Oggi in Italia, commenti politici della Redazione

[ARCHIVIO]

N.19 Anno III Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti.Net
Novembre 2002
 

Titolo: (02.12.02) IL DIALOGO E LA PIAZZA

Redazione

Dopo l’ultima abbuffata di scioperi generali, atifinanziaria, art. 18, metalmeccanici, di sfilate di no global opportunamente temperate e colonizzate dal servizio d’ordine del sindacato e del partito, di proteste e resistenze, resistenze, resistenze contro l’insopportabile mancanza di libertà e lo stato di penosa costrizione dei migliori ingegni accademici e letterari nostrani, di agitazioni di ogni categoria, anche di alcune tra le più ristrette ed elitarie, di ‘pronunciamenti’ di associazioni di dipendenti dello Stato contro il governo e contro altri dipendenti, ora qualcuno comincia a considerare la pericolosità della devastazione delle istituzioni, il disastro indotto da veti incrociati e contrapposti tutti tesi a delegittimare la parte avversa.

Cercando di correggere la profonda e insanabile spaccatura che risucchia il paese lontano dall’Occidente, una vasta area di vaghi e ancora timorosi riformisti si va agglutinando trasversalmente ai due Poli. Autorevolmente, ma ancora ambiguamente, ci si iscrivono Francesco Rutelli e Piero Fassino. Soprattutto quest’ultimo dichiara la sua preoccupazione per gli esiti delle pur legittime piazzate di tanto popolo con bandiere, alle quali egli non partecipa, sia per fugare l’impressione che i Ds vogliano metterci il cappello, sia perché qualcuna ha lui stesso come obiettivo. Non partecipare, però, non vuol dire disconoscere, di qui una certa impressione che il Fassino riformista sia un virtuoso predicatore che si limiti a dare l’impressione di rifiutare il gioco al massacro, ma che gli tenga bordone accettando nei fatti che sia la piazza a disarticolare il governo, là dove l’esito elettorale e l’ortodossia della politica non possono arrivare.

Rutelli, additando all’intero pianeta Berlusconi quale simbolo e realtà di un’anomalia unica, innaturale e perniciosa della democrazia e presentandolo agli elettori come una deriva illegale della destra conservatrice e avventizia al gioco democratico, ha perso le elezioni. Da questa sconfitta ha colto la leadership dell’opposizione sottolineando, una volta di più, quell’anomalia della situazione politica italiana che ascrive al suo rivale e che vorrebbe correggere. Ora, pensando alla posizione centrale e moderata dell’elettorato ex Dc della Margherita, troverebbe conveniente un confronto chiaro con la maggioranza.

Nell’orrido clima italiano, intorpidito da costosi disastri ‘naturali’, immagini di un dissesto non solo naturalistico, si fa strada in lui la speranza di “riuscire a costruire una convenzione perché si arresti il declino dell’Italia. Non vogliamo un paese ridotto in macerie…È necessario che nei due Poli crescano le posizioni riformiste di chi non vede l’avversario come un nemico…”.

Tra gli aspiranti ‘riformisti’ fautori del dialogo, però, alcuni sembrano invece in fiduciosa attesa dell’uscita anzitempo di Silvio Berlusconi dalla scena. Il solo D’Alema, il più lucido politico in circolazione, ha reso pubblica questa eventualità (“Non escluderei l’ipotesi di una conclusione anzitempo della legislatura”). Essa poggia su due capisaldi chiaramente dichiarati, la situazione economica e la rivolta popolare, e uno sottaciuto, l’operosa attività di procure e giudici, dal 1994 in caccia del Cavaliere d’Arcore.

La consapevolezza della necessità di un dialogo deve quindi superare molti ostacoli. Le barriere più evidenti sono la devolution della Lega, per la Margherita, e il disarmo sull’uso politico della giustizia, per Forza Italia. Ma altri della partita chiedono diverse rinunce preliminari: per Fassino deve azzerarsi la situazione della Rai, per An, l’Ulivo deve riconoscere l’errore di avere modificato la costituzione, nella scorsa legislatura, con una maggioranza di soli 4 voti.

Nel frattempo il declino dell’Italia muove passi da gigante. Un popolo che egoisticamente ‘si arrangia’, diviso in mille fazioni che pretendono diritti anche astrusi, che generosamente si riconosce come collettività solo nelle solidarietà delle questue ininterrotte di mille istituzioni e nella figura di un presidente della Repubblica ‘buon padre di famiglia’ ancorché senza prole, solo può sperare che sia l’Europa a imporgli l’obbligo di qualche virtù. (rt)


Titolo: (29.11.02) DOVE VA LA CRISI FIAT

Redazione

Il dibattito parlamentare è stata un’ottima occasione per farsi un’idea sulla posizione di tutte le forze politiche sulla crisi della Fiat. Hanno parlato tutti i rappresentanti dei partiti e si è quasi concretizzata l’impressione di una sorta d’impotenza, evidente in molti interventi, che contrasta con quanto viene espresso nelle piazze. Cioè, in definitiva, quasi nessuno sa che fare. Le idee chiare le hanno avute solo Oliviero Diliberto e Piero Fassino. Il rappresentante dei CI sta comodamente nel caldo grembo di vacca del suo autoconsolante credo comunista: gli Agnelli sono dei ladri che hanno rapinato i soldi dello Stato per tutto il secolo scorso e sarebbe ora che mollassero gli altri investimenti, ‘i gioielli di famiglia’, e che restituissero parte del maltolto, pertanto intervenga il governo e gli faccia cacciare gli Euro. Non dice come, ma si intuisce che sarebbe appropriato un esproprio, o meglio una requisizione, dopo di che i dipendenti vivrebbero (miracolosamente) al riparo da cassa integrazione e licenziamenti.

