> Oggi in Italia, commenti politici della Redazione

[ARCHIVIO]

N.21 Anno IV Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti.Net
Gennaio 2003
 

Titolo: (05. 02. 02) COFFERATI VA  AL  PARTITO

Redazione

Come avevamo osservato su questa stessa rubrica (‘L’amaro risveglio’ del 25.6. 02) a Cofferati è bastato lasciare la segreteria della Cgil per ritrovarsi subito osannato ed applaudito, ma privo di potere reale. Il suo sdegnoso rifiuto a impantanarsi nelle beghe di partito per andare solitario alla ricerca di nuovi approdi, è naufragato sugli scogli del referendum sull’art. 18.

Lui stesso, in odio al Cavaliere e al suo mondo, aveva drammatizzato la situazione suscitando scioperi generalizzati in tutta la penisola per giungere poi al grande appuntamento con quello generale del 17 ottobre. Nel frattempo la debole motivazione originale si era persa e ogni fazione in piazza ne dichiarava le più diverse: il Patto con gli italiani, la Scuola, la Finanziaria, il Sud, la Pace e la Fiat…e anche l’Art. 18. La segreteria Ds, poi, aveva preso le distanze, rifiutando di fare parte del raccogliticcio esercito di Cofferati.

Cosicché, quando è stato varato il referendum proposto dall’implacabile Fausto Bertinotti e dai Verdi, lo stesso ex segretario ne ha rifiutato la paternità, anche se il Dna dell’iniziativa è sicuramente suo. A questo deludente risultato politico della sua opera, si devono aggiungere gli esiti del sondaggio pubblicato con enfasi dall’Unità che lo vedono in discesa verticale nella stima dei militanti di sinistra ( 'Bravi, non c'è che dire', del 22.1.03).

Ecco quindi che l’invito di D’Alema a entrare nella stanza dei bottoni del partito, che solo qualche mese fa gli appariva quasi blasfemo, oggi trova Cofferati assai più possibilista. Il funzionario della Pirelli pretende ponti d’oro, ovvero la compagnia dei suoi sodali ed estimatori più navigati e sperimentati, quelli che sanno odiare, da Flores d’Arcais a Marco Travaglio, dal giudice Borrelli al regista Moretti a Pancho Pardi, tutti insieme a studiare nei Ds il programma da proporre agli elettori. Pensa di entrare da vincitore incanalando nei meandri del partito le truppe sparse del terzo settore, alias No global, che trionfalmente lo adottarono a Firenze, e ritiene così di spostare definitivamente l’asse politico dell’Ulivo.

Sarà interessante vedere all’opera nei prossimi mesi l’ultimo leader espresso dalla vecchia scuola del Pci, cioè Massimo D’Alema. Lui e i suoi che a poco a poco gli delimiteranno lo spazio, sfronderanno l’intricato albero del movimento, ingabbieranno la pattuglia dei letali girotondini: una virgola qua, un distinguo là, un corposo e insinuante intervento, il gioco intelligente e freddo dell’ultimo ‘politico di razza’ restato in attività, qualche testa che inizia a cadere nelle retrovie…la sirena dispiegherà i suoi incanti e perderà gli incauti naviganti avventuratisi nel mare della politica credendo di andare la domenica allo stadio. Cosa bisogna fare per diventare riformisti! (rt)


Titolo: (27.01.03)  COME LA FALENA INTORNO AL FARO

Redazione

Aumentano le organizzazioni che fanno politica a tutto campo, che si schierano come partiti, ma che partiti non sono e vorrebbero partecipare alla festa senza passare dalla forca caudina del controllo elettorale e del giudizio popolare. Per farlo, contano sul censo e sulla notorietà degli aderenti, sul potere  e sulla forza di pressione delle loro corporazioni.

Dai sindacati ai magistrati, dai docenti ai cineasti, tutti si pensano investiti di una missione e capaci di una professione, quella del politico, che ognuno può improvvisare. Come molti italiani che al bar sono ‘mister’ della squadra del cuore e della Nazionale, migliaia di uomini d’apparato sentono d’essere legislatori nati e, dopo l’esempio Berlusconi, almeno ministri.

Non volendo essere candidati, trasformano e usano le organizzazioni sociali come veri e propri partiti, combinano alleanze e cartelli tessendo trame spregiudicate in favore delle loro fazioni. Il risultato è un caos nel quale si confondono e sovrappongono i poteri, si alimentano e crescono le inquietudini nutrendo di incertezze lo scoramento dei cittadini.

Si è tenuto in questi giorni il 14° congresso di Magistratura democratica, l’organizzazione alla quale aderisce quasi un quarto degli ottomila magistrati italiani, quella che guarda alla sinistra come la falena verso il faro, ma che nel proprio statuto non indica le finalità associative: lo scopo su cui si fonda Md resta inespresso, può essere desunto solo indirettamente e, quindi, sempre un po’ arbitrariamente. È comunque condivisa l’idea che l’associazione si ponga l’obiettivo della “democratizzazione della magistratura, nel reclutamento e nelle condizioni di esercizio della professione, sostituendo il principio democratico a quello gerarchico, specialmente nel governo del corpo giudiziario”.

