Oggi in Italia, commenti politici della Redazione

[ARCHIVIO]

N.18 Anno III Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti.Net
Ottobre 2002
 

Titolo: (31.10.02) QUANDO PASSA LA STORIA

Finalmente, dopo nove mesi, si era arrivati al sodo. I reduci dei Girotondi, tutti capitani di potere a casa loro, pensavano di avere coronato il sogno di una vita, di essere promossi alla politica con la maiuscola, quella dei partiti. Si erano quindi catapultati al mini Palasport di Castel San Pietro da ogni dove, pronti a disquisire in punta di statuti, a torneare con finezza e consumata finta ritrosia per cariche e gradi, a spaccare in quattro il capello di ogni sofisma pur di incidere sui taccuini dei cronisti. 

C’erano Nanni Moretti e Francesco ‘Pancho’ Pardi, i resti del triunvirato, perché Paolo Flores D’Arcais viaggia solo se è lui che guida. C’erano Paolo Sylos Labini, Enzo Marzo e Elio Veltri, pronti a costituire il ‘vero Ulivo’ c’era Benigno Zacchiroli del gruppo 2 Febbraio ( Chi è mai costui,  mormorava Nanni Moretti, mentre in attesa dell’apertura dei lavori, se n’andava pensando che non è possibile essere certi di nulla); c’era Nicola Tranfaglia, lo storico torinese che c’è sempre stato e quindi si era presentato con lo statuto del partito nuovo bell’e pronto; c’era la moglie del cantante, due o tre pasionarie, un premio Nobel di Milano con consorte, i rappresentanti di 250 associazioni; c’era soprattutto Gianni Vattimo, il più invidiato, cattedratico, eurodeputato, giornalista, solidale testimonio dello sposo al primo matrimonio gay, dov’era andato per rivisitare Palazzo Farnese:  tutti ansiosi di riesumare il caro estinto – il glorioso ‘Indipendenti di Sinistra’ madre di tutti gli utili compagni collaterali – per immettere aria nuova, ma pur sempre fritta, nell’asfittico Ds. 

Poi la prima doccia fredda. Nanni caccia i giornalisti dal tempio, fuori tutti, bocche cucite, come ai bei tempi del centralismo democratico, e i girotondini dentro a porte chiuse. Poi: niente partito, cosa faremo si vedrà. Adesso via alla discussione. Allora si sono avventati al microfono tutte le anime belle, dandoci dentro a ruota libera per 14 ore (in due tornate). Qualche flebile notizia è trapelata, mitico eco d’uno storico momento: “ Stiamo lavorando per il bene della democrazia” (Piero Ricca delle Girandole), “L’unica garante della democrazia in Italia è Ilda Bocassini” (Giuseppe Sunseri di Palermo, misconoscendo però i magistrati peloritani), “I leader non si eleggono, leader si è. Nanni Moretti lo è” (Christian Abbondanza di Genova, raro cognome ossimoro), “Renderò nota la mia posizione ufficiale solo all’interno del nostro coordinamento” (Daria Colombo in Vecchioni), “Sono qui per prendere un cappuccino da portare a Nanni”, Silvia Bonucci, una dei leader sorpresa al bar… 

Alla fine Nanni Moretti, un regista sa anche comandare, li ha messi tutti in riga e ha riassunto il polifonico dibattito: “…Ci rivedremo a febbraio…a marzo, forse a Napoli…”. Così stanchi, ma felici della bella gita, quasi tutti sono rientrati a meditare sul futuro della sinistra. Ma alcuni, ormai capita l’antifona del conduttore unico, covavano ancora in seno l’orrenda creatura. 

     Abbandonati i compagni di ludiche passeggiate sull’Appennino, Gianni Vattimo e Nicola Tranfaglia non potevano concludere il loro weekend  senza risultati concreti. Al grido di “Cofferati è il nostro De Gaulle” il filosofo ha guidato la spedizione calando a Bologna su Palazzo D’Accursio…Ma questa è un’altra gita e ve la raccontiamo un’altra volta. (rt)

 



(26.10.02) TUTTI A CASA

Redazione

Non si avvertono differenze sostanziali tra le posizioni del Papa e quelle del capo dello Stato sui provvedimenti di clemenza. Ambedue sollecitano un’amnistia o un indulto, l’uno esplicitamente, l’altro indirettamente. Dopo l’ultimo intervento ufficiale di Ciampi, avvenuto durante la visita al supercarcere di Spoleto ( “Bisogna operare per risolvere lo squilibrio che esiste fra popolazione carceraria e spazi esistenti”), tutte le minoranze di partiti cattolici presenti in parlamento si sono scatenate fiondandosi sul polposo osso, assistite dalla lobby trasversale degli avvocati. Attendono solo l’arrivo di Woytjla per fare passare trionfalmente il ‘tutti a casa’ che rimetterà in circolazione qualche migliaio di detenuti.

Che sia il presidente della Repubblica a farsi paladino di questo improvvido provvedimento, vera e propria abdicazione dello Stato e negazione dei diritti delle vittime, con la risibile scusa che dentro non c’è più posto, ci sembra un atteggiamento incompatibile con la carica.

È giusto ciò che rileva Carlo Azeglio Ciampi, cioè che la carcerazione deve tendere alla riabilitazione e che devono essere garantiti ai condannati le possibilità di lavorare e studiare, ma anche se gli istituti di pena fossero meno affollati, ugualmente questi diritti resterebbero incerti. Infatti il recupero può avvenire solo attraverso una serie di profonde riforme del sistema che includa anche i metodi di arruolamento, selezione e formazione del personale di sorveglianza.

Le grandi manovre parlamentari sono comunque già iniziate da alcuni mesi. Per fare ingoiare all’opinione pubblica questa carità pelosa di marca cattolica, sono allo studio infatti alcune proposte di legge che prevedono il risarcimento delle vittime di reati per mezzo di un fondo statale. Gli ex democristiani sono i più attivi su questo fronte. Un gruppo trasversale propone soldi per tutte le vittime. Altri onorevoli hanno allo studio progetti di tutela e risarcimento più mirati.

Come ha dimostrato la legge sul risarcimento delle vittime di emoderivati che hanno contratto l’epatite (la 210/92), neppure un numero circoscritto di cittadini può sperare di ricevere quanto stabilito da simili leggi, se non attraverso lunghi e sfibranti contenziosi legali.

Però a nessuno dei proponenti importa nulla se poi il provvedimento è nei fatti inattuabile (in cassa non c’è una lira), perché tutti i disegni prevedono la creazione di un carrozzone statale che gestisca questa nuova gigantesca torta.