Il segretario dei Ds, invece, sa bene di cosa parla. Dice cose di grande rilievo, utili ad affrontare la difficile congiuntura dell’auto italiana, preziose anche per il ministro Antonio Marzano che lo ascolta con attenzione. Il suo è un richiamo alla realtà: le fabbriche non si possono chiudere a patto che si vendano le auto; e per venderle, l’azienda deve riformarsi da capo a piedi, il piano industriale dovrebbe parlare di questo e non solo di dismettere gli stabilimenti. Nel piano, ad esempio, non si c’è un capitolo sul marketing, vera zona morta dell’azienda italiana, suo autentico tallone d’Achille, dato che “sa produrre l’auto, ma non la sa vendere”. Il governo dovrà intervenire con mezzi adeguati, cosa che finora non ha fatto, per permettere all’auto italiana di superare la congiuntura; sia richiamando la Fiat ai suoi compiti istituzionali, che sono quelli di produrre e vendere auto e non d’investire altrove, sia favorendo con partecipazioni adeguate la sperimentazione e l’innovazione.

Neppure Fassino sa, o vuole, dare una risposta al quesito principale, cosa faranno sindacati, governo e forze politiche se l’azienda non sarà in grado di risollevarsi e di tornare a vendere ciò che produce? Come s’intende ‘obbligare’ la Fiat a non chiudere due stabilimenti? Tutti danno in realtà la stessa risposta, quella di sempre. Cioè l’intervento diretto o mascherato dello Stato per salvare i posti di lavoro.

Quando il presidente della Repubblica evidenzia la perdita di competitività del sistema Italia, non cita una delle cause maggiori, sebbene indiretta, dell’anomalia italiana. Essa consiste nel fatto che su 3,5 italiani 1 è un dipendente pubblico (ad esempio: la città di Torino ha circa 14 mila dipendenti, Lione ne ha circa 9 mila). Come si tenta di porre un freno al proliferare di questi fittizi posti di lavoro, subito si alza un coro d’indignati lamenti. Infatti il dibattito alla Camera alla fine ha detto proprio questo, che lo Stato dovrebbe assumersi l’onere dei dipendenti Fiat di Termini Imerese. Nessuno ha osato chiederlo esplicitamente, quasi tutti lo hanno lasciato capire non chiarendo in che termini e in quali ambiti dovrebbe concretizzarsi l’intervento governativo.

Mentre a Roma si discute, proseguono gli scioperi e le proteste estemporanee. Una folta delegazione di operai è andata anche ad Arcore a protestare davanti alla villa del Cavaliere. Berlusconi, colpevole di quasi tutto, ha probabilmente mandato lui in crisi l’auto italiana, che provveda quindi a salvarla, come giustamente pretendono Bertinotti e Diliberto. (rt)


Titolo: (28. 11. 02) BIPOLARISMO ALL’ITALIANA, UN RICATTO CONTINUO di Giorgio Vittadini

Redazione

Il presidente della Compagnia delle Opere (CdO) ha scritto per La Stampa di Torino l’articolo che riproponiamo. Nata da una costola di Comunione Liberazione di don Giussani, la Compagnia è un'associazione di imprese nata a Milano nel 1986 con l'obiettivo di affiancare operativamente il singolo imprenditore per far crescere le sue attività legandole anche alla solidarietà sociale. Oggi la CdO conta più di 15.000 Associati ed è presente con 35 sedi in tutta Italia e con numerosi uffici operativi e di rappresentanza all'estero.

"Secondo numerosi e autorevoli commentatori, l'attuazione di un maggioritario, sia pure temperato da un proporzionalismo rabberciato, avrebbe dovuto garantire alternanza di maggioranze stabili dopo anni di «governicchi». L'esito è sotto gli occhi di tutti. Gli schieramenti sono due, ma divisi in mille particelle. Per avere il consenso necessario a vincere le elezioni e governare, entrambi gli schieramenti devono «tener dentro tutti», soprattutto i massimalisti e i facinorosi". 

"Purtroppo sono loro, i massimalisti delle piazze, quelli più visibili. Da una parte i girotondini, i no-global, sindacalisti «dell'ancien regime» sembrano essere affetti dalla sindrome del «tanto peggio, tanto meglio». I riformisti di sinistra, anche quelli illuminati, non riescono a liberarsi di queste frange, perché perderle vorrebbe dire avviarsi a sconfitta sicura in elezioni basate sul maggioritario".

 "Dall'altra parte, che cosa hanno in comune i fautori di una vera democrazia liberal-democratica aperta alle istanze della società civile con neoliberisti amanti del mercato selvaggio, con capipopolo facinorosi, con nostalgici del clientelismo? Le difficoltà gravi di questo governo nascono anche dal fatto che per reggere deve imbarcare persone tanto diverse innanzitutto per statura morale e intellettuale. Il bipolarismo italiano diventa quindi ricatto continuo all'interno delle coalizioni, violenza verbale, delegittimazione verso l'avversario". 

