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Titolo: (01.04.03) CALZINI VERDI, BEATA GIOVENTÙ
Redazione
Finalmente il dado è tratto e i leader di ‘Aprile’ – Giovanni Berlinguer e Sergio Cofferati – sono usciti allo scoperto. Come sempre la guerra è per i marxisti il momento migliore per fare esplodere
le contraddizioni, in casa e fuori. Ed anche per Giovanni Berlinguer, di solito parco di apparizioni tv, è venuto il momento dell’esibizione popolare.
Si è quindi calato con qualche imbarazzo nell’atmosfera sempre sbracata di ‘Domenica In’, partecipando a un infinito dibattito sulla guerra irakena.
È apparso qual è: un austero scienziato, un po’ svagato, fuori dal tempo, con i suoi occhiali d’antan, i calzini verdi corti flosci sulle caviglie, la poca dimestichezza con il mezzo e la caciara che gli ruotava attorno. Ha subito chiarito il suo pensiero sulla guerra, pensiero a suo dire distorto ad arte da biechi commentatori: “Riterrei sbagliato auspicare una rapida vittoria delle truppe e dei bombardieri angloamericani ‘perché così, almeno, finisce’. Perchè nulla finirebbe: il popolo iracheno passerebbe da un’oppressione a un’altra”
Per Berlinguer e i soci di Aprile è il popolo iracheno che deve insorgere ed abbattere la dittatura di Saddam con la violenza rivoluzionaria, come giustamente è stato postulato (proprio ieri?) dalla mozione dei Comunisti Italiani alla Terza Internazionale alla quale certamente s’ispira il fresco leader del Correntone. Perciò gli Usa sono visti come un’altra orrenda forza dittatoriale. Che così pensi Sergio Cofferati, si può comprendere. Essendo nato nel 1948, il tecnico della Pirelli poco sa dei pregressi. Ma Berlinguer ha direttamente vissuto la fine del fascismo e il Dopoguerra, anni cruciali per la nostra democrazia; anni nei quali gli Usa ci hanno liberati e avviati alla democrazia, e poi sfamati.
Forse proprio per questo i capi di ‘Aprile’ li odiano. Ma che tutta la teoria di intellettuali, sindacalisti in pensione, giornalisti e seguito di clientes li scelgano come leaders, è il segno di un Ulivo in confusione totale. Il comunismo, morto nel mondo occidentale, sopravvive e guida le masse nelle piazze italiane. Un manipolo di vecchi, caparbi e orgogliosi, non alieni da estreme vanità, incapaci di riconoscere le sconfitte politiche della loro vita, condiziona a sinistra la politica italiana e i suoi pavidi alfieri riformisti.
Nel frattempo la destra governa e fa gli affari suoi, ma i conti li pagheranno tutti gli italiani. (rt)
Titolo: (25. 03. 03) BULIMIA DA GUERRA
Redazione
Lucia Annunziata, neo presidente della Rai, apre le sue laboriose giornate cantando l’inno agli inviati dell’azienda per la copertura che garantiscono alla guerra Iraq-Usa. In effetti non si può dire che la Mamma sia avara di servizi: sui tre canali il conflitto imperversa giorno e notte, con decine di ore di filmati e interviste a chiunque.
I programmi di gossip e talk show si sono fulmineamente adeguati e i conduttori abituali, da Cucuzza a ‘bisteccone’ Gaudenzi, si sono riciclati convertendosi all’imperativo della tv di Stato: visto che gli inviati sono decine e costano un occhio, facciamoli rendere.
Si inizia all’alba, l’ora della sfinita Monica Maggioni che segue con altri 500 inviati la grande colonna motorizzata yankee insabbiata da qualche parte in vista dell’obiettivo. La poverina biascica un servizio di doglianze per la sua grama vita e passa la palla a Bagdad. Nella mitica capitale, tenuti come polli nella stia dal regime Baath, vivono Lilli Gruber e
Giovanna Botteri, che trasmettono dalla terrazza dell’hotel al di là dell’Eufrate, dove sono ospiti obbligate. Quando al regime conviene, vengono condotte a riprendere le malefatte degli aerei anglo-americani e a dare conto dei dolori di tutto un popolo.
La Botteri, laurea in filosofia, ha ripreso in diretta col
videotelefono dal balcone un palazzo colpito da un missile, ha fatto lo scoop, divenendo subito la ‘firma’ di punta dell’intero pattuglione.
Qui e là per l’antica terra mediorientale sono sparsi altri uomini Rai: uno vive nei languori del Kuwait e, naturalmente, apre ogni servizio illustrando i terribili rischi che corre: missili, attentati, terrori chimici, un inferno ve lo dico io. Un altro è al confine con la Turchia e subisce l’ingrato destino dei dimenticati: succede poco, perciò s’ingegna e nel terzo giorno di guerra ha fatto riprendere un prato sull’altipiano kurdo spiegando che lì sarebbe stata costruita una pista per gli aerei alleati che, però, già avevano scelto altre rotte. Poi ci sono i collegamenti da tutto il mondo con gli altri inviati Rai. Poi ci sono tutte le private che tentano di adeguarsi.
Le centinaia di ore complessivamente dedicate al conflitto, condite da
disquisizioni e interventi di decine di 'ospiti' in studio, stanno provocando una fame insaziabile di guerra nei telespettatori che si avventano su qualsiasi canale, purché trasmetta qualcosa dall’Iraq. I buliminici,
coì esasperati, trovano naturale sfogo virtuoso in piazza nelle manifestazioni contro l’iniqua spedizione.
Ogni gesto conseguente è salutato da ovazioni, più che un gol dalla curva. La Cgil esalta l’eroiche gesta dei portuali del cantiere Orlando di Livorno che rifiutano di riparare una nave logistica della Us Navy: “È un atto di alto valore morale e civile, assolutamente coerente con la mobilitazione del movimento sindacale contro l’intervento militare in Iraq. La Cgil-Fiom si impegna che in tutti i cantieri navali sia adottata la stessa scelta”. Sottoscriviamo più che volentieri, ma non chiedeteci soldi.
Come ogni mostro mediatico italiano, anche il conflitto è trattato senza equilibrio e soffre della schizofrenia della nostra società e, contemporaneamente, la nutre. Che l’Annunziata sia convinta della bontà di questa scelta insinua qualche crepa nella corale e positiva valutazione della sua eccelsa professionalità. Se avessero nominato Michele Santoro, non avrebbe saputo fare di meglio, né di più. (rt)
Titolo: (24.03.03) LA GUERRA: FIORI E FUCILATE
Redazione
Ai poveri prigionieri americani gli aguzzini iracheni hanno urlato: “Dite se vi abbiamo accolto coi fiori o con le fucilate”. Si riferivano alla prospettata travolgente avanzata delle forze alleate per la liberazione dell’Iraq, da attuarsi col consenso entusiasta della popolazione. Consenso che pare non solo non sia entusiasta, ma che neppure in qualche modo si evidenzi.
E’ troppo presto per giudicare le sorti di un conflitto di questa natura. Resta il fatto, però, che esso, come ammettono le autorità statunitensi, non sarà breve, com’
era stato previsto, certo troppo ottimisticamente. E soprattutto non sarà una cavalcata trionfale da esibire via Internet. Quanto ai fiori, agli applausi, ai cortei e alle feste per i liberatori, forse è ancora troppo fresco negli Usa il ricordo dell’Italia del Quaranta. Quando ad ogni città liberata le popolazioni si univano festanti agli angoli delle strade, per celebrare l’arrivo degli alleati, e, come ci ricorda il cantautore Lucio Dalla in una delle sue più belle canzoni, li attendevano per ore, con ansia, “come a Riccione si attendono i turisti”.
