Oggi in Italia, commenti politici della Redazione

[ARCHIVIO]

N.26 Anno IV Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti.Net
Giugno 2003
 

Titolo: (05. 07. 03) DECADENZE / TORINO IN BILICO. 2

Redazione

Nel subconscio collettivo del vertice cittadino, quello intellettuale, della politica e del lavoro, un incubo sta in agguato. Si chiama Detroit, ‘città-simbolo di fallimento neocapitalista e di disfacimento urbano, dopo essere stata capitale dell’automobile’. E' per sfuggire a quel destino che Torino dovrà cambiare e rinnovarsi, magari fino a snaturarsi.

Per comprendere il disegno degli amministratori si può partire dal cuore del nuovo, quel Lingotto da cui si irradia la progettazione di una diversa identità. Qui sarà il cervello dei Giochi Invernali, qui sorge l’unico ‘cinque stelle’ con annessa galleria d’arte degli Agnelli, qui si sono affermati il ‘Salone del libro’ e il ‘Salone del gusto’.

Quest’ultimo, di respiro internazionale pur essendo maturato in un contesto langarolo, si ispira a una visione culturale non solo connessa al turismo e al commercio, ma legata a un’interpretazione originale delle peculiarità della civiltà europea e di molta parte del mondo. La proposta, che ha nel Salone la sua vetrina, è intimamente legata alla più profonda tradizione continentale. Perciò intriga non solo gli intellettuali, ma affascina anche le nuove e più vitali generazioni. Ad un’attenta analisi forse non sfuggirebbe l’anomalia di un’intuizione ricca di opportunità nata da militanti di estrema sinistra, i fondatori di Slow Food, che fa leva su archetipi che sono nella più pura tradizione della destra.

Rispondono alla realtà della deindustrializzazione anche le nuove strutture di produzione cinematografica, televisiva e musicale, sorte lungo un’asse di ex area industriale, che sono di assoluta avanguardia. Girare film a Torino è ormai una proficua abitudine per molti professionisti del settore, anche se spesso si tratta di set cinematografici per fast film di una sola uscita. Altro punto di forza è l’informatica con almeno quattromila piccole aziende. Non è ancora una vocazione, perché è completamente assente la grande impresa, ma poco ci manca.

Gli imprenditori sono cautamente ottimisti. L’Unione Industriale ha fiducia nella profonda trasformazione delle basi strutturali dell’economia torinese, con la interazione tra settori manifatturiere e servizi alle imprese. Il baricentro delle attività economiche si va sempre più spostando verso il terziario e l’occupazione è tornata a salire (2,6%). Molto si basa però sulla polverizzazione delle imprese e nasconde sacche di sottoccupazione e di precariato.

L’amministrazione comunale e quella provinciale, ambedue rette da un nucleo di antica ascendenza comunista, cavalca e spinge la turbinosa metamorfosi dalla produzione ai servizi, ricca di adeguamenti immobiliari e urbanistici, sperando d’indovinare il passaggio a Nord Ovest di un nuovo Eldorado cittadino.

Per questa scommessa, per la spinta dei lavori olimpici, per pura speculazione e anche per motivi misteriosi, si sta costruendo come se ci si trovasse in un nuovo Dopoguerra, invece è solo il Dopofiat. Lungo le ‘spine’ di nuovi centri direzionali sgombri di fabbriche obsolescenti opportunamente demolite, si edificano migliaia di abitazioni e sorgono interi isolati.

Il potenziamento a tappe forzate muove dal piano regolatore calibrato su una popolazione di un milione e 150 mila residenti. Data l’elevata età media dei torinesi (45 anni, con il 22% di ultrasessantenni) e il basso tasso di natalità (7500 bambini nel ’92), gli esperti prevedono per la metà del secolo una popolazione di poco più di 750 mila abitanti. Già oggi, siamo ancora a quasi 900 mila abitanti, non mancherebbero quindi le abitazioni.

Nei prossimi decenni, per garantire la prevista riconversione e un futuro alla città, saranno necessari 300 mila immigrati stranieri. Torino potrà forse superare la prova, cioè saprà trasformarsi per adeguarsi e non morire. Sarebbe bene se ciò potesse avvenire nel rispetto dell’eredità stilistica e storica della città, in un ideale rapporto di continuità con il passato. Senza questo indispensabile e magico anello di congiunzione, la multietnicità sarà suk e supermercato, divertimento e traffici, senza identità, carattere e personalità. Su questo aspetto tutto l’establishment, soprattutto quello politico, risulta in forte ritardo, forse inadeguato, certamente conformista.

Per questi motivi – ritornando alla nota del I° luglio che qui concludiamo – sarebbe opportuno che il ‘rilancio’ de La Stampa fosse anche caratterizzato da un aggiornamento culturale di maggior respiro, meno omologato a canoni correnti, più critico rispetto alle opinioni prevalenti, più aperto sugli orizzonti europei. Si potenzieranno, invece le pagine provinciali…

Tutto cambierà, sembra di sentire i pensieri del sindaco Chiamparino, dei suoi superassessori e del direttore del quotidiano, Sorgi - ma intanto coltiviamoci l’orticello nostro. (rt)


Titolo: (03. 07. 03) SPUTTANARE IL PREMIER

Redazione

“Rincresce” molto a Silvio Berlusconi che una sua battuta su Martin Schulz-kapò sia stata ritenuta offensiva. Schroeder ne prende atto e considera chiuso l’incidente. D’altra parte nell’aprile del 2002 era stato il cancelliere tedesco a doversi scusare nei confronti di Bush.

Allora il suo ministro della Giustizia, Herta Daubler-Gmelin, aveva dichiarato che il presidente Usa ‘era come Hitler’. All’indignazione americana il capo del governo tedesco aveva in un primo tempo risposto difendendo il suo ministro (“È un equivoco…”), poi aveva dovuto scrivere a George W. Bush: «Mi rincresce molto che le presunte affermazioni del ministro della Giustizia possano avere profondamente ferito i tuoi sentimenti». In Italia, invece, il ‘Bush come Hitler’ era diventato molto popolare nella variegata nebulosa della Sinistra. I militanti avevano adottato l’assioma, gradito a Gino Strada a Pietro Ingrao e ai Verdi, ma non al vertice Ds. Si vede che le battute sul nazismo hanno il copyright e se li coniano in Germania, allora vanno bene anche da noi.

Nessuna censura invece per Martin Scultz, il deputato Spd che ha attizzato il fuoco a Bruxelles con il suo insultante intervento che ha mandanti e suggeritori. Anzi, i nostri esponenti dell’opposizione intendono insistere in sede europea affinché Berlusconi venga dichiarato ‘persona non gradita’ da qualche gruppo parlamentare. Continua così l’azione che esponenti del Centro-sinistra italiano attuano da un paio d’anni mediante un sistematico sputtanamento del premier con lettere, articoli, interviste e una continua opera di lobbing sui corrispondenti di fogli europei.

Che si danneggi così anche il sistema-Paese non interessa. Intellettuali e politici che su Berlusconi hanno costruito carriere non avare di giuste ricompense, vedono se stessi come protagonisti di una meritoria opera in difesa della loro democrazia.

Il Cavaliere è quello che è. Per settimane Francesco Rutelli & friends ne avevano fatto un analitico ritratto in campagna elettorale sia sui giornali che in Tv. Gli italiani lo hanno quindi votato conoscendolo bene, dando così anche un implicito giudizio sui suoi virtuosi oppositori.

La primitiva politica dello sputtanamento allora non bastò. Non darebbe risultati migliori neppure quello attuale a dimensione europea se, per loro e nostra fortuna, non ci fosse lui stesso, l’indispensabile Silvio, a decidere della sua sorte elettorale con le opere sempre promesse e mai realizzate e con le sue leggi spesso disattese e difficilmente applicabili. A nuocergli sarà il dilettantismo più che la denigrazione. (rt)


Titolo: (01. 07. 03) DECADENZE/ TORINO IN BILICO. 1

Redazione

I cittadini di Torino, le sue istituzioni culturali, i politici e i giornalisti si vanno interrogando da mesi sulla realtà e sul futuro della ‘capitale subalpina’. Il dibattito cela qualche angoscia, in parte avviene sottovoce, i giudizi sono incerti e tradiscono gli interessi che sottintendono alle analisi. In una società fortemente ideologizzata si tende spesso a servire il piatto della casa.

Il centrosinistra, da sempre al Comune, parla di grande risveglio, quasi di una swinging Turin, popolata di locali e d’iniziative, con un popolo di giovani che costituisce l’avanguardia di una creativa multietnicità destinata a segnare tutta la prima parte del secolo. Gli amministratori sostengono che l’immigrazione assorbita, digerita e trasformata sarà la linfa rivitalizzante di un territorio che andrà all’appuntamento con le Olimpiadi invernali del 2006 completamente rinnovato.

Il Centrodestra dice ovviamente peste e corna. Parla della disoccupazione industriale che non potrà essere riassorbita e delle nuove povertà, sottolinea lo stato d’assedio psicologico che vivono molti cittadini di fronte al degrado quotidiano che sarebbe favorito proprio dal colpevole lassismo dell’Amministrazione guidata da ex Pci. Ma la CdL cittadina è in deficit di credibilità, e non tanto per le argomentazioni che agita in dibattito, quanto per essere stato incapace di esprimere accettabili candidature autoctone nelle tornate elettorali. L’opposizione è quindi espressa da esponenti che non sono sentiti come autorevoli dall’opinione pubblica.

Proprio questa carenza, comune alla politica, alle istituzioni e alla cultura, cala una delle maggiori ombre sul futuro. Fino agli anni Ottanta la città aveva nel suo complesso generato un gruppo dirigente adeguato, con punte di assoluto livello. Ora non è solo l’opposizione a non trovare leader, anche la maggioranza esprime sindaco e assessori che già erano in auge vent’anni fa con le vecchie sigle partitiche.

Come dimostra la crisi Fiat, l’industria stessa, che dettava i ritmi a tutta la comunità, stenta ad esprimere personalità che superino l’ambito aziendale. La crisi dell’auto è prima di tutto decadenza del management, invecchiato e colto in un momento di cambiamenti epocali senza riferimenti culturali adeguati, e il mancato ricambio genererà a catena altri scompensi.

Silenzioso e fatale si prospetta, ad esempio, l’adattamento de La Stampa a parametri puramente locali. Con gran parte delle vendite tra Piemonte e Liguria, il quotidiano è sempre stato interregionale, ma alcuni eccellenti settori e la redazione romana l’hanno mantenuto sino ad oggi tra le ‘voci’ nazionali e internazionali. Necessità di budget legate alle sfortune della proprietà, imporrebbero la riorganizzazione del giornale a dimensione esclusivamente territoriale. Nel momento in cui le regioni sono ormai a riferimento europeo, anche questa soluzione sembra confermare una più generale inadeguatezza culturale.

Anche nei trasporti Torino è sempre più in un cul de sac. L’aeroporto ha perso l’1,2% del traffico. È un calo contenuto, ma avviene a fronte dell’incremento di altri scali concorrenti e riguarda la contrazione o la cancellazione di collegamenti internazionali. La Novara-Malpensa, variante autostradale indispensabile ‘porta’ internazionale, non sarà pronta per il 2006. In compenso l’Alta Velocità stenta a concretizzarsi: se tarda oltre il 2009 è la fine perché i collegamenti est-ovest seguiranno un’altra direttrice, tagliando fuori Torino dall’Ovest d’Europa, riferimento di tutta la sua storia.

Persino per la gestione del Lingotto il know-how cittadino si è rivelato inadeguato, ci si è dovuti rivolgere ad altri e sono arrivati invadenti colonizzatori da Bologna, potenziali concorrenti nutriti in casa. Eppure, sostiene l’establishment, proprio partendo dal polo espositivo, che è assolutamente competitivo anche rispetto ai consimili complessi delle capitali Ue, è visibile la trasformazione torinese e la sua rinascita.

Per ora la città è quasi in apnea, sospesa sull’orlo dell’abisso. Riuscirà a cambiare pelle, a trasformarsi in tempo utile com’è già è avvenuto nella sua storia? Ci sono una data e un appuntamento ineluttabili, i Giochi Olimpici Invernali del 2006. La Torino attiva mugugnando ci si prepara, i cittadini sono ancora apaticamente indifferenti.

Apparentemente tutta la questione sembra riguardare solo un’area metropolitana. In realtà ogni cosa si svolge in un grande laboratorio a vista e gli esiti influenzeranno la storia di italiana. (rt)


Titolo: (23. 06. 03) TUTTI AL CENTRO

Redazione

È rinato domenica a Roma il Patto di Mario Segni, questa volta sotto forma di 'Partito dei liberali democratici'. Mario Segni è quel promettente politico che dieci anni fa dimostrò di non credere a un partito 'liberaldemocratico' alternativo alla sinistra e 'fece il gran rifiuto' rispondendo picche al Cavaliere che gli offriva la conduzione di una nuova formazione politica. Berlusconi decise quindi di tentare personalmente l'avventura fondando dal nulla Forza Italia.

Questa 'indecisionalità' è poi stata sempre da alcuni rimproverata all'uomo politico sardo. Volendo la si può individuare anche nel suo neo risorto Patto: è bipolare, collocato al centro, alternativo alla sinistra e all'Ulivo, fuori dalla Casa delle Libertà che "di liberaldemocratico ha ben poco".

Come sia possibile coniugare tutto questo lui lo spiga così: " La CdL è effimera e rischia di dissolversi cinque minuti dopo l'uscita di Berlusconi dalla politica. Per difendere le conquiste referendarie, a partire dal sistema bipolare, è però necessario che l'area di centrodestra sia organizzata e strutturata. Noi lavoriamo perché al collante mediatico-finanziario si sostituisca un collante politico, fondato su due grandi filoni che hanno fatto l'Italia e che devono fondersi, il liberismo cattolico e quello laico, tornare insomma ai valori che furono tipici del centrismo degasperiamo". Un bel passo avanti, ma tornando indietro di mezzo secolo.

Anche Castagnetti, giusto due anni or sono, pronosticava come imminente l'uscita di Berlusconi dalla politica. Sembrò che fidasse nella pietà di qualche malanno o nel soccorso di qualche condanna ed è ancora li che aspetta. Nel frattempo, con altre motivazioni, condividono la sua disattesa speranza politici di ogni provenienza che ritengono di avere ormai individuato l'antidoto e alla sinistra e al Cavaliere, una vera folla che guarda al centro dello schieramento, pronta a traslocare con armi e bagagli in una nuova formazione politica.

L'area è, ovviamente, presidiata dagli ex Dc, quelli della Margherita, dell'Udc e dell'Udeur, ormai stabilmente arruolati, pur su opposte sponde, sotto le vaghe bandiere del 'riformismo'. Irresistibilmente attratti come spenti pianetini dal grande Buco Nero dell'universo politico italiano, il centro, ci sono militanti e deputati della CdL, singoli onorevoli di grande passato un poco affardellati da ingombranti storie personali e gli ex socialisti di militanza varia. Come se gli ex Dc, epigoni e resti eterogenei potessero costituire una forza di governo maggioritaria nel Paese.

Si attendono però nuovi apporti nei prossimi mesi. Infatti per rendere possibile un raggruppamento che, lui fuori di scena, colga i crediti berlusconiani sono necessari altri movimenti negli attuali partiti. L'autunno proporrà lo sdoganamento della figura di Bettino Craxi ad opera di Amato, D'Alema e altri di diversa collocazione. Questa volta la sua figura non sarà valutata solo in prospettiva storica, ma si entrerà nel cuore della sua politica. E forse potrà riprendere il cammino del riformismo socialista che delimiti ulteriormente il campo anche a sinistra.

Solo in questo caso l'Italia potrà ritrovare abbastanza serenità sociale e convergenza d'intenti da salvarsi dalla sempre più perniciosa Seconda Repubblica. (rt)


Titolo: (17. 06. 06)  I CAPITANI CHE (non) FECERO L’IMPRESA

Redazione

La sconfitta di Bertinotti e della Cgil, nonché del Correntone Ds, dei Verdi e dei succedanei della sinistra parlamentare, tutti sempre ansiosi di andarsi a contare e a scontrare, ha generato commenti variegati tra i promotori del referendum sull’ articolo 18. Al di là della posizione del segretario di Rc che ha ammesso con onestà intellettuale “sono stato sconfitto”, si devono registrare per la cronaca le evoluzioni degli altri capitani partecipanti all’impresa.

Pecoraro Scanio, loquace condottiero delle rade schiere Verdi, se la piglia con i media e quelli che hanno invitato a non andare a votare. Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, cui Cofferati ha lasciato in mano il cerino acceso prima promuovendo l’idea del referendum con le manifestazioni e gli scioperi del marzo e dell’aprile 2002 e i mesi di agitazioni regionali a seguire, poi accortamente defilandosi, pateticamente si consola contando i voti del Sì che sono ben superiori agli iscritti del suo sindacato. Come da tradizione, nessuno di costoro pagherà personalmente per il fallimento dell'insana impresa. Tutti resteranno al loro posto.

Paradossalmente il risultato più positivo potrebbe averlo ottenuto proprio lo schieramento ulivista. Infatti la sconfitta di Bertinotti & C., dovrebbe spingere tutta l’ala non riformista a diminuire le sue pretese e a moderare la conflittualità (Fabio Mussi: “Non apriamo la fase del rinfaccio, cerchiamo un terreno unitario”), condizioni essenziali per rinnovare il patto di desistenza e gli apparentamenti elettorali all’interno del Centrosinistra, rendendo possibile il confronto elettorale con il Centrodestra.

In questo senso la costosa riprova referendaria non è inutile, e una qualche utilità potrebbe averla pure per il governo e per le sue mai materializzate proposte di riforme, se mai fosse in grado di vararle scendendo nel concreto. Attualmente esse vagano nella terra di nessuno dei programmi governativi, stazionando tra le Grandi Opere, l’assicurazione malattie, la riforma della giustizia con la divisione delle carriere dei magistrati, la questione carceraria, l’ordine pubblico, l’immigrazione…Né le cannonate del fido Janez , né le balle continue del Superbossi sembrano in grado di rianimarle. (rt)


Titolo: (10. 06. 03) ISTERIA DA CALURA

Redazione

Sotto il solleone protetto dal mitico anticiclone delle Azzorre, ci si crogiola ai bollori indotti dall’efferato voto friulano che è duttile come un pongo e adattabile ad ogni analisi. Può indicare la nuova alleanza tra professioni, industria e politica di centro-sinistra; che il trionfante duo Fassino-D’Alema per vincere deve tenere lontano i candidati di casa e affidarsi ad esterni ‘progressisti e solidali’; che FI ed alleati sono dilettanti anche in Guerra; che la Cdl ha perso; che ha sempre più voti dei rivali (così Berlusconi dal MO); che tutto il cancan sulla libertà di stampa altro non è che una botta d’anticipata isteria estiva.

Oggi, infatti, per l’agitazione dei giornalisti indetta dalla Federazione della stampa non escono i quotidiani. Lo sciopero è politico? “Lo rivendico – ha detto il segretario dell'Fnsi, Paolo Serventi Longhi – se con questo si intende che è per la difesa del diritto ad essere informati, un diritto sancito dalla costituzione e che riteniamo sia in questo momento fortemente a rischio”. Sarebbe a rischio perché è cambiato il direttore del Corriere della Sera e per via delle concentrazioni in atto nei media. (Per Biagi e Santoro già ci si era agitati tempo fa).

Ma il cambio di direttore al Corsera è stato approvato all’unanimità dai redattori, mentre le concentrazioni sono bell’è fatte e in Italia l’informazione viaggia ormai per gruppi di testate: 3 o 4 potentati, con intrecci sorprendenti, da anni controllano il tutto (la più numerosa è la famiglia di Repubblica che copre tre quarti del territorio nazionale).

Infine è ormai evidente che la politica veicolata dai media non condiziona gli elettori. Se fosse vero il contrario, come spiegare il Friuli e Udine? Ci sono solo tre motivazioni possibili: o la Tv e i quotidiani non incidono più di tanto sul voto, o la stampa e la televisione non sono legate più di tanto all’attuale governo, oppure l’informazione è favorevolmente orientata in favore di Rutelli e Fassino.

In ogni caso l’iniziativa di Serventi Longhi, della Fnsi, alla quale plaude entusiasta la Cgil (Guglielmo Epifani: “Mai abbassare la guardia sul fronte del pluralismo dell'informazione”), è tardiva o inutile. Una nevrosi da canicola che ha avuto come unico benefico risultato quello di concedere un giorno di vacanza agli affaticati giornalisti. (rt)


Titolo: (10. 06. 03)  L’ORECCHIO DI BUSH

Redazione

L’ultima coda elettorale della amministrative coincide con il viaggio di Silvio Berlusconi in veste di orecchio di Bush. Il capo del governo, che sarà presto presidente di turno della Ue, si è recato in Israele per incontrare Sharon, e poi si recherà in Giordania e in Egitto.

Il tour mediorientale del Cavaliere assumerebbe maggiore rilevanza per l’Europa, se fosse compiuto anche in sua rappresentanza. Ma in tal caso egli dovrebbe incontrare anche Abu Manzen e Yasser Arafat. Sarebbe una variante politicamente rilevante, soprattutto dopo l’attentato suicida al valico di Erez, rivendicato congiuntamente da al-Fatah, Jihad islamica e Hamas, e dopo i palestinesi uccisi nelle notti e nei giorni a seguire. Ma per ora la tradizionale politica di equidistanza formale dell’ Unione è stata disattesa e, d’altra parte, il premier palestinese è recalcitrante dopo le accuse di essere stato troppo cedevole nel vertice di Aqaba.

Essendo in Terrasanta appunto su mandato di Bush, il nostro presidente si è finora attenuto strettamente alle disposizioni Usa ( Colin Powell a Javier Solana: “Incontrare Arafat non è una buona idea…”). Resta problematico l’auspicio di Sharon che, cioè, B. parli all’Europa (lui è l’orecchio, non la lingua) e che questa condivida l’attuale politica israeliana, bruciando così le speranze dei palestinesi e alienandosi molta parte delle simpatie arabe. Incrinare questi rapporti sarebbe un regalo senza contropartita della Ue al governo Usa.

Tutte le volte che è alle viste un qualsiasi ‘itinerario’ verso la pace e la soluzione della questione ebraico-palestinese, gli estremisti dell’una e dell’altra parte entrano in azione. Come in questa occasione, l’odio irrisolto arma sia la mano dell’ ‘unico regime democratico della regione’ (così Berlusconi) che dei movimenti terroristici-irredentisti. La ‘Road Map’ è già segnata da una rossa scia di sangue che la rende ormai problematica. Sharon, nel dichiarare di volerla seguire, ha scarsa credibilità e, per il suo passato, nessun credito. In questa situazione, la presenza di Berlusconi che ripropone il suo ‘Piano Marshall’, è in bilico tra il grottesco, l’eccentrico e l'ingenuo.

Quando finirà il suo giro politico e il Sottobush rientrerà in sede, troverà ad attenderlo in armi Fini, Bossi, Casini e altri. Loro sanno che senza il leader non c’è futuro, ma intuiscono che senza politica non ci sono più voti. Nel frattempo in Italia prosegue il processo Sme, assente l’imputato che ‘ne avrebbe dette delle belle’ se ci fosse stato. Altrettanto potrebbe dirne sugli ultimi esiti elettorali al Nord. Il presidente (di Forza Italia) ha sempre sostenuto l’assioma (politicaly correct) che la candidata giovane e pimpante tira più di qualsiasi ideologia. Presentando la Beccalossi candidata a Brescia, aveva allegramente concluso: “Viviana è una di quelle donne pronte a impegnare tutta sé stessa e darà una mano a tutti i cittadini. È pronta a darla”. Sono capisaldi filosofici crollati probabilmente sotto il peso di votanti sempre più anziani che, almeno in Friuli, per tenersi su preferiscono un corroborante caffè. (rt)


Titolo: (06. 06. 03) VE LO DÒ IO IL FAIR PLAY

Redazione

La discussione sul ‘lodo Maccanico’, il decreto sull’immunità per le alte cariche dello Stato, è iniziata con inusitato fair play e si è conclusa secondo la migliore tradizione della legislatura che prevede di rigore insulti e gazzarre, salvo quando ci sono da votare le sempre benefiche ‘leggine’ che danno respiro ai clientes di ogni partito.

Cos’è intervenuto a cambiare così repentinamente l’atmosfera quasi seria di mercoledì nella clamorosa quasi rissa di giovedì? Semplice, si sono fatti vivi dalle periferie i protagonisti e i supporter del secondo turno elettorale e dell’elezioni regionali in Friuli-Venezia Giulia. ‘Ma siete matti – devono avere protestato – noi qui a menare fendenti contro l’Odiato e voi lì, in diretta Tv, a giocarci di fioretto?”.

Così il capogruppo Ds-Ulivo, Gavino Angius, ha cominciato a calar mazzate su quella massa di delinquenti della maggioranza (la più argomentata: “L’opposizione tiene tanto alla dignità del Paese che avrebbe voluto un altro premier…”. Il suo omologo di Forza Italia, Renato Schifani, ha colpito invece per interposta persona andando a stanare mister Noncistò. Costui da mesi in tournée contro il Cavaliere, che considera sentina di tutti mali nostri, finalmente ha guadagnato la ribalta delle cronache, ma non l’agognata diretta televisiva, chiedendo la parola ‘per motivi personali’ e ha avuto buon gioco nello spiegare che lui davanti ai magistrati non è mai stato chiamato a rispondere di nulla. Sarebbe parso strano il contrario, visto che stiamo parlando di Oscar Luigi Scalfaro, cioè di un uomo adamantino e celebrato per la sua rettitudine, nato alla collettività come giudice e tale sempre rimasto in fondo all’animo, pur navigando tra i pericolosi scogli di cinquant’anni di professione politica.

Pur nei fumi di urla, tirate moraleggianti e excursus fuori tema, qualcuno ha colto l’incongruenza politica di tutta la faccenda: a Bruxelles l’Ulivo vota una legge sull’immunità parlamentare molto più garantista del frettoloso ddl del Polo; la settimana dopo a Roma vota contro e, come in altre occasioni, spiega al popolo l’inapplicabilità del modello europeo all’Italia, e veementemente ne annuncia l’incostituzionalità, pur sapendo che il Colle in tal senso nulla ha eccepito.

Lo Sdi e l’Udeur si chiamano per l’occasione fuori dalla rissosa opposizione: non apprezzano l’operato della maggioranza, ma non lo ritengono illegittimo, non si può ogni volta bloccare una legge ‘perché favorisce Berlusconi’ e il Ddl “ è in linea con la nostra tradizione garantista” così votano a favore. Non è la prima volta che il partito di Boselli assume un atteggiamento consapevole e sensato. I Socialisti democratici sono una piccola forza riformista incastrata dal sistema elettorale in un ruolo riduttivo e poco visibile. Come altri gruppi riformisti trasversali agli schieramenti, l’ambiguità del partito capofila – in questo caso i Ds – li obbliga ad adeguarsi a una condizione di perenne polemica, spesso strumentale.

Le loro ultime prese di posizione – la questione ebraico-palestinese, l’Iraq (tocca all’Onu guidare la ricostruzione), il Corsera (contro l’assurda drammatizzazione del cambio di direttore) - sono un costante richiamo all’obbligo che ha l’opposizione di contribuire al governo del Paese e non sono in contrasto con quelle di altri riformisti presenti in parlamento in partiti del centrodestra e del centrosinistra.

Stante l’attuale sistema, non crediamo che questa oggettiva situazione possa portare a qualche approdo comune nei prossimi due anni. Se però Forza Italia non riuscisse a trasformarsi in partito, tutto il mosaico politico potrebbe scomporsi e le diverse tessere trovare una diversa collocazione. Senza la divisione bipolare e l’obbligo degli apparentamenti, laici, socialisti e cattolici non integralisti potrebbero anche trovare un terreno d’intesa e una coesione che già oggi appare più ‘naturale’ di quella che tiene insieme i recalcitranti alleati di governo e d’opposizione.

In questa stagnante stagione la speranza non può che nutrirsi anche d’utopie. (rt)


Titolo: (04. 06. 03)   SOTTO IL VULCANO

Redazione

“Noi vogliamo realizzare una svolta profonda. Vogliamo portare in questa istituzione, restia ai cambiamenti, il vento del grande rinnovamento che ha riguardato già molti comuni, vogliamo renderla un’istituzione utile, amica delle novità civili, culturali e morali che hanno scosso la società campana negli ultimi anni. ‘Campania felice’: è questo il nome antico della nostra regione, un nome che vogliamo restituire ai nostri giovani”. Così disse, e scrisse, Antonio Bassolino chiedendo agli elettori di eleggerlo governatore della Campania.

A risultato ottenuto c’ha pensato su un paio d’anni perché il compito è di quelli che richiedono la saggezza del politico prudente e la temerarietà del genio immaginifico. Poi ha sfornato il ‘Piano di mitigazione del rischio vulcanico’, un’iniziativa capace di rendere felice non l’intera Campania, ma almeno l’area vesuviana. Insieme a Marco De Lillo assessore all’urbanistica, s’è inventata la distribuzione di un miliardo di euro a fondo perduto: 25 mila € di contributo ad ogni famiglia affittuaria che si trasferisce acquistando un’abitazione fuori dall’area vesuviana.

Il ragionamento è semplice. Secondo gli esperti prima o poi il Vesuvio farà il gran botto e sarà necessario evacuare rapidamente centinaia di migliaia persone. Meglio iniziare per tempo, invogliando con un modico contributo a fondo perduto le famiglie a traslocare. I duemila miliardi potranno senz’altro incidere sull’economia della regione, facendo da volano a tutto il comparto edile.

E le case lasciate libere verranno abbattute? Non scherziamo, tutto quel bendiddio non andrà sprecato: “ Gli appartamenti che si libereranno grazie agli esodi incentivati, sempre e solo rigorosamente volontari, potrebbero essere utilizzati per creare forme di ospitalità diffusa, come i bed and breakfast”…(l’assessore Di Lello).

Traduciamo in partenopeo: gli ‘esodi incentivati’ potrebbero dare origine a un moto perpetuo di traslochi, perché nelle case libere sicuramente andranno a installarsi altre famiglie che poi verranno ‘convinte’ dal contributo a sloggiare, presto sostituite da altri inquilini, temerari pronti a sfidare l’ira incombente del vulcano.