Secondo un autorevole esponente dell’organizzazione, il sostituto procuratore di Cassazione Giovanni Palombarini, “ c’è un intero mondo, variegato ma di segno inequivocabilmente progressista, che si muove credendo che un'altra democrazia è possibile, che un altro mondo è possibile. è l'espressione di quanto c'è di sinistra nella società e nella cultura. Da Paolo Flores d'Arcais a Luca Casarini, passando per Lilliput e i Beati costruttori di pace, Agnoletto e Rifondazione, Cgil e Cobas, Arci e Strada, il Manifesto e Giulietto Chiesa per i giornalisti (…) Penso che rapporti più intensi con questi soggetti consentirebbero a Md di ragionare meglio sulla linea da adottare, sulle cose da fare”. Su questo e sulle tematiche connesse s’è svolto il congresso, non dissimilmente si sarebbe potuta tenere una qualsiasi altra assise politica o di partito. E infatti l’intervento centrale è stato quello di Cofferati, salutato da applausi trionfali, quasi da una standing ovation, che ha dato ai dirigenti di Md almeno un vago disagio.

Sarà pur vero che, come ha autorevolmente ribadito in congresso il procuratore di Torino Giancarlo Caselli, che la separazione delle carriere «rischia di essere un capitolo della strategia di mortificazione della magistratura in corso da anni affinché il libero esercizio della giurisdizione sia sterilizzato», ma lo schierarsi politico di questi giudici italiani è, se non anomalo, certamente singolare; non altrimenti si può definire la gelosa difesa dell’indipendenza attuata con l’appassionato abbraccio a ‘quanto c’è di sinistra nella società e nella cultura’.

I magistrati rivendicano il diritto di associarsi e di dibattere i temi della politica e dei partiti, al pari di ogni altro cittadino. Ma i magistrati detengono poteri illimitati, presentano ad ogni anno giudiziario un quadro desolato del loro lavoro e sono giudicati solo da loro pari: c’è qualche altro cittadino o qualche altra categoria che goda di uno status simile? (rt)


Titolo: (25.01.03) L’ ULTIMO DONO È LA CONCORDIA

Redazione

Si celebra domani il rito pubblico d’addio all’avvocato Giovanni Agnelli. Pesa sulla città un velo di smog e d’umore nero, di composto smarrimento e di presagi negativi. 

Quasi che i torinesi – e non solo loro – colgano nella morte del re un segno di cambiamento epocale, di un tempo ignoto e vuoto di speranze del quale avere paura, i cittadini sono uniti come da molti anni non avveniva, da un sentimento unanime di profondo compianto. Paradossalmente, con la sua scomparsa, l’Avvocato offre un ultimo dono alla città e indica una via che difficilmente sarà seguita: quella di una concordia di sentimenti della quale Torino avrebbe estrema necessità.

Il funerale del presidente onorario della Fiat segna una data memorabile anche per il resto d’Italia perché riguarda una personalità percepita dall’immaginario collettivo dei suoi contemporanei come assolutamente preminente. Di questa eccellenza è testimone il solido e irrepetibile intreccio di relazioni internazionali che ha permesso, come risultati ultimi, l’accordo con la GM per la Fiat e l’acquisizione delle Olimpiadi invernali per Torino. Ambedue utilissimi alla collettività come agli interessi della Famiglia. La conferma di un assioma – ciò che è buono per Agnelli è buono per l’Italia – che sovente è stato speso negli anni positivi della Fiat.

Il riservato, potente e affidabile club internazionale del quale fanno parte personalità di primo piano americane, europee e asiatiche – la Trilateral, il ‘governo ombra del mondo’ – è una summa degli amici di Gianni Agnelli, molti dei quali della sua stessa generazione, ottuagenari e settantenni che hanno fatto la storia dell’Occidente, quali Rockefeller, J. A. Samaranch, Kissinger, Brzezinski, A. Greenspan e J. Carter e di esponenti di successive generazioni altrettanto prestigiosi, qual è Bill Clinton. Si può davvero credere che una parola dell’Avvocato bastasse a orientare il mondo sulla situazione italiana più delle dichiarazioni dei nostri governanti.

La folla delle sue esequie, e l’intima coscienza di molti italiani, trasformerà in sincero cordoglio l’essenza di questa irripetibile autorevolezza. I torinesi, in particolare, lo consideravano l’anello in grado di saldare posizioni divergenti, la volontà capace di comporre disaccordi anche meschini, imponendo un potere superiore alle parti, graziosamente coperto da una cornice di personale fascino rinascimentale, di squisita finezza e gentilezza.

