Titolo: (30. 05. 02) LA VITTORIA ELETTORALE
Redazione
A scanso di equivoci, Rutelli l’aveva preventivamente proclamato ai quattro venti: “Il voto per le amministrative non ha alcun valore politico…”. Fassino, che lo marca da vicino, si era subito accodato: “La consultazione non ha significato politico…”. Quando i due leader così parlavano, mancavano tre giorni al voto e tutti i protagonisti della politica italiana - per lo più gregari cui la sorte ha fornito i galloni di capitano - avevano espresso identici concetti.
Il giorno dopo la chiusura dei seggi, Francesco Rutelli, visto che i risultati sono buoni la butta in politica e, attendibile come sempre, osserva che “il vento di centrodestra si è fermato” e Piero Fassino non può esimersi dal rilevare “l’aumento di voti per i Ds” e che “il governo non potrà non tenere conto dell’andamento elettorale”. Anche Fausto Bertinotti, solitamente così pertinente, straparla dell’ “onda di destra fermata grazie ai movimenti, dai no global ai girotondi…”.
Confrontare queste elezioni con quelle politiche è una pretesa che oscilla tra l’ingenuità e la malafede. La logica elettorale delle amministrative è tutta basata su problematiche locali, su interessi concreti e circoscritti, sulla scelta dei candidati, su alleanze eterogenee e talvolta “blasfeme”, che tengono in poco conto i giochi nazionali. I sindaci uscenti, poi, non vengono mai battuti e sono puntualmente riconfermati. Alla fine della fiera, risulta che ogni schieramento ha mantenuto pressoché lo stesso numero di comuni e di province che aveva. Solo i ballottaggi potranno cambiare questa realtà.
Uno dei pochi valori che si possono estrapolare dalla tornata elettorale è quello di una certa capacità di organizzare e coordinare le liste da parte di qualche forza politica. In questo senso va dato credito all’ Udc che, all’interno del Pdl, sembra essersi ritagliato un ruolo moderato e di garanzia del centro dello schieramento, riuscendo a farlo percepire dall’elettorato.
Le altre pretese, quella del Nuovo Psi di Gianni De Michelis ( parla di “magnete socialista”), di Di Pietro (parla di “plus valore” dell’ Italia dei Valori…), della Lega (“Siamo ormai al 10%”), ecc., sono tutte forzature: al dunque della stretta politica, questi voti subirebbero la forza d’attrazione dei grandi partiti e, soprattutto, sarebbero ben diversamente meditati e indirizzati dall’elettorato.
Per vedere cambiare la politica italiana bisogna attendere il ritorno di Prodi. I Ds che spingono il loro partito dall’area riformista verso un’improponibile alleanza con Rifondazione, farebbero bene a meditare su questa eventualità ormai concreta. Se non lo faranno, rischieranno di trovarsi ridimensionati e in posizione subalterna all’interno dell’Ulivo. Allora avranno fatto il giro del mondo per ritrovarsi alla fine in compagnia del ‘movimento’: spirerà il ‘vento di Porto Alegre’, Di Pietro guiderà le folte schiere giustizialiste, ci sarà pure Pecoraro Scanio, ma l’Italia sarà per sempre della vecchia, cara, rassicurante e torpida Dc. (rt)
Titolo: (29. 05. 02) ALLA CONVENIENZA DELL’ITALIA CI PENSA
IL MAGISTRATO
Redazione
L’equilibrio dei poteri è condizione essenziale per la pratica della democrazia. Qualsiasi altro regime ha il suo fulcro nella disarmonia e nel prevalere di un elemento strutturale dello stato sugli altri. Per questo motivo non devono essere distrattamente assorbiti dall’opinione pubblica i recenti fatti che riguardano la magistratura che, spalleggiata e istigata dall’opposizione, contrasta provvedimenti che il governo vorrebbe assumere, normative che sono già da molti decenni patrimonio di civilissimi paesi dell’Occidente.
Il modo con cui si attua questa contestazione è tale che, di fatto, si va saldando un fronte antigovernativo costituito da forze politiche, sindacati e da parte della magistratura. Questa intesa non è solo antigovernativa: è anche antidemocratica. Nel senso che intende impedire a un esecutivo liberamente e legittimamente eletto di attuare il programma per il quale ha ricevuto il mandato.
Però, i sindacati e i partiti, per la loro stessa natura, possono liberamente decidere questa linea di condotta. I magistrati, no. Anche se ‘democratici’, la loro ‘disobbedienza civile’ altro non è che militanza politica che vìola le regole del gioco. Questo a noi pare evidente, soprattutto dopo le dimissioni di Antonio Patrono che hanno sancito il prevalere all’interno dell’ AMN dell’ala oltranzista e più politicizzata. Quella formata da quel tipo di giudici a cui, forse, faceva riferimento Giorgio Amendola negli anni d’oro del Pci: “Nella magistratura si affermano uomini valorosi e culturalmente preparati, e decisi a portare avanti un’opera di risanamento e di rinnovamento democratico”.
