Oggi in Italia, commenti politici della Redazione

[ARCHIVIO]

N.25 Anno IV Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti.Net
Maggio 2003
 

Titolo: (04. 06. 03)   sotto il vulcano

Redazione

“Noi vogliamo realizzare una svolta profonda. Vogliamo portare in questa istituzione, restia ai cambiamenti, il vento del grande rinnovamento che ha riguardato già molti comuni, vogliamo renderla un’istituzione utile, amica delle novità civili, culturali e morali che hanno scosso la società campana negli ultimi anni. ‘Campania felice’: è questo il nome antico della nostra regione, un nome che vogliamo restituire ai nostri giovani”. Così disse, e scrisse, Antonio Bassolino chiedendo agli elettori di eleggerlo governatore della Campania.

A risultato ottenuto c’ha pensato su un paio d’anni perché il compito è di quelli che richiedono la saggezza del politico prudente e la temerarietà del genio immaginifico. Poi ha sfornato il ‘Piano di mitigazione del rischio vulcanico’, un’iniziativa capace di rendere felice non l’intera Campania, ma almeno l’area vesuviana. Insieme a Marco De Lillo assessore all’urbanistica, s’è inventata la distribuzione di un miliardo di euro a fondo perduto: 25 mila € di contributo ad ogni famiglia affittuaria che si trasferisce acquistando un’abitazione fuori dall’area vesuviana.

Il ragionamento è semplice. Secondo gli esperti prima o poi il Vesuvio farà il gran botto e sarà necessario evacuare rapidamente centinaia di migliaia persone. Meglio iniziare per tempo, invogliando con un modico contributo a fondo perduto le famiglie a traslocare. I duemila miliardi potranno senz’altro incidere sull’economia della regione, facendo da volano a tutto il comparto edile.

E le case lasciate libere verranno abbattute? Non scherziamo, tutto quel bendiddio non andrà sprecato: “ Gli appartamenti che si libereranno grazie agli esodi incentivati, sempre e solo rigorosamente volontari, potrebbero essere utilizzati per creare forme di ospitalità diffusa, come i bed and breakfast”…(l’assessore Di Lello).

Traduciamo in partenopeo: gli ‘esodi incentivati’ potrebbero dare origine a un moto perpetuo di traslochi, perché nelle case libere sicuramente andranno a installarsi altre famiglie che poi verranno ‘convinte’ dal contributo a sloggiare, presto sostituite da altri inquilini, temerari pronti a sfidare l’ira incombente del vulcano.

Come si vede un’idea geniale. Certo non meno dell’iniziativa, poi purtroppo disattesa, che prevedeva l’utilizzo del cratere del vulcano come discarica di rifiuti urbani. Si tratta in entrambi i casi di business miliardari (€). Ma il miglior progetto di trasformazione territoriale, in chiave turistica e ambientale e, insieme, il vero e definitivo decollo economico della Campania si avrebbe solo in caso di eruzione. Allora i lapilli peserebbero quanto l’ oro e intere generazioni prospererebbero grazie a una perenne una tantum risanatoria. (rt)


Titolo: (30.05.03) UNA SERA, PER SPORT

Redazione

“Ora so che la vita è gioco e la chiave del gioco è l’amore”. Così il poeta-filosofo indiano R. Tagore, premio nobel nel 1913. Sarà anche per questo che lo sport interessa miliardi di persone in tutto il mondo e muove cifre imponenti in ogni bilancio statale. Sarà per questo che mobilita le masse più di qualsiasi altro avvenimento. Sarà per questo che sempre nella storia dell’uomo il gioco si è trasformato in sport-spettacolo, ha indotto passioni sfrenate e fanatismi che devono essere temperati da leggi e governi, degenerando infine nel professionismo più esasperato, nella Grecia antica e nella Roma dei Cesari come nel nostro secolo.

Agli sport moderni si affidano anche la rappresentazione del prestigio degli Stati. Si ritiene che i risultati esaltino gli ordinamenti e le etnie, dato che le regole precise del confronto rendono equa la competizione, molto di più che in qualsiasi altro campo. Non è così, naturalmente, ma è pur vero che nelle forme del gioco si esprimono i caratteri della way of life di ogni popolo.

Le discipline più popolari sono giocate in maniera diversa a seconda delle latitudini. Clamoroso è l’esempio del calcio. Le regole sono le stesse, ma esistono differenze enormi tra il foot-ball anglosassone, quello sudamericano e quello italiano. In quest’ultimo c’è il compendio, fino alla più estenuata raffinatezza, di alcune nostre abitudini collettive: unici in Europa, giochiamo a distruggere più che a costruire. Capaci di finzioni levantine, figuriamo falli clamorosi e incidenti gravissimi, abbiamo inventato il ‘fallo tattico’ e i giocatori berciano sempre e comunque contro l’arbitro. Con gli ultrà legati ai clubs abbiamo istituzionalizzato la violenza…Infine le nostre società professionistiche sono giganti milionari con le toppe ai pantaloni e scaricano una parte delle spese sulla collettività, non possedendo neppure gli stadi dove gareggiano.

Se in Italia esiste solo il calcio, nel resto del mondo il gioco si esprime in numerosi sport sia individuali che di squadra che ugualmente rivelano la natura dei popoli che li giocano e la loro organizzazione. Gli Stati Uniti, ad esempio, dominano nell’atletica, ma i loro fantastici campioni risultano dopati, quasi tutti gonfi di muscoli sospetti. Carl Lewis, simbolo di un’intera decade, e altri suoi colleghi sono stati trovati più volte positivi, ma le autorità sportive hanno fatto finta di niente perché ne andava del prestigio nazionale. Così, alle Olimpiadi di Seul, il ‘figlio del vento’ vinceva l’oro e il negletto Ben Johnson veniva clamorosamente squalificato. Gli sportivissimi Usa non ci stanno mai a perdere e ritengono lecito spostare a piacimento i confini tra il lecito e l’illecito. Il loro carattere nazionale non si manifesta forse nello stesso modo anche in economia e in politica?

Ma il successo dei giochi moderni si nutre anche di più complesse contraddizioni. L’organizzazione degli Stati e quella dello sport sono sempre più razionali e scientifiche, ma nella mente dell’uomo convivono la logicità e l’istinto, le necessità immateriali delle fedi e il dovere della coerenza. Così lo sport è divenuto quasi una religione che però si basa sull’equivoco: sul campo si esprimono dottrine e discipline, tecniche elaborate e rigorose; gli spettatori sono invece mossi da emozioni e istinti. Nella rappresentazione si confrontano gli archetipi di due diverse nature dell’uomo. Da una parte l’istinto passionale, l’inclinazione al disordine, la rivendicazione di un’anarchia esistenziale; dall’altra l’organizzazione sociale, l’adesione alle regole, la razionalità.

Sarà per tutto questo che 20 milioni di italiani hanno guardano incantati per due ore uno spettacolo senza né vinti né vincitori. (rt)


Titolo: (28.05.03) VENDERE LA PELLE DELL’ORSO

Redazione

La gratificante sensazione che i risultati di elezioni amministrative, per di più parziali, possano indicare una svolta politica, induce Rutelli e Fassino a dare una valutazione di tendenza generale e a dichiarare che il “vento è cambiato”. Alcuni quotidiani nutrono l’equivoco proponendo impossibili confronti con le politiche del 2001.

Per un politico professionista è un’operazione un poco dequalificante: le motivazioni per eleggere un consiglio comunale sono diverse da quelle di un voto per scegliere un parlamentare. Le dinamiche di campanile sono mosse da ragioni diverse, dalla valutazione dei candidati a quella dei problemi cittadini, dalla soddisfazione per il lavoro delle giunte uscenti alla conoscenza delle caratteristiche personali, dalle rivalse individuali agli interessi di clan locali; spesso sulle schede sono presenti numerosi simboli non ‘nazionali’ (a Roma ben 36), in molte località rilevanti percentuali di elettori hanno votato il candidato e non la lista. Le considerazioni di schieramento nazionale contribuiscono quindi solo parzialmente a formare ‘l’intenzione di voto’.

Secondo Bertinotti contano molto le questioni soprannazionali, quali l’opposizione alla globalizzazione e la pace. Egli ne fa addirittura derivare tutto un percorso politico. Anche al leader di Rc dovrebbe apparire un tantino ardito attribuire al cittadino di Enna, di Foggia o di Benevento, province dove ha vinto la coalizione incentrata sull’Ulivo, motivazioni di questo tipo, visto che proprio in alcune delle località conquistate dal centrosinistra Rifondazione non è in crescita.

Piero Fassino, soprattutto valutando il voto romano, politicamente significativo, sostiene che se la sua coalizione “è oggi maggioranza nel Paese”. Walter Veltroni, che di Roma è l’alacre sindaco, sostiene invece che “due anni di buona amministrazione della città pagano…”. L’argomentazione propone un’interpretazione tutta ‘amministrativa’ del risultato di Enrico Gasparra, vicesindaco dell’Urbe e neo presidente della Provincia che ha incentrato la campagna elettorale soprattutto facendo sue le realizzazioni della giunta capitolina (si vedano le pagine promozionali sul Messaggero).

Al di là delle concrete ovvietà - conteranno i sindaci e i presidenti di provincia conquistati - una delle poche indicazioni che ci sentiamo di condividere è quella relativa ai rapporti di forza all’interno degli schieramenti. Il Polo tiene al Nord, ma si sono verificati scollamenti e contrapposizioni non indolori con la Lega. L’Udc ha mostrato punti di forza per alcuni aspetti imprevisti. An si è indebolita in alcune località e sicuramente andrà a muso duro contro Bossi: ma il destino dei partiti della maggioranza è ancora legato a Forza Italia e senza il Cavaliere per ora non c’è avvenire. Quando si andrà ad una verifica, gli scontri, le rivalse e gli inviti al ‘moderatismo che paga’ (così Follini) non potranno che tenere conto di questa ingombrante realtà.

Anche il Centrosinistra, pur tra gli inni di vittoria e il vaticinio della giubilazione del governo berlusconiano alle prossime elezioni, sgrana il suo rosario di lamenti. I Diesse gioiscono per i risultati, ma sono preoccupati per la debolezza della Margherita che ora potrebbe diventare più aggressiva nell’Ulivo; l’accordo con Rifondazione, che ha reso possibile alcuni risultati positivi, indurrà Bertinotti a presentare un conto politico per rendere stabile l’alleanza. Infatti Rutelli, contestato e debole di suo, ha subito precisato che “la conduzione dell’Ulivo resta riformista”.

In ogni caso, prima di vendere la pelle di Berlusconi, bisogna attendere due anni, salvo incerti giudiziari. In questo periodo assisteremo ad un’offensiva legislativa che potrebbe anche risolvere in suo favore una situazione elettorale in sostanziale equilibrio.(rt)


Titolo: (22. 05. 03)  UNA TRAGEDIA NAZIONALE

Redazione

L’Istat fotografa la realtà statistica della società italiana e genera polemiche a ogni pubblicazione di dati. Sono discussi, e talvolta contestati, soprattutto quelli che riguardano il costo della vita, il carico fiscale e gli incidenti stradali. Alcuni si registrano con finto sconcerto. Gli altri sono interessanti per gli specialisti, mentre il lettore getta uno sguardo distratto sui titoli che li commentano, ritenendoli inevitabile risultato di uno stato di cose difficilmente modificabile.

Nessuno sembra invece sconvolto dai numeri di una tragedia che è un disonore per la nostra società, quella degli infortuni sul lavoro. Muoiono ogni anno 1360 lavoratori, più di 972 mila sono feriti in modo grave e oltre il 10% devono soffrire invalidità permanenti. Il conteggio non comprende le malattie professionali.

È un tributo sociale insostenibile e si paga principalmente per tenere basso il costo del lavoro e per mala burocrazia. Molti di questi sinistri accadono per mancata prevenzione, per scarsa qualificazione delle vittime, per inosservanza degli obblighi di legge. I rischi maggiori li corrono i lavoratori in nero, gettati allo sbaraglio nel settore edile ed agricolo e in aziendine famigliari e poi regolarizzati in fretta e furia al momento dell’incidente. Questi risultano nelle statistiche come ‘infortunati al primo giorno di lavoro’.

I numeri dell’Istat catalogano una vergogna nazionale. Per correggerla si parla molto a livello locale in alcune regioni, poco istituzionalmente da parte dello Stato; complessivamente comunque i risultati sono scarsi . Quando accade un incidente particolarmente clamoroso, viene proclamato uno sciopero locale di circostanza, quasi una testimonianza di partecipazione più o meno corale al lutto. Poi tutto si spegne in un’ipocrita ineluttabilità. Sindacati pronti a scioperi nazionali per motivi presto dimenticati, mai si sono sognati di organizzarne uno negli ultimi cinque anni - oltre 7.000 morti ! - per mobilitare l’opinione pubblica e richiedere una maggiore tutela sul posto di lavoro.

Il Parlamento, che nel corso degli ultimi cinquant’anni ha nominato Commissioni d’inchiesta d’ogni tipo, mai ha ritenuto di approfondire le cause di questa situazione drammatica e dolorosa, ben più grave di quella degli incidenti stradali, inesauribile sorgente di fiumi d’inchiostro.

La nazione intera ha la coscienza sporca e i suoi rappresentanti, dai politici agli industriali, dai sindacalisti ai giornalisti, su questo argomento hanno dato prova del peggior conformismo, uniformandosi a un comportamento quantomeno ipocrita. Il presidente Ciampi, sempre così sensibile ai diritti dei cittadini, soprattutto di quelli meno fortunati, non ritiene di spendere una parola di conforto e una di richiamo all’assunzione di responsabilità? (rt)


Titolo: ( 21. 05. 03) DELLA CORRUZIONE

Redazione

Per i motivi più diversi - l’affare Telekom Serbia, l’infinita rissa giudiziaria del premier, la rievocazione degli eventi del 1993…- il discorso sulle dazioni, meglio note come tangenti, è tornato d’attualità. L’aspetto più singolare dell’intera questione è che si tende però a parlarne come di cosa passata, appartenente a un costume politico non più attuale. Si dice che “c’era un sistema di finanziamento illegale della politica generalmente accettato e praticato…”, oppure che “un vasto fenomeno di concussione e corruzione coinvolgeva il mondo politico ed economico italiano e affliggeva quasi tutti i contratti pubblici…”.

E oggi? La nostra sensazione è che il fenomeno non solo sopravviva, ma che si sia rafforzato, assumendo le forme più diverse e adeguandosi ai tempi. I partiti forse non scremano più le commesse, ma in ordine sparso si preleva dove si può. Lo fanno i politici quando capita l’occasione, più spesso i funzionari assessorili che pilotano le delibere, i tecnici dei catasti e dei lavori pubblici che magari lavorano al mattino per gli enti e al pomeriggio per i privati ‘sveltendo’ le pratiche e curando i mandati di pagamento.

Una volta si accontentavano di ‘bustarelle’, di mancette fluidificanti. Oggi godono di più potere e trattano con gli imprenditori. E nel privato le cose non sono diverse. Gli uffici acquisti delle aziende, come certi reparti degli enti ospedalieri, sono tutti un pullulare di traffici. Il 10/15% è ormai endemico a molta parte della vita nazionale.

Di tanto in tanto, nelle regioni non ancora conquistate stabilmente dalla malavita organizzata, qualche magistrato è chiamato ad aprire una finestrella su questo mondo del distorto ‘diritto percentuale’ e allora emerge alla luce della cronaca una teoria di burocrati bisognosi e di professionisti dimentichi dell’etica sempre sbandierata. Certo il politico non manca, ma ormai è minoranza e non fa sensazione perché non agisce più anche in nome del partito, ma solo per la sua piccola tribù o per finire la casetta di campagna che fa tanto american way of life.

C’è modo di stroncare il fenomeno? Nelle grandi aziende, anche del credito, quando qualcuno è scoperto a scremare la spesa, quasi mai è licenziato. Piuttosto viene trasferito ad altre mansioni. Togliere dall’organigramma aziendale una tessera potrebbe causare uno sfacelo, richiamando a catena altre colpe o responsabilità, insidiando la solidità di tutta la struttura. Proprio come è avvenuto, dieci anni or sono, in Italia per la meritoria opera dei magistrati.

Il comparto pubblico non corre questo rischio e potrebbe invece comportarsi diversamente, trovando correttivi interni per attenuare il fenomeno. Di Pietro, finissimo politico e Pm di grande saggezza e integrità, si era riproposto proprio questo nel caldeggiare una normativa anti-corruzione sugli appalti. Troppo poco restò ministro dei Lavori pubblici, solo sei mesi, per provvedere alla bisogna. Troppo poco restò senatore per incidere sul costume degli italiani. E la curiosità del parto epocale è andata insoddisfatta.

Frattanto il morbo, inarrestabile, aggredisce sempre più dappresso anche le cose più sacre, ad esempio lo sport-spettacolo. La Snai, la società concessionaria del Coni per le scommesse sportive, non accetta puntate sulle sei partite clou della Serie A; teme imbrogli, ritenendo che in campionato “tutto sia già stato deciso”. Per fortuna c’è chi ha superato la corruzione. Nei territori dove la delinquenza contrasta con successo il potere dello Stato - Agostino Cordova, Procuratore generale partenopeo: “A Napoli ha vinto la malavita…- non mette più conto di parlare del problema che rientra nella normalità quotidiana.

Questo disperante approdo finale non può essere escluso, se il più ampio problema dell’ordine pubblico e della giustizia (e non solo dell’ordinamento della giustizia) non viene messo tra le priorità assolute del governo. Purtroppo c’è sempre un’emergenza che giustifica le eccezioni, un interesse superiore che adegua l’etica. E un ceto di governo e una classe dirigente a ridotta credibilità. È dubbio che esista una reale alternativa. (rt)


Titolo: (19. 05. 03) LA GRANDE OSSESSIONE

Redazione

La ‘Fiera internazionale del libro’ è l’avvenimento culturale di maggio. L’editoria italiana e straniera è presente massicciamente alla grande kermesse torinese e centinaia di autori e rappresentanti della cultura fanno passerella tra stand e sale di conferenze in un allegro caos organizzato, con fotografi, tv e radio che se li disputano per una battuta o un’intervista. Ci sono cantanti e scrittori, magistrati e politici, sportivi e protagonisti televisivi, veline e signore di charme: ciò che si muove tra carta stampate ed etere, va in questi giorni al Salone. Il pubblico risponde con entusiasmo da stadio, tanto che domenica gli organizzatori hanno dovuto chiudere gli ingressi.

Pretesto all’avvenimento è il libro, sempre più insidiato da Cd e videocassette, poster e magliette, pizze e barucci, ma il motivo unificante di tutto è il diabolico Cavaliere. Sempre e solo si parla del grande assente, magari senza nominarlo, come ha fatto il raffinato e guardingo Giancarlo Caselli nella sua affollatissima conversazione sulla giustizia che è sembrata tutta dedicata agli sfracelli di Berlusconi mai una volta citato, ovvero facendone il protagonista assoluto come in molti stand che presentano libri dedicati all’opera del presidente del Consiglio.

È un’ossessione che dà da vivere a molti e pervade tutta la manifestazione. Ecco ‘Il buono, il giusto e il cattivo. Per un’etica possibile’ un volume con interventi di filosofi e giornalisti, ne parlano Pressburger, Vattimo, Riotta, Loewenthal, Zagrebelsky e Albertro Sinigaglia, si disquisisce di saggezza di vivere, poi si scivola sulla giustizia, sui sondaggi…e il gioco è fatto, l’omino salta fuori e aleggia per la sala con tanto di nome e cognome. Poi gli Editori Riuniti festeggiano i loro primi cinquant’anni, hanno di che parlare, avendo pubblicato il fior fiore dei saggisti marxisti a partire dal copostipite, invece presentano una batteria di autori antiberlusconiani capeggiati da Gomez e Travaglio; a recensire per il pubblico in sollucchero la loro fondamentale fatica 'Bravi Ragazzi': Gerardo D'Ambrosio, Michele Santoro, Paolo Flores e Curzio Maltese, ma i good Fellows di cui si parla certo non sono loro.  

Persino Il Mulino, prestigiosa casa di saggistica, si fa pervadere dall’idea assillante con due opere - ‘Giovani del nuovo secolo’ (Alessandro Cavalli) e ‘Diventare grandi in tempi di cinismo’ (Roberto Carocci) - che analizzano l’amoralità e la perdita dei valori nel mondo giovanile. Tesi: la colpa è di Berlusconi che è il paradigma di tutti i disvalori. Non sono pochi gli editori che pongono al posto d’onore dei loro stand libri che hanno Berlusconi come bersaglio. E non sono pochi gli oratori che incitano al linciaggio.

Laterza mette in piena luce ‘Berlusconi e gli anticorpi’ di Paolo Sylos Labini, presentato da Giovanni Sartori. I due si pungolano a vicenda in un crescendo rossiniano : “ Propongo che dovunque vada B. venga accolto con il grido di ‘buffone” dice Giovanni Sartori; “Ci vuole una Guerra Santa…è uno che esibisce le corna e denigra in pubblico la moglie ”, chiosa l’economista. La casa barese edita anche il libro di Vittorio Agnoletto contro la globalizzazione (quiz: di chi si parla alla presentazione?) Filema pubblica ‘La legge sono io. Cronaca di vita quotidiana nell’Italia di Berlusconi. L’anno dei girotondi’, un instant book di Nando Dalla Chiesa. La stessa casa edita ‘Le strane regole del signor B.’ presentato da Alfio Pietropaolo e Nicola Tranfaglia, opere e autori da sempre indignati frequentatori del mondo di B.

È impossibile dare conto di decine di iniziative consimili che tutte hanno come fulcro lo stesso protagonista. Si può solo riferire di cosa avviene quando si presenta un oratore filoberlusconiano. Allora son dolori. Ne sa qualcosa la sottosegretaria Valentina Aprea prima apostrofata con grida di ‘vergogna’ e ‘buffona’, poi fischiata, infine assalita e salvata dalla polizia. La stessa Letizia Moratti ha potuto parlare perché adeguatamente protetta da polizia e carabinieri.

Così, mentre a Roma il presidente Ciampi si prodiga invitando alla tolleranza, al controllo del linguaggio e ad abbassare i toni, e Fassino, Rutelli, Casini e Pera giustamente propongono di tornare alla politica, a Torino si vede come ciò sia impossibile. Nessun esorcismo potrà svincolare gli animi, solo la fine del tiranno o la scoperta di un nuovo nemico libereranno la sinistra dalla possessione. (rt)


Titolo: (18.05.03) BANDIERE ROSSE E SOGNI D'ORO

Redazione

Fortuna vuole che per fare il Presidente del Consiglio non sia necessario aver superato un corso di buona educazione. Altrimenti sarebbe difficile prendere sonno la notte. In qualche maniera rassicurano gli inviti a cancellare una canzone come Bandiera Rossa in quanto "cattiva". Una decente conoscenza di un manuale di storia di liceo avrebbe spiegato che Bandiera Rossa non è l'inno del Pci, o del Pcus o della Sinistra. Non l'ha musicata Turati né orchestrata Stalin. Appartiene ad una storia che ha un peso incommensurabile alla mediocrità degli inviti che sopra le si impiantano.

Fratelli d'Italia, è francamente brutta, ma tiene sulle spalle le lotte risorgimentali. La sciatteria dei versi o l'arroganza di "che schiava di Roma Iddio la creò" non basta a cancellarne il valore di un popolo che cercava la propria unità e la propria indipendenza, o almeno non dovrebbe. Bandiera Rossa, quando politica era capace di significare qualcosa di meno basso che "amministrazione della cosa pubblica", o "gestione delle risorse", ha rappresentato un canto di riscatto per generazioni di umiliati, per milioni di uomini e donne l'uscita da uno stato di dipendenza e schiavitù. La speranza che un mondo nuovo si annunciasse. È retorico ricordarlo, come retorici sono gli altari della patria o le lapidi ai caduti, senza i quali saremmo sotto il fascismo. L'attacco a questo patrimonio ideale, può sembrare ma non è frontale. Fare i paragoni tra il jingle di Forza Italia e l'Internazionale, o Per i morti di Reggio Emilia, o Fischia il vento, è offensivo come prendere un manifesto con "Meno tasse per tutti" e farne il metro di giudizio di Guernica. Ma purtroppo è questo il termine del confronto. L'aggressione è fatta suon di barzellette, o di riduzioni. Ci si muove per far passare quel patrimonio ideale per uno slogan o un logo da manifesto, così da piallare storia e differenze. Perché "E Forza Italia che siamo tantissimi" studiata da un gruppo di creativi a suon di miliardi deve diventare la stessa cosa di un canto popolare che ha dentro decenni di lotte, morti, e speranze.

Il nostro Presidente del Consiglio ne è consapevole, perché parla a fasce sociali che non hanno bisogno di coscienza e di memoria, perché vivono nell'attualità mobile di in mondo mediatico e virtuale. Il grande fratello, prima di essere un show in Tv era la figura politica dominante di 1984 di George Orwell. Se non fossimo distratti dall'uscite del Premier, sarebbe assai difficile dormire la notte.

( Nicola Baldoni, da La Gazzetta Politica )


Titolo: (15. 05. 03)  A STRASBURGO NIENTE GIROTONDI

Redazione

Il 5 dicembre 2002 il Parlamento europeo ha votato una risoluzione nella quale si dice chiaramente che il Parlamento europeo assume, quale testo di base per il negoziato in corso con le altre istituzioni europee sullo statuto dei deputati, il documento approvato dalla Commissione giuridica di cui la disciplina delle immunità parlamentari è parte integrante.

Si tratta di una disciplina ampiamente garantista, che va ben al di là di quanto è oggi oggetto di dibattito politico in Italia. Essa,infatti, prevede: la facoltà del deputato di astenersi dal deporre dinanzi al giudice; l’obbligo di autorizzazione del Parlamento europeo per il sequestro da parte dell’autorità giudiziaria di documenti del deputato e per le perquisizioni personali e domiciliari; l’insindacabilità rispetto alle opinioni espresse ed ai voti dati non si limita ai procedimenti giudiziari come oggi stabilito dall’articolo 68 della Costituzione italiana, ma si estende anche in ambito extragiudiziale; che ogni limitazione della libertà personale di un deputato è ammessa solo su autorizzazione del Parlamento, salvo in caso di flagranza di reato ( mentre il già citato art. 68 prevede la detenzione senza autorizzazione anche in caso di esecuzione di sentenza irrevocabile); che un’indagine o un procedimento penale nei confronti di un deputato devono essere sospesi qualora il Parlamento lo deliberi, su richiesta del deputato.

Sostiene il socialista tedesco on. Willi Rothley, relatore dello statuto dei deputati, che la sospensione del procedimento ha gli stessi effetti dell’autorizzazione a procedere e che “è arrivato il momento di fissare i diritti costituzionali dei deputati europei, tra cui le immunità parlamentari”.

I Ds al Parlamento europeo hanno dato il loro sostegno sia in commissione parlamentare che in Aula alla risoluzione del 5 dicembre. Si è trattato dunque di una scelta politica nella tradizione garantista del socialismo riformista europeo. Elena Paciotti, Fiorella Ghilardotti, Gianni Vattimo, Giovanni Pittella, Renzo Imbeni, Giorgio Napolitano, Giorgio Ruffolo e Vincenzo Lavarra hanno compiuto una scelta politica e sapevano esattamente quello che stavano facendo. O, forse, non hanno avuto l’animo per distinguersi, neppure con l’astensione, dalla vasta maggioranza di deputati europei liberali e garantisti.

Come mai a Strasburgo i Ds sono garantisti e a Roma si comportano in maniera diversa? Perché là non c'è Berlusconi e, soprattutto, non ci sono girotondi. (rt)


Titolo: (15.05.03) FASTWEB PROMETTE E NON MANTIENE

Redazione

Con la liberalizzazione del comparto telefonico si pensava che finalmente ci si potesse liberare dalle tante servitù della compagnia di stato, della quali la più odiosa è il canone. Così all’apparenza è avvenuto. Come attestano le pubblicità comparative dei diversi concessionari, c’è tutto un ventaglio - un ginepraio - di offerte e di opportunità che sembrerebbero garantire agli utenti esborsi più equi sia per i servizi indispensabili che per tutto un corollario di opportunità tecnologiche.

La Fastweb, gruppo E-Biscom, tra tutte è quella che presenta un appeal particolarmente invitante, basando la propria offerta sul cablaggio di spazi urbani con proprie fibre ottiche e riunendo quindi in un solo canone sia la gestione della connessione internet ad alta velocità sia il servizio telefonico, più il collegamento Tv e altro ancora. Una pubblicità aggressiva, condita di vari benefit, contribuisce poi a convogliare consistenti flussi di nuovi utenti alla giovane compagnia.

E qui cominciamo i guai, perché i nuovi abbonati sono numerosi, mentre l’organizzazione tecnica appare gracile. Infatti le promesse sbandierate alla firma del contratto sono in parte disattese e alcuni utenti si trovano in balia di gravi problemi. Ad esempio, l’offerta garantisce la gestione dei rapporti con la Telecom: Fastweb provvede a notificare la disdetta del contratto e, contemporaneamente, ad attivare il proprio, di modo che sia salvaguardata la continuità del servizio telefonico.

Ma questo non avviene e si resta senza linea telefonica. Guai poi ad avventurarsi al Numero verde. Lunghissime attese e tutto un ginepraio di rimandi automatici (“Premi il tasto 1, il testo 2…”) e quando per avventura si riesce a parlare con un tecnico, questi è gentilissimo ma disarmato e inefficace. Sul Forum dell’azienda è tutto un fioccare di critiche, con qualche censura e alcune e-mail che paventano e raccontano di ripicche e ritorsioni, forse vere forse immaginate. Nel frattempo, comunque, Fastweb ha addentato l’osso e al povero grullo di turno non resta che attendere i suoi comodi.

Se in Telecom i problemi dell’utente erano l’ultima delle preoccupazioni, in Fastweb le necessità del neo-cliente sembrano addirittura nel vuoto. Così la liberalizzazione del comparto procede selvaggiamente, senza garanzie per i cittadini e non è solo Fastweb ad avere qualche difficoltà a mantenere quanto garantisce, ma anche altre, ad esempio Noicom. La nuova frontiera, la liberalizzazione, è il Far West, senza l’ombra di uno sceriffo che aspetti al varco i malandrini. Così è per i telefoni, come per le assicurazioni, per le banche…

Noi grulli restiamo ora in attesa che lo sblocco dell’energia elettrica produca nuovi fittizi e lucrosi paradisi e generi nuovi mostri. (c.s.)


 
 

 


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