"Il singolo non può opporsi: il parlamento ha visto bruscamente ridimensionata la sua funzione rispetto ai vertici politici, che decidono a priori quasi tutto. Avviene anche che, a volte, persone selezionate dalle segreterie dei partiti non secondo la capacità, ma per una fedeltà acritica, grazie all'abolizione delle preferenze, siano diventate onorevoli e senatori. Il problema è legato al concetto stesso di democrazia. Vi sono movimenti basati su appartenenze ideali e esperienze anche cristiane, che vengono prima dei partiti e della politica". 

"Tali realtà partono da una tensione a difendere un assetto sociale che sia il più possibile rispettoso del desiderio di verità, sincerità, giustizia, libertà della singola persona umana. Perciò sono convinte che l'etica partitica debba non essere totalizzante, ma debba porsi a servizio e ascolto della società civile, secondo quella moderna idea di democrazia e di sussidiarietà orizzontale sintetizzabile nello slogan «più società fa bene allo Stato». Perciò, pur non perseguendo un neutralismo generale ed elettorale, vogliono esprimere le loro opinioni volta per volta, in base a scelte contingenti, dettate non dall'interesse «particolare» né da ideologie a priori, ma dal bene comune. Desiderano perciò «compromessi virtuosi» tra i riformisti di ogni colore". 

"Soluzioni contingenti e parziali sui grandi problemi, raggiunti con un consenso più vasto di risicate maggioranze, sembrano rispondere di più alla natura della società italiana. Infatti, le cose migliori sono nate nel nostro Paese dalla collaborazione «competitiva» degli eredi del movimento cattolico, di un movimento operaio non massimalista, di un movimento laico incline al progresso e allo sviluppo imprenditoriale. Su molti problemi, un compromesso virtuoso tra le realtà sociali è già in atto. Tale compromesso può estendersi a politici riformisti di entrambi gli schieramenti. Non per un consociativismo clientelare, ma per quel superamento di divisioni violente, quella cooperazione alla ricerca di soluzioni a servizio dell'uomo contenuta con chiarezza nel discorso di Giovanni Paolo II al Parlamento italiano".


Titolo: (22.11.02) SOLIDALI CON LO SDI

Redazione

“Una Sinistra Italiana che costringe al silenzio i socialisti democratici per far spazio all’autoritarismo giudiziario di Antonio Di Pietro non può che inquietare. E la cosa fa ancora di più impressione se penso che Giuliano Amato, vice Presidente del Partito Socialista Europeo discute tranquillamente del futuro del riformismo anche in Italia e non si accorge che i suoi compagni sono costretti a protestare all’interno della propria alleanza per non parlare di coloro che per protesta si sono allontanati dalla Sinistra Giustizialista.”

Così Bobo Craxi, portavoce del Nuovo Psi, commenta la decisione dello Sdi di fare “scena muta“ alla manifestazione dell’Ulivo.

“Mi auguro che dopo il silenzio, i Socialisti abbiano la forza di imporre alla Sinistra dell’Ulivo il coraggio della tradizione garantista e riformista di tutta la nostra tradizione. Quello che accade sembra paradossale ed assurdo. Ai compagni Boselli e Del Turco una sincera solidarietà, convinto della necessità di perseguire un comune obbiettivo di una limpida e coerente impostazione autonomista.”

(Bobo Craxi)

Roma, 22 novembre 2002



Titolo: (19.11.02) GIUSTIZIA, LIBERTÀ E  DIRITTI

Redazione

È un momento spettacolare per la giustizia italiana. Alcuni magistrati vivono la professione come una chiamata alla crociata, un’investitura politica da spendere per il bene di una certa idea di società. Chiamati a esercitare le funzioni giurisdizionali e ad applicare la legge, si trasformano in custodi di una moralità pubblica che discende da una visione politica del ruolo, cosicché criticano pubblicamente le leggi e i legislatori e partecipano a manifestazioni di partito; in barba alle garanzie di legge, condannano alla gogna mediatica prima del giudizio, utilizzando giornali e giornalisti; si avventurano in sentenze ardite e immotivate, ben sapendo che l’accusato, anche se scagionato dopo qualche anno di purgatorio e la sentenza buttata nel cestino, avrà comunque speso una fortuna per difendersi, avrà perso lavoro e opportunità, sarà stato per anni un ‘tagliato fuori’: nessuno mai lo risarcirà veramente e i colpevoli passeranno ad altre gloriose imprese. Tutti, intoccabili e inattaccabili, esenti da responsabilità nonostante il chiaro esito di un referendum, sono liberi di colpire e di sbagliare, di rinviare a giudizio e d'incarcerare, di fatto rendendone conto solo alla loro coscienza.

Invano abbiamo atteso girotondi di giustizialisti per Corrado Carnevale, pienamente assolto dopo sette anni di guai. Invece è nata l’associazione dei milionari (€) ‘Libertà e Giustizia’, sponsor Carlo De Benedetti, Re Mida di sé stesso sceso anche a Milano a fischiare la fine della ricreazione del Centrodestra, che ha come consoci stuoli di avvocati e commercialisti tutti contraddistinti da redditi stellari, tutti assetati di libertà e ansiosi di correre in difesa della giustizia. Soprattutto pronti a porsi al servizio della collettività, speranzosi cioè di ripercorrere la luminosa via berlusconiana al potere.

