi, tenacia nel resistere ai momenti avversi e una particolare sensibilità nell’interpretare gli umori dell’elettorato di riferimento.

Silvio Berlusconi ha avuto tutto questo negli ultimi sei anni e lo ha avuto in condizioni non facili, senza apprendistato politico, con alleati recalcitranti o infidi, braccato dai segugi della legge attivati dalla sua discesa in campo (prima, di lui mai si erano interessati) e dalla sua improvvisa, ma non improvvisata, apparizione sulla scena politica.

Per sei anni il Cavaliere è stato l’ ‘Uomo di cui si parla’, il parvenu che quotidianamente ha interessato avversari e fautori, un protagonista anomalo e unico della storia dell’Italia democratica, tenuto alla ribalta da una corale e silenziosa adesione popolare, da gente operosa e semplice, desiderosa di vivere un sogno per uscire dagli incubi di un travagliato periodo storico.

Un popolo di elettori moderati, ma non chiuso alle riforme, sconcertato e dalle immagini di uomini politici e di stato in manette e sul banco degli accusati, spaventato dal degrado sociale e, infine, allarmato dalle manovre di una generazione politica messa allo scoperto dal crollo dell’Urss, troppo timorosa nel riconoscere le proprie ambiguità e troppo rapida e spregiudicata nella conquista del potere sospirato per quasi cinquant’anni.

Ma proprio quando il Cavaliere sembrava più saldo in sella, gli è finita la benzina, sembra avere perso la sua capacità d’intuizione e, con essa, la sicurezza di dominare media, avversari ed alleati. Mal servito da ministri incapaci a tutto, circondato da un esecutivo litigioso e ciarliero, dove il solo Fini conferma caratura politica, fatica a tenere insieme la coalizione che, d’altra parte, non è motivata da un programma coerente di governo, ma solo da capitoli d’intervento e dalla certezza che, caduto lui, si torna a casa.

Ad uno ad uno si sciolgono come neve di primavera i capisaldi del suo ‘contratto con gli italiani’. L’ordine pubblico è sempre più una chimera, con bande, banditi e clandestini che scorrazzano per campagne e borghi come ragazzi in gita nel Paese di Bengodi. Dopo perigliose traversate ordite dalla delinquenza organizzata, approdano indisturbati migliaia di extracomunitari provenienti da tutto il mondo. Le tasse non diminuiscono, anzi comuni e regioni ne impongono di nuove.

In questo clima, l’inevitabile scontro con la Cgil si è trasformato in un’avventura, non essendo riuscito il tentativo di dividere la confederazione di Cofferati dagli altri sindacati.

Qualunque governo non di sinistra, se vuol legiferare, deve andare ad uno show down con i sindacati, perché la concertazione si è trasformata, negli anni dei governi Prodi e D’Alema, in una terza camera dove si decidevano non solo le politiche economiche, ma molta parte dell’azione di governo.

Per la resa dei conti si è scelto però l’art. 18. Pezzotta (Cisl) ha spiegato che nel 2001 ha interessato solo una novantina di lavoratori e la stessa Confindustria gli attribuisce scarsa importanza. La sua valenza è, quindi, simbolica e politica: “S’intende umiliare il sindacato”, ha chiarito il segretario della Cgil durante la convention di Palermo, e le manifestazioni che si susseguono senza interruzione hanno una forte connotazione di schieramento, con striscioni e slogan di appoggio al pacchetto di doleance che Fassino e Rutelli hanno confezionato per il centrosinistra.

Così il necessario confronto con i sindacati si sta trasformando in una stolta guerra voluta dallo stesso presidente del Consiglio. Come tanta parte dell’azione governativa, anche questa appare avventurosa, nella sua dinamica quasi casuale. E il Grande Comunicatore per la prima volta si presenta impacciato e maldestro, con la scorta dei sorrisi ridotta al lumicino.

Forse il momento magico è davvero finito ed è già l’ora del disincanto. (rt)

 



 
 

 


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