Come si vede un’idea geniale. Certo non meno dell’iniziativa, poi purtroppo disattesa, che prevedeva l’utilizzo del cratere del vulcano come discarica di rifiuti urbani. Si tratta in entrambi i casi di business miliardari (€). Ma il miglior progetto di trasformazione territoriale, in chiave turistica e ambientale e, insieme, il vero e definitivo decollo economico della Campania si avrebbe solo in caso di eruzione. Allora i lapilli peserebbero quanto l’ oro e intere generazioni prospererebbero grazie a una perenne una tantum risanatoria. (rt)


Titolo: (30.05.03) UNA SERA, PER SPORT

Redazione

“Ora so che la vita è gioco e la chiave del gioco è l’amore”. Così il poeta-filosofo indiano R. Tagore, premio nobel nel 1913. Sarà anche per questo che lo sport interessa miliardi di persone in tutto il mondo e muove cifre imponenti in ogni bilancio statale. Sarà per questo che mobilita le masse più di qualsiasi altro avvenimento. Sarà per questo che sempre nella storia dell’uomo il gioco si è trasformato in sport-spettacolo, ha indotto passioni sfrenate e fanatismi che devono essere temperati da leggi e governi, degenerando infine nel professionismo più esasperato, nella Grecia antica e nella Roma dei Cesari come nel nostro secolo.

Agli sport moderni si affidano anche la rappresentazione del prestigio degli Stati. Si ritiene che i risultati esaltino gli ordinamenti e le etnie, dato che le regole precise del confronto rendono equa la competizione, molto di più che in qualsiasi altro campo. Non è così, naturalmente, ma è pur vero che nelle forme del gioco si esprimono i caratteri della way of life di ogni popolo.

Le discipline più popolari sono giocate in maniera diversa a seconda delle latitudini. Clamoroso è l’esempio del calcio. Le regole sono le stesse, ma esistono differenze enormi tra il foot-ball anglosassone, quello sudamericano e quello italiano. In quest’ultimo c’è il compendio, fino alla più estenuata raffinatezza, di alcune nostre abitudini collettive: unici in Europa, giochiamo a distruggere più che a costruire. Capaci di finzioni levantine, figuriamo falli clamorosi e incidenti gravissimi, abbiamo inventato il ‘fallo tattico’ e i giocatori berciano sempre e comunque contro l’arbitro. Con gli ultrà legati ai clubs abbiamo istituzionalizzato la violenza…Infine le nostre società professionistiche sono giganti milionari con le toppe ai pantaloni e scaricano una parte delle spese sulla collettività, non possedendo neppure gli stadi dove gareggiano.

Se in Italia esiste solo il calcio, nel resto del mondo il gioco si esprime in numerosi sport sia individuali che di squadra che ugualmente rivelano la natura dei popoli che li giocano e la loro organizzazione. Gli Stati Uniti, ad esempio, dominano nell’atletica, ma i loro fantastici campioni risultano dopati, quasi tutti gonfi di muscoli sospetti. Carl Lewis, simbolo di un’intera decade, e altri suoi colleghi sono stati trovati più volte positivi, ma le autorità sportive hanno fatto finta di niente perché ne andava del prestigio nazionale. Così, alle Olimpiadi di Seul, il ‘figlio del vento’ vinceva l’oro e il negletto Ben Johnson veniva clamorosamente squalificato. Gli sportivissimi Usa non ci stanno mai a perdere e ritengono lecito spostare a piacimento i confini tra il lecito e l’illecito. Il loro carattere nazionale non si manifesta forse nello stesso modo anche in economia e in politica?

Ma il successo dei giochi moderni si nutre anche di più complesse contraddizioni. L’organizzazione degli Stati e quella dello sport sono sempre più razionali e scientifiche, ma nella mente dell’uomo convivono la logicità e l’istinto, le necessità immateriali delle fedi e il dovere della coerenza. Così lo sport è divenuto quasi una religione che però si basa sull’equivoco: sul campo si esprimono dottrine e discipline, tecniche elaborate e rigorose; gli spettatori sono invece mossi da emozioni e istinti. Nella rappresentazione si confrontano gli archetipi di due diverse nature dell’uomo. Da una parte l’istinto passionale, l’inclinazione al disordine, la rivendicazione di un’anarchia esistenziale; dall’altra l’organizzazione sociale, l’adesione alle regole, la razionalità.

Sarà per tutto questo che 20 milioni di italiani hanno guardano incantati per due ore uno spettacolo senza né vinti né vincitori. (rt)


 
 

 


Home page Socialisti.net
© 2000-2006  Socialisti Punto Net Tutti i diritti riservati

: