> Oggi in Italia, commenti politici della Redazione

[ARCHIVIO]

N.27 Anno IV Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti.Net
Luglio/Agosto 2003
 

Titolo: (10.09.03)  MA GLI USA DISSERO NO

 

Telekom Serbia: quella storia Robert Gelbard se la ricorda bene. Nel 1997 era l'uomo di punta della diplomazia americana nei Balcani. Il suo titolo ufficiale era quello di inviato speciale del presidente Bill Clinton per l'attuazione degli accordi di Dayton: durante la crisi del Kosovo fu lui il rappresentante più alto del dipartimento di Stato Usa nella regione, lavorando per lunghi periodi a stretto contatto con Richard Holbrooke, l'artefice della pace nei Balcani. Gelbard oggi è un consulente d'affari a Washington. Di quella storia, di quell'operazione che portò la Stet ad acquistare il 29 per cento della compagnia serba per 878 miliardi di lire, non ha mai parlato. Ma basta riferirgli una frase che lui non conosce. Si tratta dell'ultima dichiarazione di Piero Fassino, attuale segretario italiano dei Ds e all'epoca sottosegretario alla Farnesina, sul discusso affaire: "Dopo la pace di Dayton, la scelta di Usa e Ue fu di tentare di favorire un'evoluzione democratica nei Balcani. Via le sanzioni, via l'embargo. Le imprese europee e statunitensi furono incoraggiate a investire".

Gelbard, evidentemente sorpreso, fa una pausa. E comincia le sue rivelazioni a Panorama con un moto di rabbia: "Dire che noi americani incoraggiavamo altre nazioni a investire in Serbia è ridicolo: completamente falso. La notizia dell'investimento italiano fu anzi accolta con grande preoccupazione dal governo americano: avevamo ragione di ritenere che l'accordo contenesse elementi di illegalità".

Si ricorda quando veniste a conoscenza della trattativa? No. Ma ricordo bene che ne fummo informati a cose fatte: non venimmo mai consultati. E la cosa non ci rese certo felici. Che reazione provocò la notizia? Parlammo di quella vicenda in varie riunioni, ad altissimo livello. Quei soldi italiani diedero una boccata di ossigeno a Milosevic, gli permisero di comprare nuove fedeltà, di continuare a pagare gli stipendi dei militari. Ma avevamo anche la preoccupazione che l'accordo fosse stato condotto secondo modalità che poco hanno a che fare con l'onestà. A che cosa si riferisce? Mi lasci solo dire che qualsiasi accordo stretto con la Serbia all'epoca doveva essere fatto passando attraverso Milosevic e i suoi compari. Quali organismi del governo americano erano a conoscenza del problema? Soprattutto il dipartimento di Stato. E quindi anche l'allora segretario di Stato Madeleine Albright... Lo ha detto lei. Quello che posso dirle è che si trattava di una preoccupazione largamente condivisa. Tentaste di capire dove finirono tutti quei miliardi? Sì, e giungemmo alla convinzione che la maggior parte del denaro fosse stato rubato. Si ricordi che a questo punto, nel 1997, Milosevic era nei guai: la Serbia era al collasso economico, lui aveva bisogno di nuovi investimenti sia per ragioni politiche sia per ragioni economiche. Noi non volevamo che si rafforzasse politicamente e, per questa ragione, mantenevamo le sanzioni. È vero. Però l'Onu aveva tolto le sanzioni e quindi l'accordo non era formalmente illegale. Ma noi americani, ripeto, mantenevamo quello che chiamavamo "il muro esterno delle sanzioni". Ci opponevamo cioè ai prestiti del Fondo monetario e della Banca mondiale. E non esistevano relazioni con le repubbliche della ex Jugoslavia, che non avevano ancora alcuna rappresentanza alle Nazioni Unite. Quindi non è esatto che dopo gli accordi di Dayton gli americani guardavano con favore a investimenti che favorissero il processo di pace (come ha dichiarato Fassino)? È completamente falso. Completamente falso. Non avevamo alcuna ragione al mondo per incoraggiare le aziende a dare soldi a Milosevic: volevamo investimenti in Bosnia, non certo in Serbia. Ma il governo italiano dell'epoca aveva una posizione diversa e la divergenza di opinioni era profonda. In particolare con il ministro degli Esteri Lamberto Dini, che era la persona con cui avevamo più contatti. L'accordo della Telekom Serbia non aiutò certo le nostre relazioni con il vostro Paese. Come risultato dell'affare pensammo anzi che gli italiani volessero mantenere un rapporto di amicizia con Milosevic. Il problema turbò le relazioni tra Stati Uniti e Italia per un certo periodo: ovviamente il rapporto è talmente solido che una questione del genere non lo avrebbe mai potuto incrinare. Dini ha di recente dichiarato: "Nessuno ha avvertito che era un'operazione a rischio". È un'affermazione a cui è difficile credere. Gli esponenti del governo italiano dell'epoca dicono di avere saputo dell'accordo dopo che era stato siglato: a questo crede? Non ho informazioni specifiche, ma anche questa è un'affermazione a cui è difficile credere. Di nuovo Dini: "A quell'epoca, dopo il trattato di Dayton che divideva in tre l'ex Jugoslavia, c'era l'orientamento, in Europa e negli Usa, di cercare di rendere più democratico e responsabile il regime di Belgrado. Nel 1997 non c'erano preclusioni politiche". È vero? Non esattamente. Il governo statunitense era contro ogni tipo di accordo che portasse soldi nelle tasche di Milosevic. È vero che appoggiavamo il processo democratico, è falso che appoggiavamo Milosevic. Noi anzi appoggiavamo gruppi di opposizione come Zajedno, che alle elezioni municipali vinsero molte poltrone di sindaco. Ma pensavamo che l'investimento in Telekom Serbia avrebbe aiutato Milosevic, che era il contrario di quello che volevamo. Questa posizione americana era valida anche nel 1996, quando venne architettato l'investimento in Telekom Serbia? Ho assunto il mio ruolo solo l'anno dopo. Ma le posso dire che anche prima di quella data non ha mai fatto parte della nostra politica rinforzare Milosevic. Guardi, mi permetta di essere chiaro. L'accordo di Dayton fu siglato nel novembre del 1995: nel gennaio del 1996 vidi Milosevic, prima di assumere il mio ruolo, e già allora la sua non collaborazione all'accordo di Dayton era chiara. Nel corso di quell'anno anzi Milosevic fece molto poco per ridurre il potere di Radovan Karadzic e Ratko Mladic (criminali di guerra serbi ancora ricercati, ndr). E all'inizio del 1997 la nostra insoddisfazione nei suoi confronti era ai massimi livelli. Albright fece allora la sua unica visita a Belgrado per vedere Milosevic: fu un incontro di estrema difficoltà a cui io fui presente. Torniamo al punto che più ci interessa: l'accordo della Telekom Serbia. Che cosa attirò la vostra attenzione? Era una totale anomalia. Assieme agli italiani, erano i francesi i più attivi nella regione. Ma questo contratto venne subito notato, soprattutto per la quantità di soldi versati nelle casse della Serbia. Prendeste provvedimenti? Non avevamo alcuno strumento per farlo, l'Italia è un Paese sovrano. Vi lamentaste con gli italiani? Sì. Chi lo fece, Madeleine Albright? Di questo non voglio parlare. Ripeterebbe le sue dichiarazioni davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta italiana? A Roma vado sempre volentieri...       (Marco De Martino su Panorama n.37)


Titolo: (09. 09. 03)  TARTUFON

Redazione

Romano Prodi viene sempre più velocemente risucchiato nel vortice della politica italiana, un gorgo melmoso che scredita tutto ciò che inghiotte. Solo pochi mesi fa, il 14 maggio, aveva fatto sapere di essere totalmente assorbito dal suo ruolo di presidente della Commissione Europea e di volere restare fedele al suo mandato fino alla scadenza naturale, quindi si è tuffato nella corsa elettorale per le Europee con una serie di riunioni bilaterali ( Rutelli, D’Alema), d’incontri con i suoi fedelissimi, di proposte elettorali. Oggi è in piena luce nel teatrino della politica italiana, capo virtuale di un composito schieramento che lui vorrebbe compattare sotto un unico simbolo.

Ieri, stanato da un’interrogazione del tribuno leghista Mario Borghezio, il presidente ha diffuso un suo documento sull’affare Telekom Serbia che costituisce la meditata risposta agli interrogativi dell’opinione pubblica sul suo coinvolgimento nell’oscura faccenda.

Perno del memoriale è la sconcertante affermazione di essere sempre stato all’oscuro di tutto: “ Mai, da nessuno e in alcuna forma, né direttamente né indirettamente, l'acquisto di una quota di Telekom Serbia da parte del gruppo Telecom Italia fu sottoposto alla mia attenzione, né come privato cittadino né come presidente del Consiglio; e non vi era alcuna ragione né formale né sostanziale perché ciò avvenisse…”.

Cioè la Stet - holding pubblica IRI - che aveva in portafoglio la Telecom, non aveva informato lo Stato di un’operazione complessivamente da 1500 miliardi di lire, politicamente ed economicamente strategica! E, nonostante ciò, i dirigenti non furono in alcun modo sanzionati.                                                        (Per stare all’essenziale, nel giugno 1997 la Stet, padrona di Telecom Italia comprò dal governo di Slobo Milosevic il 29% di Telekom Serbia, pagandolo 893 milioni di Marchi, vale a dire 878 miliardi di vecchie lire. Un’altra quota, del 20%, l’acquistò la società telefonica greca Ote, per 624 milioni di Marchi. Totale della spesa: 1.517 milioni di marchi, circa 1500 miliardi di lire. Questa montagna di soldi, come è noto, fu una formidabile boccata d’ossigeno per Milosevis e per sua moglie Mira Markovic, una coppia infernale nei Balcani dilaniati da una feroce guerra civile. Giampaolo Pansa su L’Espresso, agosto 2003)

Siamo del parere che politici di assoluta integrità quali Fassino, Dini e Prodi mai potrebbero essere oggetto di ‘dazioni’. Prodi, poi, perché avrebbe dovuto prendere delle mazzette per qualcosa di cui ignorava l’esistenza? Immaginiamoci la difficoltà dell’eventuale corruttore nel farsi ricevere per offrire la fatidica valigetta. - Le porgo i ringraziamenti del presidente Milosevic… - E per cosa? - Per la vostra partecipazione alla Telekom Serbia. - Non ne so niente…Si rivolga alla Stet. Si immagini il depravato girovagare per i Palazzi romani carico di valigette alla ricerca dei destinatari e tutti che gli dicono ‘Ignoro di cosa parli’. ‘Telekom Serbia? Mai sentita’.  

Ci si rende subito conto dell’assurdità e dell’impossibilità di una siffatta corruzione. Inoltre il vertice della Stet era stato sostituito per favorire l’autonomia aziendale nella privatizzazione delle aziende del gruppo, dato che ‘la vecchia dirigenza non era favorevole alla privatizzazioni’, così almeno dice Prodi nel memoriale, immediatamente smentito dai dirigenti dimissionati.

Se nessun dubbio ci sfiora sulle tangenti, abbiamo qualche incertezza nel credere che il Palazzo ignorasse la transazione. Che un presidente del Consiglio, per di più sino a poco prima della sua elezione presidente dell’Iri, fosse tenuto all’oscuro di tutto è senz’altro vero - lo dice lui! - non di meno il fatto è singolare e appartiene alla ' realtà romanzesca' della mitica Domenica del Corriere.

Prodi riserva poi un affondo al Cavaliere rilevando come: “…gli organi di informazione scritta e televisiva, con un accanimento e una dovizia di mezzi senza precedenti” si siano avventati sulla vicenda “ tanto da riproporre con forza il tema della libertà di informazione e dei rapporti tra proprietà dei media e politica''.

Meglio tardi che mai. Oggi il presidente della Commissione si accorge di ciò che Berlusconi denunciava all’epoca della caduta del suo primo governo. Allora erano però la Rai, il Corriere, Repubblica e La Stampa a menare la danza, mentre oggi sono il Giornale, Emilio Fede e Studio Aperto. C’è una bella differenza di copie, di audience e d’impatto.

Il capitolo sull’informazione andrebbe aperto senza ipocrisie partendo dalla sconvolgente alleanza del 1993, quando i tre maggiori quotidiani italiani, più L’Unità, concordavano giorno per giorno tra loro, e forse con altri, titolazione e articoli per servire la buona causa di ‘Mani pulite’. Un capitolo losco e ignorato, assai più inquietante dell’affaire Telekom, che dimostra come il conflitto d’interessi non possa ricondursi alla sola proprietà dei mezzi d’informazione. (rt)


Titolo: (29.08.03) E' MEGLIO UN CANTAUTORE

Redazione

È nata ieri una polemica, in un consiglio circoscrizionale romano, a proposito del fatto che una scuola media intitolata a Licio Giorgieri, il generale dell'Aeronautica assassinato da terroristi dell’Unione comunisti combattenti nel 1987, ha approfittato qualche tempo fa della fusione con un altro istituto per mutare il proprio nome in «Fabrizio De Andrè». Dietro la sconcertante cancellazione possiamo supporre l’intenzione di rendere più «appetibile» la scuola agli occhi delle famiglie e degli alunni. E dunque possiamo supporre una corrività a seguire le mode, un atteggiarsi giovanilistico che denunciano la sostanziale rinuncia alla propria funzione educativa. Si fatica perfino a immaginare la discussione che, magari minima, vi sarà pure stata nel consiglio d’istituto che prese la decisione, gli «argomenti» utilizzati: qualcuno avrà osato osservare che Giorgieri era «superato»? Qualcun altro avrà forse proposto Lucio Battisti?

Non è da escludere che gli insegnanti che parteciparono alla decisione di cancellare il nome di una vittima del terrorismo siano poi gli stessi che davanti agli alunni non perdono occasione di esaltare le virtù della «memoria», la necessità di non dimenticare il passato, e così via, secondo quella che rischia di diventare una nuova retorica, superficiale e falsa come tutte le retoriche.

Ma infine, se vogliamo trarre una piccola lezione da questo piccolo episodio, dovremo forse incominciare a interrogarci sulla qualità del nostro corpo docente. E’ mai possibile che in quella scuola di Roma, quando si è trattato di cambiare la denominazione, tutti gli insegnanti avessero smarrito la bussola? Che nessuno abbia detto le cose che andavano dette?

(dal Corriere della Sera)


Titolo: (26. 08. 03) UN GIUSTO RUOLO PER I MAGISTRATI – Dovrebbero perseguire esclusivamente la giustizia e non missioni etico-politiche

Redazione

“(…) È politicamente opportuno e conforme ai principi di uno stato democratico che i magistrati perseguano fini generali? In una democrazia tutti coloro che si propongono un tale obiettivo debbono rispondere dei loro atti a qualcuno: i deputati agli elettori, i pubblici amministratori al loro ministro; il governo (in una democrazia parlamentare) alle Camere. Non mi dica, per favore, che i magistrati rispondono alla legge e che questo basta a legittimare le loro missioni etico-politiche. La legge non è una verità indiscussa e incontrovertibile. Può essere interpretata diversamente a seconda della cultura del singolo magistrato e del clima storico in cui viene applicata”.

“La sola autorità istituzionale di fronte alla quale i magistrati italiani rispondono dei loro atti è il Consiglio superiore della magistratura. Ma il Consiglio combina in sé due funzioni incompatibili. È diventato una camera della corporazione giudiziaria e tende a comportarsi, al tempo stesso, come un contropotere. Il documento preparato dalla maggioranza dei suoi membri, negli scorsi giorni, contro l’ipotesi di una commissione d’inchiesta sulla magistratura (una proposta che non mi piace, ma su cui spetta al Parlamento decidere) dimostra come sia difficile, anche per un uomo intelligente e stimabile come il suo vicepresidente Virgilio Rognoni, impedire questa deriva istituzionale”.

“Lei sostiene inoltre che avrei dovuto completare il mio ragionamento attribuendo a questo governo la causa del discredito della classe politica. Non l’ho detto perché non credo che risponderebbe alla verità. So che il conflitto d’interessi del presidente del Consiglio contribuisce ad aggravare il problema e fornisce munizioni a chi crede nella missione morale della magistratura. Ma credo che la sfiducia dell’opinione pubblica sia dovuta alla illegalità diffusa in cui buona parte della classe politica ha vissuto e lavorato sin dagli anni Sessanta”.

“Lei potrebbe osservare che questa illegalità diffusa autorizza la magistratura a perseguire la sua missione. Le risponderò che un problema di tali dimensioni non può essere affrontato da un corpo di funzionari democraticamente irresponsabili. È un problema politico e spetta alla classe politica risolverlo. Non so se riuscirà a farlo, ma non credo che tale compito, in una democrazia, posa essere delegato ad altri”.

(Sergio Romano su Panorama del 28 agosto 2003, in risposta al quesito di un lettore)


Titolo: (31. 07. 03) CACCIA AL GUARDASIGILLI

Redazione

Da tempo non si assisteva in Senato a un’esplosione di odio politico come quella che ha fatto seguito alla presentazione della mozione di sfiducia dell’opposizione contro il ministro della Giustizia. Per un giorno, Roberto Castelli è stato il ‘più odiato’ superando in graduatoria persino il presidente del Consiglio. La richiesta di dimissioni, motivata dal suo temporeggiare sulla questione delle rogatorie Mediaset, è stata alla fine facilmente respinta, e a Montecitorio neppure presentata, ma la caccia al ministro è ufficialmente aperta e potrà seguire il ben noto percorso: sputtanamento ovunque è possibile, ‘vigilanza attiva’ dei media indipendenti e della stampa libera, forse un intervento giudiziario ( Nicola Mancino: “Ha commesso un abuso e un reato di cui potrebbe essere chiamato a rispondere penalmente…”), logoramento e dimissioni.

Gavino Angius, capogruppo Ds, è stato durissimo, definendo Castelli un ‘finto ministro’ che l’opposizione non può riconoscere, mentre un coro continuo di insulti e di ‘vattene’ ha quasi impedito al malcapitato di parlare. Eloquentissimi erano poi i cartelli ironici mostrati dai senatori di Rc alle telecamere (il più gettonato: ‘resisti, resisti, resisti’). L’ennesima drammatizzazione del Centrosinistra s’è alla fine dissolta come un polverone, rivelando la gracilità dell’affondo politico. Perché ciò è avvenuto? Che cosa ha fatto perdere il ben dell’intelletto a tanti senatori di sinistra?

Questo ministro è sicuramente tra i più antipatici dell’ultima covata. Il suo accento ‘padano’, la palese introversione, accentuata sino a una parvenza di dura presunzione, la rigidità del linguaggio, tipica del politico in apprendistato, gli nuocciono al di là dei suoi supposti demeriti e predispongono a suo sfavore persino i centristi dei partiti della CdL. È evidente che il sospetto di servilismo nei confronti degli interessi del premier ha acuito un’avversione che è andata crescendo ad ogni scontro con i giudici e il loro partito. Ma il suo delitto peggiore è stato l’avere messo in un angolo tutta la sinistra che chiedeva la grazia per Sofri.

“Perché Sofri deve essere graziato? Per la sua cultura? Per la sua buona condotta? E allora tutti gli altri che magari sono nelle stesse condizioni, ma non hanno cultura?…”. Così il Guardasigilli, che poi si avventurava a proporre una specie di grazia collettiva, cadendo in una delle trappole che ad ogni passo si presentano all’ingegnere quando parla di diritto.

Ma sul perché della grazia a Sofri, la sinistra s’è trovata certamente in difficoltà. La risposta naturale non la può dare, non può dire esplicitamente ciò che pensa, e cioè che Sofri è innocente. Perché affermarlo indebolirebbe tutta la sua decennale politica di acritico sostegno alla magistratura. Dopo cinque processi, tutti con esito sfavorevole, quanti militano nei partiti giustizialisti non possono affermare che un innocente è stato condannato senza prove, per la sola testimonianza di un pentito, come in realtà è avvenuto. Crollerebbe tutta l’impalcatura giudiziaria che tanto successo ha avuto nell’avviare la trionfante Seconda Repubblica.

Così, nel sollecitare la grazia, ci si arrampica sui vetri: “È ormai un altro uomo”, “Ha avuto una condotta esemplare”, “Il carcere per lui è un non senso”, “Dopo tanti anni, anche la famiglia della vittima non si oppone”…Ma Sofri, non essendo colpevole, non accetta di pentirsi. Si vorrebbe da lui quel gesto ‘politico’ – ipocrita – che risolverebbe la questione, ma lui non essendo diventato ‘un altro uomo’ non lo fa.

Il rifiuto di Roberto Castelli a proporre il provvedimento al presidente Ciampi, ha obbligato un ampio fronte a misurarsi con la questione irrisolta, la giustizia giusta e le necessarie riforme, provocando nella sinistra un’onda d’odio che non si placherà facilmente. Prima il Guardasigilli era poco più che impopolare, oggi è astiosamente inviso e vogliono la sua testa. La mozione di sfiducia sulle rogatorie internazionali è stata solo la prima avvisaglia che la caccia è iniziata. (rt)


Titolo: (29. 07. 03) IL FILOSOFO FURENTE

Redazione

Si ha un bell’essere filosofi, quando si arriva al dunque la natura prende il sopravvento e ci s’incazza come l’ultimo dei politicuzzi. Ditemi voi se non ha però ragione Gianni Vattimo ad apparire col saggio sorriso sulle labbra, ma aspramente recriminante dalle pagine del ‘suo’ giornale per protestare contro l’esclusione dalle liste Ds per le Europee.

Ma come, lui ha sfilato per protestare contro la libertà di stampa conculcata dall’orrendo B., ha fatto girotondi infiniti in favore della Giustizia vilipesa da B., ha parlato ovunque in Europa accusando il governo per i fattacci di Genova, ha scritto su quotidiani prestigiosi per denunciare l’anomalia dell’imputato B. che siede alla presidenza della Ue, ha sfilato alla testa di un corteo di magistrati gementi che piangevano le malefatte di B. che vuol dividere le carriere…e adesso il partito lo scarica in favore di una Mercedes Bresso qualsiasi.

Lui non ci sta, tutte quelle scarpinate a vuoto gli sono restate sullo stomaco che, infatti, nelle foto appare sfibrato dall’indigesto peso. “Se adesso mi cacciano, prima ancora che siano gli elettori a farlo, però mi arrabbio. Almeno mi devono fornire una ragione credibile…” . La ragione c’è e sarebbe che il filosofo ‘s’è speso poco per la città’ . Se a Bruxelles va Mercedes Bresso, attuale presidente della Provincia di Torino, lei si spenderebbe tutta quanta.

“Cosa vuol dire, fare qualcosa per Torino – protesta lui – mi sono sciroppato decine di riunioni di una noia mostruosa, tre deputati per quindici spettatori…No, no, qui si vuole cambiare cavallo!”.

Dietro al cambio dei puledri ci sono forse beghe cittadine. Sembra impossibile, ma l’ispiratore del siluramento sarebbe Sergio Chiamparino che non ha digerito l’opposizione di Vattimo che lo ha criticato spesso, l’ultima volta per i parcheggi nel cuore della città. “ Il parlamento europeo si occupa molto poco di questioni locali. Piuttosto dovrà concentrarsi sulla Costituzione e sul nodo dei futuri rapporti con gli Usa. Mi chiedo – sorride ironico Vattimo – se davanti a problemi come questi abbia senso, da parte di un grande partito a vocazione europea, chiedere che il proprio candidato dimostri spiccate capacità di occuparsi degli interessi di Regione Provincia e Comune”.

Ha senso sì, visto che il Gianni è nel partito dal 2000, aderisce al Correntone e vuole ‘rottamare D’Alema’, mentre la Mercedes è da sempre organica al Diesse, anche quando si chiamava Pci ed era internazionalista più che europeo, sta con Fassino ed è favorevole solo alla rottamazione delle auto non catalitiche. “Se sono questi i motivi, allora andiamo bene”, chiosa a mo’ di Gabibbo l’eurodeputato uscente. Ma la sua è una battaglia difficile, quasi perduta. Per salvarlo ci vorrebbero alcuni girotondi di sensibilizzazione intorno alla sede Ds di Torino, ma con questo caldo…(rt)


Titolo: (28. 07. 03) IL SINDACO LUNGIMIRANTE

Redazione

Approfittando della peggiore afa del ventennio e della conseguente indolenza che fiacca la città, Sergio Chiamparino sindaco di Torino concede un diritto di voto ‘ai cittadini extracomunitari purché residenti da almeno 6 mesi’. I Comunisti Italiani si astengono perché 6 mesi sono troppi, gli altri di centrosinistra che appoggiano la giunta, più Rifondazione che ne è fuori, sono invece soddisfatti per il gesto di ‘vera democrazia e civiltà’. Il diritto di voto è di marca Ds e risente delle sue ambiguità.

Riguarda infatti referendum abrogativi o cinsultivi, un nuovo strumento della politica torinese non ancora praticamente attivato. Così sembrerebbe un bel gesto e nulla più. Ma la sospettosa opposizione intravede nel provvedimento un cavallo di Troia. Cioè il voto concesso oggi aprirebbe il discorso sul diritto di voto alle prossime elezioni comunali. Una blandizie riservata agli extracomunitari che donerebbe al regime torinese quei voti – ne bastano 10 mila, ma gli aventi diritto sono già oggi 25 mila – che nelle elezioni locali fanno pendere la bilancia da uno schieramento all’altro.

Per la maggioranza la concessione ha invece il segno di un riconoscimento agli immigrati ‘virtuosi’, quei lavoratori che con la loro opera contribuiscono al reddito cittadino e costituiscono un argine contro i malavitosi loro conterranei.

Oltre a quello del periodo di residenza, non risultano però altri parametri per l’acquisizione del diritto di voto. È necessario avere un lavoro, bisogna conoscere qualche rudimento della lingua italiana, o forse del dialetto subalpino, oppure sapere qualcosa della nostra costituzione o dell’ordinamento cittadino? Né risulta che qualcuno abbia mai intervistato gli interessati sulla concessione del voto, né più in generale su un eventuale diritto di cittadinanza.

Quando un fatto di cronaca o una polemica più accesa aprono una finestra sui convincimenti degli extracomunitari, si scopre che essi, cinesi a parte, per lo più disprezzano il nostro sistema che ai loro occhi appare debole, ingiusto e senza nerbo, come le autorità che hanno la ventura d’incontrare nel loro peregrinare. Non condividono le nostre leggi, piuttosto le subiscono, se non riescono ad eluderle. Quando possono rimandano a casa persino i loro morti.

Mentre il Consiglio comunale è alle prese con bilanciamenti di costituzione locale che mandano in sollucchero quell’intenditrice di Livia Turco ( “Che notizia…bravo Sergio…Grande Chiamparino” ), altri quartieri cittadini, dopo San Salvario e Porta Palazzo soffrono del degrado etnico, puntualmente registrato dalla stampa cittadina che quasi quotidianamente pubblica, senza commentarli, alcuni dei disperati appelli dei cittadini (italiani) impossibilitati a far valere i propri diritti: la polizia glissa impotente, l’amministrazione della città ha operato ha scelto la via ‘politica’, quella di dare diritto di cittadinanza ad ogni devianza, nella speranza di stemperarla.

Come sempre si dice, la politica costa. I torinesi pagano quella di Chiamparino, ma non giureremmo che la condividano. Sarebbe quindi più che opportuno che proprio sulla concessione di voto si tenesse il primo referendum cittadino. Il sindaco, democratico 100%, già ci starà pensando. (rt)


Titolo: (15. 07. 03) NOI CHE ABBIAMO VISTO

Redazione

Da bambino ho visto Ray ‘Sugar’ danzare sul ring. E poi ho visto Tyson e la fine della boxe. Ho visto gli orti in riva al mare della Riviera, con migliaia di bambini con le mutande lasche che ci correvano in mezzo per raggiungere la spiaggia, e poi la colata dei cementi di pensioni, alberghi e bivani con servizi, con un popolo di vecchi a prendere il sole. Tra il fumo e la gente, a volte in piedi, ho visto gli ultimi bianchi e neri, quelli di Rossellini, De Sica, Fellini, Visconti… e poi i primi technicolor degli anni Sessanta, quel cinema che adesso si studia nelle università, mentre nelle multisale l’arte popolare del XX Secolo si estingue nei Muccino e nei fragori delle pellicole per ragazzi mai cresciuti.

Ho visto e sentito Ugo La Malfa, aveva il 2% più pesante, selezionato e condizionante dell’ultimo mezzo secolo di storia italiana. I suoi interventi non potevano essere ignorati, tanta era la forza morale e l’emozione che riusciva a trasmettere pur parlando di politica economica. Infine ho visto e sentito Bettino Craxi, prima che divenisse presidente del Consiglio. Colpiva l’ascoltatore come un maglio, non potevi dubitare della sua passione e della lucidità della sua visione politica. Ti sembrava di fare una cosa importante anche solo standolo a sentire.

Noi che abbiamo visto e conosciuto, e poi assistito alla fine di un tempo, quando arriva uno come Bossi e si mette a parlare di devoluscion e di gabine, di giuramenti di Pontida e di destini padani cosa potremmo mai rispondergli. Si ride amaro una volta e sembra incredibile che sul serio qualcuno lo segua nella pazzia d’istituire una nuova e ulteriore organizzazione burocratica in Italia, con l’intera nazione che di burocrazia già muore. Perché lui e i suoi di autonomia si riempiono la bocca, ma nessuno di loro è poi in grado di dare una sistemazione logica ai discorsi e alle proposte.

Né al disastro è in grado di opporsi il premier Berlusconi. È uno che impara veloce e può darsi che riesca ad intuire che fuori dal suo doppiopetto tutto si va decomponendo, ma ci tiene a viaggiare leggero e beato nel Semestre, coronamento di tutta una vita di clamorose arrampicate. L’altro, che l’acqua del Po ha reso astuto, l’ha capito e cerca di riscuotere il suo credito prima di gennaio. In questa lotta di Titani levantinamente si tratta e democristianamente si temporeggia. Poi la pessima congiuntura e la situazione generale rovinosa presenteranno il conto e mestamente molti elettori dovranno prendere atto che si sono sbagliati. (rt)


Titolo: (05. 07. 03) DECADENZE / TORINO IN BILICO. 2

Redazione

Nel subconscio collettivo del vertice cittadino, quello intellettuale, della politica e del lavoro, un incubo sta in agguato. Si chiama Detroit, ‘città-simbolo di fallimento neocapitalista e di disfacimento urbano, dopo essere stata capitale dell’automobile’. E' per sfuggire a quel destino che Torino dovrà cambiare e rinnovarsi, magari fino a snaturarsi.

Per comprendere il disegno degli amministratori si può partire dal cuore del nuovo, quel Lingotto da cui si irradia la progettazione di una diversa identità. Qui sarà il cervello dei Giochi Invernali, qui sorge l’unico ‘cinque stelle’ con annessa galleria d’arte degli Agnelli, qui si sono affermati il ‘Salone del libro’ e il ‘Salone del gusto’.

Quest’ultimo, di respiro internazionale pur essendo maturato in un contesto langarolo, si ispira a una visione culturale non solo connessa al turismo e al commercio, ma legata a un’interpretazione originale delle peculiarità della civiltà europea e di molta parte del mondo. La proposta, che ha nel Salone la sua vetrina, è intimamente legata alla più profonda tradizione continentale. Perciò intriga non solo gli intellettuali, ma affascina anche le nuove e più vitali generazioni. Ad un’attenta analisi forse non sfuggirebbe l’anomalia di un’intuizione ricca di opportunità nata da militanti di estrema sinistra, i fondatori di Slow Food, che fa leva su archetipi che sono nella più pura tradizione della destra.

Rispondono alla realtà della deindustrializzazione anche le nuove strutture di produzione cinematografica, televisiva e musicale, sorte lungo un’asse di ex area industriale, che sono di assoluta avanguardia. Girare film a Torino è ormai una proficua abitudine per molti professionisti del settore, anche se spesso si tratta di set cinematografici per fast film di una sola uscita. Altro punto di forza è l’informatica con almeno quattromila piccole aziende. Non è ancora una vocazione, perché è completamente assente la grande impresa, ma poco ci manca.

Gli imprenditori sono cautamente ottimisti. L’Unione Industriale ha fiducia nella profonda trasformazione delle basi strutturali dell’economia torinese, con la interazione tra settori manifatturiere e servizi alle imprese. Il baricentro delle attività economiche si va sempre più spostando verso il terziario e l’occupazione è tornata a salire (2,6%). Molto si basa però sulla polverizzazione delle imprese e nasconde sacche di sottoccupazione e di precariato.

L’amministrazione comunale e quella provinciale, ambedue rette da un nucleo di antica ascendenza comunista, cavalca e spinge la turbinosa metamorfosi dalla produzione ai servizi, ricca di adeguamenti immobiliari e urbanistici, sperando d’indovinare il passaggio a Nord Ovest di un nuovo Eldorado cittadino.

Per questa scommessa, per la spinta dei lavori olimpici, per pura speculazione e anche per motivi misteriosi, si sta costruendo come se ci si trovasse in un nuovo Dopoguerra, invece è solo il Dopofiat. Lungo le ‘spine’ di nuovi centri direzionali sgombri di fabbriche obsolescenti opportunamente demolite, si edificano migliaia di abitazioni e sorgono interi isolati.

Il potenziamento a tappe forzate muove dal piano regolatore calibrato su una popolazione di un milione e 150 mila residenti. Data l’elevata età media dei torinesi (45 anni, con il 22% di ultrasessantenni) e il basso tasso di natalità (7500 bambini nel ’92), gli esperti prevedono per la metà del secolo una popolazione di poco più di 750 mila abitanti. Già oggi, siamo ancora a quasi 900 mila abitanti, non mancherebbero quindi le abitazioni.

Nei prossimi decenni, per garantire la prevista riconversione e un futuro alla città, saranno necessari 300 mila immigrati stranieri. Torino potrà forse superare la prova, cioè saprà trasformarsi per adeguarsi e non morire. Sarebbe bene se ciò potesse avvenire nel rispetto dell’eredità stilistica e storica della città, in un ideale rapporto di continuità con il passato. Senza questo indispensabile e magico anello di congiunzione, la multietnicità sarà suk e supermercato, divertimento e traffici, senza identità, carattere e personalità. Su questo aspetto tutto l’establishment, soprattutto quello politico, risulta in forte ritardo, forse inadeguato, certamente conformista.

Per questi motivi – ritornando alla nota del I° luglio che qui concludiamo – sarebbe opportuno che il ‘rilancio’ de La Stampa fosse anche caratterizzato da un aggiornamento culturale di maggior respiro, meno omologato a canoni correnti, più critico rispetto alle opinioni prevalenti, più aperto sugli orizzonti europei. Si potenzieranno, invece le pagine provinciali…

Tutto cambierà, sembra di sentire i pensieri del sindaco Chiamparino, dei suoi superassessori e del direttore del quotidiano, Sorgi - ma intanto coltiviamoci l’orticello nostro. (rt)


Titolo: (03. 07. 03) SPUTTANARE IL PREMIER

Redazione

“Rincresce” molto a Silvio Berlusconi che una sua battuta su Martin Schulz-kapò sia stata ritenuta offensiva. Schroeder ne prende atto e considera chiuso l’incidente. D’altra parte nell’aprile del 2002 era stato il cancelliere tedesco a doversi scusare nei confronti di Bush.

Allora il suo ministro della Giustizia, Herta Daubler-Gmelin, aveva dichiarato che il presidente Usa ‘era come Hitler’. All’indignazione americana il capo del governo tedesco aveva in un primo tempo risposto difendendo il suo ministro (“È un equivoco…”), poi aveva dovuto scrivere a George W. Bush: «Mi rincresce molto che le presunte affermazioni del ministro della Giustizia possano avere profondamente ferito i tuoi sentimenti». In Italia, invece, il ‘Bush come Hitler’ era diventato molto popolare nella variegata nebulosa della Sinistra. I militanti avevano adottato l’assioma, gradito a Gino Strada a Pietro Ingrao e ai Verdi, ma non al vertice Ds. Si vede che le battute sul nazismo hanno il copyright e se li coniano in Germania, allora vanno bene anche da noi.

Nessuna censura invece per Martin Scultz, il deputato Spd che ha attizzato il fuoco a Bruxelles con il suo insultante intervento che ha mandanti e suggeritori. Anzi, i nostri esponenti dell’opposizione intendono insistere in sede europea affinché Berlusconi venga dichiarato ‘persona non gradita’ da qualche gruppo parlamentare. Continua così l’azione che esponenti del Centro-sinistra italiano attuano da un paio d’anni mediante un sistematico sputtanamento del premier con lettere, articoli, interviste e una continua opera di lobbing sui corrispondenti di fogli europei.

Che si danneggi così anche il sistema-Paese non interessa. Intellettuali e politici che su Berlusconi hanno costruito carriere non avare di giuste ricompense, vedono se stessi come protagonisti di una meritoria opera in difesa della loro democrazia.

Il Cavaliere è quello che è. Per settimane Francesco Rutelli & friends ne avevano fatto un analitico ritratto in campagna elettorale sia sui giornali che in Tv. Gli italiani lo hanno quindi votato conoscendolo bene, dando così anche un implicito giudizio sui suoi virtuosi oppositori.

La primitiva politica dello sputtanamento allora non bastò. Non darebbe risultati migliori neppure quello attuale a dimensione europea se, per loro e nostra fortuna, non ci fosse lui stesso, l’indispensabile Silvio, a decidere della sua sorte elettorale con le opere sempre promesse e mai realizzate e con le sue leggi spesso disattese e difficilmente applicabili. A nuocergli sarà il dilettantismo più che la denigrazione. (rt)


Titolo: (01. 07. 03) DECADENZE/ TORINO IN BILICO. 1

Redazione

I cittadini di Torino, le sue istituzioni culturali, i politici e i giornalisti si vanno interrogando da mesi sulla realtà e sul futuro della ‘capitale subalpina’. Il dibattito cela qualche angoscia, in parte avviene sottovoce, i giudizi sono incerti e tradiscono gli interessi che sottintendono alle analisi. In una società fortemente ideologizzata si tende spesso a servire il piatto della casa.

Il centrosinistra, da sempre al Comune, parla di grande risveglio, quasi di una swinging Turin, popolata di locali e d’iniziative, con un popolo di giovani che costituisce l’avanguardia di una creativa multietnicità destinata a segnare tutta la prima parte del secolo. Gli amministratori sostengono che l’immigrazione assorbita, digerita e trasformata sarà la linfa rivitalizzante di un territorio che andrà all’appuntamento con le Olimpiadi invernali del 2006 completamente rinnovato.

Il Centrodestra dice ovviamente peste e corna. Parla della disoccupazione industriale che non potrà essere riassorbita e delle nuove povertà, sottolinea lo stato d’assedio psicologico che vivono molti cittadini di fronte al degrado quotidiano che sarebbe favorito proprio dal colpevole lassismo dell’Amministrazione guidata da ex Pci. Ma la CdL cittadina è in deficit di credibilità, e non tanto per le argomentazioni che agita in dibattito, quanto per essere stato incapace di esprimere accettabili candidature autoctone nelle tornate elettorali. L’opposizione è quindi espressa da esponenti che non sono sentiti come autorevoli dall’opinione pubblica.

Proprio questa carenza, comune alla politica, alle istituzioni e alla cultura, cala una delle maggiori ombre sul futuro. Fino agli anni Ottanta la città aveva nel suo complesso generato un gruppo dirigente adeguato, con punte di assoluto livello. Ora non è solo l’opposizione a non trovare leader, anche la maggioranza esprime sindaco e assessori che già erano in auge vent’anni fa con le vecchie sigle partitiche.

Come dimostra la crisi Fiat, l’industria stessa, che dettava i ritmi a tutta la comunità, stenta ad esprimere personalità che superino l’ambito aziendale. La crisi dell’auto è prima di tutto decadenza del management, invecchiato e colto in un momento di cambiamenti epocali senza riferimenti culturali adeguati, e il mancato ricambio genererà a catena altri scompensi.

Silenzioso e fatale si prospetta, ad esempio, l’adattamento de La Stampa a parametri puramente locali. Con gran parte delle vendite tra Piemonte e Liguria, il quotidiano è sempre stato interregionale, ma alcuni eccellenti settori e la redazione romana l’hanno mantenuto sino ad oggi tra le ‘voci’ nazionali e internazionali. Necessità di budget legate alle sfortune della proprietà, imporrebbero la riorganizzazione del giornale a dimensione esclusivamente territoriale. Nel momento in cui le regioni sono ormai a riferimento europeo, anche questa soluzione sembra confermare una più generale inadeguatezza culturale.

Anche nei trasporti Torino è sempre più in un cul de sac. L’aeroporto ha perso l’1,2% del traffico. È un calo contenuto, ma avviene a fronte dell’incremento di altri scali concorrenti e riguarda la contrazione o la cancellazione di collegamenti internazionali. La Novara-Malpensa, variante autostradale indispensabile ‘porta’ internazionale, non sarà pronta per il 2006. In compenso l’Alta Velocità stenta a concretizzarsi: se tarda oltre il 2009 è la fine perché i collegamenti est-ovest seguiranno un’altra direttrice, tagliando fuori Torino dall’Ovest d’Europa, riferimento di tutta la sua storia.

Persino per la gestione del Lingotto il know-how cittadino si è rivelato inadeguato, ci si è dovuti rivolgere ad altri e sono arrivati invadenti colonizzatori da Bologna, potenziali concorrenti nutriti in casa. Eppure, sostiene l’establishment, proprio partendo dal polo espositivo, che è assolutamente competitivo anche rispetto ai consimili complessi delle capitali Ue, è visibile la trasformazione torinese e la sua rinascita.

Per ora la città è quasi in apnea, sospesa sull’orlo dell’abisso. Riuscirà a cambiare pelle, a trasformarsi in tempo utile com’è già è avvenuto nella sua storia? Ci sono una data e un appuntamento ineluttabili, i Giochi Olimpici Invernali del 2006. La Torino attiva mugugnando ci si prepara, i cittadini sono ancora apaticamente indifferenti.

Apparentemente tutta la questione sembra riguardare solo un’area metropolitana. In realtà ogni cosa si svolge in un grande laboratorio a vista e gli esiti influenzeranno la storia di italiana. (rt)


 
 

 


Home page Socialisti.net
© 2000-2006  Socialisti Punto Net Tutti i diritti riservati

: