Titolo: (02. 09. 02) I MIGLIORI
Redazione
I nostri due politici più rappresentativi sono Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, e Romano Prodi, presidente della Commissione Ue. Il primo ha vinto le elezioni facendosi interprete delle paure e dei bisogni della maggioranza degli italiani. Si può sintetizzare la sua affermazione elettorale dicendo che ha colto un voto dato contro il governo di Centrosinistra egemonizzato dai diesse, promettendo meno Stato, riforme e tutela dei cittadini. Dichiara ai quattro venti di avere mantenuto le sue promesse. Si tratta di un pietoso caso di mitomania.
Romano Prodi nel suo ruolo è assai più abile, essendo riuscito per il momento a gabellare per ineluttabilità storica e politica l’ampliamento della Ue, calando così anche su popoli vaccinati dalla Riforma, la sua ambigua etica di matrice DC. Allettata dalla prospettiva di una lucrosa colonizzazione di nuovi mercati, l’Europa degli affari si è per ora piegata al cinismo doroteo e pietoso del professore bolognese, immagine esemplare del cattolicesimo latino.
Nel 2004 saranno quindi accolti nella UE 13 nuovi paesi, di grandezza, sviluppo economico e sociale difforme. Alcuni - Lettonia, Lituania, Ceca, Slovacchia, Malta, Cipro - sono piccole nazioni facilmente integrabili. Altri, in particolare la Romania e la Turchia, sono ancora privi di reale cultura democratica e il loro sviluppo sociale è troppo lontano da quello medio europeo.
La Romania, scivolata prima della guerra verso un regime autoritario di orientamento fascista, poi colonia dell’Urss sotto la dittatura di Ceausescu, soffre di un’arretratezza insieme sociale ed economica, ed esporta in tutto il continente un’endemica delinquenza brutale che gli italiani conoscono per esperienza diretta. La situazione turca è bene testimoniata dalle decine di carcerati che si lasciano morire di fame nelle sue galere e dai profughi curdi ridotti in condizioni pietose che sbarcano sulle nostre coste.
Può darsi che opportunità geo-politiche consiglino l’affrettata accettazione di queste nazioni in seno all’Unione, ma il boccone è troppo grosso da ingoiare e gli oneri sociali derivanti dalla ‘Europa allargata’, imposta da una fatale alleanza tra politici e burocrati, ricadranno sui cittadini europei. La qualità della nostra vita subirà un ulteriore scadimento e un’intera generazione pagherà gli esiti dell’ambiziosa impresa di Prodi.
In mancanza di un governo europeo direttamente eletto, i cittadini europei dovrebbero potere esprimere il loro parere su una questione così importante. L’Italia avrebbe qualche importante ragione per opporsi all’ingresso della Romania e della Turchia che lede gravemente i suoi interessi. Infatti le economie dei nuovi ‘europei’ dovranno essere innaffiate di € per molti anni, aiuti che verranno tolti soprattutto a Grecia, Italia, Spagna e Portogallo. Inoltre gli extracomunitari che delinquono, e sono purtroppo migliaia, si trasformeranno da un giorno all’altro in cittadini europei con diritto di libera circolazione, senza che i paesi di origine, inquinati da una corruzione organica, abbiano la capacità, le strutture, e la volontà, per farsi carico del problema.
Le 15 nazioni che attualmente compongono la Ue si sono unite dopo un processo di aggregazione durato più di quarant’anni. L’Europa Unita è stata resa possibile da un lungo periodo di incubazione, quando culture differenti sono divenute tra loro compatibili, rendendo sufficientemente omogenea la parte occidentale del continente. I quindici si sono uniti quando le società nazionali sono state tra loro conciliabili. Eppure, nonostante ciò, non sono stati eliminati del tutto i motivi di tensione, sia economici che politici, che richiedono continue composizioni e aggiustamenti. Né si sono ancora armonizzate le leggi, neppure quelle fiscali ed economiche, scelta obbligata tra nazioni che hanno adottato la stessa moneta.
Su questa costruzione non ancora completamente compiuta – non tutti hanno accettato l’Euro, gli irlandesi ha già votato una volta contro l’allargamento dell’Unione – graverà tra due anni il peso di nazioni di democrazia recente o incompiuta, cariche di problemi strutturali ed economici, e di culture affatto differenti. Tutto questo Romano Prodi, ovviamente, lo sa. Ma egli ha le certezze del credente e la fiduciosa lungimiranza del privilegiato: guarda al lontano futuro, quando i sacrifici – certamente non i suoi – di oggi (e di domani) troveranno la ricompensa di un mondo che sarà ‘il migliore dei mondi possibili’. Anche al laico, ormai orfano di democrazia e rintronato da chiacchiere e menzogne riutuali, non resta che confidare nella Provvidenza, che ci liberi da professori e affaristi prima che sia troppo tardi. (rt)
Titolo: (30.08.02) IL CORRENTONE DI F.I.
Redazione
Fabrizio Cicchitto, vicecapogruppo alla Camera - che nel Psi faceva la fronda a Craxi e di forze politiche se ne intende - non si pone limiti a Gubbio, alla prima «scuola di formazione» per i quadri di Forza Italia : «Questa è la nostra terza fase, dopo la fondazione del '94 e la vittoria del 2001: dobbiamo creare un partito che duri trent'anni. Oggi il leader carismatico non è in discussione, ma bisogna realizzare alleanze sociali e creare una struttura sul territorio».
E aggiunge: «I voti non sono in banca» e quel «trenta per cento se ne può andare come è arrivato». Insomma, Berlusconi non basta più. La fase di transizione è incominciata, verso il secondo congresso azzurro già fissato per il marzo 2003. Con l'uscita di scena di Scajola, tutto si sta rimescolando.
Nel convento francescano trasformato in albergo, la corrente di Sandro Bondi, il portavoce di Forza Italia, con accanto don Gianni Baget Bozzo alla Formazione e Marcello Dell'Utri al dipartimento cultura, sta cercando di adeguare il partito alle nuove esigenze, insieme ai molti fedelissimi all'ex ministro dell'Interno (come Tajani e Cicchitto) che si stanno ricollocando.
Forse però non fanno bene i conti: una buona organizzazione e struttura territoriale garantisce 'premi' elettorali alla Bertinotti. Il buon proposito di camminare sulle proprie gambe, cioé senza Berlusconi, tutti questi esimi esponenti del 'correntone' di FI non pensano che
dipenda anche dai risultati concreti del governo, che come ha sottolineato D'Alema con sarcasmo: "Non è stato in grado di garantire neppure la riapertura delle scuole e l´inizio del campionato di calcio"? (l.g.)
Titolo: (28. 08. 02) COSÌ FAN TUTTI
Redazione
Sul palcoscenico degli aeroporti italiani si inscena la commedia ‘ Furto e commercio dei bagagli’, un successo che si replica da sempre, più che a Londra la ‘Trappola per topi’ e ‘Dieci piccoli indiani’.
La recitano con disinvoltura attori padroni del mestiere per lunga consuetudine
con la disonesta routine. I personaggi sono quelli classici: poliziotti e magistrati, viaggiatori, alacri lavoratori-ladri…Manca il sindacato, altrove quasi sempre protagonista. In
tutti gli scali italiani si ruba metodicamente, e quasi a man salva, da oltre un trentennio. La cronaca apre di tanto in tanto una finestra sui traffici aeroportuali. Si ha così notizia di qualche arresto e di qualche
statistica sugli 'smarrimenti' dei bagagli, ma è solo con l’indagine di Malpensa che sale alla ribalta un’intera categoria. Perché di questo si tratta, non più semplicemente di singole mele marce.
Certo si deve distinguere, doverosamente e per sacro conformismo, tra lavoratori onesti e gli altri, ma va preso atto che c’era chi sapeva e non parlava perché temeva che gli rigassero la macchina, ma anche chi non rubava, ma comprava e nessuno era all’oscuro…S’era formata una cooperativa che integrava lo stipendio frugando nei bagagli e rivendendo, ma altri partecipavano alla pesca miracolosa acquistando e, quelli fuori dal coro, chiudendo gli occhi.
I capi, poi, potevano non sapere? Più che improbabile, impossibile.
I viaggiatori sarebbero colpevoli perché pretendono di spedire cose di pregio, creando la classica ‘occasione’ che fa gola e induce al furto. Infatti: “Consiglio di non mettere nel bagaglio spedito oggetti di valore” è stata la geniale proposta di un ufficiale dei CC in una tempestiva intervista al Tg1.
Alla resa dei conti, e all’incriminazione di 37 addetti su 100, si è arrivati con le telecamere nascoste installate dalla polizia su disposizione del magistrato. Non sarebbe né difficile né costoso fare lo stesso in tutti gli scali italiani, ma non si può perché il sindacato si oppone. È una questione di privacy e di contratto nazionale. Per lo stesso motivo solo alcuni degli attori ripresi dalle tv sono stati sospesi dal servizio e saranno licenziati. Un provvedimento che sembrerebbe ovvio e naturale.
"Ma il furto non è di per se motivo sufficiente per il
licenziamento", come ha precisato un dirigente dello
scalo.
La depenalizzazione di molti fastidiosi reati ha contribuito a degradare la vita sociale che si è incancrenita oltre misura. Anche rubacchiare occasionalmente e sul lavoro è ormai considerato solo un mezzo un tantino eccessivo di adeguamento al carovita. Così a malfattori, disonesti e delinquenti non si nega una pietosa e generalizzata comprensione,
mentre alle vittime è spesso riservato un rapido e falso compianto di maniera. Intanto ognuno strappa come può un po’ di fieno dal carro che passa e giustifica l’altro per assolvere sé stesso.
(rt)
Titolo: (26.08.02) DALLA BIOLOGIA IL NUOVO SOCIALISMO
Redazione
Un nuova frontiera scientifica pare che si sia aperta per il socialismo.
Dopo la sociologia marxiana, si apre uno nuovo scenario - questa volta - dalla biologia.
Umberto Galimberti, fornendo un primo commento su La Repubblica di una giornata di fine luglio, naturalmente non parla di socialismo. Raccontando della scoperta americana sulla gratificazione cerebrale che si attua dallo svolgimento di azioni altruistiche, cooperative e solidaristiche, scrive della conferma delle idee di Aristotele e di Eugenio Scalari (!).
La ricerca svolta ad Atlanta dalla Emory University e diretta da Gregory Berns, ha individuato l’analoga l’irrorazione della stessa parte del cervello che avviene di fronte ai vari piacere della vita anche quando si compiono azioni altruistiche.
Per la chimica del cervello non c’è differenza se ci stiamo sacrificando per un altro o se stiamo soddisfando il più egotico desiderio: il piacere è biologicamente uguale.
Se quindi la virtù è ‘naturale’ e non ha bisogno di ricompense, va bene dar ragione ad Aristotele, ma il tema è però stato dibattuto per qualche decina di secoli da filosofi e letterati e quindi non si comprende bene perché, l’esimio commentatore, abbia compiuto il curioso salto temporale fino a Scalari. Il quale, avrà pur scritto che “la morale è un istinto” nel suo libro <<Alla ricerca della morale perduta>>, ma non ci sembra il miglior esempio comparativo sul terreno dell’etica. Non per voler infierire a tutti costi col fondatore del quotidiano indipendente, ma forse neppure Karl Kraus, direttore del "Die Fackel" nella Grande Vienna, avrebbe accettato un sua ‘assimilazione aristotelica’, se non per puro spirito di ironica irriverenza.