Nel frattempo Andrea Camilleri, epigono siciliano di Carlo Emilio Gadda, osannato più di Scerbanenco, rimpannucciato dal suo talento astuto e guardingo e dalle fortune televisive, cioè dalla Rai, cioè dal sistema, va a Bruxelles a spiegare la drammatica situazione italiana, dove la libertà in Rai è conculcata. Parla naturalmente della libertà d’espressione e d’informazione, di quella situazione di anomalia televisiva ed editoriale che gli permette qualsiasi critica e lo sta facendo benestante e forse ricco. Provi a dire di un magistrato la metà di quello che dice di Berlusconi e capirà qual è la libertà a rischio.

“Le Procure dovrebbero preoccuparsi anche di valutare le ragioni e le prove della difesa, ma questo non mi risulta che sia mai avvenuto”, ha dichiarato il senatore Andreotti, riducendo così la situazione all’essenziale, perché lui può difendersi grazie a un formidabile collegio di difesa, mentre il comune cittadino si trova a lottare quasi da solo contro lo Stato.

Quello che ci aspettiamo dai politici è che venga appunto riequilibrato tutto il sistema, riaffermato il primato della politica, garantiti i diritti dei cittadini. Questo passa attraverso la certezza delle pene, la divisione delle carriere e la riconsiderazione della responsabilità del magistrato: se il cittadino sbaglia deve pagare; se sbaglia il magistrato deve pagare. E non intendiamo parlare di risibili risarcimenti in Euro, ma di misure concrete che gli impediscano di reiterare il danno con altri cittadini.


Titolo: (16.11.02) VENT’ANNI DOPO

Redazione

Si susseguono nelle città in cui sorgono gli insediamenti Fiat le manifestazioni sindacali contro il ‘piano di rilancio’ della casa automobilistica, là dove prevede licenziamenti e chiusura degli stabilimenti. Esse hanno le stesse motivazioni, ma assumono forme diverse: quelle di Termini Imerese sono riconosciute dalla Triplice, ma appartengono quasi al periodo paleoindustriale e sono segnale di una situazione sociale che riguarda l’intera Sicilia. Le altre sono in qualche modo obbligate e ripercorrono le usuali strade del sindacalismo italiano.

Nell’autunno del 1980 la Fiat mise in cassa integrazione a zero ore 25 mila persone, preannuncio della chiusura del Lingotto con conseguenti tagli occupazionali poi avvenuta nel 1982. La Triplice decise allora una lotta sindacale ad oltranza, scioperarono i metalmeccanici, la produzione si fermò, il sindaco di Torino con tanto di fascia picchettò lo stabilimento, il segretario del PCI si unì alle maestranze. Tutto un balletto nel cinico gioco delle parti, ché tanto la sorte era segnata dal mercato, ben lontano dall’epicentro del dramma.

In ventidue anni sono tramontati imperi e ideologie, sono stati modificati confini, rivoluzionati sistemi di produzione e rapporti economici: tutto il mondo di riferimento è cambiato, i sindacati no. Sempre più ricchi, sono ancora fermi e avvinti alla ritualità più ortodossa. Infatti, nell’autunno del 2002, questa volta a Mirafiori, va il sindaco della città, arriva il segretario dei Ds, i dirigenti dei Comunisti Italiani, lo stesso Bertinotti che già c’era al Lingotto e si proclamano scioperi a oltranza, come negli anni Ottanta. A Termini Imerese, invece, dopo l’infinita e oscena teoria dei politici con telecamere scesa a confortare la prostrazione della gente, ora non va più nessuno perché in Sicilia la disperazione sta prendendo una brutta china.

Potrebbe il sindacato agire diversamente? Quantomeno, avendo preso coscienza dell’esistenza dell’economia globale, come dimostra la massiccia presenza a Firenze della Cgil, con tanto di militanti, mitico servizio d’ordine e dirigenti d’ogni rango e specializzazione, dovrebbe riflettere sui modi e sugli esiti ultimi delle sue azioni.

Che oggi tutta la sua strategia ancora si riconduca ai lavoratori in opposizione alla ‘controparte’, ci sembra un modo protoindustriale di impostare i rapporti. La complessità e l’interdipendenza planetaria dei sistemi produttivi e finanziari richiederebbe invece una diversa partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori alle sorti aziendali. Altrimenti i sindacati non potranno che continuare a registrare quanto è accaduto già, senza potere impedire in alcun modo l’ineluttabile. (rt)


Titolo: (15. 11. 02) INDULGENTI E AMNISTIATI

Redazione

Qualche decina di posti si ricaverebbero ancora. Sarebbero più che sufficienti per ospitare i ministri della Giustizia degli ultimi dieci anni che in galera dovrebbero proprio andarci. Infatti l’emergenza carceri non è certo sorta d’improvviso: l’obsolescenza delle strutture era già evidente negli anni Ottanta, l’aumento della ‘popolazione’ è stato di 17 mila unità diluite in più di vent’anni e adesso ci sono 13 mila detenuti più dei posti letto disponibili.