Del ‘risanamento’ e del ‘rinnovamento’ si sono visti gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti. Non è chiaro, invece, cosa intenda fare la magistratura contro l’attuale governo. Le premesse per lo sciopero sono note, ma vale la pena di precisarne alcune, tolte dai documenti ufficiali dell’Anm.
“Il pubblico ministero, grazie all’attuale sua collocazione nell’ordinamento giudiziario, è oggi un magistrato che, anche nell’attività investigativa, di ricerca e valutazione delle prove, ragiona come un giudice, e quindi con la stessa obiettività ed imparzialità che guida il giudice”. E, ancora: “Il pubblico ministero…è un magistrato che cerca solo la verità, non ha interesse a trovare qualcosa di diverso dalla verità, è valutato positivamente soltanto se e nei limiti in cui riesce a raggiungere la verità, può sbagliare come tutti ma se sbaglia non lo fa per aver dovuto cercare a tutti i costi un colpevole ed ottenere una condanna”.
Conclusione: “Se dovesse aversi la separazione delle carriere dei magistrati, accadrebbe invece quanto segue: il pubblico ministero, per colpa della nuova collocazione nell’ordinamento giudiziario, non sarebbe più un magistrato abituato a ragionare con la stessa obiettività ed imparzialità del giudice, perché non avrebbe fatto il giudice prima di fare il pubblico ministero”.
Si sa che per queste vie si arriva alla catastrofe: “La separazione delle carriere, nei Paesi che conoscono tale sistema, è sempre accompagnata dal controllo operato dal potere esecutivo sul pubblico ministero, e quindi sull’esercizio dell’azione penale”.
(Poveracci, i cittadini di quei paesi, come la Francia, costretti a vivere in stati così incivili).
Le citazioni e le valutazioni di cui sopra attengono comunque al dibattito interno alla magistratura. Il cittadino, in particolare chi ha avuto la necessità di andare per processi, può valutare se questa corporazione abbia la percezione della realtà.
L’Associazione, infine, chiosa così il suo bel documento: “…L’Associazione Nazionale Magistrati ritiene questa soluzione, (della separazione delle carriere), estranea all’esperienza, alla tradizione e alla convenienza dell’Italia democratica fondata sull’attuale Costituzione.” E si sa, quando si parla dell’Italia democratica e delle sue convenienze, i magistrati sono i miglior giudici, anche perché tocca ancora una volta a loro farsene carico. (rt)
Titolo: (24. 05. 02) MORALISMI E MORALITÀ
Redazione
Su Rai New 24, il canale satellitare d’informazione della Rai, Arcangelo Ferri ha condotto un lungo special dedicato al decennale dell’assassinio di Giovanni Falcone. La trasmissione, più che rievocare una tragedia, ha fatto il punto sull’ormai languente caccia ai mafiosi. “Dal 1997 - ha detto uno dei giudici siciliani intervistati - non ci sono più collaboratori di giustizia di spessore”. “Senza i pentiti – ha dichiarato un altro – non sarebbe stato possibile ottenere alcun successo e sulla strage di Capaci saremmo ancora in alto mare”.
Per l’occasione è tornato nel circuito telematico anche Giancarlo Caselli, torinese come Luciano Violante, fautore del teorema che legava la cupola mafiosa a un vertice politico. L’esito del processo Andreotti ha però smentito questo assunto. Caselli, ancora oggi, non ci sta. Infatti ha spiegato ad Arcangelo Ferri che la sentenza ha giudicato ogni singola prova, quando invece era necessaria una vista d’assieme dell’impianto probatorio.
“Si legga il libro di Nicola Tranfaglia…Anche se non ci sono abbastanza prove per una condanna, l’assoluzione per insufficienza di prove, per il modo con cui è stata espressa, contiene una condanna dal punto di vista morale e politico”. Meglio non potrebbero essere espressi gli intenti dei giudici che, da Milano a Palermo, hanno, di certo involontariamente, cambiato l’Italia, travolto il suo sistema politico e aperto le porte al torrentizio correntone dei parvenu d’assalto.
Appunto ritenevano una loro legittima pretesa l’essere i custodi della morale e giudicare la politica. Tanto che Di Pietro, epigono della pattuglia assurto a icona d’un’intera stagione, ancora arringa su quei teoremi i suoi fedeli giustizialisti nei trionfanti girotondi, per il momento sospesi per inopportunità politica.
Ma l’attività logica del giudice non è – né era – quello di sentenziare sulla moralità a sua discrezione. Consiste piuttosto nell’applicare le norme di legge ai fatti da lui accertati. Cioé accertare e dimostrare i reati senza preconcetti, e garantire a tutti le stesse regole del gioco e, soprattutto, accettarle anche quando non gli sono favorevoli.
Nel ‘caso Andreotti’, si è andato formando un vero e proprio teorema (si legga il libro di Lino Jannuzzi) che ha impedito per dieci anni – 10 anni cruciali – di agire politicamente a uno dei maggiori uomini politici italiani. L’assoluzione non gli ha restituito neppure l’onore, come si deduce dalle dichiarazioni di Giancarlo Caselli.
D’altra parte, se si esce dai fatti, ognuno può pensarla come vuole. Allora si entra nello sconfinato territorio dove agiscono integralisti d’ogni tipo e dov’è bandita la democrazia parlamentare.
Titolo: (20.05.2002) UN GRANDE FUTURO DIETRO DI VOI
Redazione
Il dibattito della sinistra in Italia, ma forse anche in Europa, sembra sintetizzabile nell’espressione autocompiaciuta di chi dice “Sempre avanti perché abbiamo un grande futuro dietro di noi”, senza capire che è impossibile oggi andare avanti sui fasti del passato, sulle idee e i simboli che, anche se positivi e moderni, hanno costituito la storia della sinistra dall’800 a ieri. No, non è possibile trarre con geometrica simmetria la linea di continuità tra quella che era ieri la sinistra e quello che potrà essere domani. Si percepisce che il dibattito gira in folle, è come arrotolato su se stesso e su un centro costituito dal luminoso passato che si immaginava come futuro. Si dovrebbe percepire che occorre un salto: uno di quei “salti dell’oca” di cui parla Konrad Lorenz per descrivere il processo di apprendimento negli animali.
Forse questa percezione di necessità del salto dell’oca è più sviluppato in una certa generazione. Lo la stessa immagine sintetica del dibattito in corso, non è presa a caso dal titolo di un libro di Giuliano da Empoli.
Figlio d’arte di un nostro compagno gambizzato dalle BR e oggi collaboratore di Giuliano Amato,
nel 1996 Giuliano scriveva un libro, “Un grande futuro dietro di noi”, nel quale descriveva molto bene il conflitto generazionale in corso da un decennio. Il conflitto con gli “anziani” di quella "Generazione X", come è definita negli USA, di chi è nato negli anni del boom economico ed è entrata nel mondo del lavoro negli anni 90, anni di crisi, e di cui si parla per sottolinearne l’esclusione dagli ambiti centrali del sistema sociale. Quei giovani che vengono definiti la generazione "senza", senza lavoro, valori, certezze e fiducia nelle istituzioni.
Loro/noi percepiamo, sempre di più, il fatto che il “grande futuro” immaginato dalla sinistra “anziana” ci appartenga sempre meno, sotto tutti i punti di vista. A partire dai nomi fino ai simboli passando per le idee “forti” o “deboli” che hanno rappresentato le migliori tradizioni politico culturali della sinistra storica o movimentista: tutto
sembra dotato di senso e significato sempre più labile. Questa perdita di significato
è indiscutibilmente legata alla mancanza di senso di responsabilità della sinistra stessa
come scrive parla Barbara Spinelli nel fondo de La Stampa sul nuovo populismo in Europa (riportato per intero sul forum
principale). Ma c’è dell'altro, perché la sinistra è incapace di fornire risposte anche a chi in piazza professa che “ un mondo diverso è possibile”, oltre a quelle di chi, nel chiuso delle proprie case, chiede
maggiore sicurezza sociale e libertà personale. La sinistra silente non riesce più a rispondere alle nuove domande di libertà e responsabilità, domande che sono solo in apparente contraddizione, come utopia e riforma, o come l’ossimoro liberalsocialismo. Forse sarà un neologismo a sintetizzare le risposta, ma, in ogni caso, è abbastanza evidente, potranno scaturire sola dall’interno di questa nuova generazione. La scena degli “anziani” (con tanti auguri a Stefania Craxi o ai mitografi di Berlinguer o del Che) pare veramente ogni dì sempre più vuota. (l.g.)
Titolo: (15. 05.02) L’AUTUNNO DEL PATRIARCA
Redazione
La crisi della Fiat dura ormai da più di un decennio. Tutti hanno cercato di sottacerla, di non parlarne o di non vederla. Dai vertici, al management, ai sindacati, alla stampa specializzata, agli amministratori locali: una congiura del silenzio, di interessi circoscritti e di timori riverenziali – troppo potente la Casata – ha sopito per molto tempo ragione e coscienze.