Nella glorificazione del passo d’addio non si può dimenticare che la Fiat,  ereditata dalla gestione Valletta nel 1963, era ai vertici europei; Agnelli la lascia assai più articolata, ma in grave eclissi. È molto probabile che il suo progetto di riassetto industriale e societario sia stato in parte vanificato da crudeli vicende familiari e da una contingenza internazionale che richiedeva non solo la lucida visione della situazione, ma energie fisiche e morali che sono venute meno all’illustre torinese. Ciononostante in città egli era ormai percepito come un mito vivente. Già s’è andata formando intorno a lui una leggenda, figlia del rimpianto delle modeste sicurezze dei tempi del suo regno. (rt)



Titolo: (23. 01. 03)  INDULTO, INDULTINO E CACASENNO

Redazione

Una meschina battaglia di piccoli interessi di bottega si svolge a Montecitorio in questi giorni. E si combatte sulla pelle degli ultimi, i detenuti dei piccoli reati, della droga, della malefatta quotidiana. Là dove sarebbero necessarie capacità legislative e virtù politiche, si affermano i più immediati ed ovvi tornaconti di partito, secondo quanto consigliano i sondaggi d’opinione commissionati agli istituti di riferimento. In questo Berlusconi ha fatto scuola e tutti sembrano adeguarsi solo agli umori dei propri elettori, rinunciando spesso ad informarli e ad orientarli.

Ieri, in commissione Giustizia, sulla questione dell’amnistia e dell’indulto, si è preso atto che ‘non ci sono i numeri’ per andare a un voto favorevole e i due provvedimenti sono stati accantonati. Eppure esiste una situazione oggettiva che consiglierebbe l’urgenza: le nostre carceri sono nell’occhio del ciclone ed esecrate in tutta Europa perché i diritti umani vi sono non garantiti e violati, principalmente a causa del sovraccarico di detenuti, e in molti istituti potrebbero esplodere rivolte. Si pensa quindi di risolvere la situazione all’italiana, mettendo fuori i condannati per reati minori o che devono ancora scontare piccole pene.

Queste proposte sono indigeste a gran parte dell’elettorato, soprattutto a quello moderato perché i ‘reati minori’ sono tra quelli che più angustiano i cittadini. Inoltre, nessuno dei deputati che propongono di liberare migliaia di detenuti ha pensato d’inserire nei progetti di amnistia o indulto un impegno preciso e vincolante che obblighi il governo alla realizzazione di nuovi istituti di pena e all'ammodernamento di quelli fatiscenti. Visto che da molti anni sono in eterna costruzione nuove case di detenzione, ma i lavori risultano interrotti o abbandonati, Il cittadino ha maturato l’impressione di un provvedimento che può diventare un rimedio ricorrente.

In Parlamento i Ds, come i Verdi e i Comunisti italiani e, più blandamente la Margherita, sono favorevoli all’indulto ( ma, quando erano al governo, si sono ben guardati dal proporlo, pur essendo la questione carceraria già a livello di guardia). Nell’altro schieramento, è favorevole Forza Italia, ma non la Lega e An che si oppongono a costo di spaccare la coalizione. In questo caso, un’opposizione così rigida può essere fruttuosa per An e Lega che contano di erodere i fianchi di Forza Italia.

Ci sono poi deputati, come il socialista (Sdi) Enrico Buemi, che teorizzano la ‘fine del reato’, spettacolare soluzione definitiva per i problemi del ministero della Giustizia e aiuto insperato alle finanze dello Stato al quale non aveva pensato il pur ingegnoso e immaginifico Tremonti.

Secondo il Buemi (primo proponente) basterebbe abolire il reato di furto (e addentellati vari: scippi, ecc.) e sostituirlo con adeguate ammende per ottenere indubbi risultati: meno carcerati, drastico taglio alle spese, meno lavoro burocratico per le forze dell’ordine oggi obbligate a compilare un mucchio di moduli, incassi per l’erario…(E se non pagano, li si mette dentro o vengono comminate all’infinito ammende aggiuntive?).

Il parlamentare torinese è troppo timido e dovrebbe ampliare la sua presa di coscienza proponendo l’abolizione di molti altri reati. È assurdo perseguire tanti poveracci, che magari hanno anche l’attenuante dell’ubriachezza, per incidenti stradali mortali, tanto poi vanno a intasare le celle già superaffollate, e le risse con poche coltellate? E lo spaccio di droga? E il raptus assassino? E il traffico di giovani prostitute? In definitiva basterebbe stabilire un prezziario ben congegnato e condiviso, con qualche aiuto della collettività per i meno abbienti, per rendere l’Italia più moderna e i poliziotti più efficienti. (rt)


Titolo: (22.01.03) BRAVI, NON C'E' CHE DIRE!

