Oggi in Italia, commenti politici della Redazione

[ARCHIVIO]

N.15 Anno III Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti.Net
Giugno 2002
 

Titolo: (28.06.02) CARCERE

Redazione

...Sono entrato da un’ora nel carcere di Secondigliano: un fabbricato immenso, chilometri di cemento. Oltre la strada asfaltata un quartiere alveare, orrendamente e premeditatamente moderno, carcere più del carcere. Da quando sono entrato, per andare a visitare un carcerato, che è una delle canoniche opere di miseriordia, ho visto solo guardie, centinaia di guardie, affaccendate a spulciare tesserini di avvocati e permessi di colloquio, ed a spiare in diecine di monitor i loro stessi movimenti: il cosiddetto controllo del territorio.

I detenuti sono i grandi assenti: è il paradosso del carcere, costruito per custodire persone ed impegnato a fare in modo che i custoditi siano il meno possibile visibili.

Spiegazione elementare del paradosso: la reclusione tende ad astrarsi dalla sostanza fisica dei suoi protagonisti passivi, li rimuove, li rinchiude in una gabbia senza vetri, in un circuito futuristico invisibile; come accade per tutti i tabù che si rispettano, e che, secondo gli strizza cervelli post, para e meta freudiani, si annidano nella parte più riposta della corteccia cerebrale.

Anche questo è il carcere: un cervello enorme e senza pensiero, pieno di gangli che corrispondono alle porte: e le porte conducono ad altri gangli sempre più complessi e sempre più svuotati di senso: così più ti interni nel carcere e meno ti senti sorvegliato, perdi persino la percezione di essere controllato.

Infine arriva il tuo assistito, scortato da due o tre guardie, con addosso una tuta, che è la divisa moderna dei detenuti, e le scarpe da tennis: improbabili atleti di una gara contro il tempo, contro la noia, contro l’essere sempre meno visibili, anche a se stessi. Anche la loro sofferenza, in questo meccanismo di asepsi, finisce per sembrarti banale: una regola del gioco, un tassello scontato del mosaico: e non lo senti come un recluso, almeno non lo senti più recluso di te. Anche il tuo conversare con lui diventa grigio,quello che si verifica, adesso lo capisco, è un crollo complessivo di tensione: E questo crollo è il fine dell’Istitutizione, la sua ragione di essere, assoluta e coinvolgente: Per questo, dentro il carcere, si assomigliano tutti, detenuti, guardie, operatori: ed anche tu finisci per somigliare a questa somiglianza assoluta.

A colloquio finito, ripercorri all’indietro i meandri di questo inutile cervello automatico, e non è vero che ti senti diverso: anche se fuor dell’ultimo cancello ti troverai nel mondo libero dei liberi ti porti addosso come un’odore di sottile spionaggio.

Quando ritorni a riveder le stelle, se hai un’anima, hai un’anima ferita ma non troppo: Il traffico, davanti al carcere, è furibondo: un raggio di sole a caso mi fa lo spettrogramma dell’aria che respiro, avvelenata. Dove comincia il carcere, mi chiedo, e dove trova fine. Siamo in ballo già tutti, spiati da qualcuno che non si accorge neppure di spiarci. E’ il non senso brutale, la brutalità del non senso.

Una cosa è sicura: carcere e giustizia non si incontrano mai. Non date retta a chiacchiere: ci siamo dentro tutti, fino al collo dell’anima. (Fausto Cerulli)


Titolo: (25.06.02) L’AMARO RISVEGLIO

Redazione

Dalla ‘tournée in provincia’ con la quale Sergio Cofferati è andato a salutare dirigenti e iscritti al suo sindacato di alcune zone d’Italia, il segretario generale della Cgil ha sicuramente ricavato un bilancio positivo e lusinghiero della sua intransigenza.

Il rispetto di cui è stato fatto oggetto, le ripetute attestazioni di fedeltà alla linea, gli inviti a non mollare, l’attenzione dei media, gli devono essere sembrati come altrettante conferme alla giustezza delle sue posizioni. Ma egli non ha forse sufficientemente considerato che chi sta per andare in pensione è già un ex che, per quanto illustre, sarà presto ai margini del circuito, mantenendo più o meno i riferimenti generazionali, classici di tutti i ‘pensionati’.