Eppure i dati a disposizione hanno sempre parlato chiaro. Il Gruppo che nel 1992 deteneva il 45% del mercato nazionale, oggi ne ha solo il 38%. La Fiat, che solo pochi anni prima contendeva alla Volkswagen il vertice del mercato europeo, oggi è relegata al sesto posto.
Alle origini del disastro c’è la decadenza degli Agnelli. Con il progredire dell’età e fiaccato da dolorose vicende familiari, l’Avvocato ha perso il gusto di cogliere e dominare i mutamenti che temperava una sua evidente alterigia spirituale. L’età e gli acciacchi di un solo uomo hanno sicuramente influito, e molto, nell’instaurarsi di una visione in parte errata, quella del mercato dell’auto al tramonto, piuttosto che in trasformazione. I dirigenti, persino quelli tecnici, o se ne sono andati o, indotti a uniformarsi al vertice e privi di slanci, si sono adeguati a un andazzo ministeriale e non hanno potuto comprendere e prevenire i mutamenti sociali e culturali che hanno cambiato i parametri quantitativi e qualitativi della produzione dell’auto.
Hanno solo potuto subire i risultati della trasformazione del mercato. Si vendono meno auto? Bene, chiudiamo e rinnoviamo gli stabilimenti. I clienti preferiscono certe caratteristiche tecniche e stilistiche? Bene, le facciamo anche noi. Ma tutto quasi sempre in ritardo, quasi sempre dopo la concorrenza e un po’ meno bene.
Può darsi che la Fiat sia in grado di sfornare la quantità di modelli annunciata ieri durante l’assemblea degli azionisti. Però è anomalo che il disastro aziendale non provochi alcun cambiamento ai vertici. Che Fresco, Cantarella & C. non subiscano le conseguenze del fallimento degli obiettivi e che a pagare siano solo i dipendenti, potrebbe essere una conferma indiretta che si tirerà a vivacchiare sino alla definitiva e totale cessione alla General Motor.
Per smentire questa evidenza sarebbe necessario che la Fiat chiamasse al suo capezzale forze fresche, più che altri capitali. C’è bisogno d’innovare culturalmente, prima ancora che tecnicamente.
La quotazione in borsa della Ferrari, l’emergere di Luca di Montezemolo, potrebbe avere anche questo significato. Un altro segno importante potrebbe venire dai sindacati, se finalmente riuscissero a svolgere anche un ruolo propositivo, che possa influire sulla qualità della produzione, dal governo ed anche dalle amministratori locali, se la finissero d’essere nemici dell’auto in casa dei fabbricanti.
In ogni caso la nostra maggiore holding industriale ha cessato di essere traino e paradigma del ‘sistema Italia’ ( ‘ciò che conviene alla Fiat conviene all’Italia’) per ricondursi esclusivamente a una pura logica famigliare. Negli ultimi tre anni Gianni Agnelli ha mosso da par suo i pezzi sulla scacchiera internazionale e locale: ha portato a casa Olimpiadi, trasformazioni urbanistiche e dei trasporti (queste ultime, però, ancora da concretizzarsi) e ha riformato la spa di famiglia, mettendo in sicurezza i capitali di tutto il grande clan. Così, quasi simbolicamente, mentre poco credibilmente i manager vanno in giro per le chiese a spiegare e a promettere, il patriarca può ora assistere da lontano, forse con cinico e divertito distacco, al tramonto del dominio industriale che aveva contribuito a
creare.(rt)
Titolo: (11. 05. 02) INVASISONE DI CAMPO
Redazione
In vista delle prossime amministrative parziali, Francesco Rutelli sta rapidamente riposizionando la Margherita lungo l’asse moderato della politica italiana. Negli ultimi giorni si è espresso su due argomenti classici della campagna elettorale: l’ordine pubblico e gli immigrati.
Sul primo ha auspicato una più puntuale applicazione delle leggi “ i cittadini hanno diritto ad una maggior tutela, basta con la tolleranza delle illegalità…”; sugli immigrati s’è detto favorevole alle impronte digitali, purché siamo obbligatorie per tutti i cittadini, compresi gli italiani. Alcuni quotidiani hanno sottaciuto queste dichiarazioni, impensabili fino alle elezioni francesi. Ma queste posizioni hanno interesse rilevante.
L’intento di Rutelli è di intercettare i voti moderati, sia quelli che filtreranno dal Ds in diretta conseguenza del suo spostamento a sinistra, che quelli attualmente parcheggiati nel PdL. In questo senso va anche interpretata la personale apertura verso il Nuovo Psi di Claudio Martelli.
In questi mesi si gioca molto del suo avvenire politico. Incalzato all’interno del suo fronte da dissidenze esplicite (Clemente Mastella) o mascherate (Arturo Parisi), con un contenzioso aperto da Piero Fassino sul doppio ruolo di responsabile politico della Margherita e dell’Ulivo, sa che i nodi si scioglieranno entro settembre e spera di fare diventare la Margherita il partito egemone nell’Ulivo. Quindi le amministrative parziali di primavera saranno per lui un test fondamentale.