I ministri che si sono succeduti hanno soprattutto ‘lanciato l’allarme’; l’amministrazione ha anche tentato di porre rimedio alla situazione costruendo qualche nuovo ‘stabilimento’, ma per lo più in sostituzione dei pochi dismessi. Di altri si è iniziata la costruzione e alcuni fabbricati, già in fase avanzata di lavori, si stanno addirittura sgretolando alle intemperie. Tutto si è fermato nel 1992, quando fu varata la riforma del processo penale. Per qualche misterioso motivo tutta la lunga teoria dei ministri interessati, pour conoscendo la situazione, è venuta meno al proprio dovere.

Anche Roberto Castelli, come gli altri suoi predecessori, si limita a mettere tutti in allarme, addirittura stabilendo la data del collasso definitivo, l’ora X dell’ingovernabilità assoluta: 30 mesi. In tale attesa, sta li a girarsi i pollici, come hanno fatto gli altri prima di lui. Nel frattempo i bracci carcerari sono diventati gironi danteschi e l’Italia si sta costruendo una solida fama d’inciviltà.

Il rimedio, come sempre peggiore del male, è quello di mettere fuori i carcerati, che se ne occupino i cittadini. Il provvedimento che aprirà le porte si chiama amnistia o indulto. Da sempre avversato dall’opinione pubblica, potrebbe trovare nelle Camere riunite una piccola maggioranza trasversale che lo voti, perché ‘la grazia può essere il più elevato atto di giustizia’, soprattutto se collettiva e indifferenziata.

C’è però un piccolo intoppo costituito dal quorum. Proprio per garantire che questo tipo di provvedimenti corrispondessero realmente alla volontà dei cittadini, il quorum richiesto è attualmente di due terzi del Parlamento. La prossima settimana, sull’onda della visita papale e dell’affaire Sofri, verrà modificato e così il Nuovo Psi e lo Sdi, mosche cocchiere di due disegni di legge sull’indulto, potranno finalmente distinguersi come primi attori di una battaglia parlamentare trasversale agli schieramenti.

Sarà un pateracchio, negli intenti alla vecchia maniera catto-comunista, nella realtà nello stile sgangherato proprio dei tempi di Berlusconi, con gli schieramenti sminuzzati in mille distinguo e differenziazioni personali, nel tentativo di non coinvolgere i partiti e di fare apparire il voto come scelta personale dei parlamentari. L’opposizione, forse involontariamente, marcherà un punto perché l’elettorato di centrodestra mai perdonerà i suoi ex beniamini, incapaci a tutto, pronti a qualsiasi impunità. (rt)


Titolo: (13.11.02)  MUTI DAVANTI AL PAPA

Redazione

Giorgio La Malfa, presidente del Pri, ha inviato a La Stampa di Torino una comunicazione che riguarda la prossima visita del Papa al Parlamento. La riproduciamo perché ci sembra che le obiezioni sollevate siano condivisibili da tutti i laici e da quanti sono preoccupati dalle deriva delle istituzioni nazionali. 

“Credo che non si siano valutate fino in fondo le implicazioni politiche istituzionali e le conseguenze che comporterà la presenza del Papa nel Parlamento italiano. Alcuni osservatori hanno giustamente notato che non spetta al Parlamento invitare capi di Stato stranieri e atteggiarsi a loro interlocutore, e sottolineato che in ogni caso il capo spirituale della Chiesa cattolica non può essere considerato semplicemente il capo di uno Stato straniero. 

(…) ”Considerando le vicende storiche della formazione dello Stato italiano, quello che ha rappresentato nella nostra storia unitaria la «questione romana», il discusso Concordato e il ruolo privilegiato che la Chiesa cattolica ha sempre goduto nel nostro Paese. Il Papa che entra nel Parlamento della Repubblica, e che vi trova il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio, rappresenta un atto singolare che di per sé riduce la funzione della sede legislativa italiana a una pura camera d'ascolto e di cerimoniale”. 

“Diverso sarebbe stato se il pontefice avesse incontrato precedentemente il capo dello Stato e il capo del governo italiano, e poi avesse rivolto un messaggio al Parlamento. Con una tale attenzione formale, il Papa sarebbe stato un ospite autorevole dello Stato italiano e il Parlamento informato della particolare attenzione che la Santa Sede rivolgeva all'Italia. La circostanza per cui l'incontro avviene, invece, in una forma in cui tutte la autorità istituzionali della Repubblica assistono mute al discorso del Papa, rivela, a mio avviso, un'insensibilità politica e istituzionale da parte di chi pur doveva averla. In questa maniera l'Italia diventa una semplice cassa di risonanza delle posizioni del Vaticano e questo per le nostre istituzioni è inconcepibile”. 

(…) “È inutile fingere di non sapere che la visione morale di Giovanni Paolo II, per quanto ovviamente rispettabile, è in conflitto con diverse leggi dello Stato italiano che proprio il Parlamento nella sua autonomia ha votato e approvato. Sarebbe molto imbarazzante per il Parlamento trovarsi di fronte al problema di un reciso giudizio sulle proprie leggi da parte del Pontefice. In ogni caso nel riconoscere il valore del messaggio morale della Chiesa cattolica, io credo che sia bene ricordare l'origine dello Stato unitario, i suoi valori laici e i passi compiuti per affermare questa democrazia”. 