Il sindacalista si trova in un pericoloso tratto del suo guado esistenziale. Non ha ancora abbandonato la segreteria, però già non è più nel cuore del gioco. E se vorrà restare in competizione dovrà farlo direttamente nell’arena politica. In procinto di 'lasciare', però, egli diventa un diretto ‘concorrente’ dell’attuale dirigenza Ds e non potrà mantenere troppo a lungo una posizione autonoma e incombente su tutto lo schieramento di sinistra, altera e indifferente agli attuali equilibri interni del partito.

Per questi motivi, quando la direzione nazionale dei Ds non ha votato la solidarietà alla linea della Cgil sull’art. 18, la sua “fortissima irritazione”, deve avergli causato anche un amaro risveglio, acuito dalle considerazioni politiche che hanno accompagnato la decisione: evitare di ampliare il distacco tra la Cgil e gli altri sindacati, favorire un ricompattamento della ‘Triplice’. Nei fatti il disconoscimento della centralità dell’art.18 e l’avvio di un ripensamento su questo argomento.

Per risalire all’origine di questo ‘affronto’, occorre considerare che la Quercia, nonostante lo sbandierato esito favorevole delle Amministrative, ha dovuto prendere atto del dinamismo non solo elettorale della Margherita di Francesco Rutelli, della sua capacità di agire a tutto campo e dei suoi non infruttuosi tentativi di andare a pescare consensi, uomini e futuro nella composita area riformista italiana ed europea.

A questo punto Piero Fassino si trova ad avere continui motivi di attrito con il suo maggiore alleato di schieramento e appoggio incondizionato dai soli Comunisti italiani e Verdi, ormai frange politiche d’incerto avvenire. Il segretario non può continuare a raccontarsi che la Margherita sia solo un partito di ex Dc. Appare evidente che si sta formando un’aggregazione politica composta anche da laici non in posizione subalterna. Lo stesso Rutelli, nonostante la sua capacità trasformistica, non può essere considerato un democristiano di ritorno.

Per questi motivi la direzione nazionale dei Ds è clamorosamente ritornata a far propria la linea politica sancita dal congresso di Pesaro, ripescando la negletta intesa con l’ala ‘liberal’, tornando a parlare la lingua dei riformisti, cercando di attenuare gli attriti all’interno dell’Ulivo. Ora Fassino, a Londra per i lavori dell’Internazionale socialista, per marcare stretto Rutelli cercherà anche d’incontrare Blair, l’unico a quanto pare in grado di rilasciare in Europa patenti riformiste non taroccate.

Per Sergio Cofferati l’obliquità di tutta questa politica è inaccettabile. Per lui i diritti non si barattano, come mai ha mancato di riaffermare. Consigliato dal suo gelido sdegno si induce, come e più dell’ultimo vilipeso cittadino, al gesto politicamente più atroce: andare per avvocati e per giudici. I cittadini lo fanno quando sono fallite tutte le altre vie di composizione o per una questione di principio. Ma qualsiasi italiano è consapevole che questo è l’ultimo, infausto approdo di ogni nobile causa. (rt)



Titolo: (19. 06. 02) L’ETICA DEGLI SCIOPERI   

Redazione

Per fortuna, in favore dei cittadini e dei loro diritti si stanno muovendo in molti. È tutto un prodigarsi di istituzioni e singoli che non lesinano sforzi e tempo al servizio della gente, naturalmente meglio se comune, e ovviamente in difesa della democrazia. Il risultato più evidente di questa incessante e faticosa dedizione sono certamente gli scioperi.

Ogni giorno se ne patiscono di tutti i tipi, dai corporativi ai politici, da quelli ‘spontanei’ a quelli orditi su piani a lunga scadenza. Non pochi hanno venature paradossali: ci si astiene dal lavoro in difesa del posto di lavoro; si indicono scioperi perché il governo avrebbe intenzione di presentare una certa legge…In questo ambito, ieri si è avuto, come si dice in questi casi, un salto di qualità.

Hanno scioperato gli avvocati penalisti con due bei giorni di astensione del lavoro. Una vacanza sacrosanta: “Non è contro i magistrati – sostiene l’autorevole Vittorio Chiusano, il penalista presidente della Camera penale del Piemonte e Valle d’Aosta e della Juventus, scusate se è poco – ma contro una riforma che riteniamo insufficiente ed errata in parecchi punti”.

“Il governo – chiarisce Domenico Battista, segretario dell’Unione Camere Penali – con il suo progetto ha definitivamente affossato la possibilità della separazione delle carriere…”. Poi fornisce un motivo più credibile, di bottega: “Il governo ha trascurato con decisione voluta l’avvocatura dalle trattative per la riforma dell’ordinamento giudiziario…”. Grazie a queste finalità e alla tradizionale autodisciplina della categoria, l’agitazione ha avuto esito felice: il 90% dei processi è stato rinviato, e che i cittadini si fottano.

Gli avvocati hanno preceduto di poco i magistrati che stanno pregustando il loro sciopero (giovedì) che, essendo il primo, sarà indimenticabile, bellissimo, storico. Molti di loro soffrono le pene dell’inferno. L’ex procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli, parla di “decisione difficile e tormentata”. Forse ai magistrati non sfugge il paradosso del potere giurisdizionale dello Stato, tradizionalmente formato da ‘fedeli servitori’ che sciopera contro il governo; forse qualcuno di loro pensa che così un po’ si viene meno al proprio dovere e, in definitiva, si va allo scontro con l’altro potere, quello politico. E questa situazione, storicamente, sempre è stata foriera di torpide vicende.

Ma la forte etica della categoria permetterà a tutti di trovare in sé la forza per ingoiare l’amaro calice, come sempre avviene a chi è padrone della lingua e del vocabolario. Come spiegano gli aderenti a Giustizia e Libertà: “Non si tratta di uno scontro voluto dai giudici, ma la doverosa difesa dall’attacco alla libertà e alla democrazia”.

La vita è piena di sorprese, quello che meno ti aspetti, ti viene regalato e quello che ti serve non l’avrai mai. Chi avrebbe mai pensato che i magistrati sarebbero accorsi in difesa della democrazia. Con Berlusconi in giro, è un compito immane e arduo persino per Cofferati. I più, quei beceri ‘del popolo che guarda sola la tv’, e che manda la magistratura in coda all’indice di gradimento, si accontenterebbero di una giustizia che funzioni, di giudici meno ciarlieri che applichino le leggi e non si sentano custodi della moralità, magari di uno sciopero simbolico in favore del corretto adempimento di quanto sancito dai referendum, spesso disattesi (come quelli sulla ‘giustizia giusta’). Vorremmo il pane, ci danno le brioches. (rt)


Titolo: (14.06.02) DESTRA E SINISTRA

Redazione

Negli stessi giorni nei quale Forza Italia sul tema della fecondazione assistita approda definitivamente nel brodo postdemocristiano, con la triste e penosa eccezione di Fabrizio Cicchitto, Marcello dell’Utri ha presentato un manifesto della cultura di destra. Sottotitolo “La cultura non è solo a sinistra”. Hanno già aderito all´iniziativa numerosi maître a penser di destra: Alberoni, Baget Bozzo, Brunetta, La Malfa, Sgarbi, Teodori, Adornato, Zecchi.

I giornali hanno presentato l’iniziativa come “di destra”, ma leggendo i nomi si capisce che dietro c’è l’area “liberal” dei forzisti. Manca solo Giuliano Ferrara. In AN e Lega si sono subito alzate proteste per rimarcare che la cultura non di sinistra non è solo quella liberale (sic!).

Penosa diatriba in vero. Nel momento di maggior debolezza per la cultura di sinistra, atomizzata dalle sclerosi dei suoi di maître a penser, i liberali di FI si alzano a dire che ci sono anche loro, proprio mentre in Parlamento si manifesta palesemente, oltre alla trasversalità della 'Santa Allenza' in temi di bioetica, tutta la debolezza che quell’area culturale esprime in termini di peso politico.

