Oggi in Italia, commenti politici della Redazione

[ARCHIVIO]

N.20 Anno III Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti.Net
Dicembre 2002
 

Titolo: (02.01.03) WITTGENSTEIN [di Giorgio Gaber]

Redazione

"Eh sì, effettivamente, dobbiamo dire, va detto che negli altri Paesi funziona tutto meglio che qui da noi… ci vuole anche poco voglio dire! E’ perché gli altri sono più seri, ecco si impegnano, fanno sacrifici per migliorare. Perché loro credono nell’organizzazione, nelle responsabilità collettive. Voglio dire i Francesi credono alla Francia, gli Americani credono all’America, ci credono, ecco. Basta andare all’estero, si respira subito un’altra aria… anche in Svizzera per dire!

Eppure mi hanno raccontato un aneddoto curioso, vero pare e riguarda il famoso Wittgenstein, grande filosofo, grande uomo di cultura, tuttologo! Ecco, questo Wittgenstein pare che tornasse in treno con il suo assistente, sì, pare che tornasse a casa dopo aver terminato il suo ultimo lavoro, un’opera decisiva, "Il Tractatus" che faceva il punto su tutta la filosofia… faceva il punto. Anni di studi, anni di ricerche, anni di saggi, fine del lavoro e meritato riposo. Niente, scompartimento, grande silenzio, a un certo punto pare che il suo assistente abbia chiesto: "Mi scusi professore, come spiega lei il gesto che fanno gli Italiani?". Wittgenstein pensa un attimo poi sbianca in viso: "Porca miseria, devo fare tutto da capo!". Sì, evidentemente c’era qualcosa che non gli tornava. Non riusciva a capire l’atteggiamento e nemmeno l’allegria degli Italiani, proprio loro così incapaci di organizzarsi, incapaci di far funzionare la vita, incapaci persino di farsi un governo.

Ma Wittgenstein era uno scienziato, forse avrebbe dovuto andare dall’altra sponda dell’intelligenza per afferrare il mistero dell’incapacità consapevole e sublimata…"


Titolo: (30.12.02) L'AVANTI... AVESSE CONTRATTO L'AIDS!

Redazione

Domenica 29 dicembre, compro il giornale di Lavitola. L’Avanti di oggi è l’unico quotidiano che riporta in prima pagina la notizia che "Berlusconi è nonno per la seconda volta”, penso tra me. Non basta, vediamo l’incipit dell’editoriale con tanto di foto dedicata al Cavaliere: “Sul delicato ed essenziale tema delle riforme, non si più che condividere quanto il presidente Berlusconi ha, in questi giorni, detto. (…)”. Non basta ancora, vediamo il titolone e l’articolo di lancio: “Brunetta: il 2003? L’anno delle riforme. L’europarlamentare di Forza Italia ricorda…”.

Sconsolato giro pagina. La seconda e la terza sono culturali, ma c’è da farsi venire le vertigini, perché cambia completamente musica: si parte con due articoli di un socialismo veramente esagerato, come la nota aranciata!

In testa, un articolo di severa critica al capitalismo tratto a piene mani dell’introduzione scritta dal prof. Francesco Forte, già ministro socialista, alla riedizione di un libro di Shumpeter del '42, ma servito sottoforma di collage affrettato e appiccicaticcio. Pazienza, si capisce comunque il concetto: il capitalismo è un gran “casinò” con sempre meno regole dove domineranno i giochi finanziari a breve termine. Forse bastava scrivere che è un casino per eiuculatori precoci, ma sull'onda dell'entusiasmo proseguo e vado sotto.

Sempre in seconda pagina, trovo una risorgimentale invettiva anti-savoia degna d’altri tempi che si conclude inneggiando all’erezione in ogni città italica di un monumento all’anarchico Bresci!

Vacillo domandandomi cosa aspettarmi negli articoli a seguire. Ma resto deluso poiché seguono ameni articoletti su spettacoli teatrali con “la perspicace regia di Pippo Franco” e di recensioni letterarie che s’interrogano se “sta forse nascendo uno corrente letteraria sarda?”.