“Mi domando se la forma di questa cerimonia e la posizione di sottomissione delle autorità dello Stato non si risolva in un disconoscimento di questi nostri valori. Se la giornata di domani fosse tesa a dare un'idea che i valori morali risiedono oltre Tevere e che è lì che la nostra Repubblica deve cercarli, essa sarebbe lesiva del nostro senso di indipendenza nazionale”.


Titolo: (09.11.02) EXCALIBUR E FIRENZE

Redazione

Giro su Rai2, è già iniziata la nuova trasmissione Excalibur, il format del polo! La seguo per qualche minuto è ho l'impressione di trovarmi a "Misteri": le disquisizioni del conduttore Antonio Socci con un prete missionario vertono sull'apparizione in una ‘fotografia’ della Madonna. Cambio canale, provo a cercare quello satellitare che trasmette il Social Forum da Firenze: non lo trovo. Torno per caso da Socci e mi accorgo che l'argomento è evidentemente cambiato, al posto della Madonna, appare Agnolotto in carne ed ossa.

Inizia la solita rissa ma, come nota anche Aldo Grasso sul Corriere, si aggiunge la cattiva impressione del tutti contro uno. Il leit motiv di tutte le ultime serate sul tema della sicurezza a Firenze, si ripete. Nasce la sgradevole impressione che dopo un anno e mezzo dai fatti di Genova e tutte manifestazione che ci sono state di sindacati, pacifisti, girotondini,Ulivo, pure quella di Ferrara pro-USA, gli unici ai quali si dovrebbe impedire il diritto di manifestare e di ritrovarsi a discutere siano i cosiddetti 'no-global' perché ‘pericolosi’, o solo perché Firenze è una città d'arte? Mi chiedo se la maggioranza di governo che intende vendere i beni culturali, si stia preoccupando che quelli di Firenze possano perdere di valore a causa di possibili danneggiamenti.

Poi, tra una giornalista che sostiene non essere suo mestiere rispondere alle domande (di Agnoletto), perché non è una politica (?) e le amenità del missionario della Madonna, la trasmissione arriva al suo climax,rappresentato dal 'filmato'. La moneta di Santoro con i suoi filmati eccola ben ripagata, da questo nuovo format di destra: al posto delle connessioni tra Forza Nuova e la Lega o tra la mafia e Berlusconi, abbiamo l'abbinata tra i movimenti giovanili, dal '68 a Genova, e i crimini del comunismo. Esulta il radicale, pro-global, in studio: "Giustizia è fatta!". Il conduttore si mostra con un bel sorriso soddisfatto: si capisce che pensa di aver raggiunto l'obiettivo di essere il Santoro di destra.

Scorrono i titoli di coda e a me resta l'impressione che la Rai del centro destra con Excalibur e Socci si siano in fondo dati una bella mazzata sui piedi. Per due motivi essenzialmente. Il primo è che creando una dicotomia tra i temi del Social Forum e i miracoli della Madonna sui quali schierarsi di qui o di là,hanno radicalmente messo alla prova l’unità politica dei cattolici italiani. Il secondo perché con quel filmato hanno reso un buon servizio ai veri comunisti di un tempo e a quelli che sopravvivono: è noto che i loro nemici primi sono quelli che si pongono alla loro sinistra, come hanno fatto tanti movimenti giovanili, e come nella pratica hanno fatto i socialisti. Questo Berlusconi lo capisce e chiede la grazia per Sofri, Socci no, anche se è d'accordo, come noi tutti, che Adriano esca dal carcere di Pisa.

Excalibur vorrebbe saldare la nobiltà degli archetipi culturali popolari di destra, ad esempio quella del ‘Signore degli anelli’, con il cattolicesimo della tradizione. Socci in origine aveva chiamato la trasmissione Stalker (cacciatore) poi si scoprì che in Russia il termine sta per ‘molestatore’. In questa prima puntata ad essere molestati sono stati solo due milioni o poco più: maglia nera d’ascolti. Ancora un paio di esiti come questo e calerà l’oblio sull’intera operazione. (L.G.)


Titolo: (08.11.02) PROFUMO DI GENOVA

Redazione

C'è profumo di contrasti. Sarà lo slittamento dell'interim agli Esteri di Berlusconi, sarà l'evidente povertà riformista che nei fatti denota la maggioranza, ma pare che lo stesso De Michelis si appresti a prendere il largo dalla Casa delle Libertà. Di rimpasti non se ne parla almeno fino all'anno prossimo, cioè ben oltre l'approvazione della finanziaria, quindi il profumo del potere si allontana. La stessa legge di bilancio rende poi chiara l'assenza di riforme strutturali tanto sul terreno della previdenza, ad esempio, come invece si aspettavano i ceti produttivi che hanno appoggiato il centro destra, tanto su quello della giustizia, come confidavano gli 'orfani' del pentapartito. Quindi anche il profumo del riscatto svanisce.

Non si può allora non notare come alle reiterate dichiarazione di fedeltà alla maggioranza, espresse per quasi un anno e mezzo dal segretario del Nuovo PSI, si vadano sostituendo posizioni più sfumate. Il ruolo di consigliere ‘segreto’ del principe, se i consigli restano inascoltati, alla lunga evidentemente umilia. Non basta certo, per essere ripagati, qualche apparizione su 'La 7' da Ferrara o una collaborazione da editorialista 'virtuale' per Il Nuovo dell'Annunziata.

Così è possibile che domani a Genova, in occasione del Consiglio nazionale organizzato dal partito come una commemorazione del 110° anniversario della nascita del PSI, il profumo del contrasto si concretizzi in qualche forma più esplicita, anche da parte di De Michelis. Tanto più dopo il gioco d'anticipo fatto da Bobo Craxi che già ieri annunciava, con "spirito molto critico" verso la Cdl, la necessità di orientarsi "verso una nuova stagione politica dei Socialisti non precludendo nulla sul quadro delle alleanze".

Tra avverse congiunture e sinistri scricchiolii, la nave geme e quasi preannuncia il suo imminente sfascio. I pochi professional che ancora resistono sul ponte di comando, ad esempio Gianfranco Fini, si affannano continuamente a correggere la manovra, mentre nessuno sembra conoscere la rotta. È ancora l’ora della riflessione, ma già si cala in mare la scialuppa di salvataggio... profumo di mare, profumo di Genova. (L.G.)



Titolo: (05. 11. 02) UNA CALAMITÀ NAZIONALE

Redazione

C’era un tempo in cui l’Italia bigotta e bacchettona, quella dei giovani deputati Oscar Luigi Scalfaro e Gulio Andreotti, celebrava in una sola giornata di dolore ipocrita i fasti dell’autoflagellazione cattolica, imponendoli a tutta la comunità. Accadeva il Venerdì santo, nei cinema si proiettava ‘Bernadette’, la santa Soubirous, nell’edificante versione della peccatrice Jennifer Jones, per radio solo musica sacra, ovunque mestizia e drappi neri. Con la nascita della televisione, la cupa ritualità fu riservata anche al nuovo media, per poi stemperarsi a metà degli anni Sessanta.

Doveva trascorrere quasi mezzo secolo perché si rivivesse un simile clima di uniforme ipocrisia. Un week-end lungo di morte e terremoto, di vittime e popolo composto, costretti a stare al gioco per evitare un rapido oblio e il temuto abbandono, sul quale è discesa l’armata di sette reti nazionali con telecamere assortite e plotoni di giornalisti, tutti concentrati in pochi metri quadri. Tutti a scrutare il dolore vero da violare con una partecipazione posticcia che il mezzo impietoso ha svelato anche ai non vedenti.

Decine di ore di trasmissioni prolisse e ampollose, fintamente pietose, imbarazzanti per i telespettatori, irrispettose della tragedia, quasi tutte impregnate di conformismo ministeriale. Solo il calcio ha potuto interrompere l’orgia informatica. Al cordoglio artificiale, s’è giustamente opposto uno spettacolo sportivo fasullo e corrotto.

L’imperversare di questo tipo di giornalismo, che ha trovato il suo acconcio coronamento nella carità di una manciata di milioni compuntamene raccolti – la solidarietà elemosinante che sempre in Italia nasconde la violazione o l’assenza dei diritti –, fa giustizia di quanti vanno lamentandosi in giro per l’Europa del rischio di omologazione dell’informazione italiana: mai ci sarà la necessità d’imbavagliare questo giornalismo invischiato nel conformismo, nei timori e nella mediocrità, in continua commistione con soubrettes e show-gossip. Questa è gente che ascolta senza udire e senza domandare se non l’ovvio (a uno che gli è quasi crollata la casa sulla testa, la cronista chiede: “Ha avuto paura?”), che riferisce senza un commento le parole di Silvio Berlusconi che vuole impiantare nel Molise un ameno quartiere dell’hinterland milanese, e quelle del suo ministro che afferma di ricostruire tutto in due anni.

Può darsi, invece, che nei prossimi giorni potremo leggere, non certo ascoltare, della realtà di questo disastro circoscritto, ma reso abnorme dall’eterna impreparazione di autorità locali e nazionali e dell’anarchia dell’organizzazione dei soccorsi, alla fine affidati anche all’esercito dirottato in fretta e furia, come nel terremoto di Messina del 1908. Se l’informazione dei quotidiani e dei periodici non si lascerà invischiare nell’inevitabile gioco dei rimandi politici e delle accuse finalizzate, potrà aprirsi un utile confronto sull’arretratezza e sull’inadeguatezza della nostra organizzazione civile che riguarda i terremotati, ma anche le carceri, la sanità, la scuola… Anche questa informazione nulla avrà da temere dal despota in agguato. La professionalità e l’indipendenza di giudizio sono le sole armi che possono realmente difenderla.(rt)

 


Titolo: (04.11.02) LA STRATEGIA DEL DISORDINE

Redazione

Inizia un periodo decisivo per l’esecutivo. Tutto il composito fronte dell’opposizione di sinistra è in movimento e si appresta a dare una forte spallata extraparlamentare al centrodestra. Al Nord e al Sud si muove la Cgil che ha trovato nella crisi dell’auto italiana un nuovo argomento di mobilitazione per attaccare non tanto la Fiat, quanto il governo, come già era accaduto per l’art. 18, in nome del quale si era indetto lo ‘sciopero generale’ di ottobre per poi trasformarlo in manifestazioni politiche antigovernative.

Su Firenze calerà tutta la nebulosa del ‘movimento’, completa di salmerie mediatiche. Sono centinaia di associazioni che si battono contro la globalizzazione, ma al dunque saranno egemonizzate dal nucleo forte dei ‘politici’: dall’Arci al sindacato, dai Verdi agli stessi partiti che questa volta ci saranno e non intendono sprecare l’opportunità. Non mancherà quindi la strumentalizzazione dell’evento in chiave antiberlusconiana, motivo aggregante della parte italiana, insieme con il non più occultato antiamericanismo.

A parte si mobilitano i girotondisti di Nanni Moretti. La gioiosa élite si esibirà contro la legge Cirami. Se non ci fosse quella, troverebbe qualsiasi altra motivazione. Nella polifonia dei discorsi e dei cori si dispiegherà tutta la litania, dalla Finanziaria all’Afganistan, per chiudere con l’ovvia constatazione che è a rischio la libertà.

L’opposizione di sinistra preme all’unisono sull’acceleratore della ‘disobbedienza sociale’. Non riuscendo a tollerare l’esito elettorale, sceglie l’avventura del ‘tanto peggio tanto meglio’, arrendendosi all’inquietante richiamo della sua tradizione storica. E' pur vero, come giustamente afferma il presidente Ciampi, che la storia non divide più gli italiani e che sono più i motivi che ci uniscono di quelli che ci dividono. Ma questo vale solo se governano loro, le minoranze prepotenti, le sole custodi della libertà e dei diritti. La maggioranza degli italiani pensa invece che sarebbe urgente riaffermare i doveri. Per questo, inutilmente, ha votato contro il centrosinistra. (rt)


Titolo: (31.10.02) QUANDO PASSA LA STORIA

Finalmente, dopo nove mesi, si era arrivati al sodo. I reduci dei Girotondi, tutti capitani di potere a casa loro, pensavano di avere coronato il sogno di una vita, di essere promossi alla politica con la maiuscola, quella dei partiti. Si erano quindi catapultati al mini Palasport di Castel San Pietro da ogni dove, pronti a disquisire in punta di statuti, a torneare con finezza e consumata finta ritrosia per cariche e gradi, a spaccare in quattro il capello di ogni sofisma pur di incidere sui taccuini dei cronisti.

C’erano Nanni Moretti e Francesco ‘Pancho’ Pardi, i resti del triunvirato, perché Paolo Flores D’Arcais viaggia solo se è lui che guida. C’erano Paolo Sylos Labini, Enzo Marzo e Elio Veltri, pronti a costituire il ‘vero Ulivo’ c’era Benigno Zacchiroli del gruppo 2 Febbraio ( Chi è mai costui,  mormorava Nanni Moretti, mentre in attesa dell’apertura dei lavori, se n’andava pensando che non è possibile essere certi di nulla); c’era Nicola Tranfaglia, lo storico torinese che c’è sempre stato e quindi si era presentato con lo statuto del partito nuovo bell’e pronto; c’era la moglie del cantante, due o tre pasionarie, un premio Nobel di Milano con consorte, i rappresentanti di 250 associazioni; c’era soprattutto Gianni Vattimo, il più invidiato, cattedratico, eurodeputato, giornalista, solidale testimonio dello sposo al primo matrimonio gay, dov’era andato per rivisitare Palazzo Farnese:  tutti ansiosi di riesumare il caro estinto – il glorioso ‘Indipendenti di Sinistra’ madre di tutti gli utili compagni collaterali – per immettere aria nuova, ma pur sempre fritta, nell’asfittico Ds.

Poi la prima doccia fredda. Nanni caccia i giornalisti dal tempio, fuori tutti, bocche cucite, come ai bei tempi del centralismo democratico, e i girotondini dentro a porte chiuse. Poi: niente partito, cosa faremo si vedrà. Adesso via alla discussione. Allora si sono avventati al microfono tutte le anime belle, dandoci dentro a ruota libera per 14 ore (in due tornate). Qualche flebile notizia è trapelata, mitico eco d’uno storico momento: “ Stiamo lavorando per il bene della democrazia” (Piero Ricca delle Girandole), “L’unica garante della democrazia in Italia è Ilda Bocassini” (Giuseppe Sunseri di Palermo, misconoscendo però i magistrati peloritani), “I leader non si eleggono, leader si è. Nanni Moretti lo è” (Christian Abbondanza di Genova, raro cognome ossimoro), “Renderò nota la mia posizione ufficiale solo all’interno del nostro coordinamento” (Daria Colombo in Vecchioni), “Sono qui per prendere un cappuccino da portare a Nanni”, Silvia Bonucci, una dei leader sorpresa al bar…

Alla fine Nanni Moretti, un regista sa anche comandare, li ha messi tutti in riga e ha riassunto il polifonico dibattito: “…Ci rivedremo a febbraio…a marzo, forse a Napoli…”. Così stanchi, ma felici della bella gita, quasi tutti sono rientrati a meditare sul futuro della sinistra. Ma alcuni, ormai capita l’antifona del conduttore unico, covavano ancora in seno l’orrenda creatura.

     Abbandonati i compagni di ludiche passeggiate sull’Appennino, Gianni Vattimo e Nicola Tranfaglia non potevano concludere il loro weekend  senza risultati concreti. Al grido di “Cofferati è il nostro De Gaulle” il filosofo ha guidato la spedizione calando a Bologna su Palazzo D’Accursio…Ma questa è un’altra gita e ve la raccontiamo un’altra volta. (rt)

 



 
 

 


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