E’ diventato evidente, e lo sarà sempre di più, che la dicotomia Destra/Sinistra stenta a reggere in un mondo che i vari maestri ed intellettuali dei due schieramenti faticano ad interpretare. Noi socialisti non possiamo limitarci a riconoscere che in entrambi i poli ci sono istanze riformiste o laiche e quindi approdare indistintamente ad uno dei due forni con marginale, se non nulla, autonomia ed identità. In altri tempi si sarebbe detto: “Ben altri compiti ci aspettano, compagni!”. Ma purtroppo, con altrettanta evidenza, prendiamo atto che non ci sono all’orizzonte uomini o donne in grado di alzarsi a gridarlo, anche se molti di noi lo pensano, intensamente e non solo tra i due tempi di una partita dei mondiali. (l.g.)



Titolo: (13. 06. 02)  I BUONI E I CATTIVI

Redazione

Una forma dilagante di isteria da terrorismo si è impadronita degli Stati Uniti e tende a interessare tutto il mondo ‘alleato’. La perfida al Qaeda stende ormai i suoi tentacoli in tutte le latitudini. In tutto il mondo sono annunciati attentati sventati sul nascere, guerriglie, come nelle Filippine, e destabilizzazioni di ordini costituiti, come in Pakistan e Regioni confinanti.

L’ultima visita del presidente George W. Bush in Europa è stata preceduta da una vera e propria offensiva allarmistica, con copiose indicazioni degli obiettivi dei terroristi, nazione per nazione. Il Presidente ha parlato chiaro: “É la lotta del Bene contro il Male…L’America andrà all’attacco e colpirà per prima…”. Questa dottrina, della lotta dei buoni contro i malvagi, non è nuova per la storia americana, fu già di F. D. Roosevelt, nella seconda guerra mondiale contro il nazismo, poi di Truman e successori nella ‘guerra fredda’ contro il comunismo russo. Ma allora i nemici – i cattivi – erano chiaramente identificabili, ma sul ‘terrorismo’ odierno non mancano dubbi interpretativi. Chi sono i Buoni e chi i Cattivi? Dov’è il Nemico?

Le ultime tre grandi emergenze statunitensi non consentono di dare una risposta certa. 11 settembre (Torri gemelle), ottobre-gennaio e oltre (allarme antrace), giugno (annuncio di un attentato radiologico): solo nel primo caso è certo che al Qaeda ha ordito ed agito direttamente. Dell’affare antrace si conoscono i morti e gli allarmi, ma i contorni sono incerti e sfumati. Nel caso del preteso attentato atomico, c’è già un ipotetico attentatore, l’americano di fede musulmana Oscar Padilla, ma manca l’arma, le prove non sono note ed è per ora indimostrato tutto il resto.

Una cosa è però sicura, che in due casi su tre il nemico è interno, costituito da cittadini Usa. È quindi evidente che il Male si è impadronito anche di una parte degli stessi americani, quelle minoranze che non hanno pianto i caduti del World Trade Center. Quei cittadini che non vanno a votare, che odiano il potere centrale, che vivono l’esecutivo stesso come un nemico incombente sulle loro esistenze. Sarà possibile “colpire per primi”anche costoro?

Come nel Dopoguerra era accaduto per l’Europa e l’Oriente, la vittoriosa conclusione della ‘guerra fredda’ ha offerto l’opportunità agli Stati Uniti di estendere il suo protettorato su un impero vastissimo che ora comprende anche molte ex repubbliche sovietiche orientali. In questi territori ora sono di stanza i soldati americani per lottare contro il terrorismo, in realtà a garanzia dell’espansione del dollaro e dei suoi cavalieri, le multinazionali.

L’egemonia Usa che, non più temperata da necessità strategiche di equilibri mondiali, come al tempo del confronto con l’Unione Sovietica, è sempre più esplicita, sfacciata e incurante degli interessi degli altri, affidata essenzialmente alle pressioni armate. Nei confronti dell’unica superpotenza si moltiplicano i dubbi e le perplessità. Gli ultimi in ordine di tempo sono emersi chiaramente dal vertice della Fao di Roma, e non si tratta solo di paesi del Sud del mondo, ma anche del Canada e di altre nazioni del G8.

Gli alleati occidentali avranno sempre più difficoltà a seguire questa dottrina, perché è in rotta di collisione con la politica europea e con la sua moneta. Come dimostra la crisi israelo-palestinese, la ‘dottrina Bush’ non solo non risolve, ma complica i conflitti regionali, rischia di renderli inestricabili e copre responsabilità difficili da condividere, incompatibili con la sicurezza e gli interessi delle nazioni e dei cittadini della Ue, come di quelle mediorientali.

Il mondo non può arrendersi al terrorismo e deve combatterlo senza incertezze. L’allarmismo americano risponde sicuramente a reali pericoli d’attentato, ma anche a motivi di mobilitazione interna e esterna: ha più interesse l’amministrazione Bush a diffondere l’allarme e a coinvolgere strettamente i partner e i feudatari europei, che forza al Qaeda a propagare il contagio.

Affidare il nostro futuro alle sola guerra dei governanti americani è poco saggio. L’Iraq e bin Laden, sono stati utili e vezzeggiati alleati, prima di mutarsi in malvagi nemici, attraverso una metamorfosi mai ben chiarita del tutto. Un deficit di politica della Casa Bianca e di intrighi dell’amministrazione e dei servizi li ha trasformati in quello che oggi sono. Solo il ritorno della paziente opera politica può sciogliere i nodi che la guerra e le rappresaglie non potranno mai districare.(Carlo Sibona)


Titolo: ( 10.06.02 ) FACCIA DA SCHIAFFI

Redazione

L’esponente del Social Forum, Vittorio Agnoletto, ieri si è fatto vedere al Portico d’Ottavia, la piazza principale del Ghetto di Roma, “per una passeggiata”, dice lui. “Per farsi pubblicità”, dice Riccardo Pacifici, responsabile delle relazioni della comunità ebraica. Quale che siano i motivi del suo giro turistico conclusosi al ristorante, la comunità non l’ha presa bene. Infatti non ha ancora dimenticato – d’altra parte ricordano sempre tutto – la manifestazione pro palestinesi di Roma, dove l’Agnoletto ha sfilato, beato protagonista, a fianco di facinorosi con la kefiah.

Un gruppo di giovani ebrei intolleranti ha quindi cominciato ad insultarlo fino a quando il leader s’è imbucato al ristorante, protetto dai suoi che fronteggiavano i minacciosi autoctoni. Per paradossale che sembri, per uno che sempre accusa le forze dell’ordine di menarlo ad ogni manifestazione, Agnoletto deve la sua salvezza proprio all’intervento della polizia che lo ha tirato in salvo fuori dal ristorante, facendogli scudo sotto un fitto lancio di sassi e monetine, attestazione della tenacia dei propositi e dei rancori dei lanciatori.

Se mai c’è stato un agitatore depresso per aspetto e sostanza questo è sicuramente il professorino di Rc. Dovunque va, peggio dei Cavalieri dell’Apocalisse, è seguito da una terribile sfiga, tanto che si stenta a credere alla veridicità delle cose che gli capitano, è il caso di dire, tra capo e collo. Lo hanno maltrattato a Napoli, menato a Genova, gonfiato come una zampogna a Tel Aviv, dov’era andato a sfrigugliare quegli stinco di santi dei soldati israeliani per perorare la causa palestinese.

La vicenda di ieri non è stata senza conseguenze. Gad Lerner, delegato eletto della Comunità nella lista di sinistra, ha definito ‘inaccettabile’ lo squadrismo dei giovani contestatori. E ha deciso d’invitare Vittorio Agnoletto a pranzo nello stesso ristorante, suo ospite per una colazione riparatrice. In quella sede l’agitatore, che “non ha mai rifiutato il dialogo con nessuno” potrà (dovrà) spiegare che ci faceva alla sfilata anti Israele. Per fortuna anche questa volta tutto finirà a tarallucci e vino. E tutte quelle monetine, dove sono andate a finire? (rt)


Titolo: (07. 06. 02) LO SCENARIO RIFORMISTA

Redazione

Là dove allignano con molti stenti Margherita e Ulivo, cioè nella Sinistra Ampia, prosperano le polemiche vanamente attutite dalla sordina elettorale. Lo scontro è pacato in superficie, ma furibondo per chi sa leggere, e coinvolge partiti e sindacati di riferimento. Inutilmente si adopera Fassino come paciere, avendo proprio lui avallato una sterzata a sinistra, verso Rifondazione; inutilmente diventa ragionevole Pecoraro-Scanio: “Perché litigare sulla leadership dell’Ulivo? Ci sono anni da qui alle prossime elezioni”. Inutilmente, perché la materia del contendere, per una volta, non riguarda solo gli uomini e la cucina, ma il tempo storico, il ritorno al primato della politica, la natura del riformismo.

Le ultime battaglie dello schieramento del Centrosinistra italiano sono tutte di retroguardia, lontane dal tempo attuale, ai margini dell’evoluzione della società europea, dimentiche dei reali interessi dei cittadini. Quelle sulla giustizia, sul lavoro, sull’immigrazione, sul ruolo dei sindacati, rispondono a vecchie logiche nostrane, per lo più di schieramento. Messe alla prova delle necessità, mostrano tutta la loro inadeguatezza.

Dalla difesa dei diritti corporativi e dell’organizzazione intoccabile della magistratura, naturalmente ‘democratica’, alle grida sulle libertà violate degli immigrati, mentre tutta Europa, anche quella ‘di sinistra’, viaggia in altro senso, alla posizione della Cgil, tutto induce la Margherita a sganciarsi dal carro dei Ds ormai sempre più orientato verso Rc. Francesco Rutelli, alla vigilia di un’altra delle sue metamorfosi politiche, coglie tutta l’obsolescenza delle posizioni di Cofferati e Bertinotti e rifiuta d’esserne coinvolto.

Cosa c’è di più bizzarro ed arcaico di Bertinotti che arringa gli operai davanti allo stabilimento Fiat di Mirafiori, nelle stesse ore in cui azionisti e manager discutono della sopravvivenza stessa dell’azienda? Un’immagine di adesione a un modulo storico di lotta politica e operaia che si scontra con la realtà della globalizzazione…l’ultima carica del Nizza Cavalleria ai carri armati russi nella steppa.

Il leader della Margherita ha annusato l’aria del tempo e sta uscendo dal rozzo schema di contrapposizione frontale a Berlusconi, sino ad oggi la sola opzione capace di unire l’opposizione, per cercare di creare e mobilitare un’area riformista laico-cattolica-socialista alla quale facciano riferimento anche Cisl e Uil.

La prossima settimana, cioè a urne definitivamente chiuse, si saprà se il risultato elettorale darà fiato a questa ipotesi confermando il successo della Margherita. Allora, se l’ex sindaco di Roma riuscirà a trovare – e ad accettare – qualche partnership esterna al suo attuale partito che accresca la credibilità del disegno, assisteremo al progressivo formarsi di uno schieramento vero e proprio, ben oltre la solita alleanza elettorale.

In questo caso i Ds si troveranno, come aspirano, pienamente collocati a sinistra e i suoi riformisti potranno scegliere se continuare ad agitarsi e a mugugnare al suo interno o compiere il passo definitivo conseguente alla loro maturazione. La stessa migrazione, ma in tempi diversi, avverrà dalla maggioranza.

Ci sono molti ‘se’ in questo scenario. Il dubbio più rilevante riguarda la capacità di Rutelli di maturare veramente la trasformazione personale che il tempo storico e i nuovi assetti politico-economici gli richiedono e di trovare la forza morale per definire ed attestare il suo progetto. Si tratta di passare dalla cronaca alla storia. (rt)


Titolo: (04.06.02) L'EQUILIBRIO TRA MEMORIA E OBLIO

Redazione

Può sembrare stano, ma un filo rosso lega il contributo sul perché l’Italia abbia perso gli ultimi tre Mondiali ai rigori e quello di Barbara Spinelli sull’origine storica delle attuali difficoltà che l’Europa incontra con l’Est e i nuovi nazionalismi (entrambi sul Forum principale del Portale).

Il filo rosso si snoda sul sottile rapporto tra memoria e oblio. Tema antico, già caro ai greci, la dialettica tra questi due termini suggerisce un modo di leggere gli avvenimenti in una modalità profonda. Nel rapporto dinamico tra il ricordare e il dimenticare scorgiamo la forza del profondo: come, ad esempio, la forza del rimosso della psiche umana che Freud chiamò inconscio.

Così ci sovviene l’idea che forse all’origine dei guai del socialismo italiano ci sia qualcosa che è stato rimosso, che l’origine della diaspora socialista, o della divisione della sinistra storica, risieda in qualcosa che le varie parti in gioco non vogliono ricordare o dimenticare. Eppure la storia è lì. Come quella dei Mondiali persi o quella dell’Europa post-bellica o quella del Socialismo italiano è lì. Sembrerebbe una cosa evidente, autoevidente, diciamo che la conosciamo, ma evidentemente non è così: qualcosa la omettiamo. L’impressione è che ogni soggetto in campo, da Bertinotti a De Michelis, tanto per essere chiari, rimuova parte della storia comune del socialismo, o della sinistra italiana.

Qualcuno rimuove le foibe, altri l’asprezza delle lotte operaie. Qualcuno rimuove Craxi, altri Berlinguer, tanto per fare due esempi. Ma nessuno è disposto a dire: “D’accordo, distribuiamoci i torti e da domani scenda l’oblio”. Un oblio attivo che consegni alla storia con la S maiuscola, il rendiconto tra torti e ragioni. Un oblio attivo che significa che ciascun attore accetta di portare sulle sue spalle il peso dei torti degli altri oltre ai propri. Un oblio attivo che è riconoscenza della memoria al posto della sua rimozione. Continuare a rimuovere infatti implica mantiene la storia nell’agone politico, come clava esacerbante.

Ri-conosciamoci, letteralmente significa avere la volontà di conoscersi di nuovo, cioè non darsi per scontati: più facile a dirsi che a farsi…(l.g.)


Titolo: (03. 06. 02) IL SINDACALISTA CHE DICE NO

Redazione

Qualunque cosa il governo possa offrire ai sindacati, sempre Sergio Cofferati dirà di no. Ci sono molti motivi che giustificano la sua totale chiusura verso il centrodestra. Innanzi tutto egli sentitamente disprezza il Cavaliere e l’ambiente che lo ha generato: lui viene dalla fabbrica che produce, l’altro dalla parola che seduce e inganna; lui ha il rigore dei vecchi militanti e non si arrende al mutare delle sigle del partito, l’altro è un pragmatico pronto ad adattare la politica alle contingenze dell’ora, come adatta il doppiopetto al lievitare del peso.

Il segretario ha portato la Cgil nel campo aperto della politica, che lui considera quello dei “diritti delle persone”. Il sindacato, come e più di un partito, s’interessa e prende posizione su tutto, dagli affitti alla scuola, dalla sanità alla casa, dall’immigrazione alla globalizzazione... Mano a mano che i Ds diluiscono i legami con la base sociale, la Cgil se ne fa quasi naturalmente carico e il ‘Cinese’ scandisce i tempi e i modi della sua politica. Per fare questo è però necessaria la concertazione che già fu del centrosinistra, cioè stare nella stanza dei bottoni, trascinandosi dietro la Uil e la Cisl, come sempre timorosi d’essere tagliati fuori. Ma Berlusconi e Fini mai accetteranno questa odiosa capitolazione, visto che dominano Camera e Senato perché dovrebbero aprire un altro tavolo di governo?

I Ds alle recenti amministrative ritengono di avere frenato l’emorragia di voti e non pochi dirigenti attribuiscono questo risultato all’opposizione di Cofferati resa visibile dalle manifestrazioni degli iscritti sindacali. La piazza ha compattato un fronte, là dove i partiti avevano fallito. L’autorevolezza del riservato e intransigente sindacalista è risultata più credibile dell’affannata levità di un Rutelli e della dura ragionevolezza di Fassino. A questa arma di mobilitazione Cofferati non vuole rinunciare, il sindacato ha mezzi sufficienti per convogliare interi treni di lavoratori ai sabati romani.

Altre pertinenti motivazioni si potrebbero inserire in questo quadro, dall’insieme sempre emergerebbe lo stesso disegno, che è quello dell’inevitabilità della calata di questo protagonista nella politica ufficiale. Lui continua apparentemente a smentire, a dire che tornerà alla vita di fabbrica, come Cincinnato al suo campo, ma nella sostanza ne stabilisce le modalità: “Sono contrario a ogni ipotesi di cooptazione…cooptazioni e passaggi repentini dal sindacato alla politica creano un danno grave prima di tutto alla rappresentanza sindacale. E parlo di passaggi alla politica effettuati senza l’esame elettorale, senza la legittimazione del voto popolare...”.

Massimo D’Alema, dall’alto dei suoi disincanti, ha capito tutto e lapidariamente ha disegnato uno scenario: “Cofferati-Prodi è il ticket vincente”. Se il sindacalista accettasse il dialogo che gli offre l’esecutivo appannerebbe questa forte visione del futuro. Paradossalmente gli conviene perdere, “essere battuto da una legge approvata in Parlamento o magari da un accordo separato”. In questo caso, quando tra un mese scadrà il suo mandato, il suo prestigio sarà intatto e la sinistra potrà disporre di un leader carismatico come non se ne vedevano dai tempi di Berlinguer. (rt)


Titolo: (30. 05. 02) LA VITTORIA ELETTORALE

Redazione

A scanso di equivoci, Rutelli l’aveva preventivamente proclamato ai quattro venti: “Il voto per le amministrative non ha alcun valore politico…”. Fassino, che lo marca da vicino, si era subito accodato: “La consultazione non ha significato politico…”. Quando i due leader così parlavano, mancavano tre giorni al voto e tutti i protagonisti della politica italiana - per lo più gregari cui la sorte ha fornito i galloni di capitano - avevano espresso identici concetti.

Il giorno dopo la chiusura dei seggi, Francesco Rutelli, visto che i risultati sono buoni la butta in politica e, attendibile come sempre, osserva che “il vento di centrodestra si è fermato” e Piero Fassino non può esimersi dal rilevare “l’aumento di voti per i Ds” e che “il governo non potrà non tenere conto dell’andamento elettorale”. Anche Fausto Bertinotti, solitamente così pertinente, straparla dell’ “onda di destra fermata grazie ai movimenti, dai no global ai girotondi…”.

Confrontare queste elezioni con quelle politiche è una pretesa che oscilla tra l’ingenuità e la malafede. La logica elettorale delle amministrative è tutta basata su problematiche locali, su interessi concreti e circoscritti, sulla scelta dei candidati, su alleanze eterogenee e talvolta “blasfeme”, che tengono in poco conto i giochi nazionali. I sindaci uscenti, poi, non vengono mai battuti e sono puntualmente riconfermati. Alla fine della fiera, risulta che ogni schieramento ha mantenuto pressoché lo stesso numero di comuni e di province che aveva. Solo i ballottaggi potranno cambiare questa realtà.

Uno dei pochi valori che si possono estrapolare dalla tornata elettorale è quello di una certa capacità di organizzare e coordinare le liste da parte di qualche forza politica. In questo senso va dato credito all’ Udc che, all’interno del Pdl, sembra essersi ritagliato un ruolo moderato e di garanzia del centro dello schieramento, riuscendo a farlo percepire dall’elettorato.

Le altre pretese, quella del Nuovo Psi di Gianni De Michelis ( parla di “magnete socialista”), di Di Pietro (parla di “plus valore” dell’ Italia dei Valori…), della Lega (“Siamo ormai al 10%”), ecc., sono tutte forzature: al dunque della stretta politica, questi voti subirebbero la forza d’attrazione dei grandi partiti e, soprattutto, sarebbero ben diversamente meditati e indirizzati dall’elettorato.

Per vedere cambiare la politica italiana bisogna attendere il ritorno di Prodi. I Ds che spingono il loro partito dall’area riformista verso un’improponibile alleanza con Rifondazione, farebbero bene a meditare su questa eventualità ormai concreta. Se non lo faranno, rischieranno di trovarsi ridimensionati e in posizione subalterna all’interno dell’Ulivo. Allora avranno fatto il giro del mondo per ritrovarsi alla fine in compagnia del ‘movimento’: spirerà il ‘vento di Porto Alegre’, Di Pietro guiderà le folte schiere giustizialiste, ci sarà pure Pecoraro Scanio, ma l’Italia sarà per sempre della vecchia, cara, rassicurante e torpida Dc. (rt)




 
 

 


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