Sorvolo sulle brevi dedicate alle scontate lodi alle letture dantesche di Benigni o ai prossimi eventi per l’anniversari della morte di Fellini. Sono personaggi ormai bipartisan, quindi assolutamente innocui, oggi.

Provo infine a soffermarmi su un ultimo articolo prima di addormentarmi col mal di testa. Parla della morte di un fotografo. Vado a leggere: “Chiunque frequenti un minimo le passerelle di tutto il mondo – e molti giornalisti sono tra questi – sa bene che si diceva da tempo che il fotografo aveva contratto l’aids”. Mi fermo perché mi accorgo che l’autrice dell’articolo, come giornalista, forse ha passato troppo tempo sulle passerelle e troppo poco a studiare la coniugazione dei tempi nei verbi.

Sdraiandomi sul letto con le ultime forze mi domando: cos’è L’Avanti? Un congiuntivo mancato. “...avesse contratto l’aids.” Forse era meglio! (l.g.)


Titolo: (21.12.02) NATALE 2002: NOBILI SI NASCE

Redazione

Al grandissimo Antonio de Curtis ci vollero quasi trent’anni di battaglie legali e mediatiche per accedere all’empireo dell’aristocrazia. Vinse le cause grazie ai proventi dei lazzi di Totò e così si scoprì che principe lo era sempre stato per nascita. Della sua nobiltà i fans puri di cuore mai avevano dubitato.

Ai commercialisti, avvocati, industriali, rider, intellettuali, scrittori, tutti d’antico pelo che hanno dato vitalità e notorietà a Libertà & Giustizia, un’ associazione nata nelle retrovie della borghesia torinese, è bastato invece poco meno di un mesetto per trasformarsi in Giustizia e Libertà e per tentare così, complice La Stampa, d’ impadronirsi della nobile tradizione dei fratelli Rosselli & Militanti correlati.

L’impresa dei più che settuagenari - tra garanti e dirigenti solo due hanno meno di sessant’anni - per ora è abortita perché già esiste un’altra associazione con lo stesso nome e le stesse finalità – girotondi, giustizialismo, antiberlusconismo -, nata nel 1994 all’epoca della primo governo del Cavaliere d’Arcore. Da questo ceppo provengono alcuni dei dirigenti del nuovo e potentissimo sodalizio che si pone un preciso obiettivo: « Ricostruire l'identità civile di questo Paese, per riscrivere il patto di cittadinanza che è alla base dello stare insieme e per fermare il declino dell'Italia nel mondo. Un patto che avrebbe oggi, come primo firmatario, Indro Montanelli. Il grande leader della società civile ci ha lasciato un compito: intervenire con la cura giusta quando i due anni del "vaccino Berlusconi" avranno fatto il loro effetto», come dice Carlo De Benedetti, con l’entusiasmo tipico del miliardario che, giunto alle soglie della grande età, dispensa saggezza in luogo di cattivi esempi. .

L’influente e ingombrante patron della nuova istituzione si rivolge a tutti gli italiani, rilevando che «Al di là degli schieramenti di destra e di sinistra, su questioni come il conflitto di interessi, la qualità dell'informazione, la moralità del potere, il rispetto dell'ambiente, l'etica della ricerca, solo il "tuono" della società può arrivare dove la politica è di fatto impotente. E' la libertà, comunque, che deve restare la nostra prima bussola, il nostro primo valore. Crediamo in un mondo di uomini liberi, in grado di difendersi sul mercato con i propri talenti e le proprie conoscenze. Riconosciamo le differenze sociali come l'esito del confronto tra persone dotate di libero arbitrio». E Franzo Grande Stevens, massimo avvocato civilista italiano e ‘garante’ di Libertà e Giustizia, chiarisce ancor meglio il concetto, citando il filosofo della scienza Amartia Sany: « Lo sviluppo dell'umanità va definito e misurato in termini di libertà individuale e di qualità della vita e non in termini di prodotto interno lordo".