Redazione

Nel giorno in cui per “il girotondo dei miliardari”, Libertà e Giustizia, forse si profila il tramonto - si è dimesso dal “pensatoio” anche Cipolletta, ex direttore generale di Confindustria e presidente della Marzotto - “la santa alleanza dei poveri” si va invece vieppiù definendo. Dopo Firenze con Moretti & C., Cofferati ieri si è radunato a Sesto San Giovanni, ex Stalingrado milanese, con Santoro e il regista di Biagi, Claudio Castelli di Magistratura Democratica e Lella Costa, il medico pacifista Gino Strada in collegamento da Kabul e Di Pietro, infine, il giornalista pluriquerelato dal premier, Marco Travaglio.

Nel frattempo proprio L’Unità di oggi pubblica i dati di un sondaggio. Sui i girotondi e il centro sinistra il risultato è che: “I girotondi rendono più debole il centrosinistra. Ne è convinto più della metà del campione interpellato pari al 56 per cento. Mentre il 22 per cento è convinto del contrario. Che non servano a cambiare la situazione lo pensa solo un cinque per cento. Mentre un percentuale molto alta, il 17, non ha voluto rispondere a questa domanda. Segno evidente che ad una anno dalla nascita del movimento c’è ancora chi preferisce stare a guardare per poi decidere come schierarsi. Convinti del danno sono per lo più gli uomini, i laureati, gli elettori di centrodestra. Con favore guardano ai girotondini gli elettori dei Ds e di Rifondazione comunista che hanno espresso il convincimento che il dialogo riacceso dal movimento può essere un elemento per rafforzare il centrosinistra.

Sul dialogo col governo il risultato del sondaggio è ancor più sorprendente: “Il 90% del campione è personalmente pronto ad un’apertura di confronto con il governo. Sul risultato pesa l’elettorato di centrodestra che si schiera quasi totalmente con questa ipotesi, arrivando alla punta massima dei centristi del 99 per cento. Nell’opposizione è la sinistra ad avere maggiori obbiezioni all’ipotesi di un dialogo anche se la percentuale arriva comunque al 77 per cento.

Infine sull’orientamento al voto la situazione è quella delle ultime elezioni politiche del 2001. Il centrosinistra ha cioè perso i punti che aveva recuperato l’autunno scorso. Manco a dirlo l’unico che ci ha guadagnato, dopo un anno di lotte, è il partito di Bertinotti.

Bravi, non c’è che dire! (l.g.)



Titolo: (20. 01. 03)   COME SOFFRONO

Redazione

All’apertura dell’anno giudiziario l’opinione pubblica ha potuto prendere atto della grande preoccupazione dei magistrati. Essi soffrono per “l’attacco del governo alle garanzie di indipendenza della magistratura”; perciò si sono presentati alle varie inaugurazioni impugnando una copia della Costituzione.

Difesi dall’aureo volumetto e protetti solo da qualche trascurabile privilegio, tra cui quello della sostanziale impunità dagli errori, gli 8000 magistrati hanno impavidamente affollato le varie cerimonie, ennesima occasione per dare conto della madre di tutti i disastri italiani, quello della giustizia. Lo hanno fatto senza che alcuno di essi sia stato anche solo sfiorato da un sospetto di inefficienza per sé e per i 50 mila dipendenti amministrativi che manovrano la più arcaica, obsoleta e costosa struttura dello Stato.

Nessun Procuratore generale ha spiegato com’è possibile che si sia creato un residuo di bilancio di 8.254 miliardi di lire, a fronte delle tante necessità di spesa; né come si vogliano affrontare gli oltre 4,7 milioni di processi civili e i 5,5 milioni di processi penali pendenti.

Sotto silenzio, o quasi, sono passati i troppi episodi d’insipienza che angustiano l’opinione pubblica: pluriassassini in vacanza che continuano a uccidere, altri che sfuggono al processo ‘per decorrenza dei termini’, il 95% dei furti che non viene perseguito e, ormai, neppure denunciato, cosicché il tronfio Cavaliere può parlare di ‘reati in calo’ grazie al governo virtuoso…

C’erano quasi tutti alla parata di toghe in ermellino e tutti hanno protestato a modo loro: oltre ai magistrati, gli avvocati che reputano poco difendibili gli interessi dei propri assistiti con gli attuali codici di procedura. Infine i politici: quelli di maggioranza che accusano una parte della corporazione di politicizzazione e, quindi, di pregiudizi ideologici; quelli di opposizione che accusano il Pdl di voler mettere le briglie alla giustizia.

Sarebbe interessante un’inaugurazione altrettanto solenne dell’anno dell’ordine pubblico, per sentire la campana della P.S., dei Carabinieri e degli altri Corpi, sviliti dalla poca utilità del loro lavoro. Chissà se si presenterebbero anche loro con una copia della Costituzione.

Alle cerimonie di venerdì e sabato, tutti hanno parlato in nome del popolo. Perché, naturalmente, nessuno è mosso da interessi propri o di bottega, sono al contrario motivati solo dalla necessità di rendere giustizia agli italiani. Proprio loro, i cittadini, erano i grandi assenti alle mille cerimonie e su questa assenza hanno potuto fare affidamento gli oratori e relativi supporter.

