Oggi in Italia, commenti politici della Redazione

[ARCHIVIO]

N.29 Anno IV Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti.Net
Ottobre 2003
 

Titolo: (01.11.03) CATTOLICI NON LIBERALI

Redazione

Il Crocifisso non sarà rimosso dall'aula scolastica. Non sappiamo ancora con quale procedimento di legge. Ma ciò che è già stato rimosso dalla scena politica italiana è il cattolicesimo liberale. Era già gracile prima, ha affrontato timidamente le questioni della bioetica, non ha saputo esprimersi chiaramente nella questione del «divorzio breve». Adesso è del tutto zittito, intimidito dal sospetto di voler contribuire a strappare «le radici cristiane» del paese. Si dissolve così in una coalizione politica trasversale, che alcuni chiamano eufemisticamente neo-guelfa, in realtà egemonizzata da una destra senza pudore. La tesi del Crocifisso come emblema della identità nazionale fa rivoltare nella tomba non soltanto Benedetto Croce, ma i padri nobili del cattolicesimo italiano. Abbiamo sentito usare pubblicamente la strapazzatissima citazione crociana «perché non possiamo non dirci cristiani» - tolta dal contesto di un saggio che ovviamente nessuno legge più. Con il risultato di travolgerne il senso che va invece nella direzione di considerare le ragioni della politica laica liberale come espressione e sviluppo legittimo delle «radici cristiane» della nazione. Senza dimenticare che Croce è stato uno dei pochi che si è opposto fermamente all'inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione, giudicando l'operazione «uno stridente errore logico e uno scandalo giuridico». Don Benedetto aveva torto, ma adesso almeno non citiamolo a sproposito. La stragrande maggioranza dei politici italiani si proclama «liberale». Da una settimana si dice anche espressamente «cristiana», pur preoccupandosi di precisare che non si tratta di una dichiarazione di fede in senso dottrinario, ma di una identità storica, di una appartenenza nazionale ecc. Ma è proprio su questo punto che aspettavamo di sentire alta la voce dei cattolici liberali. Avrebbero dovuto protestare contro un uso etno-nazionale della religione. Avrebbero dovuto dire chiaramente che nella questione del Crocifisso in un'aula della scuola pubblica non sono in gioco né l'identità nazionale né l'ultimo baluardo contro l'incombente invasione dell'Islam. Proprio la combinazione di cristianesimo e di liberalismo offriva i presupposti più solidi per trovare una via d'uscita ad un problema che certamente non è semplice, dato il clima politico-culturale, ma che ora sta andando verso una soluzione soltanto apparente. Il sogno del cattolicesimo liberale era quello di una «religione civile» con radici cristiane, che fosse analoga, all'esperienza americana (anch'essa evocata in questi giorni in modo approssimativo). Che in Italia si creasse cioè una comunità politica, consapevole e fiera delle proprie tradizioni, ma che si proiettasse verso dimensioni universalistiche, plurireligiose, laico-civili. Di questo sogno oggi non c'è più nulla, salvo l'affermazione sempre ripetuta che il Crocifisso come tale vale quale simbolo di universalismo, di solidarismo, di umanità. Ma imposto per legge? (G. Rusconi da La Stampa del 1/11/2003 Sezione: Cultura Pag. 18)


Titolo: (24.10.2003) BR E PADRI A ORE

Redazione

Oggi, a pagina 2 del Corriere della Sera, su un grosso box ben evidenziato a firma Paolo Brogi, leggiamo: Occhiello: La figlia dell'ex magistrato Titolo: Federica dal carcere: "Sono preoccupata per papà" (il papà, ex magistrato ed ex parlamentare del Pds e dei Verdi è Luigi Saraceni, tra i fondatori di Magistratura Democratica) Sul Corsera di ieri, pagina 3, da un ampio articolo a firma Fiorenza Sarzanini, trasparivano tutte le, giuste, cautele prese nonchè i precisissimi accertamenti effettuati dagli organi inquirenti prima di spiccare il mandato di arresto per Federica Saraceni come presunta coinvolta nell'assassinio del giurisvalorista D'Antona ad opera delle Brigate Rosse. Nel contempo la Sarzanini evidenziava l'imbarazzo dell'avvocato difensore, ex Pubblico Ministero, Francesco Misiani grande amico ed ex collega del padre di Federica, come era evidenziato l'imbarazzo e le cautele nel procedere di Franco Ionta il magistrasto che ha firmato il mandato di arresto di Federica, anch'egli collega ed amico, come Misiani, del padre di Federica Luigi Saraceni.