Sono frasi e militanze sorprendenti, se si considerano i personaggi. L’uno è il capitalista che girava il mondo fischiando la ‘fine della ricreazione’ ai vecchi establishment europei, comprando e vendendo aziende, poco incline - allora - alle ansie sociali del Grande Stevens di oggi. L’altro è l’uomo degli Agnelli, l’esperto delle più avanzate alchimie societarie che siede in innumerevoli consigli d’amministrazione d’istituzioni culturali e di aziende (l’ultima acquisizione è la vicepresidenza Fiat).

Con loro sta un ‘parterre de roi’, onusto di glorie e carico d’anni, tutti rigorosamente over sessanta e settanta: Umberto Eco, Enzo Biagi, il giurista Guido Rossi, l'economista Innocenzo Cipolletta. E, ancora l'architetto Gae Aulenti, Claudio Magris, Alessandro Garante Garrone, Giovanni Sartori, Umberto Veronesi, l'ex direttore de Il Sole 24 Ore, Gianni Locatelli e Giovanni Bachelet, questi ultimi due solo poco più che cinquantenni. Solo Simona Peverelli, con i suoi 31 anni, è l’unica rappresentante delle nuove generazioni; è lei l’astro nascente del team avendo organizzato il ‘giorno della Legalità’ con Paolo Flores D'Arcais e il movimento Le Girandole, lo scorso 23 febbraio al Palavobis di Milano.

L’operazione messa in piedi tra Milano e Torino, fortemente sponsorizzata dal Corriere e da La Stampa, è già ricca di quasi tremila adesioni, duemila iscrizioni formalizzate, altre mille in itinere. Tra queste molte sono di esponenti del mondo culturale e professionale che gravita a sinistra e si sente stimolato alla nuova avventura dalla promessa di un ricco bottino: quale che sarà l’esito, con condottieri così ricchi non ci si perde mai.

Libertà e Giustizia nasce in chiave antipartiti, si ispira alla ‘Società aperta’ di Carl Popper, ma si nutre d’intolleranza e risentimenti. Ormai considerati dannosi e incapaci, i politici devono essere messi in riga. Quindi la ‘società civile’ si mobilita in vista della resa dei conti con l’attuale governo. Il campione messo in campo dalla borghesia è Romano Prodi, ma l’obiettivo immediato è quello di un rimescolamento di carte all’interno dell’Ulivo, in modo da spostarne l’asse verso il centro dello schieramento. Probabile beneficiaria di questo “girotondo di miliardari” sarà, quindi, la Margherita e lo spazio politico per i socialisti si chiude ulteriormente.

Tra i nuovi nobili che si comprano L’Avanti e i vecchi nobili che si compreranno l’Ulivo, per chi nobile lo è come Totò, cioè nel cuore socialista di tante compagne e compagni, resta l’orgoglio. La rabbia e il risentimento, non perché sia Natale, ma non servono proprio: sono politicamente inutilizzabili, come già diceva Nenni. Così, accanto all’orgoglio socialista, in questo fine d'anno, ci possiamo nutrire solo di 'pessimismo della ragione', ma a chi ha la forza di agire ancora chiediamo un regalo. Un po’ di 'ottimismo della volontà'.

L'aspettiamo... è pur sempre Natale! (rt e l.g.)



Titolo: (18.12.02) DOPO L'AVANTI, CRITICA SOCIALE?

Redazione

Scoppia la polemica sul quotidiano di Lavitola, sempre più "costola degli ex" in Forza Italia e riceviamo, tre giorni dopo, Critica Sociale con allegato Il Domenicale, neonato settimanale di Marcello Dell’Utri.

Sorge naturale la domanda ironica: anche Carluccio sulle orme di Lavitola?

Fissa, da anni, la pubblicità Fininvest sulla quarta di copertina del periodico fondato da Turati, anche Critica Sociale con l’inserto dell’europarlamentare di FI, palesa ulteriormente il suo legame economico con la ‘società’ di Berlusconi.

Il pretesto è la presenza, sul settimanale culturale di Dell’Utri, di un omaggio al riformismo socialista attraverso due interventi di Luciano Pellicani e Stefania Craxi. La stesso giornale di Carluccio ospita contributi che vanno dai deputati Buemi (Sdi) e Pisapia (Rc) alle varie aree di cultura socialista e liberale, compresa la presentazione del Domenicale del suo direttore, Angelo Crespi.

