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Titolo: (15. 05. 03) A STRASBURGO NIENTE GIROTONDI
Redazione
Il 5 dicembre 2002 il Parlamento europeo ha votato una risoluzione nella quale si dice chiaramente che il Parlamento europeo assume, quale testo di base per il negoziato in corso con le altre istituzioni europee sullo statuto dei deputati, il documento approvato dalla Commissione giuridica di cui la disciplina delle immunità parlamentari è parte integrante.
Si tratta di una disciplina ampiamente garantista, che va ben al di là di quanto è oggi oggetto di dibattito politico in Italia. Essa,infatti, prevede: la facoltà del deputato di astenersi dal deporre dinanzi al giudice; l’obbligo di autorizzazione del Parlamento europeo per il sequestro da parte dell’autorità giudiziaria di documenti del deputato e per le perquisizioni personali e domiciliari;
l’insindacabilità rispetto alle opinioni espresse ed ai voti dati non si limita ai procedimenti giudiziari come oggi stabilito dall’articolo 68 della Costituzione italiana, ma si estende anche in ambito extragiudiziale; che ogni limitazione della libertà personale di un deputato è ammessa solo su autorizzazione del Parlamento, salvo in caso di flagranza di reato ( mentre il già citato art. 68 prevede la detenzione senza autorizzazione anche in caso di esecuzione di sentenza irrevocabile);
che un’indagine o un procedimento penale nei confronti di un deputato devono essere sospesi qualora il Parlamento lo deliberi, su richiesta del deputato.
Sostiene il socialista tedesco on. Willi Rothley, relatore dello statuto dei deputati, che la sospensione del procedimento ha gli stessi effetti dell’autorizzazione a procedere e che “è arrivato il momento di fissare i diritti costituzionali dei deputati europei, tra cui le immunità parlamentari”.
I Ds al Parlamento europeo hanno dato il loro sostegno sia in commissione parlamentare che in Aula alla risoluzione del 5 dicembre. Si è trattato dunque di una scelta politica nella tradizione garantista del socialismo riformista europeo. Elena Paciotti, Fiorella Ghilardotti, Gianni Vattimo, Giovanni Pittella, Renzo Imbeni, Giorgio Napolitano, Giorgio Ruffolo e Vincenzo Lavarra hanno compiuto una scelta politica e sapevano esattamente quello che stavano facendo. O, forse, non hanno avuto l’animo per distinguersi, neppure con l’astensione, dalla vasta maggioranza di deputati europei liberali e garantisti.
Come mai a Strasburgo i Ds sono garantisti e a Roma si comportano in maniera diversa? Perché là non c'è Berlusconi e, soprattutto, non ci sono girotondi. (rt)
Titolo: (15.05.03) FASTWEB PROMETTE E NON MANTIENE
Redazione
Con la liberalizzazione del comparto telefonico si pensava che finalmente ci si potesse liberare dalle tante servitù della compagnia di stato, della quali la più odiosa è il canone. Così all’apparenza è avvenuto. Come attestano le pubblicità comparative dei diversi concessionari, c’è tutto un ventaglio - un ginepraio - di offerte e di opportunità che sembrerebbero garantire agli utenti esborsi più equi sia per i servizi indispensabili che per tutto un corollario di opportunità
tecnologiche.
La Fastweb, gruppo E-Biscom, tra tutte è quella che presenta un appeal particolarmente invitante, basando la propria offerta sul cablaggio di spazi urbani con proprie fibre ottiche e riunendo quindi in un solo canone sia la gestione della connessione internet ad alta velocità sia il servizio telefonico, più il collegamento Tv e altro ancora. Una pubblicità aggressiva, condita di vari benefit, contribuisce poi a convogliare consistenti flussi di nuovi utenti alla giovane compagnia.
E qui cominciamo i guai, perché i nuovi abbonati sono numerosi, mentre l’organizzazione tecnica appare gracile. Infatti le promesse sbandierate alla firma del contratto sono in parte disattese e alcuni utenti si trovano in balia di gravi problemi. Ad esempio, l’offerta garantisce la gestione dei rapporti con la Telecom: Fastweb provvede a notificare la disdetta del contratto e, contemporaneamente, ad attivare il proprio, di modo che sia salvaguardata la continuità del
servizio telefonico.
Ma questo non avviene e si resta senza linea telefonica. Guai poi ad avventurarsi al Numero verde. Lunghissime attese e
tutto un ginepraio di rimandi automatici (“Premi il tasto 1, il testo 2…”) e quando per avventura si riesce a parlare con un tecnico, questi è gentilissimo ma disarmato e inefficace. Sul Forum dell’azienda è tutto un fioccare di critiche, con qualche censura e alcune e-mail che paventano e raccontano di ripicche e ritorsioni, forse vere forse
immaginate. Nel frattempo, comunque, Fastweb ha addentato l’osso e al povero grullo
di turno non resta che attendere i suoi comodi.
Se in Telecom i problemi dell’utente erano l’ultima delle preoccupazioni, in Fastweb le necessità del neo-cliente
sembrano addirittura nel vuoto. Così la liberalizzazione del comparto procede selvaggiamente, senza garanzie per i cittadini e non è solo Fastweb ad
avere qualche difficoltà a mantenere quanto garantisce, ma anche altre, ad esempio Noicom. La nuova frontiera, la liberalizzazione, è il Far West, senza l’ombra di uno sceriffo che aspetti al varco i malandrini. Così è per i telefoni, come per le assicurazioni, per le banche… Noi grulli restiamo ora in attesa che lo sblocco dell’energia elettrica
produca nuovi fittizi e lucrosi paradisi e generi nuovi mostri. (c.s.)
Titolo: (30. 04. 03) LA FURIA E LA RAGIONE
Redazione
‘L’offensiva scellerata di Berlusconi’ (Fassino) è tipica del Cavaliere: quando gli toccano gli amici diventa furibondo. La sua non è solo preoccupazione amicale, egli sa che colpiscono loro per demolire lui, cosicché la furente reazione tenta di precedere l’onda prima che causi il naufragio.
In simili congiunture, Silvio Berlusconi lucida il busto di Bettino Craxi, lo rimuove dalla penombra della storia e l’espone alla luce della cronaca come caso esemplare, rappresentazione estrema di un vulnus alla vita pubblica italiana non ancora sanato, vittima del lungo golpe politico-togato che ancora avvelena la società italiana. D’altronde ha sempre abusato della figura dello statista presentandolo, a seconda delle necessità, come mentore politico, come precursore della sua politica estera, come anticomunista, ecc., sempre pronto però a disattenderne gli insegnamenti, come ampiamente dimostra l’avventura del governo di centro-destra. Avrebbe
compiuto un atto di statista lungimirante se, non appena divenuto presidente del Consiglio, avesse proposto un severo riesame dei fatti che hanno caratterizzato il decennio di fine secolo, inducendo così a dividere colpe reali da ambigue iniziative giudiziarie, chiarendo le responsabilità personali di chi ha sbagliato e quelle di chi ha disegnato teoremi stroncando carriere (com’è stato poi dimostrato in molti casi), edificando crimini collettivi e impedendo il legittimo svilupparsi della politica, addirittura facendo arrestare all’alba intere giunte o perseguitando grottescamente e paralizzando per anni personaggi-chiave della vita pubblica.
Una deriva che ha finito per incidere su tutta la giustizia.
Così non ha ritenuto di fare. Incalzato da ristrette visioni d’interessi particolari, ha abbandonato all’oblio cittadini vittime d’ingiustizie per le quali nessuno ha pagato. Sulla richiesta di ‘giustizia giusta’ è stato eletto, in realtà mai ha tentato di misurarsi con la matrice di tutti i problemi
nazionali, una questione che riguarda centinaia di migliaia di
cittadini.
Ora può misurare tutta l’insipienza politica della sua angusta visione, tutta l’inadeguatezza del proprio preteso riformismo. Non è un conservatore perché non ha saputo restaurare i diritti dei cittadini, non è un riformista perché non innova ma, senza coraggio e sollevando mefitici polveroni, sovrappone leggi a leggi, innesta nuovi parziali ordinamenti su logore strutture. Senza un disegno complessivo,
tenta la fortuna, ennesimo uomo pubblico che serve un ego smisurato gabellando ipocritamente interessi ristretti come bene comune.
Non è che gli altri solisti suonino una musica diversa: come si fa a sostenere che ogni cittadino deve ‘attendere che la legge faccia il suo corso’. Dopo anni e anni che, magari con
l'innocente complicità di un magistrato sbadato, ‘la legge ha fatto il suo corso’, può arrivare l’assoluzione, ma la vita è andata avanti, gli affetti sono appassiti, le carriere spezzate, la salute magari svanita, i soldi forse volatilizzati…E nessuno mai pagherà per queste maligne sventure nutrite di solitarie infelicità. Che cinismo, che losco gioco delle parti! In
questa situazione, la pavidità dei diesse impedisce alla sinistra di
voltare finalmente pagina e alla diarchia Fassino-D'Alema di cogliere
un'opportunità storica. Perciò si offre a Rutelli una possibilità
insperata; se solo avesse il coraggio d'inserirsi nell'aspro dibattito
con una proposta ragionevole e coraggiosa potrebbe rovesciare
l'attuale rapporto di forze nell'Ulivo e compattare un vasto fronte
riformista com'è nei suoi veri intendimenti, sino ad ora solo
sussurrati. (rt)
P. S.: ecco qui un bell’esempio di ‘legge che ha fatto il suo corso’ e che
sicuramente piacerà al nostro presidente della Repubblica.
Da La Stampa del 1° maggio:
Un lettore ci scrive: «Mi riferisco alla notizia con titolo “Non ci fu abuso, Migliasso
(assessore al comune di Torino, ndr) assolta” relativo alla sentenza che ha mandato assolti tutti i coimputati del processo per il trasporto dei disabili. «Pur apprezzando il fatto che sia stato dato conto della sentenza oltre che della fase istruttoria del processo, come cittadino desidero precisare di non essere stato imputato per “abuso di atti d’ufficio” come scritto nella notizia, bensì per “omessa notizia di reato”, cioè per non aver portato a conoscenza dell’autorità giudiziaria, nell’ambito dei miei compiti di polizia giudiziaria, quel reato che ora il tribunale ha ritenuto non sussistere. «Che poi il tutto sia durato sei anni e mezzo e che mi abbia procurato, soprattutto a causa di tale durata e del mio ruolo dirigenziale nella Polizia Municipale di Torino, gravissimi e, temo, irreversibili danni personali, professionali e di immagine, può comprensibilmente essere un fatto di scarso interesse per il cronista, ma non certo per chi ne ha subito il peso, anche se in parte alleviato dal costante atteggiamento di correttezza e pazienza tenuto verso di me dalla Civica Amministrazione, dai colleghi e dagli amici». Gian Mario Motta”
Titolo: (24.04.03) 25 APRILE: STORIA E POLITICA
Redazione
Francamente se ne poteva fare a meno di questa polemica sul 25 aprile, una data fondamentale per ricordare la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Si tratta di una ricorrenza importante per tutti coloro che credono nei valori della libertà, di una cerimonia per rendere omaggio a tutti i caduti che hanno compreso il dovere di stare dalla parte giusta, quella che combatteva i nazisti, a fianco degli alleati angloamericani.
Molti anni sono trascorsi da allora e non è il caso di scandalizzarsi se il giudizio storico della Resistenza, soprattutto alla luce dei contributi critici di storici quali De Felice, sia stata tolta dalla retorica tipica di coloro che hanno vinto una guerra. E così, pure, non è fonte di reato ritenere che non si possa più prescindere dalla violenza che si scatenò in alcune zone del nostro paese, e principalmente in una parte dell’Emilia-Romagna, contro il nemico battuto o quello che veniva ritenuto tale o anche più semplicemente contro nuovi avversari politici democratici. Sulle vicende del triangolo della morte ho pubblicato un libro, dopo l’esplosione del famoso caso del “Chi sa parli”. E non mi pare neppure che si debba gridare all’eresia se si ricorda che gli alleati angloamericani di allora oggi sono stati giudicati ben diversamente da quegli stessi che festeggiano da sempre il 25 aprile come la festa della Liberazione.
Senza gli angloamericani, e senza i sovietici, che però iniziarono a combattere Hitler dopo aver stretto un patto con lui, e solo perchè improvvisamente aggrediti, non ci sarebbe stato nessun 25 aprile. E’ però importante saper distinguere. Per chi, come me, non ha mai sopportato il “benaltrismo”, filosofia imperante quando una parte della sinistra italiana voleva deviare il discorso da un tema scottante, la festa del 25 aprile deve continuare a essere considerata per quel che è sempre stata: la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo e deve essere festeggiata come tale. Una bella giornata di libertà nazionale. (M.D.B.)
Titolo: (22. 04. 03) PRODI SUGLI SCUDI
Redazione
Il momento storico vissuto dall’Europa ad Atene è coinciso con la fase calante della guerra Usa-Iraq ed ha fortemente rilanciato la figura di Romano Prodi. L’allargamento dell’Unione da dieci a venticinque membri è avvenuto con un convitato di pietra, l’Usa di G. W. Bush, che incombe sul futuro del continente. Infatti la politica estera dell’UE, per altro mai decollata, si è frantumata nell’impatto con la crisi bellica internazionale. L’Onu e la Nato, che sempre ne avevano salvato la facciata e attenuati gli interessi nazionali divergenti, sono venuti meno di fronte alle pressioni statunitensi e ogni Stato ha scelto secondo una sua visione. È emersa alla luce del sole la natura dell’Europa: una comunità economica, ma non ancora politica.
In questo clima di pre crisi, la visione di Prodi, quella dell’espansione forzata dell’Unione per renderla competitiva, è apparsa lungimirante e inderogabile, acquistando nuovi proseliti, anche tra chi teme i pesanti risvolti sociali di questa geopolitica accelerata e chi sino a ieri la subiva ritenendola limitante degli interessi nazionali: Berlusconi è ora un suo fautore, sia per motivi di politica interna, sia perché vede possibile il futuro ingresso della Russia, mentre Schroeder e Chirac, avendo misurato la propria impotenza di fronte alla cruda realtà della politica americana, sanno di poter contare solo se il continente sarà abbastanza grande per vivere di forza propria.
L’aprile di Atene ha posto anche in primo piano la necessità di arrivare in tempi rapidi a una costituzione europea e, conseguentemente, a definire un ‘governo’ con poteri maggiori in politica estera e in temi di difesa con la creazione di un esercito europeo. Come sarà possibile destinare rilevanti parti del bilancio alle armi, dopo avere orientato così pesantemente l’opinione pubblica verso temi pacifisti, resta un’incognita foriera di nuovi contrasti sociali.
Tutti questi elementi convergono verso l’opportunità che sia offerto a Prodi un secondo mandato alla testa della Commissione, cosa sino a due mesi fa improponibile. Anche la politica interna italiana è interessata a questa eventualità che nei due schieramenti trova sostenitori e oppositori.
Sono favorevoli Berlusconi, che conosce l’appeal elettorale del professore bolognese, ma anche Rutelli che vagheggia una possibile ricandidatura alla testa di una coalizione di centrosinistra.
Il semestre di presidenza italiana nella Ue potenzierà certamente il ruolo del presidente della Commissione e i politici italiani, di destra e di sinistra, non potranno che essergli favorevoli. Soprattutto quelli che mai lo hanno amato, saranno disposti a tutto, purché resti a Bruxelles. (C.S.)
Titolo: (19. 04. 03) SE COMANDA LA DEMOCRAZIA PLURALISTA
Redazione
Qual è la linea ideale che guida i nostri magistrati nella loro difficile e delicata opera quotidiana? Molti pensano, rozzamente, che sia l’ansia di applicare la legge. Altri sospettano, maliziosamente, che sia l’aspirazione a ricoprire un ruolo politico e ad incidere sugli schieramenti dei partiti.
Ma ora Gustavo Zagrebelsky, vicepresidente della Corte Costituzionale, socio dell’Accademia dei Lincei e ordinario di diritto costituzionale a Torino, apre una finestra su quella che si può supporre sia la sensibilità della magistratura sul proprio ruolo nella società. Il docente torinese, il membro più giovane della Corte, propone un’identificazione illuminante della figura del magistrato.
La Costituzione, spiega Zagrebelsky come riporta La Stampa, resta al di sopra della dinamica politica quotidiana e “non può essere trattata come legge uguale alle altre e rimessa alla volontà delle mutevoli maggioranze politiche che si formano in parlamento”: le maggioranze incontrano dei limiti, che sono quelli del pluralismo, sistema che dà spazio e riconoscimento non sulla base della tolleranza, ma di diritti riconosciuti a “gruppi, orientamenti politici, culturali e religiosi che devono tutti trovare luogo e modo di espressione”.
Aggiunge il professore: “Non c’è principio di maggioranza che valga: le maggioranze che si formano in parlamento hanno la loro legittimità, ma si devono esprimere nel rispetto di queste identità: pluralismo di partiti, forze sindacali, culturali, religiose”. Certo, riconosce il giudice, l’esercizio di questa ‘democrazia pluralista’ è lento e faticoso e a qualcuno viene in mente di fare più in fretta, coi rischi del decisionismo, con l’inflazione legislativa.
Ecco allora venire in soccorso il potere giudiziario, infatti compito del giudice è cercare di fare convivere le diversità: “È un mediatore: non d’interessi, ma di grandi principi, di grandi concezioni ideali”. E Zagrebelski cita le adozioni, l’aborto, l’eutanasia, la fecondazione eterologa assistita.