La vicenda Saraceni ricorda molto da vicino quella del figlio dell'ex Ministro appartenente all'ala di sinistra della DC, Carlo Donat Cattin. Figlio che fu implicato nella vicenda del rapimento e dell'assassinio di Aldo Moro. Ci si domanda, alla luce delle preoccupazioni e del dolore che dichiarano i figli di famiglie non certo oscure ma note negli ambienti della magistratura e della politica, se non sia il caso di preoccuparsi, prima, di frequentare od essere attivi negli ambienti del terrorismo che opera efferati delitti su cittadini, politici, giurisvaloristi e Forze dell'Ordine, invece di dichiararsi, pubblicamente, "preoccupati per papà" al momento dell'arresto e dell'entrata in carcere.

Per non parlare delle centinaia di detenuti e detenute delle carceri italiane che si suicidano in cella o nei gabinetti delle carceri. Detenuti e detenute di cui non si scrive, e quindi l'opinione pubblica non ne sa nulla, se non nelle "grandi occasioni" di inchieste giornalistiche o come oggi leggiamo la dichiarazione della Saraceni "Sono preoccupata per papà" e nel corso dell'articolo veniamo a conoscenza del recente suicidio per impiccagione di Pasqualina C., 38 anni, detenuta nel braccio di Regina Coeli adiacente al braccio in cui ora è detenuta Federica Saraceni. Il suicidio di Pasqualina C., come di tutti i detenuti che arrivano per disperazione all'estremo gesto, addolora e commuove e fa scaturire una domanda: Se i pericoli che corrono i detenuti, e che automaticamente, quindi, suggeriscono al lettore i pericoli analoghi che correrebbe Federica Saraceni non venivano evidenziati in occasione del suo arresto, avremmo mai saputo, per esempio, del suicidio di Pasqualina C.? Ciò, per il comune lettore, ha tanto il sapore di BR, e padri, presi a ore. (Giuliana D'Olcese)



Titolo: (20. 10. 03)  L’UNITÀ SCOPRE LA SVIZZERA

Redazione

Negli anni Trenta la società svizzera era minacciata dal fascismo italiano e dal nazismo tedesco. Gli elvetici, stretti nella tenaglia dei protervi vicini, riuscirono a salvare la loro neutralità rendendosi utili in molti modi a tutti. Scamparono così alla guerra e non subirono né il morbo fascista, né quello nazista. Alla fine risultò che avevano fatto ottimi affari, alcuni un tantino immorali, e si erano riempiti i forzieri con equanime voracità, fagocitando i beni di ebrei perseguitati, di nazisti eleganti e brutali e di qualche gerarca fascista, tutti poi travolti dalle macerie della guerra e non in grado di reclamare i propri depositi bancari.

Questa linea di condotta, adattata ai tempi storici e ai climi politici, ha sempre informato gli gnomi di Zurigo e i banchieri di Lugano, gli affaristi cosmopoliti di Ginevra e quelli ‘germanici’ di Basilea, né si può ipotizzare che, proprio ora che le ideologie sono estinte quasi ovunque, esse prendano campo nella società dei Cantoni.

Apparentemente ignorando la storia, come ciò che accade nel mondo reale, L’Unità di ieri lancia in prima pagina l’inquietante allarme che “Un nazista miliardario trionfa in Svizzera – I razzisti dell’Udc diventano il primo partito dopo una campagna contro gli immigrati”. Il nobile foglio intende riferirsi al Partito Popolare Svizzero (Svp) dell’industriale Cristoph Blocher, partecipe dell’Unione di Centro che comprende anche altri due partiti.

Hanno votato per Blocher, un industriale della chimica che esporta il 92% della produzione, i liberali e i cristiani democratici e, infatti, i due partiti di riferimento (Fdp e Cvp) sono quelli che hanno perso i seggi in favore dell’Udc. Incidentalmente, va detto che anche i socialisti (Sp) hanno guadagnato voti.