Sembrerebbe evidente, nel caso di Critica Sociale, che si possono avere rapporti economici con Fininvest o Forza Italia, senza per questo perdere indipendenza e libertà. Ci restano però il dubbio che ciò sia possibile solo perché il giornale di Carluccio è un periodico di cultura. Quello di Lavatola è invece un quotidiano politico - di nicchia sicuramente - ma pur sempre oggetto di appetiti altrui o più probabilmente di ambizioni da parte di chi lo dirige.

Del resto nel piano di marketing del nostro Primo Ministro è più facile ipotizzare, come sottosegretario, un ‘giovane’ Lavitola che non un ‘vecchio’ De Michelis perché, come per le auto FIAT, si può spacciare più facilmente per una “Ferrari Young”. Naturalmente di rosso rischia di restare solo il colore della carrozzeria, come per la testata de L’Avanti! (l.g.)


Titolo: (14.12.02) LA DEA DELLA PACE

Redazione

Il Papa ha annunciato che da tempo Dio si tiene lontano nei Cieli, disgustato dal comportamento incivile dell’uomo. Un editorialista del Corriere delle Sera l’altro ieri ricordava la contraddittorietà del testi sacri, nei quali si dice anche che Lui è sceso “non per portare la pace, ma la spada”. Nello stesso giornale e nello stesso giorno, viene presentato l’ultimo libro di Rita Levi Montalcini. Vi si legge che contro la guerra e il fanatismo religioso, l’unica ‘rivoluzione culturale’ la può compiere la donna.

Aggiungiamo solo che, in questo senso, i ‘maschi’ confronti interreligiosi tra i tre monoteismi, che siano pubblici dibattiti o salotti televisivi, tipo quello di Lerner, non possono effettivamente portare da nessuna parte. L’approccio con gli altri, barbari/infedeli/immigrati, non può che partire dal riconoscere la prima diversità: quella di genere, provocata dai due geni XX del dna, tra uomo e donna, appunto. Sarebbe bene rendersi conto che per giungere a dei risultati di pacifica mediazione culturale non si può trattare di guerra girando intorno ad un solo Dio. Se ne devono riconosce almeno due, uno per genere.

Allora il Papa, Gino Strada e i tanti seri pacifisti inizino a cercare una Dea, invece che chiedere alla politica di sottrarsi alle proprie responsabilità che sono laiche e pubbliche e non religiose e personali. Peccato che questo non lo dica la nostra nobel per la biologia perché è proprio sul terreno di un approccio politeista alla realtà, che spirito scientifico e religioso possono trovare un terreno comune - come nell’antica Grecia - seppur oggi il primo nel metodo e il secondo nella rappresentazione. (l.g.)


Titolo: (13.12.02) FATTI IGNOTI/IGNOBILI

Redazione

Un ingegnere siriano, in esilio da anni con la sua famiglia per sfuggire ad una condanna a morte, ha avuto la malagurata idea di transitare in Italia ed è stato rispedito immediatamente a Damasco. A denunciare il gravissimo fatto è stato Giovanni Conso, presidente emerito della Corte Costituzionale, al convegno ''Mai più violazioni, mai più impunita''', organizzato dal comitato per la promozione e la protezione dei diritti umani. ''La vicenda della famiglia siriana - ha spiegato Conso - bloccata per quattro giorni all'aeroporto di Malpensa nel silenzio generale è un reato, un delitto gravissimo e un disonore per l'Italia. E' uno scandalo - ha continuato - che dal 23 novembre la famiglia Muhammad Sa'id al-Sakhri sia stata fermata fino al 28 novembre senza che nessuno ne abbia saputo niente''.

L'uomo era accompagnato dalla moglie e da quattro figli di 11, 8, 6 e 2 anni. La famiglia ha vissuto per 11 anni in Iraq ma con lo spettro della guerra aveva scelto di cambiare e vivere in Marocco. Dovendo transitare in un Paese europeo ''disgraziatamente hanno scelto un aeroporto italiano. Dopo quattro giorni di fermo - ha sottolineato Conso - non sono stati rispediti in Iraq, ma in Siria: i responsabili sono complici di un'esecuzione e condannabili per concorso in omicidio''.