L’ex sindaco ha annusato l’aria che tira in Europa (è caduto Jospin e Schroeder traballa) e non può negare a sé stesso il quasi fallimento dell’opposizione a Berlusconi. Le lance bellicosamente puntate contro il premier gli si sono quasi squagliate in mano: dalle violenze del G8 (voleva una commissione d’inchiesta e adesso vengono clamorosamente alla ribalta i fatti di Napoli, quando governava il centrosinistra), al caso Ruggiero (il governo era descritto come antieuropeista, ma il trattato di Nizza la Lega l’ha votato, Rifondazione no, e il Cavaliere sta raggranellando riconoscimenti evidenti in politica estera, da Putin a Sharon-Peres), alle rogatorie internazionali (voleva un referendum abrogativo della legge, ma l’Ocse ora l’avalla), ai girotondi sulla libertà a rischio, tanti architravi dell’opposizione si sono rivelati buoni tutto al più per riabituare i simpatizzanti alle sfilate e alla piazza, dopo cinque anni di silenziosa acquiescenza.
Invece il premier è attaccabile su due punti essenziali del suo programma, le tasse e l’ordine pubblico, ambedue clamorosamente disattesi. Il fisco è però argomento ostico per l’elettore e l’inadempienze ancora difficili da dimostrare. Non così la sicurezza dei cittadini, un obiettivo mancato dal governo, sul quale si può investire politicamente, con facili promesse. Ha anche un altro vantaggio, che difficilmente la sinistra alleata potrà tirarlo in ballo.
Nei prossimi giorni il leader della Margherita si butterà in altre invasioni di campo; da lui possiamo aspettarci nuove e sorprendenti enunciazioni. Ha impiegato anni a conquistare un posto al sole e non starà certo fermo ad aspettare che arrivi Prodi a fischiare la ‘fine della ricreazione’.(rt)
Titolo: (10. 05. 02) L’ANNIVERSARIO
Redazione
Lunedì prossimo cadrà l’anniversario della vittoria elettorale del Polo d. L. A quella data il Governo Berlusconi sarà in carica da undici mesi e già sono in corso consuntivi, dibattiti e interviste su questo tema.
Un anno fa, gli elettori gli avevano dato un ampio mandato, sostenendolo con una maggioranza mai avuta da nessuno dopo il 1946. Né mai un esecutivo si era presentato ai cittadini con tanta chiarezza d’intenti e certezza di durata. Il premier aveva indicato le priorità del governo in modo solenne e inequivocabile firmando il ‘contratto con gli italiani’: riduzione delle tasse, grandi opere, sicurezza dei cittadini, aumenti delle pensioni. Tutto preso da problemi contingenti (rogatorie, falso in bilancio, ecc.) il Cavaliere è riuscito appena a lambire l’enorme iceberg del suo programma. E, quando lo ha fatto, ha intessuto di ambiguità le decisioni.
Ha elevato a un milione le pensioni minime di anzianità, come aveva promesso. Ma gli aumenti sono stati in gran parte vanificati da nuove imposizioni locali, diretta conseguenza dei minori stanziamenti governativi per gli enti locali, e da aumenti di tariffe. Ha annunciato una riforma fiscale per ridurre le tasse, ma non l’ha fatta perché, così dice, il governo precedente gli ha lasciato un deficit colossale. Quanto alle opere pubbliche per ora si sono visti solo convegni e polemiche, mentre il Sud è scandalosamente senza acqua, il Nord sotto minaccia di imminenti disastri ecologici e le vittime di quelli precedenti ancora devono ricevere, in parte o totalmente, i contributi e i rimborsi già stanziati.
Quanto all’ordine pubblico, il risultato è disastroso, ma in corso di occultamento statistico. Infatti i dati vengono diffusi senza i ‘delitti’ minori, cosicché i reati sembrano in diminuzione. Invece le città sono sempre più insicure e si presentano ormai come allegri suk magrebini, mentre le attività della delinquenza organizzata si espandono come una cancrena. Intere zone d’Italia vivono fuorilegge, secondo regole imposte dalla criminalità che calendarizza persino lo sbarco dei clandestini che accorrono in Italia da ogni latitudine.
Molti ministri sono inadeguati al ruolo. Alcuni, valga per tutti il caso Bossi, in maniera imbarazzante. Uno dei pochi aiuti sui quali può contare Silvio Berlusconi è la situazione europea, alla quale spesso si riferiscono sia lui che l’opposizione. Dopo gli esiti francesi e olandesi, favorevoli alla sua visione politica, gli spazi per il centrosinistra si sono ristretti e sarebbe questo il momento per affrontare molte delle urgenze italiane.
