Oggi in Italia, commenti politici della Redazione

[ARCHIVIO]

N.28 Anno IV Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti.Net
Settembre 2003
 

Titolo: (02.10. 03) BOSELLI, PERCHÉ LO FAI ?

Redazione

I capelli abbondantemente brizzolati, le passioni controllate con un velo di cordiale ragionevolezza, il lieve sorriso rassicurante a mascherare l’antica intolleranza, Massimo D’Alema si è rappresentato ieri al Maurizio Costanzo Show come il leader politico in attività di maggiore abilità, un sincero democratico preoccupato per la situazione italiana.

La segreteria esercitata nel partito, poi la conduzione del governo, infine l’amara caduta con la sconfitta elettorale lo hanno reso, all’apparenza, più sereno, paziente ed ‘umano’; paradossalmente, anche meno comprensivo verso certe forme di democrazia ‘dal basso’ caciarone e dilettantesche che cercano scorciatoie che la politica non permette. Infatti sembra non amare più le forche manichee di un tempo, né gli attuali ‘girotondi’. Così su Canale 5 di Mediaset è apparso assai credibile e incisivo nel perorare la causa dell’informazione pluralista e nel paventare una pericolosa involuzione del nostro caotico sistema democratico.

Quanta strada ha percorso il presidente dei diesse negli ultimi dieci anni! Da quel lontando 1992-‘93, quando – essendo egli Coordinatore politico del partito – L’Unità di Veltroni orientava segretamente un ‘cartello’ di grandi quotidiani italiani ( Il Corriere, La Stampa, Repubblica) che concordava giorno per giorno, quasi ora per ora, tenore degli articoli e titolazioni in favore di ‘mani pulite’ (secondo la testimonianza di Piero Sansonetti, all'epoca condirettore dell'Unità, e di Antonio Polito di Repubblica. Vedi 'Oggi in Italia' del 4 aprile). Un formidabile fronte occulto di persuasione e di pressione che condizionava tutta l’informazione italiana e coalizzava l’intera opinione pubblica contro una parte della DC e, soprattutto, contro l’odiato Psi. Nei fatti, ancora stranamente misconosciuti, un complotto mascherato e sotterraneo, con ramificazioni e portata ancora ignote, per liquidare una classe dirigente. Allora, D’Alema non sdegnava i militanti che tiravano le monetine davanti al Raphael.

Oggi è impegnato in un’articolata manovra di riposizionamento personale e del partito. Con la Fondazione Italianieuropei vuole accreditarsi come il più convinto dei riformisti e traccia, con Giuliano Amato, un raffinato disegno politico che sta riunendo Ds, Sdi e Margherita in un nuovo partito riformista. Egli sa che se si afferma questa linea, quasi automaticamente riconquista la leadership dell’intero schieramento di centrosinistra perduta alle elezioni del 2001. Per questo è disposto a quasi tutto, anche a perorare per le Europee una surreale ‘lista Prodi’, senza Prodi. Ma il suo non è un progetto facile e privo d' incognite.

L’altro ieri, ad esempio, ha partecipato alla presentazione del libro di Piero Fassino ‘Per passione’, presente l’autore. I due non hanno mancato di sottolineare che “Craxi seppe cogliere la forte domanda di modernizzazione che proveniva dalla società” anche se va riconosciuto che “Enrico Berlinguer seppe interpretare il bisogno di riscatto morale del Paese” ed evidentemente era questo bisogno che impediva al Pci di unirsi ai socialisti. Cesare Romiti, tra i presentatori del libro, non ha potuto fare a meno di chiudere il suo intervento con questa considerazione: “ Si parla di costituire un partito riformista, un partito nuovo, ma come può l’ elettore dimenticare il passato, quando sa che gli uomini sono gli stessi che professavano una certa fede?”.

Secondo questi ex marxisti un modo ci sarebbe: chiudere il capitolo Psi con una generica riconsiderazione del passato, superare il ‘Caso Craxi’ come se si trattasse di una questione personale, che riguarda solo lui e non l’intero Psi, e recuperare alla causa militanti e capitani. Il prossimo 17 novembre, Italianieuropei organizzerà un convegno sul socialismo nella storia repubblicana. Saranno presenti molti dell’antica nomenclatura socialista. Per D'Alema sarà l’ occasione  per ricomporre le cose con gli ex ministri e i deputati del Psi. In nome del realismo politico, che impone di guardare avanti se si vuole contare ancora qualcosa, e d’interessi superiori, tutti, o quasi tutti, coglieranno in vari modi il momento e, se potranno, s’imbarcheranno nell’avventura riformista nuova di zecca. Li si può capire, i loro sono per lo più destini individuali. Ma tu, Enrico Boselli, che guidi un partito perché lo fai? Perché porti lo Sdi alla ventura, accettando di fonderlo con Margherita e Ds?  