A nulla sono valse le proteste del fratello della donna, che dall'Inghilterra, dove vive, si è precipitato a Milano. Non c'è stato nulla da fare. L'Italia ha rispedito la famiglia in Siria. ''Attualmente - ha concluso Conso - sappiamo solo che l'uomo è finito in prigione, probabilmente è stato torturato, speriamo che non sia stato giustiziato, della moglie e dei bambini, nell'era della tecnologia, non riusciamo a sapere nulla''.

(da Il Nuovo)


Titolo: (10.12.02) EUTANASIA DI UNA SOCIALISTA

Redazione

PARIGI - A 92 anni, la mamma di Lionel Jospin, ostetrica sin dall’età di venti anni, ha preservato la propria dignità e ha aperto la porta alla vita che usciva, ha accompagnato l'ultimo suo passo, ha riconosciuto l'ora di chiudere gli occhi. Popolarissima nella sinistra pacifista e nella chiesa protestante di Francia, Mireille ha donato il proprio corpo a un ospedale. E non ci saranno cerimonie funebri, non ci sarà sepoltura, non ci sarà dispersione di ceneri. Come elegante omaggio alla signora, i giornali francesi non hanno pubblicato neppure la notizia. Solo un discreto necrologio della famiglia è apparso sul Figaro di sabato: «Mireille Jospin-Dandieu, ostetrica, vedova di Robert Jospin, membro del comitato di difesa dell'Associazione per il diritto a morire nella dignità, ha deciso, in serenità, di abbandonare la vita all'età di 92 anni, il 6 dicembre del 2002. I figli, i nipoti e la famiglia si augurano che si pensi a lei e informano che un omaggio le sarà reso in un altro momento».

L’86 per cento dei francesi vorrebbe poter «decidere serenamente di lasciare la vita», quando non è più «vita». Come ha fatto Mireille Jospin che da ieri è diventata la loro risoluta, dignitosa e sorridente eroina, socialista in una nuova frontiera dei diritti.


Titolo: (06. 12. 02) TORINO NELL’OCCHIO DEL CICLONE

Redazione

Da qualche tempo Torino è nell’occhio del ciclone. Domenica scorsa una battuta del comico Gene Gnocchi durante una trasmissione sportiva tv, alla quale partecipavano il sindaco Sergio Chiamparino ed Evelina Christillin, vicepresidente del comitato organizzatore dei Giochi olimpici invernali del 2006, ha generato un dibattito nazionale su ‘dove va Torino’. Poi è arrivata l’esternazione di Silvio Berlusconi sulla Fiat che, essendo chiacchiera da bar, ha sollevato indignati e sommessi lamenti da ogni caffé subalpino.

Quale che sia la dignità del pulpito, c’è del vero in ambedue i fatti. Che il management Fiat non sia stato all’altezza e non abbia pagato dazio risponde a una opinione diffusa; che la città sia allo sbando è evidente per chi vuol vedere, sindaco compreso. Anche i sintomi esteriori della decadenza sono palesi: la già linda capitale delle Alpi non è mai stata così sudicia, tanto che l’americano Edward Luttwak ha aperto una sua conferenza all’Unione Industriale dicendo che ‘da tempo non aveva visto una città così sporca’; homeless in abbandono costruiscono precari, ma stabili alloggiamenti di plastica e cartoni sotto i portici del centro cittadino, dove ci sono angoli che sembrano orinatoi, con tutti i muri imbrattati da scritte rabbiose e con manifesti abusivi incollati nei punti strategici che pendono lerci, sovrapponendosi in spessi strati.

Questa fatiscenza allegra e tempestiva, che non può essere vinta neppure da provvidenziali imbiancature, bene si adatta al suk che anima le zone pedonali, finalmente in uno stadio di avanzata multietnicità. Gli amministratori danno una volenterosa mano violando storiche piazze con smorti e banali spruzzi d’acqua a imitazione della provincia francese, con aiuole subito immerdate da frotte di cagnetti e cagnoni mattinieri, con padiglioni di strutture metalliche e sghembe tende d’ogni tipo – persino un festival di alimentari magrebini e orientali – là dove l’architettura e l’urbanistica originaria avevano creato spazi di pietra e austere prospettive, preziose, inquietanti ed uniche.

Non sono bastati intere generazioni d’artisti affascinati dalla città, da Nietzsche a De Chirico, né i giovani dell’Ordine degli architetti a frenare l’allure di assessori ragiunat e maestri di scuola - quindi persone di cultura - tutti alacremente e giustamente impegnati ad aprire Torino al dopofiat e al turismo. Cosicché al provvidenziale risanamento di zone auliche subito fa da contrappeso qualche nuovo fronte di degrado.

La suggestiva panoramica di via Roma - piazza Castello - piazza Reale, secoli di storia in piena vista prospettica, è stata completamente occlusa da un gigantesco presepe ligneo, ovviamente d’autore, montato in piazza Castello a interrompere la vista sulla facciata di Palazzo Madama e a nascondere quella del Palazzo Reale. Con conseguente e rigoroso spregio, al centro della 'piazzetta' Reale fa bella mostra lo chapiteau d’un circo, ovviamente di squisita fattura. C’è del metodo in quest’ansia del fare priva d’amore, della grandezza in questa routine amministrativa, ma c’è anche la totale assenza della Sovrintendenza e l’eclisse del mondo intellettuale che aveva illuminato la città per buona parte del Novecento.

Però avvenimenti misteriosi fanno bene sperare per il futuro, ma paradossalmente generano nei cittadini nuovi stati d’ansia. Torino oggi è, proporzionalmente più di Berlino, il maggiore cantiere d’Europa. Si scava per costruire la metro e una nuova stazione centrale multipiano; si scava per realizzare le ‘spine’, grandi viali direzionali lunghi chilometri, con verde e blocchi di nuove case. Si costruiscono alacremente palazzi per migliaia di cittadini, mentre la città si spopola ed è tutta piena di alloggi, uffici e negozi desolatamente vuoti offerti in affitto e in vendita.

La Grande Fabbrica si immiserisce e diventa una Seat italiana; la città, enigmaticamente, si attrezza per ricevere nuovi abitanti. Siccome non è alle viste un gemellaggio con Shanghai, le migliaia di unità abitative accoglieranno inquilini provenienti da altri quartieri. Così che, invece di risanare le vecchie case, si preferirà abbandonarle e un nuovo degrado disgregherà gli ex rioni operai della ‘barriera’, generando nuovi slums.

Per reggere il ritmo dei cambiamenti e per aprire la città a nuovi destini, il comune propone continue iniziative in chiave cultural-popolare e turistica. Per questo ha bisogno di soldi. Così rincarano tutti i servizi ben oltre il tasso d’inflazione, aumentano il ticket dei parcheggi, il costo dei trasporti e ogni altra tariffa. Si assumono ausiliari del traffico sguinzagliati a caccia di automobilisti da multare. Il cittadino vede ormai il municipio come una controparte e vive la sua città come un ambiente quasi ostile, qualche volta si ribella, per lo più si lascia andare a un certo fatalismo.

Dove va Torino? Il sindaco dice che ‘ce la farà’; ha fiducia nell’indotto olimpico, nello sviluppo del turismo, in una riconversione industriale in chiave tecnologica e nella tenace laboriosità dei cittadini, e alcune prospettive sono certamente incoraggianti. Proprio per questo sarebbe bene che venissero salvaguardati il carattere originario della città, le sue peculiarità culturali, il senso di appartenenza a una comunità non ordinaria, tutte particolarità che hanno formato il carattere dei cittadini e dell’elite e che per molti anni sono stati il motore nascosto e interiore di quella ‘torinesità’ che ha fatto le fortune della comunità. (rt)


Titolo: (02.12.02) IL DIALOGO E LA PIAZZA

Redazione

Dopo l’ultima abbuffata di scioperi generali, atifinanziaria, art. 18, metalmeccanici, di sfilate di no global opportunamente temperate e colonizzate dal servizio d’ordine del sindacato e del partito, di proteste e resistenze, resistenze, resistenze contro l’insopportabile mancanza di libertà e lo stato di penosa costrizione dei migliori ingegni accademici e letterari nostrani, di agitazioni di ogni categoria, anche di alcune tra le più ristrette ed elitarie, di ‘pronunciamenti’ di associazioni di dipendenti dello Stato contro il governo e contro altri dipendenti, ora qualcuno comincia a considerare la pericolosità della devastazione delle istituzioni, il disastro indotto da veti incrociati e contrapposti tutti tesi a delegittimare la parte avversa.

Cercando di correggere la profonda e insanabile spaccatura che risucchia il paese lontano dall’Occidente, una vasta area di vaghi e ancora timorosi riformisti si va agglutinando trasversalmente ai due Poli. Autorevolmente, ma ancora ambiguamente, ci si iscrivono Francesco Rutelli e Piero Fassino. Soprattutto quest’ultimo dichiara la sua preoccupazione per gli esiti delle pur legittime piazzate di tanto popolo con bandiere, alle quali egli non partecipa, sia per fugare l’impressione che i Ds vogliano metterci il cappello, sia perché qualcuna ha lui stesso come obiettivo. Non partecipare, però, non vuol dire disconoscere, di qui una certa impressione che il Fassino riformista sia un virtuoso predicatore che si limiti a dare l’impressione di rifiutare il gioco al massacro, ma che gli tenga bordone accettando nei fatti che sia la piazza a disarticolare il governo, là dove l’esito elettorale e l’ortodossia della politica non possono arrivare.

Rutelli, additando all’intero pianeta Berlusconi quale simbolo e realtà di un’anomalia unica, innaturale e perniciosa della democrazia e presentandolo agli elettori come una deriva illegale della destra conservatrice e avventizia al gioco democratico, ha perso le elezioni. Da questa sconfitta ha colto la leadership dell’opposizione sottolineando, una volta di più, quell’anomalia della situazione politica italiana che ascrive al suo rivale e che vorrebbe correggere. Ora, pensando alla posizione centrale e moderata dell’elettorato ex Dc della Margherita, troverebbe conveniente un confronto chiaro con la maggioranza.

Nell’orrido clima italiano, intorpidito da costosi disastri ‘naturali’, immagini di un dissesto non solo naturalistico, si fa strada in lui la speranza di “riuscire a costruire una convenzione perché si arresti il declino dell’Italia. Non vogliamo un paese ridotto in macerie…È necessario che nei due Poli crescano le posizioni riformiste di chi non vede l’avversario come un nemico…”.

Tra gli aspiranti ‘riformisti’ fautori del dialogo, però, alcuni sembrano invece in fiduciosa attesa dell’uscita anzitempo di Silvio Berlusconi dalla scena. Il solo D’Alema, il più lucido politico in circolazione, ha reso pubblica questa eventualità (“Non escluderei l’ipotesi di una conclusione anzitempo della legislatura”). Essa poggia su due capisaldi chiaramente dichiarati, la situazione economica e la rivolta popolare, e uno sottaciuto, l’operosa attività di procure e giudici, dal 1994 in caccia del Cavaliere d’Arcore.

La consapevolezza della necessità di un dialogo deve quindi superare molti ostacoli. Le barriere più evidenti sono la devolution della Lega, per la Margherita, e il disarmo sull’uso politico della giustizia, per Forza Italia. Ma altri della partita chiedono diverse rinunce preliminari: per Fassino deve azzerarsi la situazione della Rai, per An, l’Ulivo deve riconoscere l’errore di avere modificato la costituzione, nella scorsa legislatura, con una maggioranza di soli 4 voti.

Nel frattempo il declino dell’Italia muove passi da gigante. Un popolo che egoisticamente ‘si arrangia’, diviso in mille fazioni che pretendono diritti anche astrusi, che generosamente si riconosce come collettività solo nelle solidarietà delle questue ininterrotte di mille istituzioni e nella figura di un presidente della Repubblica ‘buon padre di famiglia’ ancorché senza prole, solo può sperare che sia l’Europa a imporgli l’obbligo di qualche virtù. (rt)


Titolo: (29.11.02) DOVE VA LA CRISI FIAT

Redazione

Il dibattito parlamentare è stata un’ottima occasione per farsi un’idea sulla posizione di tutte le forze politiche sulla crisi della Fiat. Hanno parlato tutti i rappresentanti dei partiti e si è quasi concretizzata l’impressione di una sorta d’impotenza, evidente in molti interventi, che contrasta con quanto viene espresso nelle piazze. Cioè, in definitiva, quasi nessuno sa che fare. Le idee chiare le hanno avute solo Oliviero Diliberto e Piero Fassino. Il rappresentante dei CI sta comodamente nel caldo grembo di vacca del suo autoconsolante credo comunista: gli Agnelli sono dei ladri che hanno rapinato i soldi dello Stato per tutto il secolo scorso e sarebbe ora che mollassero gli altri investimenti, ‘i gioielli di famiglia’, e che restituissero parte del maltolto, pertanto intervenga il governo e gli faccia cacciare gli Euro. Non dice come, ma si intuisce che sarebbe appropriato un esproprio, o meglio una requisizione, dopo di che i dipendenti vivrebbero (miracolosamente) al riparo da cassa integrazione e licenziamenti.

Il segretario dei Ds, invece, sa bene di cosa parla. Dice cose di grande rilievo, utili ad affrontare la difficile congiuntura dell’auto italiana, preziose anche per il ministro Antonio Marzano che lo ascolta con attenzione. Il suo è un richiamo alla realtà: le fabbriche non si possono chiudere a patto che si vendano le auto; e per venderle, l’azienda deve riformarsi da capo a piedi, il piano industriale dovrebbe parlare di questo e non solo di dismettere gli stabilimenti. Nel piano, ad esempio, non si c’è un capitolo sul marketing, vera zona morta dell’azienda italiana, suo autentico tallone d’Achille, dato che “sa produrre l’auto, ma non la sa vendere”. Il governo dovrà intervenire con mezzi adeguati, cosa che finora non ha fatto, per permettere all’auto italiana di superare la congiuntura; sia richiamando la Fiat ai suoi compiti istituzionali, che sono quelli di produrre e vendere auto e non d’investire altrove, sia favorendo con partecipazioni adeguate la sperimentazione e l’innovazione.

Neppure Fassino sa, o vuole, dare una risposta al quesito principale, cosa faranno sindacati, governo e forze politiche se l’azienda non sarà in grado di risollevarsi e di tornare a vendere ciò che produce? Come s’intende ‘obbligare’ la Fiat a non chiudere due stabilimenti? Tutti danno in realtà la stessa risposta, quella di sempre. Cioè l’intervento diretto o mascherato dello Stato per salvare i posti di lavoro.

Quando il presidente della Repubblica evidenzia la perdita di competitività del sistema Italia, non cita una delle cause maggiori, sebbene indiretta, dell’anomalia italiana. Essa consiste nel fatto che su 3,5 italiani 1 è un dipendente pubblico (ad esempio: la città di Torino ha circa 14 mila dipendenti, Lione ne ha circa 9 mila). Come si tenta di porre un freno al proliferare di questi fittizi posti di lavoro, subito si alza un coro d’indignati lamenti. Infatti il dibattito alla Camera alla fine ha detto proprio questo, che lo Stato dovrebbe assumersi l’onere dei dipendenti Fiat di Termini Imerese. Nessuno ha osato chiederlo esplicitamente, quasi tutti lo hanno lasciato capire non chiarendo in che termini e in quali ambiti dovrebbe concretizzarsi l’intervento governativo.

Mentre a Roma si discute, proseguono gli scioperi e le proteste estemporanee. Una folta delegazione di operai è andata anche ad Arcore a protestare davanti alla villa del Cavaliere. Berlusconi, colpevole di quasi tutto, ha probabilmente mandato lui in crisi l’auto italiana, che provveda quindi a salvarla, come giustamente pretendono Bertinotti e Diliberto. (rt)


 
 

 


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