Il presidente del Consiglio avrebbe però bisogno di ripensare alla sua filosofia di governo e di operare un approfondito rimpasto. Pressato dagli avvenimenti e dagli alleati, non sembra potersi permettere né una cosa, né l’altra. È vero che ha quattro anni per concludere il suo programma, ma con l’attuale andazzo sarà più facile per lui ideare qualche bufala da fare ingoiare agli italiani, che onorare il suo contratto.
Titolo: (06. 05. 02) IL VOTO IN FRANCIA E LA SINISTRA
ITALIANA
Redazione
Il fragile trionfo di Jacques Chirac è stato salutato con legittima soddisfazione dalle forze politiche di tutta Europa, estrema destra esclusa. Ogni partito ne ha dato l’interpretazione più utile ai propri fini. Si esalta il ruolo della destra moderata, quella governativa o che aspira ad esserlo, in grado di convogliare la protesta popolare verso approdi democratici. Si sottolinea il ‘senso dello stato’ della sinistra che ha saputo sbarrare la strada all’esecrato Le Pen, ‘turandosi il naso’ e votando Chirac. Tutti dicono di avere capito la lezione che viene dagli elettori.
In Italia, l’ex ministro Cesare Salvi, esponente della sinistra Ds, scopre che “La sinistra italiana deve ripensarsi e rinnovarsi in modo profondo…Se perdiamo la colpa non è degli elettori, ma nostra e per questo motivo dobbiamo aprire una profonda riflessione”. A questa autocritica, non indegna delle sue origini, l’autorevole politico aggiunge una sincera ammissione: “Non si riesce a mobilitare gli elettori, a parlare alle loro idealità…”.
Proprio questo è il punto che sfugge. Qui non si tratta più di ‘parlare agli elettori’, quasi fossimo ancora alla didattica gramsciana, ma di ascoltare gli elettori. C’è anche un problema di linguaggio, ma ‘parlare a…’ era l’imperativo marxista del Pci. Sottintendeva ‘educare il popolo’.
Un insegnamento certo che si può trarre dalla vicenda francese è, invece, proprio questo: che bisogna sapere ‘ascoltare’ ciò che dice il voto. Lo ha ben precisato Chirac ieri notte, dal palco della festa rock, sotto la pioggia di Place de la République: “ Cari compatrioti, ho ascoltato e capito il vostro messaggio…nei prossimi giorni lavorerò a un governo che avrà come compito (mission) quello di rispondere alle vostre preoccupazioni…”.
Così il vincitore a urne ancora calde. La sinistra italiana se la prende un po’ più comoda e per ora, un anno dopo la sconfitta, riesce solo ad ammettere di avere perso per colpa sua e non del popolo bue che non capisce. Ma continua a ritenere i cittadini dei minus habens, come dimostrano i girotondi in favore della libertà d’informazione, una fola che Rutelli & Fassino vanno anche a raccontare all’estero, non avendo sufficiente autorevolezza per accreditarla in Italia. (rt)
Titolo: (04. 05. 02) VAGHE STELLE SOCIALISTE…
Redazione
Quanti sono i partiti socialisti? L’esplosione della supernova socialista ha popolato lo spazio politico di piccoli astri, stelle cadenti, meteoriti e satelliti, generando un fenomeno che non accenna a spegnersi. A causa della legge elettorale, ma soprattutto per intrinseca debolezza, nessuno di questi oggetti politici brilla per luce propria, pure tutti gelosamente custodiscono e nutrono ambizioni d’altri tempi.
Su questo sito esiste già una mappa dei partiti s., ma altri ancora si vanno ogni giorno aggrumando e sciogliendo, scindendo e convergendo, in attesa di un qualche evento che mai accadrà, di qualcuno che non verrà. Come e più che nelle notti di luglio, brillano i socialismi nel cielo senza luce della sinistra, da quelli di fresca autoimmatricolazione (i Ds), allo Sdi, alla costituente dei Socialisti Europei, alla costituente dei Socialisti di Sinistra, tutti fanno riferimento all’Ulivo e guardano a Fassino. Il che rende vani
o sospetti i loro tentativi. Poi ci sono il Nuovo Psi di De Michelis e quello di Martelli. Quest’ultimo, nato nel centrodestra, guarda ora al centrosinistra. Obtorto collo, ambedue pensano a come trasformare lo zero virgola per cento in un paio di seggi.
Abbiamo citato solo i più vivaci, ma bisognerebbe mettere nel conto anche altri onesti epigoni del tempo che fu. Bisognerebbe almeno dire di Stefania Craxi e del suo sacro sdegno sempre sul punto di partorire Circoli e progetti di primavera, e dei tantissimi gruppi che diventano liste locali, qui un consigliere, là un assessore, può darsi un sindaco uscito dal cappello di un’antica abilità personale.
Ognuno di questi…partiti, a spremerlo tutto, può rappresentare al massimo l’uno per cento degli elettori. Ma dentro si agitano tensioni da grandi, ambizioni di ex ministri di antichi fulgori, ansie di futuri marescialli approdati all’ultima sponda, albagie personali mascherate di pubblica filantropia, rivalità, rancori ed ostracismi tra il tragicomico e il grottesco. Di un mondo svanito, ancora fluttuano le affabulazioni che contribuirono ad occultare i segnali del tracollo e a soffocare gli allarmi; ancora si esibiscono, in minuscole (ma democratiche) corti, stanchi guerrieri nei loro affascinanti bizantinismi politici, alla ricerca forse di un approdo sicuro.
L’altro ieri s’è consumata una di queste ritualità atemporali, con l’espulsione di Bobo Craxi dal Nuovo Psi, quello presieduto da Claudio Martelli. Bobo, segretario in carica, uscito un momento per andare a comprare un pacchetto di
Marlboro, già se l’era filata da De Michelis. Non c’è malvolere in questa querelle, solo un comunicato disabile e privo di grazia politica che rivela una singolare filosofia della prassi, di tenue ispirazione marxista.
Adesso, in congreghe ormai minuscole, si procederà alla conta dei gitanti, alle promozioni sul campo, alla dispensa di ricompense virtuali per i più giudiziosi…Invano aguzzeremo le orecchie per sentire l’eco di qualche sghignazzo, le clownerie dei vecchi artisti sono patetiche e non fanno più ridere. (rt)
Titolo: (02. 05. 02) AL GRAN BALLO DEI BUGIARDI
Redazione
Della gravità degli ‘incidenti’ del 17 marzo 2001 (manifestazione Global Forum di Napoli), l’ex ministro degli Interni Enzo Bianco, in carica all’epoca, dichiara che nulla sapeva. Anche Napolitano, a suo tempo ministro della Giustizia, ignorava che c’erano uomini della Ps che menavano le mani alle manifestazioni. Ambedue sono smentiti da documenti e da telefilmati.
I manifestanti pestati si dimenticarono di presentare denuncia, poverini erano sotto choc. E poi non c’erano registi disoccupati, ma di nome, a filmarne le imprese. Solo qualche immagine televisiva di operatori senza glamour è restata a documentare assalti e danneggiamenti; si vede gente con bastoni e fionde che affronta i cordoni, si vedono vetrine sfondate e prodromi di guerriglia.
Gli agenti indagati e poi arrestati rigettano qualsiasi accusa. Alcuni erano altrove, altri negano o si trincerano dietro il fatidico, sibillino e vergognoso “abbiamo eseguito gli ordini”, aforisma di ogni turpitudine del secolo breve. È giusto che i singoli accusati si difendano, ma è assurdo e preoccupante che, scioperando e manifestando, ne facciano una questione collettiva (“Se sono colpevoli loro, lo siamo tutti…”). I magistrati, infine, sembrano ignorare che in quella giornata ci furono anche distruzioni e assalti di facinorosi e, un anno dopo (!), ordinano arresti per gli agenti, più che per i dimostranti.
I politici, poi, si affollano alla ribalta per strappare un morso di notorietà e per marcare un vantaggio sulla parte avversa. Così i magistrati sono rossi o neri, gli agenti sono colpevoli e devono pagare o sono martiri del dovere segnati da indegni sospetti. Spregiudicatamente, niente è risparmiato ai telecittadini.
Come avviene nella vicina Francia, pochi si soffermano sui motivi profondi di fatti in sé stessi allarmanti. È allarmante che le forze dell’ordine scendano in piazza, per di più contro i magistrati. È allarmante che Ps e Carabinieri si sostengano tra loro in questa sconsideratezza. È preoccupante che il capo della polizia, per non perdere la propria autorità, sia in questa circostanza solidale con i suoi sottoposti. Tutto questo non può avvenire solo a causa dei fatti di Napoli (o di Genova).
C’è di più e di peggio. Gli agenti sono frustrati nella loro attività di ogni giorno. Assistono quotidianamente all’accentuarsi di un clima di impunità, al formarsi di zone franche dove tutto è permesso. Al Sud - ma presto sarà così anche altrove - la gente viene taglieggiata, rapinata e picchiata anche in sagrestia e la delinquenza organizzata ha il controllo del territorio, riscuote le tasse (mediante il pizzo ormai generalizzato), gestisce lotterie e scommesse, sport (corse di cavalli, lotte di cani, pugilato), discariche (abusive) e trasporti (internazionali di merci e clandestini), appalti e commerci. I poliziotti sono stanchi di correre rischi inutili per fermare con le sole mani la crepa nella diga, sono stanchi di essere irrisi da autori di reati fermati la sera e rilasciati al mattino, perché la legge ‘obbliga’ i magistrati a questi comportamenti. Tutti sentono di compiere rischiose fatiche di Sisifo, rituali ma di circoscritta o nulla utilità.
Speravano, come molti cittadini, nel governo Berlusconi che si rivela, invece, pavido, incapace, privo di ‘senso dello stato’. Così la crisi italiana si avvita pericolosamente, custodendo nell’occhio del ciclone terribili venti di ribellione e di fosche avventure che la casta politica incolta, ignara, cinica e privilegiata non sa placare con l’unico mezzo valido: aggiornare e fare le leggi, imporne il rispetto, anche mettendo in galera chi delinque. (rt)
Titolo: (27. 04. 02) ELIMINARE LE PEN
Redazione
Milioni di persone sfilano per le vie delle città francesi convinte di dimostrare contro Le Pen e il suo fascismo. Gridano forte i loro sdegni, aizzati senza pudori da media di ogni tendenza e da politici e uomini di cultura con le mani in pasta che tentano di esorcizzare lo spettro di una disastrosa sconfitta politica alle elezioni di giugno.
Certamente il pericolo dell’estrema destra esiste, ma è meno incombente di quanto si pretenda, dopotutto Le Pen ha preso poco più dei voti che ha già preso in passato. Allora, ciò che mette a rischio la democrazia è la vittoria di Chirac e, soprattutto, la sconfitta delle sinistre. Le dimostrazioni quotidiane, con la loro scia di danni che ricadono come sempre sui cittadini, sono quindi un esempio d’impotenza e d’impudenza.
Se mai ci fosse bisogno di un’esemplare dimostrazione di stupidità, la sinistra transalpina la sta fornendo senza freni e senza avvertibili timori (con l’eccezione del solo Jospin), avvitandosi in una spirale di rabbiosa frustrazione, nutrendosi e caricandosi d’intolleranza ed odio, proprio ciò che rimprovera ai suoi avversari.
Contro cosa protesta la ‘gauche’ in piazza? Prima di tutto contro sé stessa, principalmente per essersi divisa disperdendo il voto. Poi per avvisare Chirac che lo voteranno, ma che non si faccia illusioni, loro lo conoscono benissimo e lo odiano appena un poco meno di Le Pen. Infine per dimostrare capacità di mobilitazione e che è pronta a fare barricate se alle presidenziali vince l’estrema destra. E se alle politiche di giugno dovesse prevalere il centro-destra di Chirac.
A Le Pen si cerca d’impedire di parlare. Pensano, i cretini “dimostranti spontanei”, che prenda i voti per la sua forza tribunizia, così come i loro fratelli italiani pensano che Berlusconi prenda i voti dalla tv. Sui motivi reali dei disastri elettorali dei ‘socialisti’ della UE, e del successo delle destre e dei centristi di destra in Europa, nulla dicono i dimostranti e i loro capi. Gli elettori, dando un giudizio sui governi in carica e punendo politiche inefficaci e dannose, ma spesso esaltate da autorevoli quotidiani, dimostrano di capire bene le ipocrisie del potere e delle sue élite e di rifiutarle, esprimono chiaramente paure per il futuro e il desiderio di essere governati.
I cittadini francesi – e quelli italiani – non vogliono arrendersi al degrado che li circonda, alle prepotenze di bande di facinorosi e alla loro impunità, non vogliono abbandonare una forma di civiltà che si è costituita attraverso processi secolari, ai drammi delle lotte civili e alle ecatombi di due guerre mondiali. Pretendono il rispetto delle ‘regole del gioco’ condivise, quelle che permettono a una comunità di vivere, di progredire e di modernizzarsi senza prevaricare i diritti dei singoli.
Paradossalmente, a quella stessa storia fa riferimento lo schieramento di sinistra. Anche i partiti che lo compongono dichiarano di battersi per fare rispettare le libertà e le garanzie. Però, nella realtà quotidiana, i problemi vengono scaricati sui cittadini. E a godere di libertà e garanzie sono quelli che li violano. Agli altri si dice che non ci sono soluzioni, che le problematiche sono internazionali…Se i cittadini si lamentano sono fascisti, se votano contro portano il paese allo sfascio e alla dittatura.
Fingono di non sapere che Le Pen si elimina curando le cause e svuotando le sue schiere. Il suo vero nemico, quindi, non è la sinistra di Jospin, ma la destra di Chirac che, infatti, verrà votato dai francesi, anche con la speranza che possa curare le cause più generali del malessere.
Ma così non sarà. Come in Italia, dove Berlusconi è stato eletto per motivi simili, anche in Francia il candidato è largamente inferiore al compito. (rt)
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