È il felice ritorno di un’antica vocazione che pareva estinta sotto la valanga di voti che avevano cancellato un’intera stagione politica. I partiti di esplicito riferimento cattolico - impropriamente ‘cristiani’ – non contano niente presso l’elettorato, neppure uno ha raggiunto la soglia del 4%. Ma ugualmente in parlamento hanno decine di seggi, fanno la voce grossa e trescano come e più di prima.

In bilico tra restauratori e riformisti, la sinistra intanto sta a guardare e affida le sue fortune a pop star che sgambettano al proscenio guidate da filosofi d’incerta natura e da artisti in cerca d’ispirazione. (rt)


Titolo: (23.10.02) TU VO' FA' L'INGLESE, MA SEI NATO IN ITALY!

Redazione

L'ex corrispondente da Londra di "La Repubblica", Antonio Polito esce oggi con un nuovo quotidiano, 'Il Riformista', già etichettato - prima della pubblicazione - come 'Il Foglio di sinistra'. Stesso formato, ma con l'arancione come colore 'sociale' e un omino che scruta in alto col cannocchiale, come logo. Columnist più noto, Lucia Annunziata per la politica internazionale. Editoriale politico sulla Cirami a cura del senatore Franco Debenedetti che propone al centrosinistra il voto di astensione. Modello politico auspicato, la terza via di Tony Blair nell'alveo del sistema maggioritario italiano. Parola tabù, socialismo.

Scrive Polito nell'editoriale di presentazione: "Cercheremo i veri riformisti e daremo loro voce. La loro cultura è nata, un secolo fa, nella sinistra e nel movimento dei lavoratori. Dove ha vinto, ha creato società più efficienti e più giuste. In Italia si è smarrita in mille rivoli". Da questo rimandare a una cultura che non si nomina subiamo l'impressione che il direttore, come capita a molti anglofili, voglia fare l'inglese più degli inglesi, battere la terza via più del New Labour, essere più realista del re Tony.

Incarnando la cultura analitica anglosassone, Polito riduce la 'trinità socialista' a binomio pragmatico, privo dello 'spitito santo', quando conclude la presentazione del quotidiano scrivendo: "Ci si può ancora battere per gli ideali della Rivoluzione francese: libertà ed eguaglianza. Il terzo, quello della fraternità, ci sembra per sempre sepolto sotto le macerie delle utopie e i fasti dell'individualismo di massa".

Tutti i nostri auguri al 'Il Riformista' e a Polito per questa impresa editoriale utile e coraggiosa, ma non possiamo esimerci dal ricordare che le culture hanno nomi e cognomi e che le tradizioni senza padri e ‘spirito santo', forse non producono utopie pericolose, ma sicuramente privano il riformismo di una retorica comune che fornisca un’identità condivisa al centrosinistra. Alla fraternità, forse, non si può rinunciare solo perché deve essere liberata dalle macerie del populismo, del massimalismo e del giutizialismo. Non possiamo né eludere, né continuare a reinventare il passato, così come non possiamo sacrificare la dimensione ideale, utopica e immaginifica sull’altare del pragmatismo: le idee riformiste hanno bisogno di storia e di sogni. (rt e l.g.)



Titolo: (19.10.02) ME  LA  SONO  VISTA  BRUTTA

Redazione

Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, ha passato un brutto quarto d’ora. Non per la crisi della Fiat che porterà a spasso per i larghi viali cittadini qualche migliaio di nuovi disoccupati. Non per lo scandalo degli appalti comunali truccati che sta paralizzando tutta la macchina municipale. Non per le beghe legate alla gestione delle migliaia di miliardi delle Olimpiadi del 2006. Più banalmente per alcune migliaia di € (25 milioni di lire) versati al suo fondo elettorale da 7 impresari, oggi inquisiti per gli appalti truccati: finanziamento illecito e iscrizione dovuta nel registro degli indagati.

Il magistrato che guida l’inchiesta, l’integerrimo Marcello Maddalena, non gli ha mai mandato nessuna comunicazione, ma l’annuncio della bufera che andava addensandosi ha ugualmente scosso l’esponente della Quercia, tanto potenti erano ormai i boatos che circolavano in città e nelle redazioni dei quotidiani. Il sindaco ha levato alti lamenti su questo venticello calunnioso così simile all’inizio di un linciaggio politico.

Il compagno Chiamparino ricordava bene il tempo di Tangentopoli, quando qualche indagato dall’integerrimo Maddalena prima era stato mandato alle gazzette (non certo per iniziativa del correttissimo procuratore), e poi indagato e sotto processo, per le stesse marachelle che adesso sussurri e voci attribuivano a lui. Allora per i fogli cittadini le parole erano pietre e i lapidati furono molti. I magistrati lavoravano a pieno ritmo, i socialisti e i diccì sputtanati, e perciò colpevoli, popolavano le cronache cittadine di Repubblica e de La Stampa per situazioni assai simili a quella del sindaco. E qualcuno ci morì pure di crepacuore.

È iniziata quindi una ridda di dichiarazioni e di pressioni affinché il sindaco potesse immediatamente spiegare la sua posizione all’inquirente. Nell’intricata situazione torinese il possibile impeachment del primo cittadino ha messo nel panico amici, compagni, avversari e tutto l’Establishment cittadino. Il possibile abbandono di Chiamparino sarebbe stata una jattura; un disastro il suo siluramento: chi mai si sarebbe fatto carico del fardello della crisi Fiat? Ecco quindi tutta una serie di prudenti solidarietà, d’inviti ad ascoltarlo subito, a ‘fare in fretta’ per il bene di collettivo.

Al commercialista che ha gestito il fondo elettorale, i versamenti (in contanti) degli impresari non risultano. Al Partito neppure. Li ha materialmente ritirati un quasi oscuro, ma onestissimo sindaco diessino della Val Susa, oltretutto ex partigiano, il compagno Gioachino che dice di averli versati tutti insieme al commercialista. Lo scrupoloso professionista li ha registrati insieme ad altri nel rendiconto ufficiale come ‘sottoscrizione Ds’ . In ogni caso il candidato era ufficialmente all’oscuro di tutto: lui non ha chiesto direttamente contributi a nessuno, tanto meno agli impresari inquisiti.

È passata molta acqua sotto i ponti del Po e non risulta che sia stato contestato a Chiamparino il famoso “non poteva non sapere”, anzi La Stampa, che la sa lunga, spiega che ‘l’inchiesta pare avviata all’archiviazione’. Per fortuna tutto si risolverà per il meglio e le approfondite indagini presso il commercialista, con acquisizione della documentazione informatica, e presso i Ds, dove i finanzieri si sono fatti consegnare una parte consistente della contabilità della Quercia, non potrà che dimostrare l’estraneità del sindaco.

Così una catena di limpide onestà e di forze coscienti del bene comune l’ha avuta vinta contro malevole voci, illazioni e ambigue dazioni. Come ha detto il sindaco, ‘adesso può continuare il mandato con tutta la sua forza’. Però, che paura!(rt)



Titolo: (18.10.02) SCIOPERO GENERALIZZATO

Redazione

Lo sciopero generale è l’arma definitiva, quando lo si proclama è perché null’altro resta che una spallata decisiva da sferrare alla controparte. Quello della Cgil di ieri è invece una pistola spianata contro più avversari. Principalmente contro l’odiato Berlusconi, ma anche contro le altre forze sindacali, i Ds riformisti, la Margherita dei Dc rifatti e, solo un pochino, la Confindustria.

Quando gli avversari sono tanti e così dislocati, non si può andare tanto per il sottile né sui compagni di strada, né sulle motivazioni. E infatti ecco in piazza tutta la teoria dei partiti comunisti – ne esistono ancora  – e delle loro bandiere, dei No global con musiche e birre, dei Verdi, dell’Arci, dei Ds del correntone…oltre che, ovviamente, di tutte le rappresentanze della Cgil, pensionati in testa. Un caso a parte è quello di Fassino che va da per tutto.

Quando lo sciopero era stato dichiarato, la scusa era l’attacco all’Articolo 18. Poi si sono aggiunti, nell’ordine, il Patto con gli italiani, la Scuola, la Finanziaria, il Sud, la Pace e la Fiat. C’est geniale, direbbero i francesi. Anche se troppi obiettivi equivalgono a nessun motivo, a parte il più ovvio, quello politico sempre negato, il primo lascito dell’eredità di Cofferati è un’idea che non morirà, lo sciopero generale generalizzato quanto immotivato.  

I sindacati non dovrebbe lasciare avvizzire questo tenero virgulto appena nato dalla mai inaridita pianta degli scioperi politici del dopoguerra e potrebbero utilizzarlo per recuperare l’unità perduta. la Triplice dovrebbe istituzionalizzare lo sciopero generale quadrimestrale rivendicando così quel ruolo politico istituzionale che tanto sembra mancarle. Di specifici motivi politici se ne troverebbero sempre a iosa strada facendo. Lo stesso Berlusconi, il presidente lavoratore, non potrebbe che apprezzare una programmazione così ‘moderna’. Non parliamo degli industriali, con il calo della produzione, più si sciopera e meno si paga. Ne guadagneremmo tutti anche in salute, una giornata senza lavoro è meglio di una domenica a piedi.

Infine si uscirebbe dall’ipocrisia di un’opposizione che si realizza spesso in forma carbonara e resistenziale. Un esempio? In alcune città gli Ispettori del lavoro, non appena ricevono i moduli di sanatoria dell’ ‘emersione dal lavoro nero’, immediatamente predispongono un’ispezione alla ditta dichiarante. In genere si tratta di piccole aziende che subito vanno in crisi. È un modo ‘virtuoso’, non l’unico né il più losco, per sabotare l’azione di governo. (rt)

 


Titolo: (17.10.02) L’ORGOGLIO FIAT

Redazione

Non è la prima volta che la Fiat deve registrare uno stato di crisi. È accaduto altre volte e sempre per errori del management o, meglio, della proprietà. E sempre lo Stato è stato indotto a ‘fare la sua parte’ con una motivazione semplice quanto sottilmente minacciosa: siamo un’azienda che vende meno e deve produrre meno, quindi siamo costretti a mettere in cassa integrazione X migliaia di dipendenti. Se il mercato si riprende, o se avrà successo il piano di ‘rilancio’ della produzione, una parte potrà rientrare nel ciclo produttivo, altrimenti…

Con queste premesse, i governi sono spesso intervenuti con leggi e stanziamenti, ad esempio finanziando la riconversione e la ricollocazione degli stabilimenti. Esemplare a questo proposito è la vicenda degli insediamenti industriali al Sud, con migliaia di miliardi erogati a fondo perduto. Se gli imponenti stanziamenti fossero andati direttamente alle famiglie dei dipendenti, il risultato sarebbe stato certamente più vantaggioso per tutti, tranne che per gli azionisti Fiat.

Ora lo Stato è di nuovo chiamato a furor di politica a un intervento di salvataggio integrale, possibile solo con la partecipazione attiva e in prima fila della proprietà. La quale sembra non averne nessuna intenzione o nessuna possibilità, pena la nullità del contratto di cessione con la GM. A conferma di questa tiepida adesione agli intenti di governo e partiti viene dall’episodio della dichiarazione di Gianni Agnelli al vertice dei dirigenti Fiat del 15 scorso - la giornata dell’ ‘orgoglio Fiat’ - al Lingotto (“La proprietà è disponibile a fare la sua parte anche economicamente”) che è stato pressoché ignorata dai quotidiani, mentre un tempo avrebbe aperto almeno la prima pagina de La Stampa e del Corriere.

Per l’azienda non risponde alla realtà, poiché la strada è ormai decisa: la produzione non può che essere ridimensionata e non c’è possibilità di evitare la chiusura di alcuni stabilimenti con il conseguente sacrificio dei posti di lavoro. Gli esuberi e i disoccupati non sono affari dell’azienda la quale ha osservato correttamente tutto l’iter che la legge prevede in questi casi. Se il governo vuole intervenire in favore di cassaintegrati e licenziati, sono affari suoi: “ Confermiamo il piano già presentato e ad esso ci atterremo” (Umberto Agnelli). La GM, che potrebbe acquistare la Fiat, lo farà solo a contenzioso già risolto: conti chiari e in ordine, stabilimenti quanto basta, dipendenti in numero adeguato.

A Torino la proprietà cerca di puntellare l’antica certezza dei dirigenti di appartenere all’élite dell’industria, oggi incrinata dagli avvenimenti, richiamandoli all’orgoglio del glorioso marchio. Non si riconoscono che errori molto circoscritti e non decisivi. A fare da portavoce a questa assurda pretesa è stato chiamato Mario Deaglio, ordinario all’università di Torino e autorevole firma del giornalismo economico. In un lungo articolo l’economista abbandona le cifre per avventurarsi nelle malsicure terre della sociologia. La perdita di competitività dell’azienda è addossata al ‘sistema Italia’ che non ha credibilità internazionale, a sfortuna, alla sfavorevole situazione in alcune lontane regioni, ad esempio in Argentina e in Brasile. La Fiat ha continuato a fare splendide macchine tecnicamente all’avanguardia come la Punto, ha cambiato una parte del gruppo dirigente prendendo quelli della Comau azienda del Gruppo, ha avviato un coraggioso e lungimirante piano di adeguamento alla situazione mondiale (da conglomerata a gruppo concentrato sull’automotive), ma è mancato il tempo per concluderlo. Diversa era stata l’analisi, un anno fa, sulla crisi della Bayer. Deaglio allora scriveva: “Una prima conclusione è che, nel caso della Bayer, il mercato mondiale ha funzionato abbastanza bene, in quanto ha comminato rapidamente a questa società una punizione severa per gli sbagli commessi, ossia una dura riduzione di utile, una perdita di immagine e di valore...”.

Sull’auto di casa l’analisi è pietosa e manca di cifre e di riferimenti. Se ci fossero, darebbero un crudo responso: l’azienda è scesa dalla posizione di secondo produttore europeo a quella di sesto o settimo; ad onta del ‘sistema Italia’, l’industria automobilista più credibile nel mondo è la Ferrari che era ridotta come e peggio della casa madre, ma ha saputo cambiare dirigenti non cooptandoli al proprio interno, ma selezionandoli sul mercato mondiale; le auto prodotte purtroppo non sono splendide, procurano continue noie e sono sempre un passo dietro alle rivali.

La Fiat avrebbe bisogno di un Mattei che, chiamato a liquidare l’Eni, ne fece un’azienda che trainò la ricostruzione del dopoguerra. Si ritrova con Paolo Fresco, messo nella vigna a far da palo, garante dei patti americani. Avrebbe bisogno di un clamoroso cambio generazionale e si ritrova un balbettante e spaesato Agnelli (Umberto). Di cosa dovrebbero mai andare orgogliosi i dirigenti? (rt)


Titolo: (17.10.02) OLIGOPOLI

Redazione

Per chi non lo sapesse, le società quotate in borsa necessitano di essere certificate da altre società nella revisione dei conti. Alla fine dell’estate, l’amministrazione americana ha fatto votare al Congresso la legge Sarbanes-Oxley con il fine di migliorare la trasparenza dei bilanci e garantire il massimo livello di informazione agli azionisti, dopo i molteplici e gravi scandali finanziari. Una legge che si applicherà a tutte le società quotate a Wall Street, a prescindere dalla loro nazionalità, e quindi anche a quelle europee.

Senza entrare nel merito dell’efficacia di detta legge, c’è un aspetto preoccupante di cui si spera che le istituzioni europee si occuperanno. Dopo la fusione fra Price Waterhouse e Coopers & Lybrand, nel 1998, due dei «sei grandi» consulenti- revisori dell’epoca, l’antitrust dell’Unione Europea chiese un’inchiesta contro il rischio di concentrazioni. Oggi, travolta Arthur Andersen dal caso Enron, di quei «Big» ne sono rimasti quattro: oltre a Price Waterhouse Coopers, solo Ernst & Young, Deloitte & Touche e Kpmg. Si pone, quindi, un reale problema di trasparenza e oligopolio evidente. Tanto più che le quattro società hanno radici, con l’eccezione parziale di Kpmg, al di là dell’Atlantico.

Siamo nella situazione in cui tutte le imprese del mondo, quotate in borsa, sono soggette a una legge americana, ma soprattutto la certificazione dei loro conti è in mano solamente a quattro società, sempre americane. Chissà se questa tendenza alla creazione di oligopoli, così come si verifica in molto settori, come in quello automobilistico, sfaterà il mito che prefigurava la globalizzazione come una libertario processo di moltiplicazione del pluralismo economico d’impresa? Si torni a parlare di capitalismo e delle sue creazione oligopolistiche, senza vergognarsi e si dica che l’economia di mercato, da sola e incontrollata produce un mondo dove le ricchezze vanno concentrandosi a livelli inconcepibili nelle mani di pochissimi. In questo contesto, il socialismo europeo, e non, ha sempre molto, molto lavoro da svolgere. (l.g.)


Titolo: (15.10.02) FACILI PROFEZIE

Redazione

Si dice che il Signore accechi chi vuol perdere.

Come il pane e i pesci di evangelica memoria, si moltiplicano, nell’ormai piccolo arengo della sinistra, le voci di coloro che sembrano voler percorrere, con ostinata tenacia, le strade della perdizione.

Qualcuno vorrebbe, infatti, che la sinistra si annullasse definitivamente tra i variegati petali della Margherita, quasi si vergognasse di una storia più che centenaria e dei valori ideali, attuali oggi come non mai, che ad essa sono sottesi.

Personaggi pittoreschi insieme ad altri, dall’ondivago passato politico, sgomitano furiosamente con lo scopo neanche tanto recondito, di mandare a casa gli attuali leaders della sinistra, e se lo fanno per combattere in qualche modo il tedio quotidiano che li assilla, giustificabilissimo, peraltro, dati i tempi in cui viviamo, o per motivi meno nobili, lo sa solo il cielo.

Altri ancora invocano il ritorno dal duro esilio europeo di Prodi, uomo nuovo e panacea di tutti i mali, inviato dalla Provvidenza come un novello san Baffone che ha da venì a tutti i costi.

Una memoria ballerina fa brutti scherzi a chi non vuole o non può ricordare che il nostro, e non certo un suo omonimo, è stato una delle colonne della seconda repubblica, l’eminenza grigia della sinistra democristiana e il presidente di un ente, l’Iri, contro cui la sinistra ha combattuto giuste e memorabili battaglie.

Errare è umano e perseverare, com’è noto, è diabolico, ma il timore della perseveranza tuttavia esiste, anche perché si sente spirare, dalle parti della sinistra, un venticello tanto frizzante quanto autodistruttivo.

La fine non è ancora nota, ma se dovesse continuare a soffiare una tale brezza, non ci resterà altro da fare che tenerci tutti per mano, inscenando un ultimo allegro girotondo, che si concluderà, come di prammatica, con la cantilena del casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra. (l’astrologo)


Titolo: (12.10.02) L’EPOCA DEI MILLE RANDAZZO

Redazione

Il nuovo presidente dell’Unione Camere Penali, Ettore Randazzo, ancora caldo dell’agone elettorale, è subito asceso agli onori dei media con un’intervista programmatica ospitata da giornali e tv. Dopo le copiose e continue esternazioni di magistrati di ogni livello, ci si attendeva una parola sui temi più caldi della giustizia italiana visti dall’ottica degli avvocati penalisti. Così è stato e il neoeletto non si è sottratto alla tentazione di prefigurare alcune soluzioni per i mali dell’ordinamento giuridico e giudiziario.

Le sue ricette fluttuano nello sconfinato territorio dalla genialità italiana, ma restano solidamente ancorate all’ovvietà del nostro disastro etico. Le carceri scoppiano e le modalità di detenzione non sono degne di un regime democratico? Ebbene si dimettano i carcerati e si svuotino le prigioni. I processi, salvo quelli politici o ‘eccellenti’, si tengono alle calende greche? Si depenalizzino i reati e si ampli l’istituto del patteggiamento. E così via a sciorinare tutta una litania di soluzioni tipiche dell’impotenza che ormai ottunde tutta la classe dirigente del paese.

In questo modo sarebbero soddisfatte quasi tutte le parti in giudizio. I magistrati, che vedrebbero alleviato il loro carico di lavoro; gli avvocati, che dall’estensione del patteggiamento hanno tutto da guadagnare; il governo e i suoi poco capaci ministri, che non dovrebbero più preoccuparsi del problema carcerario e di pagare i risarcimenti imposti dal Tribunale dell’Aia per le lungaggini processuali italiane; i delinquenti d’ogni rango, che potrebbero vivere alla grande solo mettendo in conto qualche contravvenzione. Infine, pure la chiesa Cattolica, ormai sulla soglia del parlamento e pronta ad esservi accolta con tutti gli onori, finalmente trionfante con la sua santa zavorra di colpa-pentimento-perdono, spalmata sui codici, a soffocare la libertà dei cittadini, quella che solo può esprimersi nella certezza della legge che non premia il delitto, cioè nella garanzia di ‘regole del gioco’ non falsate.

Restano fuori da questo unanime e potente coro a favore, solo le parti lese e qualche milione di italiani vittime quotidiane designate di questi invasivo lassismo, una noncuranza sempre più incombente e perniciosa.

Da dove prende avvio questa incertezza, cosa ha originato il tracollo del diritto? Come il battito d’ali di una farfalla a Pechino provoca un uragano in America, così l’opera meritoria di alcuni giudici in una sola città è servita da detonatore per frantumare un intero ordine. Sono state messe in discussione norme che parevano acquisite, non funzionano più i consueti criteri di legittimazione, i principi riconosciuti per stabilire ciò che è bene e ciò che è male, ormai affidati a circostanze e a fattori incontrollabili ( ricchezza, fortuna, abilità retorica, discrezionalità, imparzialità, cavillosità e disorientamento nella foresta legislativa, politicizzazione di ogni atto sociale…). L’assenza di etica nutre profonde incertezze e timori del futuro. Nella vita sociale di molti si è insinuata la Grande Depressione.

Ormai intere parti del territorio sono fuori dalle leggi e dal pieno controllo dello Stato, come ha più di una volta riconosciuto il procuratore Agostino Cordova riferendosi a tutta la grande conurbazione partenopea. La ricostruzione e la riunificazione dello Stato non può che partire dalla giustizia e dalle pene, altro che patteggiamenti e condizionali. Qui è necessario imporre la certezza delle leggi e il rigore della loro applicazione, se si vuole uscire dallo stato di avvilimento e d’ingiustizia che pervadono la vita nazionale.

Si troverà mai una forza politica capace di andare al cuore dei problemi, di ristabilire una larga unità d’intenti tra i cittadini, richiamando gli italiani ai doveri, condizione essenziale per preservarne i diritti? Per ora continuano a parlare i mille Randazzo, nel segno di un realismo senza nerbo, che sa di resa all’ineluttabile. Se si va più a fondo, saremo pronti a qualsiasi sventura. (rt)


Titolo: (09. 10. 02)  IL DISASTRO FIAT

Redazione

Il titolo Fiat nel 2000 era quotato 35 euro. Gli americani della GM lo valutavano addirittura 42; oggi è sotto i 9 euro. In queste cifre è contenuto tutto il disastro economico della (ex) grande azienda di Torino. Restano fuori però l’infinito carico di sconvolgimenti famigliari, di dolore, di avvilimento per il lavoro di generazioni andato perduto, di frustrazione dei tanti tecnici e manager interni che avrebbero voluto partecipare al salvataggio dell’industria, ma ne sono stati tenuti lontano da una dirigenza fossilizzata, inadatta e conformista, forse funzionale a un egoistico disegno della proprietà.

La cosa che più dirompe in queste drammatiche ore è la ‘dismissione’ di migliaia di incolpevoli dipendenti a fronte dell’inamovibilità dei dirigenti. Anzi, l’unico che ‘si è dimesso’, l’ amministratore delegato Paolo Cantarella, ha ricevuto in premio una pioggia di milioni di euro. Giustamente, durante i festeggiamenti per i venticinque anni della Fiat-Brasile a Belo Horizonte, sosteneva che “ la globalizzazione serve a creare ricchezza e lavoro”.

L’unico segnale di reale volontà di ripresa e non di definitivo smantellamento che potrebbe venire dalla proprietà, è la nomina di un credibile team di nuovi amministratori. Senza questo passo è evidente che ciò che resta degli Agnelli pensa alla liquidazione del settore auto. È a tutti chiaro che la casa torinese penalizzata sul mercato dalla perdita di appeal del suo marchio: gli automobilisti hanno la sensazione che acquistare oggi una Fiat voglia dire comprare un’auto ‘povera’ e obsoleta. D'altra parte tra i provvedimenti presi di fronte alla crisi c'è quelli di risparmiare sui fornitori, non si sa con quale risultato sulla qualità.  

Per questi motivi se, ad esempio, a un Luca di Montezemolo e al suo staff venisse affidato un mandato dalla proprietà e dello Stato per lavorare alla rinascita del settore, questo varrebbe come un serio impegno verso l’opinione pubblica e il mercato e una speranza nella ripresa. Un piano presentato dalla proprietà non può avere credibilità maggiore di quella che genera Umberto Agnelli intervistato in tv.

Una richiesta di questo genere potrebbero farla il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, il presidente della Regione Piemonte, Enzo Ghigo, e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Ma, dobbiamo chiedercelo, chi sta di fronte a loro, chi rappresenta la ‘controparte’? Se pensiamo al presidente Paolo Fresco e a Umberto Agnelli, allora possiamo solo confidare in un miracolo. (rt)


Titolo: (08. 10. 02) I  DS  AI  TEMPI  DI  FASSINO

Redazione

Due fatti, tra loro apparentemente distanti, hanno riportato l’orologio politico italiano indietro di dieci anni almeno. A Bolzano una giunta di centrosinistra con sindaco diessino intende riscrivere la storia e cambia nome a piazza della Vittoria, la ribattezza piazza della Pace, sostenendo d’interpretare così il comune sentire della cittadinanza. Nel successivo referendum proposto da AN, una rilevante maggioranza di elettori (oltre il 62 %) smentisce sindaco e giunta e mette in crisi l’alleanza che pure aveva vinto le amministrative. 

Alla Camera i Ds votano contro l’invio degli alpini in Afganistan.. Quale che siano i motivi della scelta - D’Alema: “Il mio partito non ha chiesto il ritiro dei soldati italiani, ma si è limitato ad esprimere un dissenso sulle modalità del loro impiego futuro” - sta di fatto che anche in questo caso prevale la parte più radicale della sinistra, quella dei girotondini, dei massimalisti, dei giustizialisti: il fronte opposto a quello riformista. Barbara Spinelli su La Stampa, rispondendo a una lettera di Massimo D’Alema, rileva: “ E’ stato un colpo grave inferto all’Ulivo, di cui ritengo i Ds … i principali responsabili. D’accordo, bisogna distinguere tra crimini ed errori, ed io non ho usato la parola crimine. Ma evidentemente è stato un errore, e su questo anche Lei non sembra avere nulla da obiettare. A forza di commettere ripetutamente e ostinatamente lo stesso tipo di errore, tuttavia, qualche dubbio insorge sulla gravità di un comportamento che non può essere ridotto a un mero susseguirsi di incidenti di percorso”. Siamo al sempiterno leit motiv “compagni abbiamo sbagliato”. 

Questi fatti riportano di nuovo in primo piano la discussione sulla natura dei Ds. Al tempo di Piero Fassino essi non possono dirsi riformisti, né ulivisti, ma rischiano di tornare ad essere i postcomunisti. A questo punto risponderebbe agli interessi di tutta la sinistra se si tenesse un congresso straordinario dei Ds. (rt)


Titolo: (07.10.02) MIXX CAMPARI

Redazione

Dopo il Presidente della Repubblica, le critiche alla legge Finanziaria sono seguite e cascata: il presidente della Confindustria D’Amato, quello della Banca d’Italia Fazio, il Presidente del Senato Pera. Tutti, con accenti diversi, hanno denunciato i limiti della manovra economica del governo Berlusconi. Per non parlare delle preoccupazioni di sindaci e governatori di tutta Italia. I limiti dell’esecutivo, in quel settore, quello economico, cui erano poste le maggiori aspettative da parte dell’elettorato ‘produttivo’ ed ‘emergente’, sono venuti a galla. Si è venuto scoprendo la falsità dell’ottimismo di facciata, ed è emersa la cruda realtà nei numeri dei vari parametri economici, finanziari e produttivi del nostro paese, ma soprattutto si è palesata l’incapacità di dar seguito alle promesse elettorali in materia di modernizzazione e riforma strutturale del sistema. Operazioni strutturali che, come noto, o si fanno a metà legislatura - cioè adesso -, o non si fanno più in prossimità di elezioni.

Non si può non prendere atto che alla fine solo un mix di conservatorismo e populismo è la cifra stilistica che ha caratterizzato gli interventi economici del governo i questa manovra di metà legislatura, col risultato di deludere e scontentare tutti. In questo contesto, l’opposizione non solo non trae alcun beneficio per mancanza di progetti di sviluppo e di riforma alternativi, ma addirittura si frantuma sul terreno della politica estera. Il terreno cioè sul quale si misura, anche in sede internazionale, l’affidabilità e l'aspirazione a governare di una coalizione. Nel dissesto generale, il tema all’ordine del giorno dell’Ulivo, da tempo immemorabile, ruota sempre sulla gestione interna: come coordinarsi e come eleggere la sua leadership...etc. Continua l’inganno ‘ideologico’ di pensare che la condizione base di una salda coalizione risieda in una questione tecnica di ‘managment’ interno e ‘marketing’ d’immagine. Pare loro che sia sufficiente individuare un portavoce unico ‘anti-Berlusconi’ perché tutto si risolva, e non colgono il risultato tragicomico al quale potrebbero approdare, emulando il modello che proprio adesso sta mostrando la corda, cioè quello di fornire al centrosinistra un suo leader, mix - a sua volta - di conservatorismo e populismo.

Ci aspetta insomma una futura scena politica che potrebbe essere degna del set pubblicitario del Mixx Campari: uno zoo umano di esemplari ibridi, soprattutto nella 'voce', tra i quali scegliere il più bello. (l.g.)


Titolo: (05.10.02) GEMELLI

Redazione

La Madre Sempregravida partorì il primo gemello nelle malsane paludi della Maremma. Al neonato venne subito imposto il nome di Goricek e un francescano di passaggio predisse che sarebbe diventato Granduca di Toscana, Presidente della Fiorentina e, in un lontano futuro, Re dello sterminato territorio dei Bischeri.

Tre giorni dopo, la Sempregravida scodellò nelle brumose pianure della Brianza, il secondo gemello e fu subito chiaro a tutti che quella non era una nascita qualsiasi. La creatura venne al mondo non solo senza piangere, ma con un ampio sorriso e la mano sinistra poggiata all’incavo della destra, inequivocabile segno, a detta dei presenti, di un grande successo nella vita.

Da dietro un grande bosso caliginoso sbucò poi un druida macilento, dagli occhi spiritati, che dopo aver ingollato il contenuto di una misteriosa ampolla, intonò un antichissimo canto celtico che si concludeva con una triplice invocazione al dio Berluskatz. D’un tratto, il sacerdote scomparve come per magia e tutti convennero che l’infante si sarebbe chiamato con lo stesso nome di quell’arcaica divinità.

Quando la piccola folla riunita intorno alla culla stava già per sciogliersi, venne annunciato l’arrivo di due re magi (“Ma non erano tre?” aveva chiesto qualcuno. “Ma no, sono le solite bugie della sinistra” avevano risposto in coro i padrini del bimbo, Previtzin e Degliotri).

Quando Baldassarre e Gasparri gli presentarono i loro doni, il piccolo, con grande sorpresa di tutti, si rizzò sulla culla avviando una serrata trattativa per ottenere, invece di incenso e mirra, un carico d’oro zecchino d’ugual peso. “Voio oro, voio oro..” balbettava giulivo il neonato. I due re commossi da tanta perspicacia e convinti dalle promesse del bimbo, un giorno vi regalerò il settore pubblico dell’informazione, aveva detto il birichino, ottemperarono all’infantile richiesta.

Col passare degli anni i due gemelli, ormai adulti, presero a competere tra loro. Se si comprava una macchina Goricek, ne voleva subito una più grossa Berluscatz e così per tutto, dalle attrici al cinema, dal cinema alla televisione e non c’era affare ormai, che non vedesse l’uno e l’altro impegnato in una mortale disfida.

Quando poi Berluscatz venne a sapere che il suo gemello era stato eletto deputato, venne colto da un accesso di bile. Subito ordinò ai suoi di comprargli il paese dei campanelli e delle letterine, impresa che riuscì nel volgere di pochi anni.

Nel frattempo le cose non andavano altrettanto bene al suo gemello: rivolte popolari lo avevano costretto a fuggire dal Granducato, attricette astute avevano scavato nel cuore dei suoi forzieri e i tifosi della Fiorentina lo cercavano per impalarlo.

Quando Berluscatz conobbe la malasorte del gemello si mise a ridere. Poi, cominciò a cantare, sulle note d’un tango: “Fiorentina come Argentina, paese dei campanelli come Fiorentina e Argentina…”

Nessuno poteva ormai opporsi al suo potere, né Goricek né, tantomeno, l’esercito in rotta della sinistra.

Informatori fidati gli avevano riferito di generali accampati sulle alture intorno a Capalbio,

intenti, come sempre, a rimirarsi nel loro specchio personale, dopo aver mandato, come al solito, il prode Fassinek a far legna e a cercare le vettovaglie.

Più a valle truppe disperse, quasi colte da un misterioso morbo infantile, si esibivano in puerili girotondi; sugli alberi intorno, i grandi occhi dei dalemuri gallipolesi spiavano inquieti la scena, lanciando ogni tanto stridule grida che alcuni cercavano di spacciare per canti rivoluzionari.

Avrebbe potuto mandarli in esilio nel paese dei Bischeri, i generali della sinistra, pensò Berluscatz tanto più adesso che suo fratello era Re. Ma no, ma no, andava bene così; tutti al loro posto, a ciascuno i suoi tempi e le sue battute, proprio come in uno show televisivo, tutti uguali senza che nessuno potesse più distinguere i Bischeri dai non Bischeri, proprio come nel paese del fratello. Fiorentina come Argentina, paese dei campanelli come Fiorentina e Argentina, canticchiò infine, pensando al grande compito che lo attendeva. (l’astrologo)


Titolo: (03. 10. 02) IL PRESIDENTE NON CI STA

Redazione

Il presidente della Repubblica ha ripreso a parlare della situazione politica italiana. Apparentemente i suoi interventi sono equidistanti e condivisibili da tutti. Nella sostanza segnano un progressivo affrancamento dai destini del governo e di Silvio Berlusconi, come dimostra l’esplicito e duro riferimento ai fondi necessari al rilancio del Sud.

La Lega di Bossi, abituata a parlare con l’ingenua brutalità dei suoi militanti della più scoscesa zona della Val Brembana, ha subito rilevato il cambiamento di rotta, rompendo il gioco della maggioranza che è quello di dare sempre ragione a Ciampi e di ascrivere al governo le preoccupazioni del Quirinale.

Che cosa induce il Presidente al progressivo distacco? Egli è uomo di composizione. Il compromesso è la sua stella polare, l’esperienza gli ha insegnato che tutto si può fare ‘insieme’, poco ‘contro’. Tuttavia egli appartiene all’esigua pattuglia di tecnici divenuti politici che sanno leggere un bilancio e trarne le conseguenze. Inoltre il suo ruolo è quello di primo difensore delle istituzioni. Infine nei giorni scorsi ha ricevuto la visita del procuratore capo di Palermo, Pietro Grasso.

Queste tre situazioni lo mettono in rotta di collisione con Silvio Berlusconi, gli rendono ostiche le forme esteriori della sua leadership e la cultura che la esprime, nonché i programmi di governo, ammesso che ne esistano di compiuti. Infatti, anche se il Presidente condivide le preoccupazioni per la giustizia, di certo non può accettare l’aperto conflitto in atto tra l’esecutivo e la magistratura, né le grossolane esternazioni del ministro Castelli che, talvolta, evidenziano una mancanza di riguardo verso il Colle…dopotutto Ciampi è il presidente del CSM.

La Finanziaria presentata in questi giorni invano tenta di mascherare la debacle del progetto economico di Tremonti. Mancano i soldi, l’industria non tira, il popolo non spende e l’erario non incassa. Bisogna tagliare e il Sud sta per essere sacrificato sull’altare di altre priorità. Un intero territorio potrebbe essere abbandonato al ‘fai da te’ e, quindi, alla deriva illegale e delinquenziale. Solo la Lega condivide una simile sciocchezza e infatti lo fa al grido di ‘basta assistenzialismo’. Ma né ministri, né governo hanno espresso per il Sud alcuna idea alternativa al brutale taglio di bilancio. Anche il vulcanico viceministro dell’Economia, Gianfranco Micciché detto Lino, uomo di mondo che conosce mille fonti d’ispirazione, a questo proposito tace.

Sull’incontro improvviso tra Grasso e Ciampi non è stato emesso alcun comunicato. L’ufficio stampa della presidenza non ne ha chiarito o commentato la notizia neppure dopo che erano trapelate indiscrezioni al riguardo. La visita è avvenuta in coincidenza con le rivelazioni, tutte secretate, del notabile mafioso e superpentito Antonino Giuffré, e dopo l’incandescente riunione con i magistrati palermitani, con relativa resa dei conti tra Grasso e i procuratori aggiunti Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato. Il procuratore ha sicuramente relazionato al presidente del CSM sui fatti della procura. Ma forse c’è qualcosa tra le rivelazioni di Riggio che riguardano i partiti, il voto di scambio, promesse di politici ai mafiosi, vecchie e nuove collusioni…qualcosa che potrebbe precipitare la Seconda Repubblica in un oscuro vortice di letali polemiche.

Potrebbero essere questi i motivi per cui Carlo Azeglio Ciampi non sembra più così in accordo con l’esecutivo ed equidistante tra le parti e i partiti. Ma il livornese non tradisce la prudenza e la riservatezza che da tanti anni lo sostiene ai vertici dell’ Establishment nostrano. Perciò, per essere più esplicito, preferirebbe aspettare che maturi la situazione e che si chiariscano i ruoli dei partiti negli schieramenti. Mentre in cuor suo auspica che i riformisti dell’Ulivo e del Polo escano allo scoperto e possano costituire un visibile riferimento per gli elettori, parla alla piazza perché il Cavaliere ascolti. Per ora lo applaudono gli italiani che, presi tra girotondi e ministri incapaci, non sanno più a che santo votarsi. Domani potrebbero essere i politici di buona volontà a dovere confidare nel suo ‘senso dello Stato’.(rt)


Titolo: (02. 10. 02) L’ITALIANO VERO

Redazione

La tv pubblica olandese ha dedicato l’intera serata di domenica a uno ‘special’ sull’Italia. È andato in onda un gigantesco spot ben recitato da girotondisti, parlamentare della sinistra, intellettuali ulivisti, tutti esibitisi a ruota libera, senza freni e senza contradditorio.

Ne è venuto fuori il ritratto di un paese sull’orlo del baratro, in cui la libertà d’informazione è in pericolo, i lavoratori potrebbero essere prossimamente privati dei diritti (Art. 18), il parlamento è pieno di avanzi di galera (precisamente 80), il presidente del consiglio è un lestofante populista e così via. Conclusione: l’Italia è un paese da evitare finché dura l’attuale governo.

La trasmissione non può non avere lasciato nei telespettatori una pessima impressione. I politici olandesi che l’hanno vista sicuramente non mancheranno di tenerne conto in ambito Ue. Dato che l’emittente è pubblica, sarebbe più che opportuno un passo ufficiale della nostra ambasciata.

Gli stessi bei tomi che spaccano il capello in Rai, controllando gli spazi col bilancino, come varcano i confini diventano turisti licenziosi cui nulla è vietato e tutto e permesso. Faziosi o soltanto stupidi? (Carlo Sibona).


Titolo: (01.10.02) LEGGI & RELIGIONI

Redazione

Il crocefisso «sfrattato» dalle aule dopo il concordato firmato da Craxi negli anni '80, torna a far parlare si sé. Naturalmente non era sparito dalle scuole, ma solo parzialmente. E’ evidente che l’intento era quello di permettere una graduale ritirata del simbolo religioso dallo spazio pubblico scolastico. Ma oggi siamo in un triste periodo di crociate e quindi molto del patrimonio politico e culturale che si pensava consolidato è messo in discussione. Dalla divisione dei poteri dello Stato alla laicità dello stesso, pare che si debbano affrontare i temi politici tornando ad intingere le piuma alla maniera dei ‘philosophes’ del secolo dei lumi.

La questione del crocifisso, a leggere la stampa italiana, sembra infatti che sia essenzialmente una questione tra religioni. Un problema di rapporti tra religioni o di identità culturale nazionale, o europea, quando si entra nel dibattito sulla carta costituzionale per l’Unione Europea. A nessuno, in Italia, neppure a Giuliano Amato, viene in mente di rammentare che la religione o l’identità culturale, nazionale o europea che sia, sono questioni di natura extra-istituzionale e extra-costituzionale. Leggi, regolamenti e costituzioni hanno una natura normativa della prassi dei rapporti tra uomini, società, istituzioni e nazioni, mentre i valori culturali religiosi o morali non sono per loro natura di carattere contrattualistico ed è quindi perfettamente inutile che siano enunciati in quelle sedi. Non ha senso prevedere una legge che impone di pregare un certo dio e non un altro: nella prassi della propria coscienza ognuno prega poi per chi vuole. Del resto la legge non impone mai un precetto morale, magari sacrosanto, come “non uccidere”. Il codice penale, infatti, non dice “uccidere è peccato”, ma articola una serie di sanzioni a chi uccide, in quanto condividiamo tutti il fatto che chi uccide debba essere punito dalla società. Le norme, nel regolare i rapporti sociali, dettano operativamente i rapporti con tutte le sfumature, i casi e le eccezioni necessarie. Qualsiasi etica, religiosa o meno, non può invece prevedere sfumature, casi, eccezioni, senza perdere di forza e regredire allo stato di relativismo vacuo. La dottrina cattolica, per esempio, non può fare un eccezione per l’Africa, al divieto di usare i contraccettivi, quand’anche volesse aiutare ad evitare la diffusione dell’AIDS o la sovrappopolazione di genti affamate.

Il punto allora è semplicemente quello di affermare laicamente che l‘ambito di espressione dei valori etici è estraneo alla contrattazione sociale che è il fulcro della prassi politica nella gestione della ‘cosa pubblica’, dello Stato e delle sue istituzione nelle democrazie liberali. Che siano le scuole italiane o l'Europa, l’alternativa è lo stato etico di Komeini o dei Talebani... o l’”ancièn règime”. (l.g.)


Titolo: (01.10.02) A DESTRA DI TABACCI

Redazione

Scrive De Michelis, su Il Nuovo: “Dopo poco più di un anno di vita la maggioranza governativa accusa qualche affanno, nel mentre l'opposizione, soprattutto a livello della società civile, sembra ricompattarsi e rialzare la testa: bene fa quindi Umberto Bossi a richiamare anche bruscamente i propri partners a stringere le fila ed a rilanciare i propri progetti di riforma del Paese.” E conclude l‘articolo chiedendo a Tremonti di farsi carico di individuare “con precisione tappe e passaggi obbligati” per giungere alla devolution.

Bruno Tabacci, del Udc, invece di esaltare le pantomime padane di Bossi e chiedere a Tremonti di farsene carico, non usa mezzi termini nei confronti del ministro dell’ Economia: sul controllo della spesa pubblica ''è stato superficiale'', ha dichiarato di recente nel suo intervento alla seconda giornata del forum organizzato da Business International. Un’altra grana l’aveva piantata, settimane fa, con la Lega sulla maxisanatoria per gli immigrati.

A noi pare veramente curioso che il segretario di un “partito socialista” riesca a porsi a destra di un centrista del Polo come Tabacci, il quale verso i ministri Bossi e Tremonti, e il governo in generale, ha assunto il ruolo del più accesso piantagrane di questa maggioranza. Gianni De Michelis no, il suo ruolo - alla faccia della salvaguardia di una identità socialista, evidentemente ormai solo nominalistica, nella Casa delle Libertà – si esaurisce in quello di suggeritore che dispensa prudenti consigli su politiche economiche ed internazionali ad uso interno delle correnti di governo. Del controllo della spesa pubblica non è mai stato maestro, ma forse nutre qualche speranziella di soffiare al “compagno” Frattini la prossima nomina alla Farnesina, o almeno di parteciparvi come sottosegretario. Chissà? (l.g.)



 
 

 


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