Ma alcuni, magari solo uno o due, potrebbero pensare di ‘mediare’ anche su questioni meno etiche, e più quotidiane, di forzare l’interpretazione delle leggi, di contestarne la validità, se la loro paternità è data ‘solo’ dalla forza di maggioranze parlamentari, oltretutto ‘mutevoli’ e non sempre gradite al magistrato. Di farsi arbitro-giocatore, una funzione resa necessaria proprio dalla ‘democrazia pluralista’.
La pluralità di poteri ci sembra foriera di conflittualità permanenti, attribuita come si vorrebbe a identità difficilmente conciliabili tra loro: un conto è il Parlamento eletto da tutti i cittadini e rappresentante di un equilibrio dei diversi interessi, altra cosa sono segmenti della società, tra loro sovrapposti, legittimati in modo difforme, spesso autoreferenziali.
A noi pare che le due Camere debbano ancora avere la prevalenza e che il loro diritto di legiferare non possa essere messo in dubbio, né spartito con altri. L’interpretazione e le ipotesi dell’illustre studioso porterebbero alla legittimazione della disobbedienza sociale, della conflittualità continua, a questo punto lecita e rimessa alla mediazione del terzo, cioè del magistrato.
Così il potere di governo scivolerebbe dalle spalle dei rappresentanti costituzionali per lacerarsi in mille brandelli e divenire proprietà della piazza, proprio ciò che vorrebbe evitare il vicepresidente della Corte Costituzionale. Per garantire la democrazia pluralista che lui auspica bisognerebbe proprio rivedere la Costituzione, anzi ridisegnarla. Oppure mediare e ‘concertare’ in altre sedi e poi fare ratificare dal Parlamento, come auspicano i sindacati, ma non gradiscono gli elettori. D’altra parte è vero che la Costituzione, a più di cinquanta anni dalla nascita, fa acqua da tutte le parti e che gli ultimi governi hanno già iniziato una pericolosa opera di ‘ritocco’.
Quanto al ruolo del magistrato, i cittadini auspicherebbero che fosse quello di garantire l’applicazione delle leggi in tempi utili e nello spirito che le ha generate. Di questo si sente la mancanza, come testimoniano le cronache, quotidiano breviario d’infelicità e d’ingiustizie diffuse, di delitti evitabili, di assassini, uccisioni e ‘disgrazie’ senza giustizia e senza colpevoli, ormai quasi derubricati a calamità naturali. (rt)
Titolo: (14.04.03) SOCIALISTEGGIANTI
Redazione
Al congresso del Nuovo Psi ci sono stati anche interventi alterni-esterni come gli angoli. Quello di Claudio Nicolini, che ha salutato il partito perché De Michelis è come Mussolini (in verità quest’ultimo, prima di divenire un fervente interventista era stato un altrettanto convinto neutralista). Poco dopo Walter Lavitola, proprietario e anche direttore dell’Avanti, prima organo socialista e oggi liberalsocialista, prima vicino al Nuovo Psi e oggi a Forza Italia, ha annunciato che il giornale sarebbe ritornato nell’orbita del partito, tra i fischi del popolo presente che non apprezzava queste piroette da acrobata. Infine Stefania Craxi ha annunciato che è “tutto sbagliato, tutto da rifare”, come Bartali. E che solo se il Nuovo Psi arriverà al 5% lei si imbarcherà, facendo arrabbiare il candidato sindaco di Vicenza , una giovane donna, che invece s’è imbarcata allo 0,8%.
Meno male che Luca Barbareschi e Lorenzo Necci hanno aderito all’appello del segretario del Psi. Se no, con queste mezze adesioni più che congresso socialista sarebbe stato congresso socialisteggiante.Un po’ dentro, un po’ fuori. Un congresso da lista d’attesa di un partito dal quale si può discendere come da un treno, vero Necci? (M.D.B.)
Titolo: ( 13. 04. 03) PASSA LA BANDA
Redazione
Ora nel cuore del vicino Oriente sta, trionfante, un esercito di quasi 400 mila militari professionisti, potentemente armato, con linee di rifornimento efficienti e garantite. Porta la democrazia, ma serve gli interessi degli Usa, come ha chiaramente spiegato il vicepresidente Cheeney, vincitore della guerra: “La ricostruzione spetta solo agli Usa”…Altrimenti perché siamo andati in Iraq, avrebbe potuto aggiungere con la sua cruda logica.
Il clan che si è installato alla Casa Bianca è solo all’inizio della sua impresa politica-economica che consiste nell’ampliare l’area del dollaro (vedi ‘il nuovo ordine mondiale’ in Oggi in Italia del 2 febbraio), nel pacificare l’area mediorientale con le buone o con le cattive e nell’estirpare la pianta terroristica ovunque abbia radici.
Perfettamente aderente agli archetipi politici americani, G. W. Bush promette e minaccia l’ instaurazione della democrazia in subcontinenti dove non esiste alcun governo ‘democratico’, ma, e nei casi più favorevoli, solo qualche brutale regime parlamentare orientato e ‘protetto’ da altri poteri che lo condizionano, come avviene in Turchia e in Iran. Innestare l’Occidente nel Sud-Est del mondo è un’impresa tra il fallimentare e l’impossibile, come dimostra l’ esperimento tentato in Afghanistan: le forze alleate hanno scacciato gli integralisti ‘cattivi’, ma hanno potuto insediare solo un governo utile agli interessi
Usa, ma nato da un'assemblea tribale.
Il prossimo obiettivo nel mirino è la Siria. Anche a Damasco dominano il partito Baath e una dittatura famigliare, qual è il governo siriano di Bashar al Assad, succeduto al padre Hafez, considerato protettore e finanziatore del terrorismo di matrice islamica. Hafez Assad è stato il promotore degli hezbollah in Libano, dove sono stati protagonisti della guerra civile ed hanno causato agli Usa 241 morti nel solo attentato al quartier generale dei marines di Beyrut. Oggi sono sospettati di infiltrazioni negli Usa, in Turchia e in Israele.
Gli ammonimenti lanciati alla Siria equivalgono a una pistola puntata, dato che non esistono oggi potenze in grado di contrastare quella americana.
Solo gli Stati Uniti hanno la forza per fermare il Presidente e il suo clan. I suoi stessi poteri sono anomali in democrazia, dove non esistono cariche che assommino il potere di rappresentanza e di nomina del governo a quello esecutivo. Inoltre, le modalità con le quali si è giunti al secondo conflitto iracheno dimostrano una preoccupante capacità del governo Bush di manipolare l’opinione pubblica. In questo senso vanno interpretati i continui annunci di attentati, di allarmi gialli e rossi, di infiltrazioni di terroristi e di arresti, segreti e non, che hanno preceduto lo show down del
19 marzo.
Anche le continue richieste di nuovi poteri incontrollati nei mesi successivi all’11 settembre sono state precedute da drammatizzazioni analoghe, alcune restate a tutt’oggi misteriose, come nel clamoroso caso degli attentati con l’uso di antrace,
sui quali è calato il silenzio, che hanno causato angosce profonde negli americani. Oggi i cittadini statunitensi sono più disinformati, più disorientati e hanno meno capacità di pesare sul potere rispetto all’epoca di Clinton. Eppure è soprattutto da loro che può venire il rifiuto di un’era di guerre permanenti.
Siamo entrati in un secolo che richiederà profonde riforme internazionali. È inadeguato l’Onu, è inadatta la Nato, deve ancora formarsi l’ Europa politica. Ma oggi il pericolo maggiore è rappresentato dal potere di una superpotenza che non ha un’organizzazione politica interna di controllo adeguata. È una democrazia, ma: vota solo la metà dei suoi cittadini, il capo del governo ha poteri immensi, i Servizi, dalla Cia all’Fbi, sono sempre più incombenti e sono sospettati d’influire sulle elezioni
presidenziali, il debito pubblico è impressionante, due terzi del Prodotto Interno Lordo, ovvero 7,36 trilioni di dollari, e gli Usa sono i massimi debitori del mondo. In questo clima le tentazioni di espansionismo sono funzionali agli interessi politici, economici e personali dei gruppi dominanti e del
clan che li governa. (C. S.)
Titolo: (12. 04. 03) IL PARADISO CUBANO
Redazione
Il mio amico Eugenio, chissà dov’è ora, lavorava senza pause per sei mesi, poi si fiondava a Cuba dai suoi ‘veri amici’.
Ritornava con pacchi di foto che sempre giravano come per caso nelle
sue tasche: “Solo là trovo chi mi vuol bene - diceva – ma bene con il cuore…”. Già allora, però, un sottile accoramento insinuava il dubbio: “Forse è vero che a Cuba non c’è il paradiso…”, gorgheggiava a sinistra Eugenio Finardi e si era nel 1978.
A soli venticinque anni di distanza anche al segretario regionale dei Ds del Piemonte, Pietro Marcenaro, è venuto il sospetto che Cuba non sia il paradiso e ha colto il destro di un
inderogabile e attualissimo convegno – ‘Donne nella lotta di liberazione’ – organizzato da Regione e università di Torino intorno alla presentazione del volume ‘Voci di donne cubane. La tìa Angelita e le altre’, per annunciare la sua non partecipazione al simposio per protesta “contro l’arresto e l’ingiusta condanna a molti anni di carcere di 77 dissidenti del regime castrista sottoposti a processi sommari, la cui sola colpa era quella di sostenere opinioni diverse da quelle ufficiali”.
Apriti cielo! Ha osato quello che nessun compagno si era mai permesso e gli sono volati al pelo tutti i comunisti del Piemonte, quelli di Rifondazione, gli Italiani, più alcuni diessini stessi, tutta gente che a Cuba c’è stata e ora custodisce nell’animo il mistero di preziosi ricordi. Siccome non c’era altro di cui discutere, in Consiglio regionale sono stati presentati ben tre ordini del giorno. Ha vinto quello di Marcenaro e del gruppo Ds, meno un oppositore interno, che ha preso i voti anche del Centrodestra.
Poi è arrivata al convegno l’ambasciatrice cubana Maria De Los Angeles Flores Frida, accompagnata dall’addetto culturale José Carlos Rodriguez Ruiz, sembrano tanti ma sono solo due, che hanno protestato duramente: “È un atteggiamento totalmente offensivo verso il popolo cubano e i suoi rappresentanti…I condannati non erano semplici dissidenti, ma persone finanziate dagli Usa per destabilizzare un paese sovrano: organizzati da una potenza straniera per decapitare un governo legittimo…Invieremo una risposta scritta e ufficiale al Consiglio regionale che interferisce nelle vicende cubane, mentre noi non facciamo altrettanto…”
Marcenaro non s’è mosso di un centimetro dalla sua posizione e ha rincarato la dose: “Da sempre Cuba nega l’esistenza dell’opposizione interna, e la riconduce a complotti dello straniero per colpirla. Spero che l’ambasciatrice risponderà anche al parlamento europeo che ha votato un documento simile al nostro”.
Intanto migliaia di uomini e donne italiani continuano a fare i pendolari con l’Avana, dove volano due volte all’anno. Lavorano sognando la bianca rena di Varadero e sono i portatori sani di un morbo terribile, la democrazia. Saranno il turismo e i suoi riti ( e i suoi soldi) a erodere l’anima del regime. (rt)
Titolo: (10. 04. 03) UN TRANQUILLO BIG BANG
Redazione
Magari non sarà proprio un "Big Bang socialista", come suggerisce con enfasi scientista il segretario De Michelis, ma quello che si apre domani alla Fiera di Roma si prospetta come un congresso tranquillo: il terzo del Nuovo Psi. Rispetto all'ultimo, quando si celebrarono due congressi separati, il partito ha da poco chiuso la diaspora interna nata pochi mesi dopo le
ultime elezioni politiche. L’altro Nuovo Psi, quello di Martelli, ha infatti ‘rinunciato al marchio’ e gli aderenti sembrano particolarmente interessati all'associazione "Socialismo è Libertà" promossa da Rino Formica con Claudio Martelli, Larizza e Angeletti della Uil.
Anche il tentativo di presentare un mozione congressuale, quella "Nicolini", che si richiamasse alla linea di Formica in contrapposizione quella della segreteria ha, addirittura, poche possibilità di essere presentata e sembra essere più uno strumento di
'scambio' politica interno, che non una la proposta di una linea politica alternativa.
Esistono certamente sensibilità diverse sul grado di autonomia dalla CdL o, come si è visto recentemente, sull'intervento angloamenricano in Iraq, ma ben difficilmente emergeranno in sede
congressuale. Le tesi di questo congresso sono infatti sufficientemente aperte per accontentare tutti. Con i necessari distinguo, e qualche disagio, si conferma l'adesione al Centrodestra, ma si apre contestualmente alla prospettiva di liste europee, l'anno prossimo, comuni a tutti i socialisti.
Una posizione aperta, ben diversa dall’arroccamento di De Michelis al congresso precedente, che si deve soprattutto all’apporto di Bobo Craxi che ha rimarcato con forza e ripetutamente prese di posizione autonome, denunciando i ritardi del governo Berlusconi, soprattutto sulle riforme e su alcuni temi internazionali.
Per questo motivo all’associazione di Rino Formica, a forte componente sindacalista, hanno aderito socialisti di tutti i partiti, dai Ds allo Sdi, nella speranza che, non vincolati da simboli di partito, sia possibile dare voce ai riformisti laici, socialisti e liberali. De Michelis, nei congressi regionali, s’è detto sicuro di un 5% alle europee (“Non è ottimismo, ma una serena valutazione della situazione”), se si dovesse correre tutti insieme proprio utilizzando le possibilità di collegamento offerte dalla nuova associazione. Ormai solo l’Europa può rilanciare i riformisti. (L. G.)
Titolo: (08.04.03) CONDANNATI A MASTELLA
Redazione
Dunque, sarà per via della sindrome di Apicella, che sta contagiando molti politici italiani, ma anche Clemente Mastella (che già tentò un digiuno di protesta contro la legge sui rimborsi elettorali, poi improvvisamente rientrata a suon di maccheroni al sugo) si è cimentato come cantante. Lo ha fatto nelle carceri di Capodimonte di Benevento, suo collegio elettorale.
Già aveva presentato come raccomandato certo Scrocco, suo amico cantante in Tv. Non so come l’abbiano accolto i carcerati, costretti a subire questa nuova condanna. E per di più a Scrocco. Pare che Mastella si sia cimentato in canzoni napoletane e in alcuni brani di Gino Paoli e di Rino Gaetano. Immaginiamo i carcerati tutti seduti in platea ad applaudire l’esibizione domenicale al canto di “C’era una volta una gatta” e di “Torna a Surriento”. Il dramma è che Clemente, con Scrocco, ha assicurato che ogni anno sarà in carcere a cantare per i carcerati. Una condanna in più, difficile da accettare. Anche se Clemente dovesse passare a Lucio Battisti: “Il mio canto libero sei tu”. (M.D.B.)
Titolo: (07. 04. 03) IL COMPLOTTO DEI QUATTRO
Redazione
Quando già la cronaca trascolora nella storia, e le vittime tentano di farsene una ragione, ecco che qualcosa riaffiora a scombinare i teoremi, a riaprire le ferite, a prolungare la partita. Si ha un bel fare finta di niente, sottacere e minimizzare, come
in Edgar Allen P., sempre la macchia riappare e non c’è straccio che cancelli, né unguento che lenisca.
Di tanto in tanto, a qualcuno rimorde la coscienza. Forse si è pentito, forse vorrebbe la carezza di un perdono, la certezza di una conferma, quantomeno delle sue buone ragioni di allora. Invece tutto tace, bene al coperto di verginità rifatte, di patenti di democraticità bipartisan rilasciate sulla parola.
Questa volta a riaprire l’armadio degli scheletri è Piero Sansonetti, condirettore dell’Unità con Walter Veltroni nel 1993: “Nel 1992-1993 nacque un’alleanza di ferro tra quattro giornali italiani: il Corriere, La Stampa, l’Unità e Repubblica. Tra i quattro quaotidiani si stabilì un vero e proprio patto di consultazione che li rendeva fortissimi. Ci si sentiva due o tre volte al giorno, si concordavano le campagne, le notizie, i titoli. Il punto di riferimento di tutto era Paolo Mieli, perché era il Corriere della Sera quello che contava di più”.
Era il periodo dei partiti allo sbando, con quelli di governo che contavano pochissimo. Un blocco dell’informazione così compatto poteva influire pesantemente su ogni cosa senza avere alcuna opposizione nel Paese. E infatti: “Quello che è successo in Italia non sarebbe stato possibile senza che un altro potere, quello dell’informazione, desse un supporto tanto convinto e coordinato al potere giudiziario. Senza l’appoggio, fortissimo, della stampa l’inchiesta Mani Pulite non sarebbe andata avanti.
In questo modo venne anche bocciato il ‘Decreto Conso’: “Ci fu il solito giro di telefonate. Alla Repubblica sentii probabilmente Polito, al Corriere Mieli o De Rosa (oggi dirige il Secolo XIX), oppure De Marco, oggi direttore del Corriere del Mezzogiorno. Alla Stampa, Mauro: insomma decidemmo di sparargli contro. Lo affondammo”.
“Sono trascorsi dieci anni - dice Piero Sansonetti – sarebbe bene che ci si ragionasse su, si riraccontasse, si discutesse…Ho colto l’occasione per raccontare alcune scelte, per raccontare alcune cose. Sarebbe ora che lo facesse anche chi ne sa più di me”.
Tirato in causa, Antonio Polito, al tempo caporedattore di Repubblica, aggiunge qualcosa di suo: “Sì, le cose funzionavano pressoché come dice Sansonetti. La dimostrazione più evidente s’è avuta col decreto Conso. La soluzione politica prevedeva che i politici coinvolti in Tangentopoli se ne andassero subito a casa. L’oggetto era tentatore e l’idea nemmeno campata in aria. Decidemmo di ostacolare quel decreto. Non fu difficile, in quel clima ci bastava scrivere ‘decreto salvaladri’ e il gioco era fatto”.
“Il governo era debole, perse in pochi mesi una decina di ministri che si dimettevano subito, appena ricevuto l’avviso di garanzie, anche per via delle nostre campagne di stampa. Non c’era potere politico che potesse contrastarci. In quel vuoto abbiamo interpretato e indirizzato l’opinione pubblica, ma io penso che i giornali abbiano svolto anche una funzione importante. Col senno di poi dico che quella scelta di federarsi non fu buona, non la rifarei, ma lo dico oggi dieci anni dopo”.
Questo affermano due dei giornalisti coinvolti in questa storia. Essi non sanno di burattinai e di manovratori occulti, oppure tacciono. Quando Giulio Andreotti dichiara nel febbraio 2003 a Palermo: “Comincio a capire chi ha ordito i miei processi”, insinua qualcosa che lega con un filo invisibile fatti diversi, tutti all’origine della caduta della Prima Repubblica. I ministri si dimettevano, ma il presidente della Repubblica non eccepiva…né poteva farlo. I quattro quotidiani gestivano il complotto…ma le proprietà erano all’oscuro. Il Corriere della Sera aveva notizie in anteprima e guidava la danza…ma i magistrati ignoravano la trama.
Sì, possiamo affermare che ci fu una cospirazione, che motivi e interessi diversi - e probabilmente esponenti di organismi privati e strutture dello Stato - confluirono verso il comune intento di indebolire e cancellare forze politiche tradizionali. Ma non sappiamo chi fece parte del complotto coscientemente e di quali appoggi interni ed esterni si servì.
E i risultati perseguiti sono stati tutti ottenuti o qualcosa è intervenuto a impedire la riuscita di una parte del piano? E oggi cosa sopravvive di quella trama e degli uomini che la ordirono? (rt)
Titolo: (04. 04. 03) NELLA JUNGLA ROMANA
Redazione
Asserragliati nella jungla romana, ignari e chiusi alla realtà del mondo, gli ultimi veterani delle armate marxiste-leniniste combattono ancora difendendo le macerie di un’intera vita, lanciando proclami come pallottole, proponendo progetti e sogni: gli stessi che già hanno portato alla sconfitta intere generazioni della sinistra in mezzo secolo di storia italiana.
Rinserrati tra sdegni e rivalse, non alieni da vanità ed ambizioni senili, i settantenni e gli ottantenni integralisti come Pietro Ingrao, Giovanni Berlinguer e coetanei, non sanno che una guerra è finita e che la capitolazione è stata firmata da dieci anni e più. Come muezzin dai minareti, incitano a sante crociate contro il capitalismo, sentina di ogni male, nel quale però vivono, si nutrono e prosperano.
Sembra a loro, come a Fausto Bertinotti & epigoni, che le masse cattoliche e proletarie si siano finalmente incontrate, secondo il postulato di Gramsci e il vaticinio di Enrico Berlinguer. Non vedono che
le categorie sono ormai improponibili in questo secolo, nel quale irrompono altri protagonisti che non possono rientrare nelle classiche catalogazioni ottocentesche.
Certo non mancano i cattolici che rispondono ai richiami integralisti. Ma quando giganteggiano alla guida dei cortei figure
arcaiche come quelle di O. L. Scalfaro, allora almeno il soccorso di un dubbio sarebbe lecito. Gli altri compagni di belle speranze appartengono a generazioni più giovani. Ma anche le velleità di Cofferati e dei cascami Verdi sarebbero privi di pedigree, senza le ieratiche apparizioni dei Padri.
Certo un altro mondo e un altro sviluppo sono possibili. Per ottenerli bisogna partecipare ed essere attori sulla scena, non urlatori in platea. Perciò sarebbe auspicabile che i riformisti della sinistra arrivassero a una resa dei
conti e che Piero Fassino e Massimo D’Alema smettessero d’edulcorare la pillola e di minimizzare le differenze, cedendo in questo modo sempre più campo ai comunisti.
Le loro indecisioni frantumano l’opposizione e ne rendono difficile il successo contro il centrodestra. Infatti anche eventuali apparentamenti elettorali, che portassero a significativi successi nelle elezioni
locali ed europee e non potrebbero essere sfruttati politicamente.
Una decisa scelta di campo dei riformisti, invece, provocherebbe un riposizionamento dei partiti di centro,
come sembrano indicare le sortite di Rutelli e Casini, e potrebbe dare credibile voce a una proposta di governo di centrosinistra che avrebbe la maggioranza nel Paese.
Ma per questo dovremo forse attendere una nuova generazione che non si sia formata nelle scuole di partito e che ripudi, riconoscendoli, gli errori e le illusioni del passato. (rt)
Titolo: (01.04.03) CALZINI VERDI, BEATA GIOVENTÙ
Redazione
Finalmente il dado è tratto e i leader di ‘Aprile’ – Giovanni Berlinguer e Sergio Cofferati – sono usciti allo scoperto.
Com'è tradizione, la guerra fa esplodere
le contraddizioni, in casa e fuori. Ed anche per Giovanni Berlinguer, di solito parco di apparizioni tv, è venuto il momento dell’esibizione popolare.
Si è quindi calato con qualche imbarazzo nell’atmosfera sempre sbracata di ‘Domenica In’, partecipando a un infinito dibattito sulla guerra irakena.
È apparso qual è: un austero scienziato, un po’ svagato, fuori dal tempo, con i suoi occhiali d’antan, i calzini verdi corti flosci sulle caviglie, la poca dimestichezza con il mezzo e la caciara che gli ruotava attorno. Ha subito chiarito il suo pensiero sulla guerra, pensiero a suo dire distorto ad arte da biechi commentatori: “Riterrei sbagliato auspicare una rapida vittoria delle truppe e dei bombardieri angloamericani ‘perché così, almeno, finisce’. Perchè nulla finirebbe: il popolo iracheno passerebbe da un’oppressione a un’altra”
Per Berlinguer e i soci di Aprile è il popolo iracheno che deve insorgere ed abbattere la dittatura di Saddam con la violenza rivoluzionaria, come giustamente è stato postulato (proprio ieri?) dalla mozione dei Comunisti Italiani alla Terza Internazionale alla quale certamente s’ispira il fresco leader del Correntone. Perciò gli Usa sono visti come un’altra orrenda forza dittatoriale. Che così pensi Sergio Cofferati, si può comprendere. Essendo nato nel 1948, il tecnico della Pirelli poco sa dei pregressi. Ma Berlinguer ha direttamente vissuto la fine del fascismo e il Dopoguerra, anni cruciali per la nostra democrazia; anni nei quali gli Usa ci hanno liberati e avviati alla democrazia, e poi sfamati.
Forse proprio per questo i capi di ‘Aprile’ li odiano. Ma che tutta la teoria di intellettuali, sindacalisti in pensione, giornalisti e seguito di clientes li scelgano come leaders, è il segno di un Ulivo in confusione totale. Il comunismo, morto nel mondo occidentale, sopravvive e guida le masse nelle piazze italiane. Un manipolo di vecchi, caparbi e orgogliosi, non alieni da estreme vanità, incapaci di riconoscere le sconfitte politiche della loro vita, condiziona a sinistra la politica italiana e i suoi pavidi alfieri riformisti.
Nel frattempo la destra governa e fa gli affari suoi, ma i conti li pagheranno tutti gli italiani. (rt)
Titolo: (25. 03. 03) BULIMIA DI GUERRA
Redazione
Lucia Annunziata, neo presidente della Rai, apre le sue laboriose giornate cantando l’inno agli inviati dell’azienda per la copertura che garantiscono alla guerra Iraq-Usa. In effetti non si può dire che la Mamma sia avara di servizi: sui tre canali il conflitto imperversa giorno e notte, con decine di ore di filmati e interviste a chiunque.
I programmi di gossip e talk show si sono fulmineamente adeguati e i conduttori abituali, da Cucuzza a ‘bisteccone’ Gaudenzi, si sono riciclati convertendosi all’imperativo della tv di Stato: visto che gli inviati sono decine e costano un occhio, facciamoli rendere.
Si inizia all’alba, l’ora della sfinita Monica Maggioni che segue con altri 500 inviati la grande colonna motorizzata yankee insabbiata da qualche parte in vista dell’obiettivo. La poverina biascica un servizio di doglianze per la sua grama vita e passa la palla a Bagdad. Nella mitica capitale, tenuti come polli nella stia dal regime Baath, vivono Lilli Gruber e
Giovanna Botteri, che trasmettono dalla terrazza dell’hotel al di là dell’Eufrate, dove sono ospiti obbligate. Quando al regime conviene, vengono condotte a riprendere le malefatte degli aerei anglo-americani e a dare conto dei dolori di tutto un popolo.
La Botteri, laurea in filosofia, ha ripreso in diretta col
videotelefono dal balcone un palazzo colpito da un missile, ha fatto lo scoop, divenendo subito la ‘firma’ di punta dell’intero pattuglione.
Qui e là per l’antica terra mediorientale sono sparsi altri uomini Rai: uno vive nei languori del Kuwait e, naturalmente, apre ogni servizio illustrando i terribili rischi che corre: missili, attentati, terrori chimici, un inferno ve lo dico io. Un altro è al confine con la Turchia e subisce l’ingrato destino dei dimenticati: succede poco, perciò s’ingegna e nel terzo giorno di guerra ha fatto riprendere un prato sull’altipiano kurdo spiegando che lì sarebbe stata costruita una pista per gli aerei alleati che, però, già avevano scelto altre rotte. Poi ci sono i collegamenti da tutto il mondo con gli altri inviati Rai. Poi ci sono tutte le private che tentano di adeguarsi.
Le centinaia di ore complessivamente dedicate al conflitto, condite da
disquisizioni e interventi di decine di 'ospiti' in studio, stanno provocando una fame insaziabile di guerra nei telespettatori che si avventano su qualsiasi canale, purché trasmetta qualcosa dall’Iraq. I buliminici,
così esasperati, trovano naturale sfogo virtuoso in piazza nelle manifestazioni contro l’iniqua spedizione.
Ogni gesto conseguente è salutato da ovazioni, più che un gol dalla curva. La Cgil esalta l’eroiche gesta dei portuali del cantiere Orlando di Livorno che rifiutano di riparare una nave logistica della Us Navy: “È un atto di alto valore morale e civile, assolutamente coerente con la mobilitazione del movimento sindacale contro l’intervento militare in Iraq. La Cgil-Fiom si impegna che in tutti i cantieri navali sia adottata la stessa scelta”. Sottoscriviamo più che volentieri, ma non chiedeteci soldi.
Come ogni mostro mediatico italiano, anche il conflitto è trattato senza equilibrio e soffre della schizofrenia della nostra società e, contemporaneamente, la nutre. Che l’Annunziata sia convinta della bontà di questa scelta insinua qualche crepa nella corale e positiva valutazione della sua eccelsa professionalità. Se avessero nominato Michele Santoro, non avrebbe saputo fare di meglio, né di più.
(rt)
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