Oggi in Italia, commenti politici della Redazione

[ARCHIVIO]

N.22 Anno IV Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti.Net
Febbraio 2003
 

Titolo: (12. 03. 03) TANTA VOGLIA DI LUI  (L’intellettuale italiano vuol sempre appendere il cappello al chiodo)

Redazione

Quando l´intellettuale di sinistra si innamora di un capo, può scrivere cose come questa: «Sergio, fuoco freddo del quadrato rosso, la tua voce calma è già come aspettare un´attesa». O come questa: «Il Cinese è imperturbabile, padrone di sé come un monaco buddista». E Lella Costa arriva a parafrasare Dante: «Sergio, io vorrei che tu, Romano e Nanni/Foste prescelti per acclamazione».

No, non è la "Pravda" degli Anni Quaranta e neppure il "Quotidiano del popolo" ai tempi di Grande Timoniere. Questi distillati di adulazione si possono leggere su un opuscolo pubblicato dalla Cgil e scritto con il contributo di una trentina di scrittori, poeti, sindacalisti, scienziati e attori in onore dell´uomo nuovo della sinistra italiana: Sergio Cofferati. «Caro Sergio, ti scrivo...» è una raccolta di lettere aperte e poesie che racconta bene la vocazione di una parte dell´intellighenzia di sinistra al fiancheggiamento appassionato. Al tifo. Alla rimozione dell´esercizio critico. Il tutto in coerenza con un modello antico ma sempre verde: quello dell´intellettuale organico.

Certo, Sergio Cofferati è personaggio schivo, asciutto nell´eloquio, ostile all´esibizionismo. Ma la passione che il Cinese suscita, evidentemente, è senza riserve e produce afflati che sconfinano nel culto della personalità: un fenomeno interessante vista l´influenza politica che Cofferati sta esercitando su tutta la sinistra italiana.

Il libretto - stampato dalla Cgil di Bologna in 1200 copie per un circuito ristretto e consegnato all´ex leader qualche giorno fa a Bologna - si apre con una copertina cult: vi compare un Cofferati con le alucce alle spalle, una sorta di angelo dal viso buono, disegnato da Carlo Soricelli un pittore naïf di Casalecchio. E nella prefazione il segretario della Cgil di Bologna Cesare Melloni, forse consapevole di una certa sovrabbondanza, mette le mani avanti: «Dalle testimonianze si potrà cogliere un comune sottrarsi a derive agiografiche».

Ovviamente non tutto l´opuscolo è votato all´adulazione, ma alla fin fine sono in molti ad attribuire Cofferati virtù taumaturgiche. Il poeta Gregorio Scalise (autore dell’immortale ‘Erba al suo erbario’) arriva a scrivere: «Credo che lei avverta il respiro del mondo o per lo meno sia tra le persone che sono in grado di farlo». Naturalmente il ritorno in Pirelli di Cofferati, oltre ad essere il leit motiv del libretto, alimenta la vena letteraria degli autori. Per esempio dello scrittore Erri De Luca (già Lotta Continua) che scrive: «Anche tu qualche notte avrai sognato di tornare alla tua postazione. Spero che il sogno ti sia stato lieve». E sempre De Luca è autore di un´efficace immagine letteraria: «Sei diventato il capo della sinistra all´aperto», «la tua nomina è avvenuta per consenso di popolo e di aria fresca».

Certo, il culto delle masse e della democrazia diretta è tema ricorrente, ma alla fine quel che unifica tutti i contributi è l´elogio al leader. Moni Ovadia scrive: «Beato il popolo che conta nelle proprie fila dei veri esseri umani», «Sergio Cofferati è un vero essere umano e condividere con lui il nostro tratto di cammino», «è un privilegio». E il poeta, già tornitore, Tommaso Di Ciaula - per fare il suo elogio - evoca la mitologia («Caro Sergio, che Efesto, il dio greco dei metallurgici, ti protegga») ma anche l´epica: «Quando il condottiero torna fra il popolo, i mediocri si divertiranno a punzecchiarlo, ma tu non hai paura di nessuno», perché «da tanto tempo aspettavamo chi suonasse la tromba del riscatto». Anche lo scrittore Maurizio Maggiani, un autore ‘americano’ nato da mille mestieri, che scrive tre pagine ispirate (per chi come Cofferati vive «nella lunga scia d´eco di milioni di passi, milioni di occhi, milioni di voci»», «non credo possa ascoltare in santa pace una romanza senza essere distolto da quell´eco») alla fine non rinuncia al superlativo: «Lei è l´unica persona che negli ultimi decenni mi ha dato l´impressione benigna di non sentirsi più alta di me nonostante fosse su un alto palco».

E uno che di palchi (teatrali) se ne intende come l´attore Ivano Marescotti da Bagnacavallo (“Da Bagnacavallo? Nessun attore può venire da Bagnacavallo” cfr.: totò, da ’Totò sulla luna’ ) non si tira indietro: «Tu grandi cose le hai già fatte, ma è niente rispetto a quello che farai». Eppure, nel libretto celebrativo, non mancano contributi più asciutti. Come quello di Margherita Hack: «Caro compagno Sergio, grazie per aver ridato slancio e orgoglio di appartenenza al popolo della sinistra». O come Mario Rigoni Stern: «Più avanti corre il tempo e più in Italia abbiamo bisogno di uomini come lui, perché oltre ad essere dei nostri, è uomo che conosce la vita della gente che, non solo consuma, ma lavora e pensa».


Titolo: (12.03.03)  DOVE VA LA DEMOCRAZIA AMERICANA ?

Redazione

(…) A poco più di un mese dal crollo delle Torri, il Congresso americano ha approvato il «Patriot Act». Una legge speciale che, fra l'altro, ha rafforzato i poteri inquirenti per facilitare la raccolta di mezzi di prova di reato, mediante intercettazione delle comunicazioni telefoniche e via Internet. Nel campo della libertà personale ha previsto la possibilità del fermo per sette giorni senza necessità di un'imputazione e senza l'intervento del giudice. Inoltre il Presidente Bush ha emanato, il 13 Novembre 2001, un «Military Order» in forza del quale i non cittadini americani possono essere detenuti in basi militari e processati da tribunali militari. Dopo l'iniziale ondata di solidarietà, l'incomprensione fra America ed Europa ha preso ad affiorare. Gli Stati Uniti hanno chiesto alla UE di allargare le maglie di protezione dei dati e della privacy e il Parlamento europeo, con una risoluzione del 13 dicembre 2001 sulla richiesta di cooperazione giudiziaria nel campo dell'antiterrrorismo, ha osservato che il Patriot Act e il Military Order di Bush sono, per certi aspetti, incompatibili con la protezione dei diritti fondamentali, che deve offrire a tutti le medesime garanzie di giusto processo, così come confermate dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo.

Recenti indiscrezioni hanno rivelato (come riporta l'Economist dell'8 Marzo 2003) che il Dipartimento della Giustizia americano avrebbe in cantiere il progetto di una nuova legge, il «Patriot Act II». Con essa si inasprirebbe la compressione di talune libertà civili e si introdurrebbe, cosa inaudita, la possibilità di togliere la cittadinanza, e le connesse garanzie, a una persona nata in America. Se quella bozza diventasse legge, i rapporti USA-Europa, nel campo della cooperazione giudiziaria sul terrorismo, non sarebbero facilitati.

E' vero che l'art. 15 della «Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali» prevede la possibilità che le Parti contraenti deroghino agli obblighi assunti «In caso di guerra o in caso di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione». Sarebbe tuttavia difficile, per gli aderenti alla Convenzione, adattare un'ipotesi eccezionale e temporanea, come lo stato di guerra, alla lotta contro il terrorismo internazionale: per quanto tempo, in questo caso, sarebbero destinate a durare le ‘menomazioni’?

La diversità di vedute fra America ed Europa è evidente. Gli Stati Uniti non hanno mai subìto una dittatura e, di fronte all'aggressione, sono portati a privilegiare la sicurezza anche a scapito di taluni diritti di libertà, ai quali viene invece data la precedenza nell'Unione Europea. Qui sono in molti ad avere sofferto, nel «secolo breve», le peggiori tirannidi, le persecuzioni e gli stermini. L'esperienza fatta sulla propria pelle ha invecchiato l'Europa. E forse le ha dato saggezza. (Angelo Benessia su La Stampa del 13 marzo)


Titolo: (22.02.03) LA FINE DEI 2 'NUOVO PSI'

Redazione

Un accordo dopo quasi un anno e mezzo è stato trovato. Non ci saranno più i due ‘Nuovo PSI’. L’accordo, in sintesi, prevede un'equa ripartizione dei fondi elettorali e l'attribuzione del simbolo e del nome al partito di Gianni De Michelis.

Al di là dei termini dell’accordo, conta però l'esito politico. Una parte del partito esce per il momento dall’impegno partitico nazionale: sia rivolgendosi all’iniziativa di Rino Formica, con la costituenda associazione “Socialismo è Libertà”, sia avviandosi a fondare movimenti e raggruppamenti regionali o locali, o per seguire l'ipotesi del “Movimento per l'unità laica e socialista”, propugnato nella Direzione di ieri da alcuni leaders nazionali, ovvero a far parte del "Progetto Democratico" di cui parla Claudio Martelli, per il superamento di PSE e Margherita. 

L’altra parte resta unica depositaria del nome e del simbolo e si avvia al suo prossimo Congresso Nazionale, il terzo. Che potrebbe forse svolgersi su mozioni diverse, e sicuramente con polemiche non peregrine sulla gestione del partito da parte di Gianni De Michelis.

A fronte della vitalità dei socialisti, il risultato complessivo è, di fatto, un’ennesima sconfitta dei tentativi fatti negli ultimi anni di far rinascere il PSI. I motivi non sono certamente relativi alla mancanza di uno spazio politico per una cultura che faccia riferimento alla tradizione socialista riformista e liberale, quanto correlati alla natura di rivalsa o tornaconto personale che ha quasi sempre caratterizzato l’impegno di chi fino ad oggi ha condotto e guidato queste iniziative. Vale per il Nuovo PSI, ma anche per lo SDI o per le possibili “Liste Craxi” di Stefania e dei circoli della Fondazione.

Abbiamo ripetuto più volte che solo uno scarto generazionale, un ricambio, potrebbe suscitare un impegno politico non incatenato ai personali destini di qualche leader o ad ambizioni di piccolo cabotaggio, privo di nostalgie e di vincoli diretti col passato, in primis Tangentopoli. L'antica nomenklatura tutto sa della politica, dei giochi e delle manovre e, con il suo seguito di luogotenenti, costituisce un affascinante stato maggiore. Ma essa è senza esercito e, dopo dieci anni, ha dimostrato di non poterlo arruolare. Finisce quindi per appesantire e vanificare gli sforzi di unità, di rinnovamento del socialismo italiano, di confronto e di dialogo con nuove o diverse realtà sociali.

Ancora arde qualche debole speranza: alcune posizioni politiche personali e realistiche, qualche compagno che opera localmente, l'idea di chi fa un passo indietro su se stesso per fare maturare aggregazioni più ampie, chi spende qualcosa oltre il proprio egoismo per impedire che tutto sia silenzio... 

 



Titolo: (18.02.03) I GIUSTI E GLI SBAGLIATI

Redazione

Le sacre scritture, data la loro vastità, sono meglio di un discorso del presidente Ciampi, ognuno può ritrovarci quanto gli occorra. Ad esempio, come fare per riconoscere un giusto? Ecco le sacre scritture soccorrere l’inesperto: “giudicatelo dagli atti”. Sembra la scoperta dell’acqua calda, ma se si rovescia l’assioma l’indicazione è preziosa. Come fare a riconoscere uno ‘sbagliato’ ? Giudicandolo dagli atti.

L’uomo Rai per antonomasia è il sempre battagliero Giuseppe Giulietti, un giornalista di chiara fama sindacale innalzatosi, grazie alla fedele professionalità in favore della causa, dal Cdr aziendale sino allo stipendio di deputato. Quivi giunto continua a fare il sindacalista, vigile come non mai sul bene più prezioso della collettività, la libertà di stampa. Sabato ha marciato anch’egli in nome della pace, ma in compagnia dei suoi colleghi aziendali, tutti con il bavaglio, a sottolineare la censura che l’ente nazionale avrebbe messo in atto non dedicando alla memorabile camminata pacifista la diretta tv, ma solo 8 miserabili ore di trasmissione (dati Rai), più di qualsiasi altra emittente al mondo.

Durante il governo D’Alema, i pacifisti, allora contrari ai bombardamenti sulla Jugoslavia di Milosevic, avevano sfilato a Firenze. In quell’occasione sia la Cgil che il coacervo di partiti ulivisti si erano ben guardati dal partecipare alla manifestazione e dal darle eco. Quanto alla Rai, non solo non aveva organizzato la diretta, ma aveva censurato la notizia, alterando deliberatamente i fatti.

La polizia aveva caricato duramente i dimostranti, con manganellate e lacrimogeni, c’erano scappati feriti, pestati e fermati, il tutto liquidato con pochi minuti nei Tg. E Giulietti? E gli altri giornalisti sempre così sensibili al richiamo della libertà? Nessuna protesta. A quelle teste calde gli sta bene, devono aver pensato. Lo stesso era poi accaduto a Napoli nel marzo del 2001, prodromo del G8 di Genova, con cariche ancora più dure e episodi d’inquietante durezza. I Curzi e le Mafai, i Giulietti e le Berlinguer sempre tacquero o, al massimo, sussurarono. Anche allora si erano messi il bavaglio.

Nella stessa maniera si comportarono il governo in carica e i suoi sodali intellettuali e sindacalisti. I ministri d’allora sabato erano quasi tutti in piazza S. Giovanni. Rapidamente si so’ scordati del passato, ma il modo è sempre quello: urlare al cielo, indignarsi, delegittimare e contar balle. Potranno pure trascinare in piazza milioni di cittadini, ma per sapere se sono ‘giusti’ basta giudicarli dagli atti. (rt)


Titolo: (14.02.03) METTI UNA SERA A CENA

Redazione

Tarek Aziz arriva nella dolce Roma per incontrare il papa e i politici italiani se lo disputano, chi per motivi di grandeur personale chi per usarlo contro l’Odiato come una clava pacifista. Il primo ad ospitarlo è Roberto Formigoni, governatore della Lombardia. Cosa avranno mai da dirsi i due? In agenda ci saranno gli investimenti turistici della regione lombarda che non ha sbocco al mare ed è alla ricerca di un partner per risolvere la grave carenza. Il numero due iracheno avrà spiegato: “Noi abbiamo già un’enorme distesa di sabbia, a rigore si potrebbe definire una grande spiaggia; non appena risolto il contenzioso con il Kuwait, potremmo mettere a disposizioni strutture bell’ e pronte”.

Il gentiluomo è stato poi ricevuto a Montecitorio dall’Ulivo al gran completo, presso la sede del gruppo parlamentare dei Verdi. Gran patron Pecoraro Scanio e ressa indescrivibile per farsi fotografare con l’ospite d’onore. Lo stinco di santo - un cristiano caldeo di rito nestoriano, Bagdad ne pullula - ha amabilmente conversato con Castagnetti, Violante, Cossutta, Rizzo, l’ex ministro cossighiano Gianguido Folloni, presidente dell’associazione Italia-Iraq, Pisicchio (in rappresentanza di Mastella), Intini e tutta una mitragliata di Verdi: Marco Boato, Boco, Cima. Siamo nelle rarefatte vette dell’alta politica, dove non si pesta l’acqua nel mortaio e non si cazzeggia per passare il tempo.

Infatti: Violante, Cossutta e Rizzo: “In Iraq i diritti civili non sono rispettati…”. Aziz: “ Siamo un paese di semi-democrazia, dobbiamo fare di più, ma con la guerra alle porte come si fa…”. Castagnetti: “Gli ispettori hanno trovato missili proibiti…”. E lui: “ Ma non colpiscono bene il bersaglio…non è poi tanto grave”. E così via, l’elegante e sornione orientale se l’è mangiati in un boccone. A sera, intervistato dalla Rai, è stato ancora più irridente. ‘Da voi non c’è democrazia, dovreste garantire i diritti civili…’ gli ha sparato il telecronista. Lo scaltro Tarek gli ha sorriso e vagamente ha sussurrato: “ Vedremo…vedremo”.

A sera cenetta con gli amici dell’associazione Italia-Iraq, unico incontro d’utilità vera, perché li si è parlato d’affari concreti ed erano anche presenti nostri imprenditori che hanno lavori e investimenti in corso in Iraq. Quindi si sa della cena, ma non degli argomenti discussi.

Intanto impazza la guerra delle bandiere. Il governo di centrosinistra, a suo tempo in odio a Bossi e alla Lega, aveva regolamentato l’esposizione di bandiere dagli arenghi municipali, stabilendo che potevano essere esposte solo quelle istituzionali. Adesso si scopre che si tratta di una normativa come minimo antidemocratica, perché non prevede anche il vessillo arcobaleno, venerata immagine della Pace. Su questo si scatena la solita rissa mediatica dei fannulloni d’ogni risma che gonfiano i partiti italiani.

Così, mentre il mondo pencola tra guerra e pace sull’orlo dell’abisso, ancora tenuto in equilibrio dai diversi interessi, in Italia non si smonta il presepe della politicuzza e ogni azione è sempre passata per i media come nata dai sentimenti più nobili. Invece tutto vive all’insegna del tornaconto del partito, della visibilità personale e, come in questo caso, dell'utilità contro i nemici del momento che continuano ad essere il Cavaliere d’Arcore con l’inviso Amerikano, e il fragore delle masse cammellate sovrasta la flebile voce dei pochi giusti che pure esistono nei due schieramenti.(rt)


Titolo: (11. 02. 2003)   IL NUOVO ORDINE MONDIALE

Redazione

Il New York Post pubblica a tutta pagina di copertina la foto di un cimitero militare dove sono sepolti migliaia di fanti americani caduti durante lo sbarco in Normandia del 1944. La didascalia recita : “Sono morti per la Francia, ma la Francia li ha dimenticati”. Nell’interno un articolo di Friedman spiega che “La Francia e la Germania ignorano il nuovo ordine mondiale instauratosi dopo il 1989”, con il crollo dell’impero comunista.

La questione ci sembra ben posta. Nel 1989 è finita la terza guerra mondiale, quella ‘ fredda’ che i blocchi hanno combattuta sulla scacchiera mondiale tenendo fermi gli eserciti, misurandosi formalmente per interposte nazioni, accendendo qui e là fuochi violenti, ma circoscritti. La battaglia è stata invece diretta e senza esclusione di colpi nel commercio mondiale, nella produzione di beni di consumo, nel dominio delle materie prime, nella corsa agli armamenti e nella conquista dello spazio. Alla fine l’Unione Sovietica e il suo blocco ne sono usciti schiantati, gli Stati Uniti e i suoi alleati trionfanti.

Come dopo la II Guerra Mondiale l’esercito americano occupò zone cruciali dell’Oriente e dell’Occidente, così oggi in conseguenza di questa vittoria, si va installando in altre regioni del mondo e rafforza la sua presenza dove già c’era. Nel primo caso si tratta di ex province sovietiche e dell’Afghanistan, nel secondo del Medio Oriente.

La fine del confronto, però, non giustifica più né l’occupazione che gli Usa hanno attuato in alcune zone d’Europa per metà del XX Secolo, né le alleanze obbligate originate dalla II Guerra Mondiale e dalla Guerra Fredda. Sono ormai indifendibili le basi americane in Germania e lo stato di occupazione della penisola italiana e del Giappone, in parte regolate da protocolli non pubblici. La stessa Alleanza Atlantica può andare in crisi se continua ad esistere e a dilatarsi solo a salvaguardia degli interessi americani.

La guerra contro l’Iraq mette in piena luce questa situazione. E la posizione di Germania e Francia appare più funzionale al rafforzarsi della UE, di quella delle altre nazioni europee che si affannano ad aiutare il vincitore sperando di partecipare al banchetto come subalterni lieti di esserlo. La posta in gioco, quindi, non è solo la pace, ma l’esistenza dell’Europa come entità indipendente e pienamente sovrana, dell’Onu come organismo di prevenzione e composizione dei confronti internazionali, della Nato come alleanza condivisa e non obbligata.

La Superpotenza ha sempre avuto come obiettivo la vitale necessità d’espandere l’area del Dollaro. Oggi, però, si va formalizzando e rafforzando la zona dell’Euro e questo, in prospettiva, rappresenta un ulteriore motivo di attrito, se non di aperto confronto. Infine, la minaccia del terrorismo e le necessità di difesa dell’Occidente, non bastano a giustificare l’accerchiamento della Cina, in funzione preventiva, o l’annunciata costruzione di uno ‘scudo stellare’ difensivo che certo sarebbe inefficace in caso di atti terroristici, ma assai utile come deterrente e minaccia internazionale.

Il nuovo ordine mondiale - una sola superpotenza - se non troverà camere di compensazione neutrali, come l’Onu, è destinato a causare infinite turbolenze internazionali. Gli Stati Uniti di Gorge W. Bush corrono il rischio di trasformarsi da paladini e custodi della democrazia e del liberismo in spietati protettori di interessi egemonici o, peggio ancora, di gruppi d'affari nordamericani. Se questo avverrà, le stesse libertà civili dei cittadini statunitensi saranno a rischio. (rt)



Titolo: (05. 02. 02) COFFERATI VA  AL  PARTITO

Redazione

Come avevamo osservato su questa stessa rubrica (‘L’amaro risveglio’ del 25.6. 02) a Cofferati è bastato lasciare la segreteria della Cgil per ritrovarsi subito osannato ed applaudito, ma privo di potere reale. Il suo sdegnoso rifiuto a impantanarsi nelle beghe di partito per andare solitario alla ricerca di nuovi approdi, è naufragato sugli scogli del referendum sull’art. 18.

Lui stesso, in odio al Cavaliere e al suo mondo, aveva drammatizzato la situazione suscitando scioperi generalizzati in tutta la penisola per giungere poi al grande appuntamento con quello generale del 17 ottobre. Nel frattempo la debole motivazione originale si era persa e ogni fazione in piazza ne dichiarava le più diverse: il Patto con gli italiani, la Scuola, la Finanziaria, il Sud, la Pace e la Fiat…e anche l’Art. 18. La segreteria Ds, poi, aveva preso le distanze, rifiutando di fare parte del raccogliticcio esercito di Cofferati.

Cosicché, quando è stato varato il referendum proposto dall’implacabile Fausto Bertinotti e dai Verdi, lo stesso ex segretario ne ha rifiutato la paternità, anche se il Dna dell’iniziativa è sicuramente suo. A questo deludente risultato politico della sua opera, si devono aggiungere gli esiti del sondaggio pubblicato con enfasi dall’Unità che lo vedono in discesa verticale nella stima dei militanti di sinistra ( 'Bravi, non c'è che dire', del 22.1.03).

Ecco quindi che l’invito di D’Alema a entrare nella stanza dei bottoni del partito, che solo qualche mese fa gli appariva quasi blasfemo, oggi trova Cofferati assai più possibilista. Il funzionario della Pirelli pretende ponti d’oro, ovvero la compagnia dei suoi sodali ed estimatori più navigati e sperimentati, quelli che sanno odiare, da Flores d’Arcais a Marco Travaglio, dal giudice Borrelli al regista Moretti a Pancho Pardi, tutti insieme a studiare nei Ds il programma da proporre agli elettori. Pensa di entrare da vincitore incanalando nei meandri del partito le truppe sparse del terzo settore, alias No global, che trionfalmente lo adottarono a Firenze, e ritiene così di spostare definitivamente l’asse politico dell’Ulivo.

Sarà interessante vedere all’opera nei prossimi mesi l’ultimo leader espresso dalla vecchia scuola del Pci, cioè Massimo D’Alema. Lui e i suoi che a poco a poco gli delimiteranno lo spazio, sfronderanno l’intricato albero del movimento, ingabbieranno la pattuglia dei letali girotondini: una virgola qua, un distinguo là, un corposo e insinuante intervento, il gioco intelligente e freddo dell’ultimo ‘politico di razza’ restato in attività, qualche testa che inizia a cadere nelle retrovie…la sirena dispiegherà i suoi incanti e perderà gli incauti naviganti avventuratisi nel mare della politica credendo di andare la domenica allo stadio. Cosa bisogna fare per diventare riformisti! (rt)



Titolo: (27.01.03)  COME LA FALENA INTORNO AL FARO

Redazione

Aumentano le organizzazioni che fanno politica a tutto campo, che si schierano come partiti, ma che partiti non sono e vorrebbero partecipare alla festa senza passare dalla forca caudina del controllo elettorale e del giudizio popolare. Per farlo, contano sul censo e sulla notorietà degli aderenti, sul potere  e sulla forza di pressione delle loro corporazioni.

Dai sindacati ai magistrati, dai docenti ai cineasti, tutti si pensano investiti di una missione e capaci di una professione, quella del politico, che ognuno può improvvisare. Come molti italiani che al bar sono ‘mister’ della squadra del cuore e della Nazionale, migliaia di uomini d’apparato sentono d’essere legislatori nati e, dopo l’esempio Berlusconi, almeno ministri.

Non volendo essere candidati, trasformano e usano le organizzazioni sociali come veri e propri partiti, combinano alleanze e cartelli tessendo trame spregiudicate in favore delle loro fazioni. Il risultato è un caos nel quale si confondono e sovrappongono i poteri, si alimentano e crescono le inquietudini nutrendo di incertezze lo scoramento dei cittadini.

Si è tenuto in questi giorni il 14° congresso di Magistratura democratica, l’organizzazione alla quale aderisce quasi un quarto degli ottomila magistrati italiani, quella che guarda alla sinistra come la falena verso il faro, ma che nel proprio statuto non indica le finalità associative: lo scopo su cui si fonda Md resta inespresso, può essere desunto solo indirettamente e, quindi, sempre un po’ arbitrariamente. È comunque condivisa l’idea che l’associazione si ponga l’obiettivo della “democratizzazione della magistratura, nel reclutamento e nelle condizioni di esercizio della professione, sostituendo il principio democratico a quello gerarchico, specialmente nel governo del corpo giudiziario”.

Secondo un autorevole esponente dell’organizzazione, il sostituto procuratore di Cassazione Giovanni Palombarini, “ c’è un intero mondo, variegato ma di segno inequivocabilmente progressista, che si muove credendo che un'altra democrazia è possibile, che un altro mondo è possibile. è l'espressione di quanto c'è di sinistra nella società e nella cultura. Da Paolo Flores d'Arcais a Luca Casarini, passando per Lilliput e i Beati costruttori di pace, Agnoletto e Rifondazione, Cgil e Cobas, Arci e Strada, il Manifesto e Giulietto Chiesa per i giornalisti (…) Penso che rapporti più intensi con questi soggetti consentirebbero a Md di ragionare meglio sulla linea da adottare, sulle cose da fare”. Su questo e sulle tematiche connesse s’è svolto il congresso, non dissimilmente si sarebbe potuta tenere una qualsiasi altra assise politica o di partito. E infatti l’intervento centrale è stato quello di Cofferati, salutato da applausi trionfali, quasi da una standing ovation, che ha dato ai dirigenti di Md almeno un vago disagio.

Sarà pur vero che, come ha autorevolmente ribadito in congresso il procuratore di Torino Giancarlo Caselli, che la separazione delle carriere «rischia di essere un capitolo della strategia di mortificazione della magistratura in corso da anni affinché il libero esercizio della giurisdizione sia sterilizzato», ma lo schierarsi politico di questi giudici italiani è, se non anomalo, certamente singolare; non altrimenti si può definire la gelosa difesa dell’indipendenza attuata con l’appassionato abbraccio a ‘quanto c’è di sinistra nella società e nella cultura’.

I magistrati rivendicano il diritto di associarsi e di dibattere i temi della politica e dei partiti, al pari di ogni altro cittadino. Ma i magistrati detengono poteri illimitati, presentano ad ogni anno giudiziario un quadro desolato del loro lavoro e sono giudicati solo da loro pari: c’è qualche altro cittadino o qualche altra categoria che goda di uno status simile? (rt)


 
 

 


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