Perché nessuno più del cittadino avrebbe il diritto di impugnare la Costituzione. Se non lo fa è perché ne ha capito l’inutilità e preferisce ormai farsi i fatti propri e abbruttirsi con la Tv. (rt)


Titolo: (19.01.03) MOLTO DA LEGGERE E POCO DA SPERARE

Redazione

Forse hanno ragione Bobo Craxi e Ugo Intini quando, in questo terzo anniversario, affermavano che «finalmente la figura di Bettino Craxi non è più vista come quella del latitante morto all’estero ma dello statista costretto all’esilio». Ma hanno anche ragione Massimo Siracusa e Paolo Mieli che nelle epistole sul Corriere sostengono che per storicizzare Tangentopoli probabilmente dovrà “passare una generazione, forse due, dopodiché arriverà qualcuno che non ha avuto a che fare con quegli episodi e tutto sarà più facile”.

Il punto politico concreto però è: quanto dovrà passare per una futura riunificazione della diaspora socialista?

Antonio Girelli, ex direttore dell’Avanti!, sostiene che: “Oggi, a mio avviso, tutto ciò che i socialisti possono e devono fare è di abbandonare l'ossessione, opportunistica o dissennata, di anteporre la scelta delle alleanze alla rinascita del partito, per ritrovare a tutti i costi l'unità. Le elezioni regionali, se non quelle amministrative, sono fatte apposta con la loro logica proporzionalistica, per secondare questo disegno.” In una intervista a Il Giorno, Bobo sostiene, in riferimento ad una prospettiva di spaccatura nei DS, che “Il problema sarebbe trovare in questa destrutturazione uno spazio per una area riformista...”. Questo significa aspettare le evoluzioni che compieranno Fassino e D’Alema, oggi alle prese con Cofferati, il correntone, i movimenti e il referendum sull’art. 18. Intanto il Nuovo PSI chiede all’Internazionale Socialista che si riunirà a Roma domani (lunedì 20), di partecipare ai lavori come membro osservatore.

Una casa comune dei socialisti riformisti è una prospettiva di mesi o, come per la storia, occorrono le generazioni?

Se si dovessero guardare solo alle iniziative editoriali dell’aera riformista, c’è da avere poche speranze. l’Avanti si fa in tre. Pillitteri collabora con all’Opinione di Diaconale. Un altro ex, Dell’Utri, da qualche mese esce col settimanale “Domenicale”. Sull’altro versante, Claudio Signorile uscirà col suo quotidiano, La Gazzetta politica. I fans di Tony Blair hanno da qualche tempo “il Riformista”, fronda a destra dei DS, come ‘Il Foglio’ a sinistra di FI. In totale, tra qualche mese, avremo 5 quotidiani e 3 settimanali nell’area liberal/socialista/riformista dei due schieramenti.

A breve, quindi, c’è molto da leggere …e poco da sperare! (l.g.)


Titolo: (15.1.03)  I SINISTRI RIFORMISTI

Redazione

Le equivoche rappresentazioni che coinvolgono quotidianamente Cofferati & C. generano una confusione lessicale che contiene un’insidia politica. I protagonisti, di concerto con i media, vanno dicendo che queste vicende riguardano ‘la sinistra’. Nello scontro televisivo Cofferati-D’Alema, i due a vario titolo sempre si sono riferiti a ‘la sinistra’. Lo stesso hanno fatto Moretti e gli altri del Palasport di Firenze. Essendo restati quasi tutti ciò che erano al momento della loro formazione politica, cioè degli intolleranti massimalisti, tendono a considerare la Sinistra tutta circoscritta nel perimetro Pci-Pds-Ds e a questo partito intendono riferirsi.

Nulla è più lontano dalla realtà di questa egocentrica visione, e nulla è più inflazionato dell’ambigua terminologia di riferimento, che si completa dell’indispensabile aggettivo ‘riformista’. Ancora un passo e ‘sinistra riformista’ sarà una nuova affezione, da curarsi come la bulimia e l’anoressia con l’intervento dello psicanalista, del prete o della Nutella.

Giustamente l’impareggiabile Rutelli, l’ultimo vero ‘tipo italiano’ dopo il ritiro di Alberto Sordi, si è risentito perché lui, in quanto ulivista e margheritoso, rappresenta i (veri) riformisti di sinistra. Ma la sera ecco apparire alla ribalta tv anche l’onesto Bertinotti che spiega in maniera convincente che c’è tutto un mondo di autentici riformisti, rigorosamente di sinistra, che non ha niente a che vedere con il lupo mongolo, né con quegli altri.