Per ora gli alleati in Iraq non sono attesi come turisti e, purtroppo, neppure come liberatori. E il tiranno Saddam non è il Mussolini del dopo 25 luglio. Per ora naturalmente. Ma Bassora è un antipasto tutt’altro che gradevole. E non basta un arabo che con una scarpa, come Kruscev all’Onu, ammacca un ritratto del tiranno e cinque contadini che salutano le truppe, per ritenere buona l’accoglienza. Strani questi iracheni. Preferiscono Saddam agli americani? Ma se uno non si vuole “liberare” perché deve essere “liberato” per forza? (M.D.B.)
Titolo: (22.03.03) MUSSOLINI PACIFISTA
Redazione
Figli della guerra, nipoti della pace. Se Bobo Craxi citando il padre, che negò le basi per l’attacco aereo degli americani in Libia nel 1986 (e poco prima aveva anche circondato i militari a stelle e strisce a Sigonella), poteva dire con qualche ragione che non se la sentiva di votare per la mozione del governo, se Andreotti, Cossiga, Colombo, Scalfaro, democristianizzavano la loro volontà antibellica, Alessandra Mussolini ha invece citato il nonno, per giustificare la sua vocazione pacifista.
Peccato che nonno Benito di guerre ne abbia scatenate diverse: da quella per l’Africa orientale italiana, a quella per spezzare le reni alla Grecia, da quella all’Albania fino a quelle alle potenze plutocratiche. Forse Alessandra, che non conosce bene la storia, si riferiva a un altro particolare. E cioè che gli americani e gli inglesi non furono teneri con Benito e dunque lei non se la sentiva di dar loro ragione neppure oggi. Ma questa non appare una buona ragione per chi, a Benito, pur con tutto il rispetto che si deve a un nonno, peraltro ingiustamente e impietosamente impiccato a testa in giù in una piazza di Milano, non ha mai creduto.
D’ora in vanti quando si parlerà di un Mussolini pacifista, non ci si dovrà però scandalizzare. Ci si riferirà a lei, alla bella ed aggressiva Alessandra, nipote di chi aveva conquistato l’
Impero. Figlia di un ottimo jazzista e poco amica di un ben più noto
chansonnier, che a livello televisivo un impero l’ha fondato davvero. (M.D.B.)
Titolo: (20. 03. 03) CHI GIOCA SPORCO IN NOME DELLA
PACE
Redazione
In tutto il mondo occidentale si sono susseguite manifestazioni spontanee contro la guerra. La gente di pace ha sfilato con cartelli ‘fai da te’, con qualche rara bandiera nazionale. Ha cantato e urlato la sua opposizione ai
bombardamenti e in favore della pace, a Londra come negli Stati Uniti,
in Francia come in Australia. Altrove, nei Paesi musulmani, si è
inneggiato anche a Saddam. l'Italia ha mostrato,
ancora una volta, la sua eccezionalità. Pur non essendo tra le
nazioni belligeranti, i manifestanti hanno protestato contro il
governo. La pace, bene collettivo, è diventata strumento di lotta
politica.
A Roma, in allegria, tra spensierati giochi e drappi arcobaleno s’è svolta una giornata intera di scioperi e manifestazioni popolari, scandita da musiche, canti e dal rosseggiare delle bandiere di tante belle, vane e ambigue battaglie, mentre anche in molte altre nostre città partiti di sinistra, cattolici e sindacati hanno coscienziosamente adempiuto al rito. Dovunque simboli di partiti e di sindacati hanno guidato masse di cittadini lieti e commossi.
In tutta Italia lo sciopero generale - il più contraddittorio (per ora) del nuovo secolo e il più inutile - è stato di due ore. Ma a Roma i dipendenti pubblici (fonte Rai 1) hanno scioperato tutto il giorno, tanto può l’amore per la pace. Verso sera si sono accese le fiaccole e sul palco hanno cominciato ad infittirsi i leader del popolo, Savino Pezzotta prima tra tutti, ansioso di non cedere ancora una volta il campo ad Epifani.
Nello stato di regressione culturale e di disaggregazione dei partiti in cui si
decompone la società italiana, la sinistra ha recuperato in nome della pace il suo vecchio antiamericanismo, condendolo di nuovi ed aggiornati umori, quale l’odio verso Berlusconi
che “avrebbe voluto fare la guerra, ma non ha osato” (Piero Fassino, Tg delle 13,30). I cattolici, non più condizionati dai partiti laici, guidati dall’ormai cereo campione della fede O. M. Scalfaro, hanno potuto finalmente riconoscersi appieno nella dottrina e nei comandamenti politici di Papa Wojtyla. Quanto ai sindacati, la loro ricchezza economica li rende indispensabili a qualsiasi iniziativa di massa e sembra, al contempo, giustificarne l’esistenza.
Naturalmente i politici che hanno ordito le manifestazioni spontanee sanno benissimo a cosa serve la nobile mobilitazione. Molto più dei girotondi, molto meglio della giustizia resistente, la pace (quale italiano è contro la pace?) è utile ad aggregare quel fronte ampio che solo può garantire il successo elettorale.
In una partita internazionale nella quale tutti i Paesi prim'attori giocano interessi inconfessati ma pur legittimi, gli italiani della piazza vorrebbero affidare i loro ad una prece, anziché alla trama
diplomatica e governativa. Che i portuali di Livorno ricavino il 70% dei loro guadagni dal traffico generato da Camp
Derby, che le grandi imprese di engineering e costruzioni possano operare in molti mercati solo in accordo economico con gli Usa e
che molta parte delle nostre aziende abbiano un riferimento diretto con i mercati egemonizzati dagli
americani, possono essere cose ignorate dai cittadini ansiosi di pace,
ma non da leaders politici e sindacali. Chi difende gli
interessi nazionali e chi gioca sporco? (rt)
Titolo: (19.03.03) FIGLI DELLA GUERRA
Redazione
La guerra è un dramma. Decidere una posizione attorno a un dramma è fonte di angoscia. E le scelte passano attraverso le posizioni tradizionali. Dividono partiti, gruppi, perfino famiglie. Capita così, a noi del Nuovo Psi, di dover registrare che tra Bobo Craxi e De Michelis si sia determinata una divaricazione. E capita che, più o meno la stessa divisione, si produca tra Giovanardi e Buttiglione (nell’Udc), tra Pubblio Fiori e Larussa (in An). Per non parlare di quelle, ormai consuete, tra Boselli e l’Ulivo dall’altra parte.
D’altronde la guerra ha diviso l’Onu, la Nato, l’Europa, e in Gran Bretagna ha spezzato il New Labour di Tony Blair, salvato in patria dagli avversari conservatori. Che la guerra dividesse anche le famiglie era più difficile immaginarlo, però. Ma è stato così. Prima la moglie di Berlusconi strizza l’occhio ai pacifisti e il presidente del Consiglio si difende consolandosi come “marito liberale”. Poi il figlio di Cossiga sconfessa pubblicamente, e anche piuttosto aspramente, il padre toccandolo nel vivo con bacchettate tipo “pensa solo a far polemica”. Resta il dubbio che il giovane Cossiga non abbia mai conosciuto suo padre, se si sorprende del fatto che il vecchio ami la polemica perfino più del seggio del figlio. Anche il figlio di Fanfani si sorprende, a fine legislatura, e dopo averne fatto parte per quattro anni, che la giunta provinciale presieduta da un uomo di An sia di destra.
Ma ormai tutto questo non fa più sorridere. Siamo nella norma. Figli ribelli e ingrati? O padri snaturati? Famiglie, non solo mariti, liberali? D’altronde, per restare alla festa di San Giuseppe, se suo figlio avesse seguito le indicazioni di papà non sarebbe diventato quel che è diventato… (M.D.B.)
Titolo: (18.03.03) UNA GUERRA NON CONDIVISIBILE
Redazione
La guerra all’Iraq, decisa da tre capi di Stato democratici alle Azzorre, e non dall’Onu, non può essere condivisa. Dopo la fine del bipolarismo, solo le Nazioni unite sono infatti abilitate a intervenire con la forza per risolvere controversie e conflitti, e dopo aver esplorato qualsiasi altra via, come è accaduto nel 1991 per la liberazione del Quwait (allora approvai l’intervento italiano nella votazione avvenuta alla Camera dei deputati). Sarebbe stato assai meglio aspettare, seguendo le indicazioni maggioritarie all’Onu, e continuare le ispezioni in terra irachena. Credo che queste ultime avrebbero portato a ben poco e che alla fine il conflitto sarebbe stato invitabile, ma svolto anche col consenso delle altre nazioni oggi contrarie, o per lo meno con la maggioranza di queste ultime. Si è preferita invece la logica della guerra subito e senza aver presentato la seconda risoluzione che, evidentemente, non solo sarebbe andata incontro al veto annunciato della Francia e della Russia, ma non avrebbe neppure potuto contare sul consenso maggioritario delle altre nazioni presenti nel Consiglio di sicurezza.
Ciò detto, occorre precisare che la guerra contro l’Iraq non apre un percedente. Il precedente della guerra senza l’Unu è stato aperto dall’intervento in Kossovo, operato dalla Nato e senza una decisione dell’Unu (la Russia vi avrebbe posto il veto). Tale guerra fu appoggiata e partecipata dal governo D’Alema, fu motivata con l’emergenza umanitaria delle popolazioni kossovare, che peraltro non è diversa dall’emergenza umanitaria delle popolazioni curde e sciite e dei dissidenti dell’Iraq, e non ebbe il compito di cambiare il regime di Belgrado, ma di intervenire per porre le promesse del cambiamento (con le libere elezioni, che misero sotto Milosevic). Anche a Bagdad basterebbe indire elezioni per spazzare via Saddam e questo è quanto mi auguro accada dopo l’occupazione anglo americana. Adesso, infatti, il problema è da quale parte stare. Io non ho dubbi. Sto contro il dittatore sanguinario e con le potenze democratiche, anche se non ne ho condiviso e non ne condivido la decisione. Dunque dico no al pacifismo che mette sullo stesso piano Bush e Saddam, e a maggior ragione non parteciperò ad alcuna manifestazione di sapore antiamericano, purtroppo datata e promossa da chi al pacifismo ricorre solo strumentalmente. Dico invece sì alla proposta di Rutelli di processare Saddam dalla Corte dell’Aja, come avvenne con Milosevic, con un processo reale e non burla, però. Spero che questo avvenga al più presto e senza perdite cospicue inutili, e sempre drammatiche, di vite umane. Sono convinto che il governo italiano abbia fatto bene ad assumere sull’argomento una posizione equilibrata, non sempre esplicita, ma chiara nei suoi pronunciamenti anti-terroristici, di solidarietà agli Stati Uniti, ma anche di dissociazione, e non solo per il dettato costituzionale, nei confronti di una decisione non condivisibile. E mi auguro che nell’Ulivo prevalga la posizione dei compagni dello Sdi (ma ne dubito) che intendono allinearsi, nelle decisioni da assumere attorno all’uso delle basi e al sorvolo, a quelle delle altre nazioni europee, sia pur dissenzienti.
(mdb)
Titolo: (12. 03. 03) TANTA VOGLIA DI LUI
(L’intellettuale italiano vuol sempre appendere il cappello al
chiodo)
Redazione
Quando l´intellettuale di sinistra si innamora di un capo, può scrivere cose come questa: «Sergio, fuoco freddo del quadrato rosso, la tua voce calma è già come aspettare un´attesa». O come questa: «Il Cinese è imperturbabile, padrone di sé come un monaco buddista». E Lella Costa arriva a parafrasare Dante: «Sergio, io vorrei che tu, Romano e Nanni/Foste prescelti per acclamazione».
No, non è la "Pravda" degli Anni Quaranta e neppure il "Quotidiano del popolo" ai tempi di Grande Timoniere. Questi distillati di adulazione si possono leggere su un opuscolo pubblicato dalla Cgil e scritto con il contributo di una trentina di scrittori, poeti, sindacalisti, scienziati e attori in onore dell´uomo nuovo della sinistra italiana: Sergio Cofferati. «Caro Sergio, ti scrivo...» è una raccolta di lettere aperte e poesie che racconta bene la vocazione di una parte dell´intellighenzia di sinistra al fiancheggiamento appassionato. Al tifo. Alla rimozione dell´esercizio critico. Il tutto in coerenza con un modello antico ma sempre verde: quello dell´intellettuale organico.
Certo, Sergio Cofferati è personaggio schivo, asciutto nell´eloquio, ostile all´esibizionismo. Ma la passione che il Cinese suscita, evidentemente, è senza riserve e produce afflati che sconfinano nel culto della personalità: un fenomeno interessante vista l´influenza politica che Cofferati sta esercitando su tutta la sinistra italiana.
Il libretto - stampato dalla Cgil di Bologna in 1200 copie per un circuito ristretto e consegnato all´ex leader qualche giorno fa a Bologna - si apre con una copertina cult: vi compare un Cofferati con le alucce alle spalle, una sorta di angelo dal viso buono, disegnato da Carlo Soricelli un pittore naïf di Casalecchio. E nella prefazione il segretario della Cgil di Bologna Cesare Melloni, forse consapevole di una certa sovrabbondanza, mette le mani avanti: «Dalle testimonianze si potrà cogliere un comune sottrarsi a derive agiografiche».
Ovviamente non tutto l´opuscolo è votato all´adulazione, ma alla fin fine sono in molti ad attribuire Cofferati virtù taumaturgiche. Il poeta Gregorio Scalise (autore dell’immortale ‘Erba al suo erbario’) arriva a scrivere: «Credo che lei avverta il respiro del mondo o per lo meno sia tra le persone che sono in grado di farlo». Naturalmente il ritorno in Pirelli di Cofferati, oltre ad essere il leit motiv del libretto, alimenta la vena letteraria degli autori. Per esempio dello scrittore Erri De Luca (già Lotta Continua) che scrive: «Anche tu qualche notte avrai sognato di tornare alla tua postazione. Spero che il sogno ti sia stato lieve». E sempre De Luca è autore di un´efficace immagine letteraria: «Sei diventato il capo della sinistra all´aperto», «la tua nomina è avvenuta per consenso di popolo e di aria fresca».
Certo, il culto delle masse e della democrazia diretta è tema ricorrente, ma alla fine quel che unifica tutti i contributi è l´elogio al leader. Moni Ovadia scrive: «Beato il popolo che conta nelle proprie fila dei veri esseri umani», «Sergio Cofferati è un vero essere umano e condividere con lui il nostro tratto di cammino», «è un privilegio». E il poeta, già tornitore, Tommaso Di Ciaula - per fare il suo elogio - evoca la mitologia («Caro Sergio, che Efesto, il dio greco dei metallurgici, ti protegga») ma anche l´epica: «Quando il condottiero torna fra il popolo, i mediocri si divertiranno a punzecchiarlo, ma tu non hai paura di nessuno», perché «da tanto tempo aspettavamo chi suonasse la tromba del riscatto». Anche lo scrittore Maurizio Maggiani, un autore ‘americano’ nato da mille mestieri, che scrive tre pagine ispirate (per chi come Cofferati vive «nella lunga scia d´eco di milioni di passi, milioni di occhi, milioni di voci»», «non credo possa ascoltare in santa pace una romanza senza essere distolto da quell´eco») alla fine non rinuncia al superlativo: «Lei è l´unica persona che negli ultimi decenni mi ha dato l´impressione benigna di non sentirsi più alta di me nonostante fosse su un alto palco».
E uno che di palchi (teatrali) se ne intende come l´attore Ivano Marescotti da Bagnacavallo (“Da Bagnacavallo? Nessun attore può venire da Bagnacavallo” cfr.: totò, da ’Totò sulla luna’ ) non si tira indietro: «Tu grandi cose le hai già fatte, ma è niente rispetto a quello che farai». Eppure, nel libretto celebrativo, non mancano contributi più asciutti. Come quello di Margherita Hack: «Caro compagno Sergio, grazie per aver ridato slancio e orgoglio di appartenenza al popolo della sinistra». O come Mario Rigoni Stern: «Più avanti corre il tempo e più in Italia abbiamo bisogno di uomini come lui, perché oltre ad essere dei nostri, è uomo che conosce la vita della gente che, non solo consuma, ma lavora e pensa».
Titolo: (12.03.03) DOVE VA LA DEMOCRAZIA AMERICANA ?
Redazione
(…) A poco più di un mese dal crollo delle Torri, il Congresso americano ha approvato il «Patriot Act». Una legge speciale che, fra l'altro, ha rafforzato i poteri inquirenti per facilitare la raccolta di mezzi di prova di reato, mediante intercettazione delle comunicazioni telefoniche e via Internet. Nel campo della libertà personale ha previsto la possibilità del fermo per sette giorni senza necessità di un'imputazione e senza l'intervento del giudice. Inoltre il Presidente Bush ha emanato, il 13 Novembre 2001, un «Military Order» in forza del quale i non cittadini americani possono essere detenuti in basi militari e processati da tribunali militari.
Dopo l'iniziale ondata di solidarietà, l'incomprensione fra America ed Europa ha preso ad affiorare. Gli Stati Uniti hanno chiesto alla UE di allargare le maglie di protezione dei dati e della privacy e il Parlamento europeo, con una risoluzione del 13 dicembre 2001 sulla richiesta di cooperazione giudiziaria nel campo dell'antiterrrorismo, ha osservato che il Patriot Act e il Military Order di Bush sono, per certi aspetti, incompatibili con la protezione dei diritti fondamentali, che deve offrire a tutti le medesime garanzie di giusto processo, così come confermate dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo.
Recenti indiscrezioni hanno rivelato (come riporta l'Economist dell'8 Marzo 2003) che il Dipartimento della Giustizia americano avrebbe in cantiere il progetto di una nuova legge, il «Patriot Act II». Con essa si inasprirebbe la compressione di talune libertà civili e si introdurrebbe, cosa inaudita, la possibilità di togliere la cittadinanza, e le connesse garanzie, a una persona nata in America. Se quella bozza diventasse legge, i rapporti USA-Europa, nel campo della cooperazione giudiziaria sul terrorismo, non sarebbero facilitati.
E' vero che l'art. 15 della «Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali» prevede la possibilità che le Parti contraenti deroghino agli obblighi assunti «In caso di guerra o in caso di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione». Sarebbe tuttavia difficile, per gli aderenti alla Convenzione, adattare un'ipotesi eccezionale e temporanea, come lo stato di guerra, alla lotta contro il terrorismo internazionale: per quanto tempo, in questo caso, sarebbero destinate a durare le ‘menomazioni’?
La diversità di vedute fra America ed Europa è evidente. Gli Stati Uniti non hanno mai subìto una dittatura e, di fronte all'aggressione, sono portati a privilegiare la sicurezza anche a scapito di taluni diritti di libertà, ai quali viene invece data la precedenza nell'Unione Europea. Qui sono in molti ad avere sofferto, nel «secolo breve», le peggiori tirannidi, le persecuzioni e gli stermini. L'esperienza fatta sulla propria pelle ha invecchiato l'Europa. E forse le ha dato saggezza.
(Angelo Benessia su La Stampa del 13 marzo)
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