Nel commento L’Unità spiega, tra l’altro, che “Inizialmente votavano per lui dal fondo delle valli o dai villaggi alti sulle montagne, dove tradizionalmente il visitatore della valle accanto suscita la stessa diffidenza di un immigrato kosovaro. Oggi Blocher pare far breccia anche nella cerchia urbana, in quegli ambienti agiati che vedono con preoccupazione barcollare il ‘modello svizzero’ e ne attribuiscono le cause, almeno in parte, a quel venti per cento di stranieri che conta il paese su sette milioni di abitanti”.

Non un dubbio ha il giornale di Colombo Furio sul fatto che la questa sia la democrazia. C’è un problema, il governo e le forze politiche che lo esprimono evita di affrontarlo, i cittadini ne vivono tutti i disagi e votano per chi pensano che possa risolverglieli. Blocher è un conservatore liberale, impiega operai stranieri e sa bene di qual è la questione di cui si parla.

È la stessa che costituisce un’emergenza in tutta Europa. La stessa che, in parte, ha deciso delle elezioni in Olanda, in Francia, in Austria e in Italia. È evidente che più un paese è piccolo, più sono in ballo le sue tradizioni, la sua cultura il suo stile di vita. Nello scontro di culture diverse - quella che è andata formandosi per secoli in un luogo e i saperi di chi viene da tanto lontano - tutti perdono una parte importante del loro patrimonio. C’è il timore che venga cancellato un sistema di vita, di dovere rinunciare a troppa parte dei propri diritti.

Tacciare tutto questo di razzismo e di nazismo è puro conformismo, quello intollerante di vecchia matrice comunista. Non tenere conto del comune sentire di tanti cittadini, porta a forme sempre più accentuate di distacco dalle istituzioni e dalla politica, all’inasprirsi delle contese sociali e alle sconfitte elettorali. Poi ti lamenti che arrivano gli avventurieri. (rt)



Titolo: (16. 10. 03)  ONESTÀ INTELLETTUALE

Redazione

Da Il Foglio di oggi, 'Il direttore risponde', proponiamo una riflessione che ci ha colpito per serietà e semplicità. Indirettamente è una risposta all' Etica di Vattimo. Si può fare politica anche senza privilegiare sempre e solo gli schieramenti.

 "Il centrosinistra e la Cgil, dunque, si sono riconciliati con il governatore di Bankitalia. Il severo fustigatore della manovra finanziaria di Tremonti sembra ridiventato un nume tutelare nell’immaginario collettivo di molti riformisti. Di quei riformisti che negli anni scorsi, quando benediva il nuovo miracolo economico promesso da Berlusconi, lo consideravano poco più di uno scendiletto della Casa delle libertà". 

"Naturalmente, poiché ciò che conta è dare dell’untore a Tremonti, si è sorvolato con grande disinvoltura sul contenuto delle affermazioni di Fazio. Il quale ha certamente criticato una manovra infarcita di una tantum e di condoni, ma per ricordare che l’Italia deve raggiungere e mantenere un avanzo pubblico primario non del 2 per cento, come è oggi, ma del 5,5 per cento (se si vuole dare una spallata allo stock del debito pubblico). Per garantire il conseguimento dell’equilibrio di bilancio entro il prossimo quadriennio, pertanto, è necessario ridurre la spesa primaria di parte corrente di 3,5 punti percentuali". 

"Sarebbe interessante sapere se Enrico Letta e Bersani sono d’accordo con questa analisi. E, se sono d’accordo, su quali capitoli di spesa a loro giudizio occorrerebbe intervenire. Nella sua audizione al Senato, del resto, Fazio ha ricordato che metà del debito pubblico è dovuto allo squilibrio pensionistico, e che non si può abbassare il debito pubblico senza riformare la previdenza. Ha quindi spiegato che le misure adottate dal governo sono solo un primo passo, a cui ne devono seguire altri presumibilmente più incisivi e dolorosi". 

"I responsabili economici dei Ds e della Margherita che ne pensano? O, come è stato detto, fino allo sciopero generale del 24 ottobre è vietato parlare? In ogni caso, prima di celebrare un matrimonio di convenienza con il governatore di Bankitalia, è meglio pubblicarne gli atti in modo trasparente e rigoroso di fronte agli elettori". (Michele Magno, della direzione Ds)


Titolo: (14. 10. 03) VATTIMO SPIEGA VIOLANTE

Redazione

Giunto in vista dei settant’anni, il filosofo Gianni Vattimo ha deciso di rivelare un po’ delle convinzioni etiche che, forse, lo hanno spinto a buttarsi in politica ‘riconoscendo nei Democratici di sinistra il luogo in cui condurre le sue battaglie come deputato europeo’: “ In politica…ciò che conta non è rispettare i fatti (quali poi?), ma solo i fini che si perseguono”. (…) “Il fine giustifica i mezzi? Sì, se è un fine condiviso democraticamente, il che vuol dire capace di ottenere il ragionevole consenso di tutte le persone coinvolte; e questo ovviamente non vale mai per progetti di sterminio di massa, nemmeno per qualche assassinio singolo fatto 'a fin di bene' (la vittima era d’accordo?)”. 