Bisogna invece ricostruire in Italia un’ intesa democratica e riformista nella quale ricollocare i socialisti. Cioè appurare e riconoscere i fatti e le complicità che hanno portato alla scomparsa dei partiti democratici che avevano stipulato il patto che ha fondato l'Italia contemporanea varando la Costituzione del 1947 e, contemporaneamente, riconoscere i motivi della deriva e della corruzione del sistema.

Sia che governi Berlusconi, sia che vincano Prodi e i riformisti di nuovo conio, senza risolvere i misteri del passato che tante ombre proiettano sul presente, la vita nel Bel Paese sarà sempre più conflittuale. Se non si darà ai cittadini quel segnale di credibilità politica e morale, di rinnovamento e di concordia che solo può generare nuove fiducie ed energie, la democrazia e i diritti per i quali si sono battuti i socialisti saranno a rischio. (rt)


Titolo: (30. 09. 03) LA TRIPLICE VA ALLA GUERRA

Redazione

Il messaggio del presidente del Consiglio a reti Rai unificate ha scatenato, tra gli altri, il forte risentimento dei sindacati. Più ancora della riforma delle pensioni, ciò che obbliga le confederazioni a opporsi “con tutti i mezzi” (così Angeletti) ai provvedimenti del governo è l’affronto di essere stati emarginati dal confronto politico con i ministri. Possono tollerare tutto, anche la ‘sterilizzazione’ delle buste-paga, anche la rinuncia a qualsiasi agitazione per non disturbare il manovratore, come avvenne all’epoca del Centrosinistra, non il mancato riconoscimento della rappresentatività e dell'autorità del sindacato su tutto ciò che si riferisce al mondo del lavoro.

I governi Prodi e D’Alema avevano nel ‘tavolo della concertazione’, il fulcro del loro sistema di governo, quasi una terza Camera della Repubblica. In quella sede non costituzionale, prima che in Parlamento, si discutevano e si decidevano con la Cgil e con le segreterie sindacali molti dei provvedimenti finanziari e sociali

L’attuale esecutivo da quell’orecchio non ci sente. ‘Il più americano’ dei governi europei, ritenendo che il mondo sindacale sia egemonizzato dalla sinistra e quindi in ogni caso politicamente e pregiudizialmente contrario ad ogni linea governativa, pensa che il sindacato debba limitarsi a “fare il suo mestiere” (Berlusconi), senza pretendere di mettere mano alle leggi. Invano Sabino Pezzotta ha richiamato la Cdl a un maggiore realismo ( “Così mi gettate nelle braccia della Cgil”), invano la Cei ha ammonito a riconsiderare ‘il codice di comunicazione televisivo’, invitando Palazzo Chigi e consiglieri a una minore conflittualità, invano la Confindustria s’è detta pronta a un ‘tavolo di trattativa globale’. Il Cavaliere, che sente svanire il consenso elettorale e deve presentarsi a Bruxelles con qualche riforma che valga come merce di scambio per gli insoddisfacenti conti dello Sato , marcia ormai deciso verso la radicalizzazione delle posizioni per attuare nella seconda parte della legislatura quanto ha disatteso nei primi due anni. E per fare questo torna a comunicare direttamente con i cittadini, forse “nel vano e fuorviante proposito di inseguire l’uomo della strada”(Comunicato Cei del 21 maggio scorso).

La Triplice ha risposto alla perdita di prestigio e di potere, facendo il suo mestiere bene al di là della prerogative sindacali, come in occasione dell’ Art. 18, di per sé un contenzioso di ridotta importanza, tanto è vero che quando si arrivò allo sciopero generale – il 17 ottobre 2002 – fu necessario aggiungervi tutto un corollario di motivazioni: il Patto con gli italiani, la Scuola, la Finanziaria, il Sud, la Pace e la crisi Fiat…

Epifani, Angeletti e Pezzotta, e con loro altre sigle di sindacati ‘nazionali’, di fronte al provocatorio spettacolo di Silvio Berlusconi che si rivolge direttamente ai cittadini e ai lavoratori, tagliandoli fuori da qualsiasi mediazione sociale, hanno immediatamente ritrovato unitarietà d’intenti e sono concordi nel proporre l’amara medicina di uno sciopero generale e di una “lunga lotta” destinata a riscaldare il clima e a rompere la coesione della Cdl. Definiscono inaccettabili i provvedimenti sull’età pensionabile. In realtà con un altro esecutivo sarebbero disposti a discutere e ad accettare ciò che è ineluttabile, visto che l’Europa stessa si muove in tal senso e altri Stati UE stanno legiferando sul delicato problema.