In ogni caso, a parte la digressione su Scalari filosofo, la scoperta in questione, per ammissione degli stessi ricercatori, conduce alla conclusione che: “a livello di ‘piacere cerebrale’ il comportamento altruistico eccederebbe di molto il comportamento egoistico e, se no fosse per il tipo di società che abbiamo inventato, il comportamento cooperativo sarebbe da tutti preferito a quello competitivo”.
Il motivo di una tale scelta risederebbe nella capacità dell’uomo a considerare il domani. Al contrario degli animali, gli uomini sono in grado di rinunciare ad un vantaggio immediato per un bene a più lungo termine e in una situazione di crisi tendono a collaborare per la sopravvivenza invece di azzannarsi tra loro.
Galimberti, a questo proposito, si permette di una nota polemica con l’attuale “american way of life”. Il modello della competizione esasperata, ci segnala, potrebbe voler condurre l’uomo a diventare un “organismo geneticamente modificato”.
A noi non preoccupa tanto questo, in fondo l’uomo ha subito mutazioni genetiche nei millenni per diventare com’è oggi, il punto invece, alla vigilia del vertice ONU di Johannesburg, è capire quanto i capi della terra traggano maggior piacere ad operare in via cooperativa per superare i problemi di ambiente, fame e povertà, piuttosto che da cavalcare in via egoistica i propri interessi nazionali, industriali e militari. (l.g.)
Titolo: (23. 08. 02) IL PRESIDENTE LEGGE UN LIBRO
Redazione
Grandi massacri e orribili misfatti sono stati spesso perpetrati da cattivi lettori. Soprattutto da chi ha letto un libro solo o poco più. Basta pensare alla Bibbia o al Corano, e ai loro spietati lettori, per rabbrividire. Ma neanche con Il Capitale c’è stato tanto da scherzare. Sugli animi semplici, come sui perfidi, che non si sottopongano ad antidoti adeguati e immediati, sono testi che possono provocare autentici sconquassi. Che poi vengono sempre gabellati come ‘il bene altrui’. I cristiani, con la Bibbia sulla spada, hanno ripulito le Americhe, e non solo quelle, e hanno ‘salvato l’anima’ a milioni di vittime. Lo stesso ha fatto l’Islam, in punta di Corano.
Così, quando Gorge W. Bush si è concesso una sana vacanza da buttero a grigliate e bisteccone, ritirandosi nel suo ranch texano, dichiarando che avrebbe letto solo un libro - ‘Supreme command. Soldiers, Statesmen and Leadership in war time’ - a noi sono venuti i sudori freddi.
Uno che probabilmente limita le frequentazioni letterarie alle agenzie del mattino, sicuramente non può che restare impressionato dal saggio di Eliot Cohen, direttore dell’ Istituto di studi strategici della Hopkins University. Costui, naturalmente l’ultimo guru della cultura Usa, sostiene che, in caso di guerra, il comando supremo spetta ai politici e cita gli esempi di Lincoln, Clemenceau, Churchill, e Ben Gurion. Giacché c’era poteva anche metterci anche Hitler e Stalin.
Bush, che prepara l’armata per l’Iraq, si è subito immedesimato nella parte, ha convocato i falchi del suo governo – Donald Rumsfeld, Condoleezza Rice, Dick Cheney, più il generale Richard Myers, capo degli Stati maggiori congiunti – ha messo a punto gli obiettivi strategici e poi si è offerto ai giornalisti, presentandosi con l’ormai famoso saggio di Cohen tra le mani, il cipiglio bellicoso e l’aria del leader universale.
Infatti: “Il rovesciamento del regime di Saddam Hussein è nell’interesse del mondo intero…”. La Germania ha subito ribadito il suo no (ci sono le elezioni). Come la Russia, il Canada non ci sta. Londra è dubbiosa e, se gli arabi continueranno a spostare dall’Usa sulla City miliardi di dollari, si guarderà bene dal partecipare a questa crociata di giustizia. Berlusconi ci starebbe come presidente del Consiglio, ma deve superare l’opposizione del ministro degli Esteri e deve trovare i soldi per il carburante della motovedetta ‘Italia’.
Quale che sia l’avventura in cui il governo Usa
precipiterà il mondo, quasi certamente darà origine a una situazione
peggiore della precedente. L’attuale esecutivo degli Stati Uniti va
proponendo e imponendo in Oriente e Medio Oriente un modello di
democrazia corrotta, corruttrice e senza etica; un modello dimentico
dei motivi fondanti dello Stato nordamericano e, in parte, imposto
dalla sua attuale classe dirigente all’opinione pubblica del paese.
Questa ‘democrazia’, trapiantata a forza in sostituzione di regimi
dittatoriali e in zone disastrate e arretrate non potrà che generare
ulteriori disordini, satrapie e morti. O favorire l’avvento di forme
di governo a forte pretesa morale. Quelle, appunto, che nascono dalla
distorta lettura di un solo libro, ma almeno promettono il trionfo di
un simulacro di giustizia divina. (r.t.)
Titolo: (23. 08. 02) IL PALLONE NELL’EQUIVOCO
Redazione
Una serie di equivoci sono all’origine del clamore per il mancato avvio dei campionati di calcio e delle querelle sui diritti televisivi.
Primo equivoco. Tutti i media, quando trattano di calcio, parlano di ‘sport’. È possibile, oggi, definire il football professionistico come “Insieme di divertimenti e di esercizi che hanno per scopo di sviluppare le forze muscolari, l’abilità, lo spirito d’iniziativa e il coraggio” (Palazzi) ? Si tratta, invece, di uno spettacolo complesso, affidato a professionisti e vincolato a precisi regolamenti, finalizzato al divertimento degli spettatori e al guadagno dei protagonisti.
Senza prendere atto di questa ovvietà, si può capire poco della natura e dell’organizzazione dello sport in Italia; delle difficoltà del Coni, che cerca di rappresentare – e lo fa malamente – sia lo spettacolo sportivo (quello dei professionisti), che lo sport di base (quello dei dilettanti) e di quelle delle Spa del calcio, che non sono associazioni senza finalità di lucro e che cercano di ricavare il massimo dalla vendita del loro prodotto.
Secondo equivoco. La Rai paga già troppo i diritti di trasmissione delle partite. Non possono certo essere i telespettatori a giudicare su questo punto. Il costo di un evento televisivo è in gran parte originato dalla sua audience. Per stabilire quanto vale il calcio trasmesso dalla Rai bisogna partire da questo punto. Se si esaminasse questo dato, finirebbero le cicalate d’agosto e, probabilmente salterebbe fuori che da questa voce la Rai incassa molto di più di quanto spende e che dovrebbe tagliare qualche altra voce di spesa.
Terzo equivoco. Il ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri, ha stabilito che la Rai dovrebbe spendere sui 50 milioni di € per i diritti televisivi annuali. La Rai è un’azienda che sa benissimo quanto deve (o può) spendere. Se si seguisse l’ordine di Gasparri il calcio se lo papperebbe Mediaset…Questo Gasparri non perde occasione per far prendere aria alla lingua. Cosa c’entra lui, modesto e maldestro utente Tv, con la gestione della Rai resta un mistero insoluto che certo Baldassarre non ci risolverà.
Quarto equivoco. ‘Il governo ha tutto l’interesse ad aiutare il calcio, non fosse altro per le tasse che ci ricava…Chiederemo lo stato di crisi del settore…’ (Adriano Galliani, presidente della Lega Calcio). Le società di calcio sono delle Spa. Per prima cosa dovrebbero quindi essere gli azionisti a ripianare i deficit. Se il governo, in un ulteriore spasmo di follia, dovesse prestare fede alla dichiarazione di Galliani, per prima cosa dovrebbero essere esaminati i bilanci delle aziende del calcio, che, con pochissime eccezioni ( esistono società che hanno i conti in ordine e non sono affatto in crisi, tra queste la Juventus), oscillano tra il falso e l’inattendibile.
Non si tratta, quindi, solo di trovare modo d’incassare di più dalle tv, ma di avviare un vero risanamento aziendale. Sarebbero necessari alcuni presidenti decisi e capaci e, soprattutto, dotati di misura e discrezione. Purtroppo le prime uscite di Galliani sono state avventurose – “Basta con le spese folli”, e acquista Rivaldo, “Il campionato inizierà regolarmente a settembre”, infatti slitta di 15 giorni -, l’ultima, sulla crisi delle società e sui soldi governativi, fuori misura e clamorosa, là dove sarebbero efficaci sottotono e moderazione.
Quinto equivoco. Le società più piccole sono escluse dai benefici della vendita delle partite alla Tv. Non è affatto vero.
Le otto società minori sono invece insoddisfatte di come vengono divisi questi proventi, la parte del leone la fanno i grandi clubs, e hanno deciso di vendersi direttamente le partite. Questa soluzione è
anche funzionale all' intento delle grandi società: cedere tutti i diritti alla pay-tv, ricavandone almeno il 50% in più. Vorrebbe dire la fine del calcio in chiaro e un terremoto per la Rai.
Il governo si trova in realtà ad uno snodo pericoloso. Se la Rai perde il calcio, Berlusconi non intervenendo favorirà oggettivamente Mediaset, dando fiato alle trombe dell’opposizione e fornendola di convincenti argomenti. Se interviene in favore del calcio miliardario integrando l’offerta Rai con qualche leggina, allontanerà ancor di più il suo elettorato, già al limite del disgusto. E tutto questo avendo ‘nominato’ lui sia il presidente della Rai che quello della Lega Calcio. È diabolico, il Cavaliere! (rt)
Titolo: (06. 08.02) PROFONDO ROSSO
Redazione
Titolo: “ Legislazione di stampo mafioso”. Autore: Gian Carlo Caselli, procuratore generale di Torino. Su L’Unità di domenica 4 agosto il magistrato ha festeggiato la fresca nomina con un attacco al governo. E, quasi a sottolineare l’appartenenza a un preciso schieramento, ha aggiunto alla firma anche la qualifica appena conseguita.
Agli occhi di molti cittadini la posizione assunta da Caselli è incompatibile con la sua carica. Nello stesso tempo, paradossalmente,
l'articolo, che avrebbe intenti opposti, finisce per essere una conferma di quanto da sempre va dicendo Silvio Berlusconi circa i ‘magistrati schierati e politicizzati’.
L’unico ad esprimere con chiarezza una posizione politica sul neo procuratore è stato Marco Pannella: “Cosa pensano i girotondini, cosa pensa Furio Colombo, della vergogna di un CSM che all’ultimo momento, nel suo ultimo giorno, come i ladri della partitocrazia, violando le regole sulle promozioni, nomina Gian Carlo Caselli procuratore generale a Torino? E cosa pensano quelli che chiedono il rispetto dello stato di diritto del fatto che il neo eletto procuratore generale di Torino accusa dalle pagine di un giornale le leggi approvate dal Parlamento di essere mafiose? I cittadini fanno girotondo perché, dicono, la legge Cirami mette in causa i principi dello stato di diritto. Ma su Caselli, su ciò che ha scritto, su come è stato nominato, nessuno risponde…”.
Titolo: (02.08.02) SPIATI E MAZZIATI
Redazione
La chiamano "connessione veloce"... ma ancora più
velocemente l'ADSL consente di MONITORARE il comportamento
degli utenti...
Per ogni abbonato all'ADSL esiste un'apposita cartella
nel server predisposto alla connessione permanente che
memorizza TUTTI I TESTI DELLE EMAIL spedite e ricevute,
nonche' TUTTI I SITI VISITATI. Cio' in teoria fa parte del
servizio, quale funzione di backup, ma la delicatezza di queste
informazioni pone seri interrogativi su quelli che potrebbero
diventare i possibili utilizzi futuri. Per non parlare del pericolo
che tali informazioni possano essere carpite con atti di
pirateria informatica, o addirittura in modi piu' semplici, e cio'
potrebbe dare luogo a conseguenze gravissime ai danni degli
utenti.
Oggi si scopre che la connessione ADSL offre un efficace
mezzo di ispezione da parte di software installati presso
determinati servers. Non solo per la rapidita' dello scambio dati
(la velocita'.... caratterizza entrambe le direzioni!) ma anche
perche' l'ADSL essendo NOMINATIVA ed ABBINATA
all'intestatario dell'ABBONAMENTO TELEFONICO corrisponde
inequivocabilmente ad uno specifico utente.
Ad A.R. di Cagliari, per esempio, è bastato visitare il sito di
della Microsoft, con una velocissima connessione ADSL, ed
effettuare un aggiornamento di Windows, per segnalare agli
efficienti "robots" interattivi che la sua copia di Office 2000...
NON era correttamente registrata e non era stata pagata la
prescritta licenza d'uso.
Finora questi controlli interattivi raramente hanno avuto
effetto, perche' LOGIN e PASSWORDS utilizzati dagli utenti
per navigare, erano generalmente anonimi o associati a nomi di
fantasia... e moltissime denunce cadevano nel vuoto.
Ma poiche' con l'ADSL la connessione diventa NOMINATIVA...
nulla di piu' facile per la Guardia di Finanza di Cagliari che
presentarsi a casa del signor A.R., dopo poche settimane
dalla segnalazione di Microsoft Italia, e constatare la presenza
di programmi illegali nel PC dell'incauto utente, che fra l'altro si
dilettava nel collezionare MP3, ignorando che la semplice
detenzione di files musicali, anche se scaricati dal web,
comportano obbligatoriamente il pagamento dei relativi diritti
SIAE.
Per la cronaca, le violazioni di A.R. hanno comportato multe per
34.000,00 Euro.
Se episodi come questo aprono nuove strade per una corretta
regolamentazione della Rete, si pongono tuttavia inquietanti
domande su quale sia il giusto confine fra il rispetto della lega-
lita' e il rispetto della riservatezza degli utenti.
(ANSA)
Titolo: (26.07.02) FAME DI SOLDI O DI IDEE?
Redazione
Con lo sciopero della fame "lampo" di Mastella si è concluso il “Patto per l’Italia” dei soldi tra i partiti.
Accontentato il Mahatma di Ceppaloni, questa storiella prevacanziera di finanziamento pubblico si è svolta sotto gli occhi degli italiani con la testa già al mare. Tutto liscio
per tutti, dunque, tranne che per il Nuovo PSI, che, se non sbagliamo, è l’unico, in compagnia giusto del PRI, a restare all’asciutto nella spartizione del
'bottino'.
E’ la vendetta della storia? Può darsi e, in fondo, è meglio così: nessuno potrà oggi accusare dei socialisti di 'rubare' soldi pubblici.
Ma se la storia si vendica, non osiamo immaginare cosa ne sarà dei DS, o di chi, avendo soldi di suo, cerca di ripescare riforme
istituzionali di matrice craxiana, o pensa che il problema del socialismo di oggi risieda tutto nella restituzione dell’onore allo statista morto in esilio.
L’augurio che ci facciamo a noi e a coloro cui sta a cuore il socialismo liberale e non solo il proprio destino individuale, magari da ministro degli esteri, è che questo tirar la cinghia stimoli qualche reazione elettrochimica del cervello, in modo che all’orizzonte, se non un sole, almeno inizi a brillare la sagoma di una qualche imbarcazione dotata di una sua rotta precisa. Insomma, il problema
da risolvere dei socialisti è sempre stato
storicamente quello della ‘fame’, ma qui ci pare che sia meglio prima riempirsi la testa di idee e poi il portafoglio con eventuali contributi pubblici. (l.g.)
Titolo: (26. 07. 02) IL PRESIDENTE CIAMPI E IL
PLURALISMO
Redazione
Per quanto sia per lui difficile, sicuramente il presidente della Repubblica, nel suo peregrinare lungo la penisola, si sarà reso conto che un’identità comune a tutti gli italiani ancora non esiste. Ovunque è applaudito con simpatia e stima, riconosciuto, o tollerato, quale interprete del sentimento nazionale. Ma puntualmente le quotidiane vicende italiane lo richiamano alla realtà.
Dalla siccità endemica del Sud, ai racket diffusi e in espansione, dalle tendenze separatiste, alla litigiosità politica, al decadere delle istituzioni, tutto sembra congiurare per la disgregazione, tanto che l’idea di un’Europa che governi raggiunge presso gli italiani un gradimento unico tra i popoli del continente: per favore, che ci venga imposto un Ordine Superiore, come a Procida sono stati imposti i vigili urbani di Bergamo.
Lo stesso insistere di Carlo Azeglio Ciampi sui medesimi temi - Risorgimento, Resistenza, la Bandiera, l’Inno - non sono forse il tentativo di assemblare le tessere sconnesse del difficile mosaico nazionale? Anche il richiamo alla nostra cultura è funzionale alla formazione di un’identità comune a tutti gli italiani. Ma quella che piace al capo dello Stato resta prerogativa di un’elite. La cultura condivisa è invece quella dello sport, della musichetta sanremese, dei folklori tradizionali locali…tutte cose poco funzionali,quando non ostili al discorso presidenziale.
Per questi motivi diventa essenziale la partecipazione dei media allo sforzo del presidente. Solo loro, e in particolare la televisione, sono in grado di dare un significativo aiuto alla nobile causa. Il richiamo su democrazia, pluralismo e libertà di stampa inviato al Parlamento deve anche essere letto come conseguenza dell’azione complessiva del capo dello Stato. Senza questa chiave di lettura ‘alta’ il documento rischia di restare un’esercitazione un po’ ovvia e fine a sé stessa, per certi versi inadeguata e fuorviante.
Infatti non è solo il pluralismo a garantire il corretto gioco politico e la democrazia. Ad esempio, nella vicenda del tracollo del titolo Fiat in Borsa, i piccoli risparmiatori sono stati manovrati da un formidabile spiegamento mediatico che li ha resi ignari di quanto stava avvenendo, prima tacendo sulle traversie del gruppo, poi diluendone la portata con mille reticenze. La Stampa, il Corriere della Sera, il Sole 24Ore, hanno forse messo sull’avviso i loro affezionati lettori? Eppure c’era la notizia (la crisi del maggiore gruppo industriale italiano), c’era un’audience adeguata (decine di migliaia di investitori minuti e di dipendenti) e c’erano anche coloriture e casi umani (i manager in disgrazia, il tramonto del maggiore capitalista italiano…). Ma la ‘notizia’ è venuta alla luce solo a giochi fatti, quando era ormai ufficiale.
Quindi non tutto è riconducibile al duopolio Rai-Mediaset, come pretendono i leader dell’Ulivo, né quella di Berlusconi è l’unica concentrazione di media in Italia. Infine, la nostra democrazia non può essere affidata solamente al pluralismo delle voci politiche.
È vero che la comunicazione politica, influendo sul voto, condiziona in parte la società, ma l’informazione è sempre lo specchio fedele del livello di democrazia del paese. Per questo motivo le leggi introdotte per garantire il pluralismo della comunicazione hanno fallito lo scopo. La ‘par condicio’ ha finito per favorire Berlusconi ed ha spento il dibattito politico locale. Se la si vorrà estendere ancor di più, sempre peggiorerà il clima italiano, burocratizzando il giornalismo e contribuendo ad allontanare la gente dalla politica.
Il presidente della Repubblica, se vuole affermare i principi contenuti nel suo messaggio, bene farebbe a richiamare il Parlamento sulla fondamentale necessità di rendere democratici, cioè aperti a tutti i cittadini e al loro servizio, organi, poteri e servizi dello Stato. Dalla giustizia alla polizia, dalla sanità alle poste, a… tutti sono lontani dai parametri d’efficienza e di democraticità europei e sempre più pericolosamente vicini a quelli del sud del Mediterraneo. Essi incombono sugli italiani. Elargiscono favori anziché garantire diritti; rispondono a logiche corporative o di schieramento politico, piuttosto che alle ragioni dei cittadini.
Il pluralismo e un’identità comune sono possibili solo in una democrazia compiuta e condivisa. A questo dovrebbe richiamarsi il Presidente, garantendo i diritti più che caldeggiando solidarietà. (rt)
Titolo: (18. 07. 02) NEANCHE A UN CANTANTE DI PIANO
BAR…
Redazione
All’epoca del suo primo governo, Berlusconi si era distinto per alcune scelte che rivelavano un’indubbia sagacia. Si erano apprezzati l’assegnazione di alcuni dicasteri chiave, ma anche la designazione di Monti e Bonino per le Commissioni europee e di Letizia Moratti alla Rai. Queste nomine, pur se contestate dall’opposizione, furono equilibrate e lungimiranti. Il Cavaliere sembra ora avere perduto l’antica perspicacia e si circonda di ministri imbelli, poco pratici e capaci, preferendo forse collaboratori celebranti l’effimera gloria di un mandato irripetibile.
Quando il ministro dell’Agricoltura Giovanni Alemanno, di fronte alle immagini di agricoltori e allevatori alla disperazione, ripresi tra campi riarsi e colture distrutte, dichiara che “…L’acqua costa poco e bisogna farla pagare di più…”, non è lui, poveretto, che bisogna censurare, ma il capo dell’esecutivo che ne tollera l’inadeguatezza.
Di fronte alle case di pena che traboccano di carcerati, privati di diritti e dignità, stipati nelle celle come deportati nei carri bestiami, senza che il ministro batta ciglio, non è con Roberto Castelli, che ha già dato deprimenti prove delle sue capacità, che dobbiamo recriminare. Ne chiediamo invece conto al presidente del Consiglio, sempre più distaccato dalla realtà, sempre più lontano dai problemi, tutto preso dai loisirs internazionali e dell’artistica ricerca di qualche bizantinismo lessicale che serva ad aggirare o a rendere vane le clausole del ‘Contratto con gli italiani’.
Silvio Berlusconi, infatti, insiste a negare qualsiasi ipotesi di rimpasto, temendo di destabilizzare la coalizione. Più eviterà questa necessità e più avvicinerà al disastro governo e paese. I capisaldi del suo programma, quello che aveva raccolto i voti della maggioranza degli italiani, sono a rischio: la riduzione delle tasse è impossibile - e comunque già divorata dall’inflazione da Euro (“Vigileremo!”, aveva detto) - il ‘Piano per la difesa dei cittadini e la prevenzione dei crimini’, alla prova della realtà, non trova riscontro nei dispositivi legislativi, né nella volontà dei ministri; il ‘Piano decennale per le Grandi Opere’ per ora produce disegni e modellini.
Si richiederebbero leggi innovative e coraggiose, si sfornano per lo più rimasticature su normative realizzate da altri governi, un ibrido che le renderà di difficile applicazione aumentando il disagio dei cittadini. Peggio ancora, si preannunciano disegni pensati nei bar padani e partoriti dalla stravaganza leghista, bizzarre e vaghe intuizioni che neanche un cantante di piano bar oserebbe trasformare in leggi dello Stato.
Visto l’andazzo, con il leader sempre più immerso nella smisurata grandezza del suo ego e quasi dimentico di tutti tranne che della ‘famiglia’, gli alleati centristi e di destra stanno accelerando le grandi manovre che hanno per obiettivo le spoglie di Forza Italia e il suo elettorato. Si ritiene che, in qualche modo tramontato Berlusconi, andrà dissolto il suo “partito”. Attorno all’ingente patrimonio la lotta è accanita e (quasi) silenziosa.
Ma dietro l’angolo già s’annuncia l’arrivo del grande pacificatore, la speranza dei moderati e la nuova bandiera (a cosa ci siamo ridotti) dei riformisti. Sarà Romano Prodi a dirimere le questioni italiane. E lo farà quasi suo malgrado, invocato da cattolici e laici, riformisti e conservatori, trasversali agli schieramenti, tutti ansiosi di correre in aiuto del futuro vincitore. (rt)
Titolo: (11.07.02) I FIGLI DELL'IMPERO
Redazione
Il Wwf (World wildlife fund), la più autorevole organizzazione ambientalista, lancia un nuovo drammatico allarme: di questo passo al pianeta Terra e ai suoi abitanti restano 50 anni di vita.
Commentando la notizia sul Corriere della Sera, Giovanni Sartori conclude perentoriamente che “non possiamo aspettare che la crescita arrivi, prima di stabilizzarsi, ai previsti 10-12 miliardi di viventi, il punto è che la stabilizzazione demografica non è mai «naturale». L’argomento che a un certo punto l’eccesso di produzione di bambini si fermerà da solo è sicuramente falso. La crescita degli umani è fermata soltanto, a qualsiasi livello di densità demografica, da pratiche contraccettive.”
Con tanti saluti a papa Wojtyla.
Secondo l’illustra professore, quindi, l’unico rimedio allo scenario apocalittico è la drastica riduzione della natività.
L’alternativa di ridurre i consumi non è praticabile, secondo l’argomento che: “la macchina gira così. E se la fermiamo denunciando il consumismo, anche la crescita economica rallenterà. I Paesi ricchi si troveranno a essere meno ricchi. Con tanti saluti, in tal caso, agli aiuti ai Paesi poveri.”
L’impianto teorico del pensiero di Sartori è talmente “industriale”, che utilizza significativamente la locuzione “produzione di bambini”, come se l’alternativa che abbiamo di fronte fosse tra due tipologie di produzione e ci dice che, per sopravvivere, il mondo deve scegliere di produrre macchine e non bambini. La prima notazione è quindi semantica per l’uso del verbo transitivo ‘produrre’ che di norma si riferisce agli oggetti artefatti dell’uomo, in epoca moderna i prodotti, appunto, dell’industria o dei servizi. Mentre i bambini, sono ‘creature’, cioè si creano o procreano e non proprio ad arte (!). A parte, naturalmente, gli scenari dell’industria della genetica, ma il discorso di Sartori si riferisce alla “produzione naturale”, non essendo verosimile che la popolazione raddoppierà attraverso i soli cloni o replicanti della bioingenieria.
Al di là della semantica, segnaliamo due fatti.
Il primo è relativo alla mitica “consumer confidence”, cioè la fiducia dei consumatori: quella che quando si incrina fa tremare le borse di tutto il mondo, più degli scandali
finanziari. Tale fiducia ha una natura sempre più labile. E’ sotto gli occhi di tutti che i consumatori sono sempre meno disposti a comprare per comprare, come atto, più o meno indotto, ma quasi fine a se stesso. Le informazioni sui prodotti e i relativi processi sociali ed ambientali di produzione viaggiano su ‘autostrade’ sempre più larghe e a loro volte globalizzate. La crescita della consapevolezza dei consumatori non sembra seguire strade diverse da quella che una volta i marxiani descrivevano, a proposito dei proletari, come coscienza di classe.
Secondo fatto: i cicli di crisi del capitalismo, prima della globalizzazione, erano gestiti e corretti dalle politiche socialdemocratiche o keynesiane, dei governi nazionali. Quella a cui stiamo assistendo da un anno non ha una ‘governance’ al rispettivo livello di ‘politica di scala’ che possa intervenire in qualche modo. Oggi solo il presidente Bush potrebbe adoperarsi in tal senso, ma alla luce dei suoi recenti interventi è più facile pronosticare l’Impero, che la rinascita di una autorità internazionale forte, democratica e trasparente.
La conclusione è che, ovunque nascano, sarà sempre più difficile guardare un bambino negli occhi: che sia un sopravvissuto alle necessarie pratiche contraccettive o, tanto più, se ‘prodotto ad arte’ in qualche fabbrica dell’Impero. (l.g.)
Titolo: (01.07.02) SCAJOLA E BIAGI, IL COCOCO
Redazione
Cofferati in qualche modo se ne va'. Tra poco sarà costretto a
ricostruirsi una sua strada, un suo partito o movimento dove provare a raccogliere il saldo della sua attività di ex sindacalista.
Scajola, no. Ha fatto la pantomima delle dimissioni, ma il Cavaliere le ha subito respinte.
Del resto gli uomini di FI non sono mica politici di professione. Uno come Scajola cosa potrebbe fa fuori dal Governo? Al massimo il manager in qualche azienda del gruppo Fininvest.
L’ascendenza democristiana del Ministro è evidente che è stata completamente assorbita, anche nel linguaggio, dal quella aziendalista, che è l’unica che può trovare espressioni tipo: Biagi? “Era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del suo contratto di consulenza”.
Quando mai un democristiano avrebbe dato una risposta del genere? Il sentimento sotteso in quella cultura era sempre il massimo rispetto verso chi “tiene famiglia” e lotta per il mantenimento del suo contratto.
Oggi l’azienda Italia è invece post-fordista, così viene naturale che i ministri mutuino le loro espressioni dalla trivialità di un manager o un membri di CdA. L’unico rapporto che le parole esprimo verso chi, pur collaborando, è fuori dalla stanza dei bottoni è quella del dipendente a contratto. E’ quella del questuante, quasi sempre rompicoglioni, perché non capisce che nello Stato-Azienda, gli può toccare di entrare nel tritacarne in qualunque momento. Oggi Biagi, domani un altro, non importa se meglio o peggio, l’importante è che risponda alle necessità del momento dell’esecutivo, il quale lavora con l’ottica degli investimenti finanziari per ottenere alti interessi a breve termine.
In fondo la battuta di Scajola ci illumina sull’essenza attuale dei rapporti tra potere pubblico e suoi collaboratori e ci suggerisce il fatto che la sua natura non è molto diversa da quella che intercorre tra una azienda privata e un CoCoCo, cioè un collaboratore coordinato continuativo.
Il paradosso del tutto risiede allora nel fatto che Marco Biagi si occupava proprio di ridisegnare il quadro giuridico dei rapporti lavorativi per conto del governo. Chissà se,
prima di essere ucciso, aveva percepito che le collaborazioni al massimo livello, come
la sua, in fin dei conti rispondono alla stessa dinamica di quelli dell’ultimo dei
lavoratori atipici e precari?
(l.g.)
Titolo: (28.06.02) CARCERE
Redazione
...Sono entrato da un’ora nel carcere di Secondigliano: un fabbricato immenso, chilometri di cemento. Oltre la strada asfaltata un quartiere alveare, orrendamente e premeditatamente moderno, carcere più del carcere. Da quando sono entrato, per andare a visitare un carcerato, che è una delle canoniche opere di miseriordia, ho visto solo guardie, centinaia di guardie, affaccendate a spulciare tesserini di avvocati e permessi di colloquio, ed a spiare in diecine di monitor i loro stessi movimenti: il cosiddetto controllo del territorio.
I detenuti sono i grandi assenti: è il paradosso del carcere, costruito per custodire persone ed impegnato a fare in modo che i custoditi siano il meno possibile visibili.
Spiegazione elementare del paradosso: la reclusione tende ad astrarsi dalla sostanza fisica dei suoi protagonisti passivi, li rimuove, li rinchiude in una gabbia senza vetri, in un circuito futuristico invisibile; come accade per tutti i tabù che si rispettano, e che, secondo gli strizza cervelli post, para e meta freudiani, si annidano nella parte più riposta della corteccia cerebrale.
Anche questo è il carcere: un cervello enorme e senza pensiero, pieno di gangli che corrispondono alle porte: e le porte conducono ad altri gangli sempre più complessi e sempre più svuotati di senso: così più ti interni nel carcere e meno ti senti sorvegliato, perdi persino la percezione di essere controllato.
Infine arriva il tuo assistito, scortato da due o tre guardie, con addosso una tuta, che è la divisa moderna dei detenuti, e le scarpe da tennis: improbabili atleti di una gara contro il tempo, contro la noia, contro l’essere sempre meno visibili, anche a se stessi. Anche la loro sofferenza, in questo meccanismo di asepsi, finisce per sembrarti banale: una regola del gioco, un tassello scontato del mosaico: e non lo senti come un recluso, almeno non lo senti più recluso di te. Anche il tuo conversare con lui diventa grigio,quello che si verifica, adesso lo capisco, è un crollo complessivo di tensione: E questo crollo è il fine dell’Istitutizione, la sua ragione di essere, assoluta e coinvolgente: Per questo, dentro il carcere, si assomigliano tutti, detenuti, guardie, operatori: ed anche tu finisci per somigliare a questa somiglianza assoluta.
A colloquio finito, ripercorri all’indietro i meandri di questo inutile cervello automatico, e non è vero che ti senti diverso: anche se fuor dell’ultimo cancello ti troverai nel mondo libero dei liberi ti porti addosso come un’odore di sottile spionaggio.
Quando ritorni a riveder le stelle, se hai un’anima, hai un’anima ferita ma non troppo: Il traffico, davanti al carcere, è furibondo: un raggio di sole a caso mi fa lo spettrogramma dell’aria che respiro, avvelenata. Dove comincia il carcere, mi chiedo, e dove trova fine. Siamo in ballo già tutti, spiati da qualcuno che non si accorge neppure di spiarci. E’ il non senso brutale, la brutalità del non senso.
Una cosa è sicura: carcere e giustizia non si incontrano mai. Non date retta a chiacchiere: ci siamo dentro tutti, fino al collo dell’anima. (Fausto
Cerulli)
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