Si fa udire pure la voce (flebile, l’1%) di Pecoraro Scanio: loro, quelli del ‘Sole che ride’, sono i veri riformisti di sinistra, condizione di beatitudine da condividere al massimo con il Correntone e Diliberto. “E noi - intona il duo Boselli-Intini (1%) - che siamo riformisti di sinistra della prima ora ?”. Non sono assenti dal dibattito neppure quelli che gestiscono, con evidente disinvoltura, industrie e finanziarie, come i doviziosi militanti di Libertà & Giustizia. Persino l’austera magistratura dispone di un’associazione – Magistratura Democratica - che fa riferimento alla sinistra riformista. E così altri organi statali. E come trascurare la Cgil, potente sindacato, gonfio sì di lavoratori pensionati, ma anche di ambizioni politiche e di fruscianti €, e militante come non accadeva dagli anni Cinquanta.

E non basta, ci sono riformisti di sinistra che stanno a destra, come l’eccezionale coppia Cicchitto-Lavitola, proprietari e gestori politici del glorioso ‘Avanti!’, ora in Forza Italia. E conservatori di destra che stanno a sinistra, come l’immortale Clemente Mastella: tutti testimoni di una lunga teoria di politici estinti che ancora esistono, tenuti in vita dall’insopprimibile istinto di sopravvivenza italiano.

Ogni partito, gruppo o associazione di questa ‘sinistra riformista’ organizza affollate e trionfali manifestazioni, alcune ad elevato tasso culturale (forse solo alla consegna dei Nobel e al Festival di Sanremo si incontrano personalità più prestigiose che ai Girotondi), dispone di un canale Tv dedicato (Rai 3), di più quotidiani nazionali (da L’Unità a Repubblica a decine di pagine del Corriere e de La Stampa), eppure la sua egemonia non è in grado di generare uno schieramento di maggioranza nel Paese, né di costituire un fronte politico vincente.

È un’anomalia che perdura non casualmente. Infatti, non appena tutti costoro abbandonano i loro particolari interessi ed entrano nello specifico dei problemi che riguardano veramente i cittadini, eccoli dividersi e contrapporsi anche al loro interno dove permangono rancori che sembrano insuperabili. Per ora l’unica forza di coesione è l’avversione per il comune nemico, Silvio Berlusconi. Cosicché è lui il leader della sinistra (riformista), è il diabolico Cavaliere a tenere insieme l’opposizione. (rt)

 



Titolo: 811.01.03) SCATOLOGIA/ESCATOLOGIA

Redazione

Come detto in precedenza a proposito di una recensione de L’Avanti, la lettura dantesca di Benigni è un fatto bipartisan e innocuo che rende monocorde qualsiasi dibattito che ruoti sul tema, come è successo ieri sera nella trasmissione di Socci, Excalibur. Da l’ex sessantottino Capanna al cardinal Tonini, si è intonato tutto un peana al monologo televisivo del Roberto nazionale che ha raggiunto dati auditel degni di una altro Roberto, Baggio il calciatore.

“Dietro il saltimbanco è uscito il mistico”, esordisce il cardinale. Gli insegnanti dovrebbero imparare da lui, prosegue Capanna. L’ex ministro all’istruzione Berlinguer annuisce. Gli insegnanti si difendono, ma non rinunciano ad aggregarsi al coro entusiastico per il ‘Paradiso di Benigni’.

Se non fosse stato per la presenza della D’Eusanio e di Mieli, l’andazzo del programma sarebbe proseguito mellifluo e conformista nel descrivere un comico, colto tra una famiglia d’origini povere ma di sani valori e una moglie di sagace e saggio sostegno, capace di portare la scurrilità ai vertici della teologia tra i plausi del catto-comunismo pervasivo, nel quale anche Socci sembrava completamente immerso. Sarà lui e non Capanna o Berlinguer a tirar fuori don Lorenzo Milani: “E meglio andare a scuola che stare nella merda”. Il tema è: la scuola e la televisione italiana devono adottare il modello Benigni, l’unico capace di coniugare brillantemente scatologia ed escatologia!

La D’Eusanio, perfetto capro espiatorio dei mali cultural-televisivi nostrani, prova a descrivere Benigni come furbo utilizzatore del mezzo e nega, dichiarandosi fervente cattolica praticante, che la ‘patonzola’ o il ‘corpo sciolto’ possano accordarsi con la Madonna, la quale è degna solo del Papa, così come solo la scuola italiana del Sommo Poeta. Di tutt’altro avviso il cardinal Tonini che, preso un ruolo da vero e proprio protestante, se non quasi calvinista, difende in toto il Benigni post-matrimonio e attacca le nefandezze televisive delle D’Eusanio, tra le quali la sua famosa maglietta: “Dalla non è un cantante, ma un consiglio”.

Unico laico presente, l’editorialista del Corriere Paolo Mieli. Pressoché nauseato dal tutto, si interroga meravigliato su come, Socci, Tonini, Capanna e gli insegnanti con tanto di ex ministro, possano investire così tanto sul comico toscano quale sponsor della Madonna, di San Bernardo, del Cristianesimo e di Dante.

Azzardiamo due ipotesi. Una risposta potrebbe essere fornita dal fatto che è stato accertato in Italia un rischio psichiatrico degli insegnanti da due e tre volte maggiore, rispetto e tutti gli altri comparti del pubblico impiego.

 L’altra risposta potrebbe venire dalla storia dell’arte. Il pagliaccio che piange, qual è il Benigni televisivo commosso alle lacrime dalla lettura dantesca del Paradiso, è un sottoprodotto estetico della rappresentazione del Cristo. A questa rappresentazione hanno concorso tanto grandi pittori, come Picasso, quanto soprattutto migliaia di imbrattatele che hanno riempito osterie e pizzerie di tutta Italia… non escluso il Mugello, evidentemente! (l.g.)



Titolo: (07. 01. 03)  LA DOTTRINA CIAMPI

Redazione

Il messaggio di Capodanno del presidente della Repubblica ha ribadito la ‘dottrina Ciampi’. Essa può essere vista dai suoi esegeti come un’aurea e saggia ‘via mediana’ alla quale possono uniformarsi le forze politiche senza rinunciare alle loro peculiarità e alle finalità che perseguono, ma solo smussando le più acute punte di polemica e di contrapposizione. Al contrario, per i detrattori, si tratta del classico ‘cerchiobottismo’ italiano di antica produzione democristiana che si esprime pressappoco così: “Berlusconi ha il diritto di governare e di proporre al Paese il suo programma, ma l’opposizione deve essere garantita dall’equilibrio dei poteri…Il decentramento è giusto, ma deve essere solidale…Ben venga l’immigrazione, ma rispettosa delle leggi e delle regole…” e così via, il tutto opportunamente condito dall’esaltazione delle virtù del popolo che sono la laboriosità, l’inventiva, ecc.

Sono auspici sui quali molti possono trovarsi d’accordo, hanno la stessa valenza di una fervente prece alla Madonna da parte dello studente tremebondo e sollevano il morale dei cittadini fiaccati dai continui disastri nazionali. Se appena un poco si approfondissero i discorsi, subito apparirebbero le crepe della dottrina. Ad esempio, cosa vuol dire ‘solidarietà’? Se ne coglie l’aspetto più cristiano essenzialmente legato alla beneficenza, alla carità più semplice, quella dell’elemosina, che ormai pervade ogni anfratto televisivo e si appresta a diventare legge dello Stato. Infatti, se Berlusconi dovesse decretare una tassa per l’Etna, non sarebbe più l’aborrita ‘Una tantum’ che ha flagellato intere generazioni, ma un ‘contributo di solidarietà’ ai nostri fratelli più sfortunati, come ha spiegato, senza riderne, il Cavaliere d’Arcore.

Ci sono altre solidarietà sulle quali potrebbe soffermarsi il nostro Presidente. Fare bene il proprio lavoro, adempiere compiutamente al proprio dovere, già sarebbe un enorme passo solidale, se si tiene conto che i dipendenti pubblici sono 1 ogni 3,5 cittadini. Ma solo enunciare questa solidarietà di cui l’Italia avrebbe estremamente bisogno, varrebbe a fare esplodere polemiche asperrime.

La ‘dottrina Ciampi’ è emersa nuovamente dopo l’episodio di Napoli nel quale ha perso la vita un tredicenne ucciso da un colpo di pistola esploso da un agente ventenne, ausiliario di Ps, al quale volevano rapinare il motorino. Il Primo cittadino ha espresso solidarietà alla famiglia del morto, subito aggiungendo una qualche considerazione anche per lo sparatore. Ma la cosa è riuscita male e i giornali nazionali hanno titolato facendo pendere la bilancia in favore della vittima. Ovvio risentimento da parte della Polizia e di molti cittadini che ripongono nelle forze dell’ordine l’unica speranza di difesa contro lo strapotere della delinquenza.

L’episodio ha evidenziato l’intrinseca debolezza della way of life presidenziale, un inevitabile ottimismo di facciata che favorisce l’unità popolare sotto le insegne tricolori, ma anche il consolidarsi di un’ipocrisia ufficiale alla quale il Colle, da dopoguerra in poi, rare volte ha saputo sottrarsi. È quella che sottolinea le virtù civili del popolo, tacendone le diffuse degenerazioni che in alcuni territori hanno preso il sopravvento; esalta le qualità professionali d’intere categorie - ad esempio di quelle legate alla giustizia - e non ne frena lo sgretolamento e la decadenza; dichiara di conoscere a fondo la realtà della gente, ma dimostra d’ignorarne le angosce collettive; esalta la civiltà e la cultura italiane e non ne paventa l’imbastardimento e il lento inabissamento mediterraneo.

Se vorrà veramente essere utile all’Italia e a noi tutti, Carlo Azeglio Ciampi sarà costretto ad essere più esplicito e ad uscire dall’aurea mediocrità dell’ovvio. Per rendere utile la sua funzione dovrà non sfuggire alla realtà delle cose, magari anche iniziando ad accarezzare qualcuno contropelo, fidando sull'ampio consenso degli italiani. (rt)

 



Titolo: (02.01.03) WITTGENSTEIN 

[di Giorgio Gaber]

"Eh sì, effettivamente, dobbiamo dire, va detto che negli altri Paesi funziona tutto meglio che qui da noi… ci vuole anche poco voglio dire! E’ perché gli altri sono più seri, ecco si impegnano, fanno sacrifici per migliorare. Perché loro credono nell’organizzazione, nelle responsabilità collettive. Voglio dire i Francesi credono alla Francia, gli Americani credono all’America, ci credono, ecco. Basta andare all’estero, si respira subito un’altra aria… anche in Svizzera per dire!

Eppure mi hanno raccontato un aneddoto curioso, vero pare e riguarda il famoso Wittgenstein, grande filosofo, grande uomo di cultura, tuttologo! Ecco, questo Wittgenstein pare che tornasse in treno con il suo assistente, sì, pare che tornasse a casa dopo aver terminato il suo ultimo lavoro, un’opera decisiva, "Il Tractatus" che faceva il punto su tutta la filosofia… faceva il punto. Anni di studi, anni di ricerche, anni di saggi, fine del lavoro e meritato riposo. Niente, scompartimento, grande silenzio, a un certo punto pare che il suo assistente abbia chiesto: "Mi scusi professore, come spiega lei il gesto che fanno gli Italiani?". Wittgenstein pensa un attimo poi sbianca in viso: "Porca miseria, devo fare tutto da capo!". Sì, evidentemente c’era qualcosa che non gli tornava. Non riusciva a capire l’atteggiamento e nemmeno l’allegria degli Italiani, proprio loro così incapaci di organizzarsi, incapaci di far funzionare la vita, incapaci persino di farsi un governo.

Ma Wittgenstein era uno scienziato, forse avrebbe dovuto andare dall’altra sponda dell’intelligenza per afferrare il mistero dell’incapacità consapevole e sublimata…" (da www.giorgiogaber.org)



Titolo: (30.12.02) L'AVANTI... AVESSE CONTRATTO L'AIDS!

Redazione

Domenica 29 dicembre, compro il giornale di Lavitola. L’Avanti di oggi è l’unico quotidiano che riporta in prima pagina la notizia che "Berlusconi è nonno per la seconda volta”, penso tra me. Non basta, vediamo l’incipit dell’editoriale con tanto di foto dedicata al Cavaliere: “Sul delicato ed essenziale tema delle riforme, non si più che condividere quanto il presidente Berlusconi ha, in questi giorni, detto. (…)”. Non basta ancora, vediamo il titolone e l’articolo di lancio: “Brunetta: il 2003? L’anno delle riforme. L’europarlamentare di Forza Italia ricorda…”.

Sconsolato giro pagina. La seconda e la terza sono culturali, ma c’è da farsi venire le vertigini, perché cambia completamente musica: si parte con due articoli di un socialismo veramente esagerato, come la nota aranciata!

In testa, un articolo di severa critica al capitalismo tratto a piene mani dell’introduzione scritta dal prof. Francesco Forte, già ministro socialista, alla riedizione di un libro di Shumpeter del '42, ma servito sottoforma di collage affrettato e appiccicaticcio. Pazienza, si capisce comunque il concetto: il capitalismo è un gran “casinò” con sempre meno regole dove domineranno i giochi finanziari a breve termine. Forse bastava scrivere che è un casino per eiuculatori precoci, ma sull'onda dell'entusiasmo proseguo e vado sotto.

Sempre in seconda pagina, trovo una risorgimentale invettiva anti-savoia degna d’altri tempi che si conclude inneggiando all’erezione in ogni città italica di un monumento all’anarchico Bresci!

Vacillo domandandomi cosa aspettarmi negli articoli a seguire. Ma resto deluso poiché seguono ameni articoletti su spettacoli teatrali con “la perspicace regia di Pippo Franco” e di recensioni letterarie che s’interrogano se “sta forse nascendo uno corrente letteraria sarda?”.

Sorvolo sulle brevi dedicate alle scontate lodi alle letture dantesche di Benigni o ai prossimi eventi per l’anniversario della morte di Fellini. Sono personaggi ormai bipartisan, quindi assolutamente innocui, oggi.

Provo infine a soffermarmi su un ultimo articolo prima di addormentarmi col mal di testa. Parla della morte di un fotografo. Vado a leggere: “Chiunque frequenti un minimo le passerelle di tutto il mondo – e molti giornalisti sono tra questi – sa bene che si diceva da tempo che il fotografo aveva contratto l’aids”. Mi fermo perché mi accorgo che l’autrice dell’articolo, come giornalista, forse ha passato troppo tempo sulle passerelle e troppo poco a studiare la coniugazione dei tempi nei verbi.

Sdraiandomi sul letto con le ultime forze mi domando: cos’è L’Avanti? Un congiuntivo mancato. “...avesse contratto l’aids.” Forse era meglio! (l.g.)


 
 

 


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