Manifesteranno con i sindacati, partiti e organizzazioni d’ogni tipo. Sarà l’occasione per censire e mettere in campo un formidabile schieramento d’opposizione, quello stesso che andrà a formare il prossimo cartello elettorale. (rt)


Titolo: (28.09.03) BLACK OUT TOTALE

Redazione

Già non è facile dormire dopo un film di David Cronenberg, poi urlano le sirene: è mancata la luce nella notte e gli allarmi scattano tutti. C’è da alzarsi presto. Oggi, devono far brillare due ordigni della 2° Guerra mondiale in un cantiere della futura Torino olimpica: il quartiere è da evacuare. Sono le 6,30 di una domenica mattina senza elettricità da ore e, quindi, anche senza acqua. La radio, a pile, mi informa di quel che succede e sconsiglia di uscire ed usare automobili. Mentre. assonnato ed incarognito, sospiro un caffè, urlo alla moglie di usare l’acqua minerale per lavare la caffettiera. Sono le 7,45, torna la luce, ma le sirene non cessano: ora sono quelle delle forze dell’ordine che avvisano di sfollare. Poi tutti fuori sporchi e malconci, naturalmente piove.

Gli eventi mi portano fatali a venire al lavoro. Ci sono tutti i quotidiani tranne quello torinese, che evidentemente deve possedere un generatore elettrico molto economico e che sceglie di 'ribattere' l'edizione con notizie dettagliate sullo sconquasso energetico. Metà dei siti web di informazione sono out o non aggiornati. Le e-mail e i comunicati stampa parlano sempre di unità socialista per le europee, e sempre Boselli vuol suicidarsi nel listone Prodi. Il governo, dopo l’inettitudine, procede a gran corsa verso la farsa: non c’era una politica seria e coesa e quindi ognuno per sé, la maggioranza non esiste più. Intanto la Margherita, che non ne ha mai abbastanza, chiede una commissione d'inchiesta. 

Anche a Veltroni il konsumista-amerikano-mai-stato-komunista, va male: non si siederà più al tavolo con Bossi, dice lui, ma non credo neppure che potrà più riaccendere luci e negozi della capitale per tutta la notte. Pure Tony Blair non sta bene, con buona pace di Polito/Il Riformista e Carluccio/Critica Sociale: oggi si apre il congresso del Newlabour a Bournemouth e ieri la piazza pacifista a Londra era piena, quanto l'Irak vuoto di armi di distruzioni di massa.

Mi vengono poi in mente tutti quelli che considerano gli ecologisti dei visionari, paranoici e catastrofisti: ora diranno che il black-out di questa notte è colpa loro per via del referendum contro il nucleare di quindici anni fa, dimentichi di quanto è successo negli USA poco più di un mese fa. Insomma è una pessima domenica e sono anch'io in black-out. Meno male che ieri Ferrante e il Toro…, ma esiste veramente ancora il calcio? 
Portatemi un altro caffè, per favore! (l.g.)



Titolo: (26. 09. 03)  TREMONTI E IL GOVERNO VERSO IL DISASTRO

Redazione

Tra una frizzo e una facezia del premier, una polemica sul nulla e un pettegolezzo sulla Rai, la politica economica dell’esecutivo si avvia al fallimento. Quello che c’è in cassa basta più o meno a coprire le spese correnti, a patto di dilazionare i trasferimenti agli enti locali il più possibile, e Tremonti s’ingegna a riempire forzieri senza fondo.

Il ministro si arrabatta a condonare oggi le tasse di domani, a sanare reati deturpanti, a cartolarizzare il futuro pur di fare entrare subito qualche euro in erario. Regioni, comuni e enti lamentano i mancati trasferimenti, pagano i fornitori dopo lunghi ritardi, contribuendo così all’aumento del costo della vita.

Il nuovo metodo di tassazione tramite condoni imposto dal governo, cui fanno da contraltare spudorati aumenti di imposte locali (33% negli ultimi 4 anni. Fonte ministero del Tesoro), provoca l’imbarbarimento della nostra vita sociale. A tutti è permesso di uscire dalla legalità: costruire illecitamente con il complice silenzio del sindaco e dei suoi, non dichiarare i guadagni, truffare, agire per il peggio fino all’assassinio, fare i comodi personali. Tanto la macchina della giustizia provvederà a garantire una diecina d’anni di franchigia (ci sono cause civili che hanno iter medi di 9 anni) e sempre un condono salverà i disonesti, avvilirà i giusti e befferà le vittime.

Chi verrà dopo Berlusconi avrà buon gioco a dichiarare la cosa pubblica ‘zona disastrata’, a imporre tasse come se piovesse, a intraprendere senza freni, né proteste, il risanamento morale dell’Italia e degli italiani, secondo la classica visione delle sinistre integrata dal cattolicesimo targato Scalfari e Bindi.

Se questa è la situazione, allora persino la ‘pazzia’ che tanto piace in Alta Val Brembana, quella di Umberto Bossi, potrebbe essere benefica se valesse a dissolvere al più presto la coalizione di governo. Ma il Cavaliere e i suoi recalcitranti alleati di Centro e della Destra terranno duro sino alla disfatta elettorale e all’avvento della nuova coalizione.

A vincere sarà uno schieramento ancora più spostato a sinistra di quello che gli italiani rifiutarono alle politiche del 2001. Dopo averlo sopportato per cinque anni, scelsero Berlusconi che pure era stato loro accuratamente descritto da Rutelli & C. con una campagna elettorale dura e viperina. Fallita la Cdl, il governo che sostituirà l’attuale sarà una scelta in un certo senso ‘imposta’ e quindi pericolosa.

I centristi del Polo e dell’Ulivo dovrebbero riconsiderare ora, prima che sia troppo tardi, il proprio posizionamento politico, se necessario perseguendo l’utopia di offrire agli italiani la scelta di un terzo schieramento alternativo. Anche lo Sdi di Boselli, che accetta di annullarsi affogandosi in un ‘cartello’ che lo dissolverà, il Nuovo Psi e Rino Formica, che non ha ambizioni elettorali personali, dovrebbero farsi carico di questa indispensabile riflessione che riguarda il riformismo democratico italiano e la salvaguardia dei diritti dei cittadini. (rt)



Titolo: ( 20. 09. 03) BEL COLPO MINISTRO SIRCHIA

Redazione

Perché è così difficile legiferare in Italia? Non sono soltanto gli interessi contrapposti o le divergenze politiche a far nascere leggi zoppicanti, ingiuste o inapplicabili. Senza dubbio ci mette del suo il legislatore, spesso mal consigliato ed informato, quando non semplicemente incapace.

Il ministro della Salute Gerolamo Sirchia, che sul suo specifico incapace non è, ha emanato un’ordinanza urgente per la ‘tutela dell’incolumità pubblica dal rischio di aggressioni da parte di cani potenzialmente pericolosi’. È una iniziative doverosa che però si trasformerà in un inutile tormento per decine di migliaia di cittadini.

Infatti le razze canine interessate sono una novantina, molte delle quali innocue; citiamo ad esempio i pincher, i collie, i sanbernardo e molti dei cani pastore inseriti nell’elenco cui fa riferimento l’ordinanza. Ai proprietari si richiederà non solo un’assicurazione obbligatoria (si parla di 200 €), ma anche una visita veterinaria annuale e, forse, un patentino (altra gabella). Dichiara il ministro Sirchia che “l’Italia va così ad allinearsi alla disposizioni ben più severe già vigenti da tempo in altri paesi dell’Unione Europea. In Francia e in Germania i pitbull sono ormai stati messi al bando”. E anche in Inghilterra, aggiungiamo noi. Proprio questo è il punto. Sarebbe bastato procedere allo stesso modo anche da noi, invece di avventurarsi in un ginepraio di razze e di divieti. L’articolo 2 dell’ordinanza, in particolare, vieta di acquistare, possedere o detenere tutti i cani di cui al lunghissimo elenco “ai delinquenti abituali o per tendenza; a chi è sottoposto a misura di prevenzione personale o a misura di sicurezza personale; a chiunque abbia riportato condanna, anche non definitiva, per delitto non colposo contro la persona o contro il patrimonio, punibile con la reclusione superiore a due anni; a chiunque abbia riportato condanna, anche non definitiva, (…..) ai minori di 18 anni e agli interdetti e inabilitati per infermità”. È una disposizione tra l’odioso e l’illiberale che denota, a nostro avviso, la tendenza del ministro ad ‘educare il popolo’, a vessarlo e a complicargli la vita con leggi e gabelle. Certo lo fa a fin di bene, ma restando sempre ben lontano dalla vita reale d’ogni giorno e ignorando la burocrazia che prospera e cresce proprio su ‘leggine’ come queste. Risultato: le bestie mordaci, quelle che sono stimolate da padroni incivili e bestiali, continueranno a mordere; qualche cittadino con cane senza museruola pagherà multe salate; migliaia di cani verranno abbandonati. Bel colpo, ministro Sirchia! (rt)



Titolo: (17. 09. 03) CIAMPI E IL GOVERNO SI CONFRONTANO

Redazione

Carlo Azeglio Ciampi scende in capo in difesa della Costituzione. Non è la prima volta, ma il suo intervento assume particolare valore nel giorno in cui il PdL annuncia il suo pacchetto di riforme istituzionali. È vero che si tratta di proposte, ma su di esse la maggioranza è “ notevolmente compatta” come ha annunciato il premier, e decisa ad andare avanti anche da sola, se necessario.

Secondo il presidente della Repubblica, “Da cinquant’anni siamo uniti in un patto di cittadinanza comune” perché abbiamo una Carta costituzionale che fu “costruita su solide basi”. Un documento di cui “essere orgogliosi come lo siamo del tricolore e dell’Inno di Mameli” e che consiglia agli studenti di “leggere e commentare con gli insegnanti”. “I valori che ci uniscono come cittadini italiani, proclamati nei primi dodici articoli della Costituzione, sono principi semplici, chiari, scolpiti nei nostri cuori”.

Quindi, prima di mettervi mano, bisogna meditare a lungo, sembrerebbe suggerire il capo dello Stato. Si potrebbe dedurre dall’autorevole intervento che sarebbe richiesta una più estesa e qualificata partecipazione prima d’aggiornare il dettato costituzionale, anche se non sono toccati i principi generali e nonostante l’intervento di ‘saggi’ del calibro di Roberto Caldaroli, il medico ospedaliero di Bergamo, vicepresidente del Senato, che già propose di inviare ai lavori forzati ‘i magistrati che sbagliano’.

Al capo dello Stato interessa anche accendere il semaforo giallo alla Lega, che intende trasferire alle regioni le competenze sulla scuola, e al ministro Letizia Moratti, favorevole alle private, ricordando che la Costituzione “assegna alla Repubblica il compito di dettare le norme generali dell’istruzione” e il compito “di istituire scuole statali per ogni ordine e grado, di assicurare ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, il diritto di accedere ai gradi più alti degli studi”.

Ben oltre la questione contingente, e consapevoli della necessità di difendere i principi fondanti della Repubblica*, occorre però rilevare che la nostra costituzione ha superato la cinquantina ed è nata quando poco o nulla esisteva dei meccanismi che oggi condizionano e regolano la nostra vita.

Non esisteva, né era alle viste, l’Unione Europea. Non vivevamo in clima di globalizzazione, né di moneta unica. L’Italia era un paese agricolo, soffocato dal disastro bellico, che aspirava all’industrializzazione, sideralmente distante dal nostro terziario popolato da miriadi di microscopiche imprese personali. L’informazione poggiava ancora su un impianto giornalistico e radiofonico, lontana anni luce dall’odierna comunicazione tecnologica, pervasiva d’ogni spazio e non rientrava certo tra le emergenze nazionali.

La scuola stessa era funzionale a un progetto educativo e formativo oggi inadeguato, che deve confrontarsi con il resto del mondo industrializzato e con agili istituzioni internazionali, rapide nel cogliere i cambiamenti e nell’adeguarvisi, assai lontane da modelli ministeriali ossificati da carriere e baronie difese con i denti e con l’inghippo.

Non siamo certi, infine, che l’incipit costituzionale sia così ‘semplice e chiaro’ come lo legge dall’alto del suo magistero il Presidente. Al contrario esso è in alcuni punti ambiguo e in altri (dopo cinquant’anni!) ancora disatteso. (rt)

* I principi citati da Ciampi sono i seguenti: 1) la democrazia, i diritti inviolabili dell’uomo, i doveri inderogabili di solidarietà; 2) l’eguaglianza e la pari dignità di tutti i cittadini davanti alla legge; 3) il diritto e il dovere al lavoro; 4) l’unità indissolubile della Repubblica nel rispetto delle autonomie locali; 5) la promozione della cultura; 6) la difesa della patria; 7) l’impegno per la pace.



Titolo: (10.09.03)  MA GLI USA DISSERO NO

Telekom Serbia: quella storia Robert Gelbard se la ricorda bene. Nel 1997 era l'uomo di punta della diplomazia americana nei Balcani. Il suo titolo ufficiale era quello di inviato speciale del presidente Bill Clinton per l'attuazione degli accordi di Dayton: durante la crisi del Kosovo fu lui il rappresentante più alto del dipartimento di Stato Usa nella regione, lavorando per lunghi periodi a stretto contatto con Richard Holbrooke, l'artefice della pace nei Balcani. Gelbard oggi è un consulente d'affari a Washington. Di quella storia, di quell'operazione che portò la Stet ad acquistare il 29 per cento della compagnia serba per 878 miliardi di lire, non ha mai parlato. Ma basta riferirgli una frase che lui non conosce. Si tratta dell'ultima dichiarazione di Piero Fassino, attuale segretario italiano dei Ds e all'epoca sottosegretario alla Farnesina, sul discusso affaire: "Dopo la pace di Dayton, la scelta di Usa e Ue fu di tentare di favorire un'evoluzione democratica nei Balcani. Via le sanzioni, via l'embargo. Le imprese europee e statunitensi furono incoraggiate a investire".

Gelbard, evidentemente sorpreso, fa una pausa. E comincia le sue rivelazioni a Panorama con un moto di rabbia: "Dire che noi americani incoraggiavamo altre nazioni a investire in Serbia è ridicolo: completamente falso. La notizia dell'investimento italiano fu anzi accolta con grande preoccupazione dal governo americano: avevamo ragione di ritenere che l'accordo contenesse elementi di illegalità".

Si ricorda quando veniste a conoscenza della trattativa? No. Ma ricordo bene che ne fummo informati a cose fatte: non venimmo mai consultati. E la cosa non ci rese certo felici. Che reazione provocò la notizia? Parlammo di quella vicenda in varie riunioni, ad altissimo livello. Quei soldi italiani diedero una boccata di ossigeno a Milosevic, gli permisero di comprare nuove fedeltà, di continuare a pagare gli stipendi dei militari. Ma avevamo anche la preoccupazione che l'accordo fosse stato condotto secondo modalità che poco hanno a che fare con l'onestà. A che cosa si riferisce? Mi lasci solo dire che qualsiasi accordo stretto con la Serbia all'epoca doveva essere fatto passando attraverso Milosevic e i suoi compari. Quali organismi del governo americano erano a conoscenza del problema? Soprattutto il dipartimento di Stato. E quindi anche l'allora segretario di Stato Madeleine Albright... Lo ha detto lei. Quello che posso dirle è che si trattava di una preoccupazione largamente condivisa. Tentaste di capire dove finirono tutti quei miliardi? Sì, e giungemmo alla convinzione che la maggior parte del denaro fosse stato rubato. Si ricordi che a questo punto, nel 1997, Milosevic era nei guai: la Serbia era al collasso economico, lui aveva bisogno di nuovi investimenti sia per ragioni politiche sia per ragioni economiche. Noi non volevamo che si rafforzasse politicamente e, per questa ragione, mantenevamo le sanzioni. È vero. Però l'Onu aveva tolto le sanzioni e quindi l'accordo non era formalmente illegale. Ma noi americani, ripeto, mantenevamo quello che chiamavamo "il muro esterno delle sanzioni". Ci opponevamo cioè ai prestiti del Fondo monetario e della Banca mondiale. E non esistevano relazioni con le repubbliche della ex Jugoslavia, che non avevano ancora alcuna rappresentanza alle Nazioni Unite. Quindi non è esatto che dopo gli accordi di Dayton gli americani guardavano con favore a investimenti che favorissero il processo di pace (come ha dichiarato Fassino)? È completamente falso. Completamente falso. Non avevamo alcuna ragione al mondo per incoraggiare le aziende a dare soldi a Milosevic: volevamo investimenti in Bosnia, non certo in Serbia. Ma il governo italiano dell'epoca aveva una posizione diversa e la divergenza di opinioni era profonda. In particolare con il ministro degli Esteri Lamberto Dini, che era la persona con cui avevamo più contatti. L'accordo della Telekom Serbia non aiutò certo le nostre relazioni con il vostro Paese. Come risultato dell'affare pensammo anzi che gli italiani volessero mantenere un rapporto di amicizia con Milosevic. Il problema turbò le relazioni tra Stati Uniti e Italia per un certo periodo: ovviamente il rapporto è talmente solido che una questione del genere non lo avrebbe mai potuto incrinare. Dini ha di recente dichiarato: "Nessuno ha avvertito che era un'operazione a rischio". È un'affermazione a cui è difficile credere. Gli esponenti del governo italiano dell'epoca dicono di avere saputo dell'accordo dopo che era stato siglato: a questo crede? Non ho informazioni specifiche, ma anche questa è un'affermazione a cui è difficile credere. Di nuovo Dini: "A quell'epoca, dopo il trattato di Dayton che divideva in tre l'ex Jugoslavia, c'era l'orientamento, in Europa e negli Usa, di cercare di rendere più democratico e responsabile il regime di Belgrado. Nel 1997 non c'erano preclusioni politiche". È vero? Non esattamente. Il governo statunitense era contro ogni tipo di accordo che portasse soldi nelle tasche di Milosevic. È vero che appoggiavamo il processo democratico, è falso che appoggiavamo Milosevic. Noi anzi appoggiavamo gruppi di opposizione come Zajedno, che alle elezioni municipali vinsero molte poltrone di sindaco. Ma pensavamo che l'investimento in Telekom Serbia avrebbe aiutato Milosevic, che era il contrario di quello che volevamo. Questa posizione americana era valida anche nel 1996, quando venne architettato l'investimento in Telekom Serbia? Ho assunto il mio ruolo solo l'anno dopo. Ma le posso dire che anche prima di quella data non ha mai fatto parte della nostra politica rinforzare Milosevic. Guardi, mi permetta di essere chiaro. L'accordo di Dayton fu siglato nel novembre del 1995: nel gennaio del 1996 vidi Milosevic, prima di assumere il mio ruolo, e già allora la sua non collaborazione all'accordo di Dayton era chiara. Nel corso di quell'anno anzi Milosevic fece molto poco per ridurre il potere di Radovan Karadzic e Ratko Mladic (criminali di guerra serbi ancora ricercati, ndr). E all'inizio del 1997 la nostra insoddisfazione nei suoi confronti era ai massimi livelli. Albright fece allora la sua unica visita a Belgrado per vedere Milosevic: fu un incontro di estrema difficoltà a cui io fui presente. Torniamo al punto che più ci interessa: l'accordo della Telekom Serbia. Che cosa attirò la vostra attenzione? Era una totale anomalia. Assieme agli italiani, erano i francesi i più attivi nella regione. Ma questo contratto venne subito notato, soprattutto per la quantità di soldi versati nelle casse della Serbia. Prendeste provvedimenti? Non avevamo alcuno strumento per farlo, l'Italia è un Paese sovrano. Vi lamentaste con gli italiani? Sì. Chi lo fece, Madeleine Albright? Di questo non voglio parlare. Ripeterebbe le sue dichiarazioni davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta italiana? A Roma vado sempre volentieri...       (Marco De Martino su Panorama n.37)


Titolo: (09. 09. 03)  TARTUFON

Redazione

Romano Prodi viene sempre più velocemente risucchiato nel vortice della politica italiana, un gorgo melmoso che scredita tutto ciò che inghiotte. Solo pochi mesi fa, il 14 maggio, aveva fatto sapere di essere totalmente assorbito dal suo ruolo di presidente della Commissione Europea e di volere restare fedele al suo mandato fino alla scadenza naturale, quindi si è tuffato nella corsa elettorale per le Europee con una serie di riunioni bilaterali ( Rutelli, D’Alema), d’incontri con i suoi fedelissimi, di proposte elettorali. Oggi è in piena luce nel teatrino della politica italiana, capo virtuale di un composito schieramento che lui vorrebbe compattare sotto un unico simbolo.

Ieri, stanato da un’interrogazione del tribuno leghista Mario Borghezio, il presidente ha diffuso un suo documento sull’affare Telekom Serbia che costituisce la meditata risposta agli interrogativi dell’opinione pubblica sul suo coinvolgimento nell’oscura faccenda.

Perno del memoriale è la sconcertante affermazione di essere sempre stato all’oscuro di tutto: “ Mai, da nessuno e in alcuna forma, né direttamente né indirettamente, l'acquisto di una quota di Telekom Serbia da parte del gruppo Telecom Italia fu sottoposto alla mia attenzione, né come privato cittadino né come presidente del Consiglio; e non vi era alcuna ragione né formale né sostanziale perché ciò avvenisse…”.

Cioè la Stet - holding pubblica IRI - che aveva in portafoglio la Telecom, non aveva informato lo Stato di un’operazione complessivamente da 1500 miliardi di lire, politicamente ed economicamente strategica! E, nonostante ciò, i dirigenti non furono in alcun modo sanzionati.                                                        (Per stare all’essenziale, nel giugno 1997 la Stet, padrona di Telecom Italia comprò dal governo di Slobo Milosevic il 29% di Telekom Serbia, pagandolo 893 milioni di Marchi, vale a dire 878 miliardi di vecchie lire. Un’altra quota, del 20%, l’acquistò la società telefonica greca Ote, per 624 milioni di Marchi. Totale della spesa: 1.517 milioni di marchi, circa 1500 miliardi di lire. Questa montagna di soldi, come è noto, fu una formidabile boccata d’ossigeno per Milosevis e per sua moglie Mira Markovic, una coppia infernale nei Balcani dilaniati da una feroce guerra civile. Giampaolo Pansa su L’Espresso, agosto 2003)

Siamo del parere che politici di assoluta integrità quali Fassino, Dini e Prodi mai potrebbero essere oggetto di ‘dazioni’. Prodi, poi, perché avrebbe dovuto prendere delle mazzette per qualcosa di cui ignorava l’esistenza? Immaginiamoci la difficoltà dell’eventuale corruttore nel farsi ricevere per offrire la fatidica valigetta. - Le porgo i ringraziamenti del presidente Milosevic… - E per cosa? - Per la vostra partecipazione alla Telekom Serbia. - Non ne so niente…Si rivolga alla Stet. Si immagini il depravato girovagare per i Palazzi romani carico di valigette alla ricerca dei destinatari e tutti che gli dicono ‘Ignoro di cosa parli’. ‘Telekom Serbia? Mai sentita’.  

Ci si rende subito conto dell’assurdità e dell’impossibilità di una siffatta corruzione. Inoltre il vertice della Stet era stato sostituito per favorire l’autonomia aziendale nella privatizzazione delle aziende del gruppo, dato che ‘la vecchia dirigenza non era favorevole alla privatizzazioni’, così almeno dice Prodi nel memoriale, immediatamente smentito dai dirigenti dimissionati.

Se nessun dubbio ci sfiora sulle tangenti, abbiamo qualche incertezza nel credere che il Palazzo ignorasse la transazione. Che un presidente del Consiglio, per di più sino a poco prima della sua elezione presidente dell’Iri, fosse tenuto all’oscuro di tutto è senz’altro vero - lo dice lui! - non di meno il fatto è singolare e appartiene alla ' realtà romanzesca' della mitica Domenica del Corriere.

Prodi riserva poi un affondo al Cavaliere rilevando come: “…gli organi di informazione scritta e televisiva, con un accanimento e una dovizia di mezzi senza precedenti” si siano avventati sulla vicenda “ tanto da riproporre con forza il tema della libertà di informazione e dei rapporti tra proprietà dei media e politica''.

Meglio tardi che mai. Oggi il presidente della Commissione si accorge di ciò che Berlusconi denunciava all’epoca della caduta del suo primo governo. Allora erano però la Rai, il Corriere, Repubblica e La Stampa a menare la danza, mentre oggi sono il Giornale, Emilio Fede e Studio Aperto. C’è una bella differenza di copie, di audience e d’impatto.

Il capitolo sull’informazione andrebbe aperto senza ipocrisie partendo dalla sconvolgente alleanza del 1993, quando i tre maggiori quotidiani italiani, più L’Unità, concordavano giorno per giorno tra loro, e forse con altri, titolazione e articoli per servire la buona causa di ‘Mani pulite’. Un capitolo losco e ignorato, assai più inquietante dell’affaire Telekom, che dimostra come il conflitto d’interessi non possa ricondursi alla sola proprietà dei mezzi d’informazione. (rt)



 
 

 


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