Arrampicatosi sul vetro di queste enunciazioni tra l’ovvio e il conformistico, il politico-giornalista-filosofo-scrittore torinese ci fornisce un grottesco esempio della sua visione: “Se (Blair e Bush) avessero nascosto qualche verità in nome di un ‘valore superiore’ – mettere a disposizione di tutta l’Africa una medicina contro l’aids – non ci importerebbe davvero niente di ‘come stanno le cose’ ". 

Ridotta all’osso, la morale è che in politica, ma allora anche nelle altre manifestazioni sociali, è più che lecito fare carte false…purché, s’intende, siano salvi i principi democratici. 

Combinazione vuole che, mentre tanto filosofo pubblicava il suo ‘fondino’ sul precetto morale lasco, un altro illustre torinese, Luciano Violante spiegava come la mafia beatamente se la goda sotto l’alta protezione di quel diavolo di un Berlusconi: “La mafia oggi non ha paura e non per responsabilità delle forze dell’ordine, ma per responsabilità del presidente del Consiglio”. 

Sconcerto nel mondo politico. Violante non è un chiacchierone e non parla a caso, c'è forse un altro bacio galeotto sfuggito ai segugi di 'Chi'? È alle porte un nuovo processo politico decennale, questa volta per il Cavaliere? Forse niente di tutto questo. Alla flebile luce dell’Etica di Vattimo che prontamente ci soccorre, tutto potrebbe essere più semplice: “In politica ciò che conta non è rispettare i fatti, ma sono i fini che si perseguono…”. Un genio, il professore! (rt)



Titolo: (11. 10. 03)  SE FINI FA IL GUASTATORE

Redazione

Le parti si sono invertite e Gianfranco Fini si è messo a fare il Bossi. Se fino a ieri era il leghista a scrollare il governo, oggi è il vice presidente del Consiglio a squassare la maggioranza. Dal suo punto di vista è più che giusto farlo. Partendo dalla convinzione che il Cavaliere è bollito, bisogna pensare al domani e portare An al centro dello schieramento, ridandogli la perduta iniziativa.

Per questo Fini e i suoi ‘colonnelli’ si sono messi a cavalcare i temi sociali, quelli più squisitamente politici, ed hanno raccolto cauti apprezzamenti da parte dell’opposizione (quella ‘riformista’) e il plauso caloroso dei cattolici. L’elettorato della Destra è combattuto: meno di un mese fa gli si era annunciato un Ddl sulla droga (‘Tolleranza zero sia per chi spaccia che per chi consuma’) e aveva gioito, oggi si sente proporre la promozione sul campo degli extracomunitari ed è più che perplesso.

Chi invece pigia come un forsennato sui pedali del tandem messo in pista da Fini è Pier Ferdinando Casini. Il presidente della Camera ha finalmente trovato l’antidoto contro le bizze leghiste e intravede la possibilità di costituire un nucleo forte di centro attorno al quale si potranno agglutinare i resti di Forza Italia, quando Berlusconi sarà fuori gioco. I due, Fini e Casini, vorrebbero spingere la Lega ai margini della maggioranza, inducendola magari a ritirare i ministri e a dare un appoggio esterno al governo.

Il premier ha capito che, in realtà, si discute di un Dopoberlusconi sempre più prossimo ed ha ammonito i suoi beneficiati a non crearsi troppe illusioni: ‘Senza di me per voi non c’è futuro’ e “Non si pensi a qualche rimpasto che gli elettori non capirebbero. Se cade il governo si va ad elezioni anticipate”.

Nella situazione attuale, con un esecutivo sgangherato popolato di ministri inadeguati, molti italiani sarebbero grati alla Lega e ad AN se forzassero la mano sino ad elezioni anticipate. Naturalmente non le voterebbero, ma sarebbero persino disposti a smettere di rinfacciare a Fini il passato e a Bossi il presente. (rt)


Titolo: (09. 10. 03) LA SINISTRA NON FA SOGNARE

Redazione

Le elezioni californiane possono indurre a qualche parallelo con la situazione italiana? Forse no, però questo articolo induce a qualche utile riflessione.

Mister Muscolo è il nuovo governatore della California; il testosterone iperattivo e le precoci simpatie naziste non gli hanno impedito di trionfare nelle elezioni di martedì. Si apre la discussione sulle cause e da sinistra si levano lamentele consuete: la crescente superficialità di un'informazione ridotta a slogan, la confusione del registro politico con quello spettacolare, lo straordinario potere dei media. Tutto vero: nella settimana che ha cambiato il corso della campagna, Schwarzenegger è stato ospite in pochi giorni di tutti i principali talk-show. Se un qualsiasi altro politico impegnato in un'elezione locale si fosse offerto a Oprah Winfrey o a Larry King, le segretarie non l'avrebbero neanche richiamato. Altro che par condicio!

Credo però che le lamentele vadano messe da parte, che esse anzi (come vedremo) costituiscano il problema invece di risolverlo. Credo che i progressisti, in America e altrove, dovrebbero trarre un'importante lezione da quel che è capitato nello Stato che più di tutti «fa tendenza». La politica non è solo amministrazione: è progetto, è invenzione, è sogno. Non si rivolge solo alle tasche dei cittadini ma anche alla loro immaginazione, alle loro passioni, alle loro speranze. 

Sembrerebbe dunque che la sinistra abbia un vantaggio naturale in questo senso: dove altro dovremmo cercare proposte di rinnovamento, utopie coraggiose, programmi affascinanti e un po' peregrini se non in un'area che, per definizione, vuole cambiare la società? L'amministrazione dell'esistente, anche la più corretta e responsabile, è essenzialmente conservatrice; quindi i conservatori sembrerebbero in chiara minoranza sul piano dell'immaginario. Ma così non è perché, inspiegabilmente, i progressisti si fanno rappresentare da oscuri personaggi d'apparato, privi di capacità comunicative e di carisma, ma soprattutto privi di idee. 

Che cosa ha fatto Gray Davis, il governatore uscente, un uomo grigio di nome e di fatto, per salvarsi il posto? Le cose che spesso si fanno a sinistra: ha favorito una campagna denigratoria del suo rivale, ha evocato disastri futuri, ha inscenato una processione di notabili che si sono fatti fotografare al suo fianco. E la gente si è chiesta: di positivo, questo, che sta dicendo? E lo ha mandato a casa. Così, in assenza di un autentico, articolato sogno di una società migliore e più giusta, si è affermato il sogno di celluloide, finto e scalcinato quanto si vuole ma almeno più attraente. Mentre la sinistra si affanna a rubare alla destra la sua politica (meno tasse, più mercato, giustizia più severa), la destra si fa confezionare illusioni da quattro soldi e vince.

Un'ultima osservazione, connessa alla precedente. Ho letto da qualche parte che i medici sorridenti curano il trenta per cento di pazienti in più. Forse si dovrebbero cercare progressisti che sappiano sorridere, che non si lamentino sempre, che abbiano messaggi di ottimismo da offrire. Se si presentano sempre solo beccamorti come Davis, trionferanno i sorrisi di plastica della destra. (Ermanno Bencivenga su La Stampa di oggi)

 


Titolo: (02.10. 03) BOSELLI, PERCHÉ LO FAI ?

Redazione

I capelli abbondantemente brizzolati, le passioni controllate con un velo di cordiale ragionevolezza, il lieve sorriso rassicurante a mascherare l’antica intolleranza, Massimo D’Alema si è rappresentato ieri al Maurizio Costanzo Show come il leader politico in attività di maggiore abilità, un sincero democratico preoccupato per la situazione italiana.

La segreteria esercitata nel partito, poi la conduzione del governo, infine l’amara caduta con la sconfitta elettorale lo hanno reso, all’apparenza, più sereno, paziente ed ‘umano’; paradossalmente, anche meno comprensivo verso certe forme di democrazia ‘dal basso’ caciarone e dilettantesche che cercano scorciatoie che la politica non permette. Infatti sembra non amare più le forche manichee di un tempo, né gli attuali ‘girotondi’. Così su Canale 5 di Mediaset è apparso assai credibile e incisivo nel perorare la causa dell’informazione pluralista e nel paventare una pericolosa involuzione del nostro caotico sistema democratico.

Quanta strada ha percorso il presidente dei diesse negli ultimi dieci anni! Da quel lontando 1992-‘93, quando – essendo egli Coordinatore politico del partito – L’Unità di Veltroni orientava segretamente un ‘cartello’ di grandi quotidiani italiani ( Il Corriere, La Stampa, Repubblica) che concordava giorno per giorno, quasi ora per ora, tenore degli articoli e titolazioni in favore di ‘mani pulite’ (secondo la testimonianza di Piero Sansonetti, all'epoca condirettore dell'Unità, e di Antonio Polito di Repubblica. Vedi 'Oggi in Italia' del 4 aprile). Un formidabile fronte occulto di persuasione e di pressione che condizionava tutta l’informazione italiana e coalizzava l’intera opinione pubblica contro una parte della DC e, soprattutto, contro l’odiato Psi. Nei fatti, ancora stranamente misconosciuti, un complotto mascherato e sotterraneo, con ramificazioni e portata ancora ignote, per liquidare una classe dirigente. Allora, D’Alema non sdegnava i militanti che tiravano le monetine davanti al Raphael.

Oggi è impegnato in un’articolata manovra di riposizionamento personale e del partito. Con la Fondazione Italianieuropei vuole accreditarsi come il più convinto dei riformisti e traccia, con Giuliano Amato, un raffinato disegno politico che sta riunendo Ds, Sdi e Margherita in un nuovo partito riformista. Egli sa che se si afferma questa linea, quasi automaticamente riconquista la leadership dell’intero schieramento di centrosinistra perduta alle elezioni del 2001. Per questo è disposto a quasi tutto, anche a perorare per le Europee una surreale ‘lista Prodi’, senza Prodi. Ma il suo non è un progetto facile e privo d' incognite.

L’altro ieri, ad esempio, ha partecipato alla presentazione del libro di Piero Fassino ‘Per passione’, presente l’autore. I due non hanno mancato di sottolineare che “Craxi seppe cogliere la forte domanda di modernizzazione che proveniva dalla società” anche se va riconosciuto che “Enrico Berlinguer seppe interpretare il bisogno di riscatto morale del Paese” ed evidentemente era questo bisogno che impediva al Pci di unirsi ai socialisti. Cesare Romiti, tra i presentatori del libro, non ha potuto fare a meno di chiudere il suo intervento con questa considerazione: “ Si parla di costituire un partito riformista, un partito nuovo, ma come può l’ elettore dimenticare il passato, quando sa che gli uomini sono gli stessi che professavano una certa fede?”.

Secondo questi ex marxisti un modo ci sarebbe: chiudere il capitolo Psi con una generica riconsiderazione del passato, superare il ‘Caso Craxi’ come se si trattasse di una questione personale, che riguarda solo lui e non l’intero Psi, e recuperare alla causa militanti e capitani. Il prossimo 17 novembre, Italianieuropei organizzerà un convegno sul socialismo nella storia repubblicana. Saranno presenti molti dell’antica nomenclatura socialista. Per D'Alema sarà l’ occasione  per ricomporre le cose con gli ex ministri e i deputati del Psi. In nome del realismo politico, che impone di guardare avanti se si vuole contare ancora qualcosa, e d’interessi superiori, tutti, o quasi tutti, coglieranno in vari modi il momento e, se potranno, s’imbarcheranno nell’avventura riformista nuova di zecca. Li si può capire, i loro sono per lo più destini individuali. Ma tu, Enrico Boselli, che guidi un partito perché lo fai? Perché porti lo Sdi alla ventura, accettando di fonderlo con Margherita e Ds?  

Bisogna invece ricostruire in Italia un’ intesa democratica e riformista nella quale ricollocare i socialisti. Cioè appurare e riconoscere i fatti e le complicità che hanno portato alla scomparsa dei partiti democratici che avevano stipulato il patto che ha fondato l'Italia contemporanea varando la Costituzione del 1947 e, contemporaneamente, riconoscere i motivi della deriva e della corruzione del sistema.

Sia che governi Berlusconi, sia che vincano Prodi e i riformisti di nuovo conio, senza risolvere i misteri del passato che tante ombre proiettano sul presente, la vita nel Bel Paese sarà sempre più conflittuale. Se non si darà ai cittadini quel segnale di credibilità politica e morale, di rinnovamento e di concordia che solo può generare nuove fiducie ed energie, la democrazia e i diritti per i quali si sono battuti i socialisti saranno a rischio. (rt)


Titolo: (30. 09. 03) LA TRIPLICE VA ALLA GUERRA

Redazione

Il messaggio del presidente del Consiglio a reti Rai unificate ha scatenato, tra gli altri, il forte risentimento dei sindacati. Più ancora della riforma delle pensioni, ciò che obbliga le confederazioni a opporsi “con tutti i mezzi” (così Angeletti) ai provvedimenti del governo è l’affronto di essere stati emarginati dal confronto politico con i ministri. Possono tollerare tutto, anche la ‘sterilizzazione’ delle buste-paga, anche la rinuncia a qualsiasi agitazione per non disturbare il manovratore, come avvenne all’epoca del Centrosinistra, non il mancato riconoscimento della rappresentatività e dell'autorità del sindacato su tutto ciò che si riferisce al mondo del lavoro.

I governi Prodi e D’Alema avevano nel ‘tavolo della concertazione’, il fulcro del loro sistema di governo, quasi una terza Camera della Repubblica. In quella sede non costituzionale, prima che in Parlamento, si discutevano e si decidevano con la Cgil e con le segreterie sindacali molti dei provvedimenti finanziari e sociali

L’attuale esecutivo da quell’orecchio non ci sente. ‘Il più americano’ dei governi europei, ritenendo che il mondo sindacale sia egemonizzato dalla sinistra e quindi in ogni caso politicamente e pregiudizialmente contrario ad ogni linea governativa, pensa che il sindacato debba limitarsi a “fare il suo mestiere” (Berlusconi), senza pretendere di mettere mano alle leggi. Invano Sabino Pezzotta ha richiamato la Cdl a un maggiore realismo ( “Così mi gettate nelle braccia della Cgil”), invano la Cei ha ammonito a riconsiderare ‘il codice di comunicazione televisivo’, invitando Palazzo Chigi e consiglieri a una minore conflittualità, invano la Confindustria s’è detta pronta a un ‘tavolo di trattativa globale’. Il Cavaliere, che sente svanire il consenso elettorale e deve presentarsi a Bruxelles con qualche riforma che valga come merce di scambio per gli insoddisfacenti conti dello Sato , marcia ormai deciso verso la radicalizzazione delle posizioni per attuare nella seconda parte della legislatura quanto ha disatteso nei primi due anni. E per fare questo torna a comunicare direttamente con i cittadini, forse “nel vano e fuorviante proposito di inseguire l’uomo della strada”(Comunicato Cei del 21 maggio scorso).

La Triplice ha risposto alla perdita di prestigio e di potere, facendo il suo mestiere bene al di là della prerogative sindacali, come in occasione dell’ Art. 18, di per sé un contenzioso di ridotta importanza, tanto è vero che quando si arrivò allo sciopero generale – il 17 ottobre 2002 – fu necessario aggiungervi tutto un corollario di motivazioni: il Patto con gli italiani, la Scuola, la Finanziaria, il Sud, la Pace e la crisi Fiat…

Epifani, Angeletti e Pezzotta, e con loro altre sigle di sindacati ‘nazionali’, di fronte al provocatorio spettacolo di Silvio Berlusconi che si rivolge direttamente ai cittadini e ai lavoratori, tagliandoli fuori da qualsiasi mediazione sociale, hanno immediatamente ritrovato unitarietà d’intenti e sono concordi nel proporre l’amara medicina di uno sciopero generale e di una “lunga lotta” destinata a riscaldare il clima e a rompere la coesione della Cdl. Definiscono inaccettabili i provvedimenti sull’età pensionabile. In realtà con un altro esecutivo sarebbero disposti a discutere e ad accettare ciò che è ineluttabile, visto che l’Europa stessa si muove in tal senso e altri Stati UE stanno legiferando sul delicato problema.

Manifesteranno con i sindacati, partiti e organizzazioni d’ogni tipo. Sarà l’occasione per censire e mettere in campo un formidabile schieramento d’opposizione, quello stesso che andrà a formare il prossimo cartello elettorale. (rt)


 
 

 


Home page Socialisti.net
© 2000-2006  Socialisti Punto Net Tutti i diritti riservati

: