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Titolo: (18. 11. 03) FALLITA L’ANNESSIONE
Redazione
Il tentativo da parte di ‘Italiani-europei’ di accreditarsi come i naturali continuatori del riformismo socialista è fallito. D’Alema-Amato avevano pianificato da molti mesi l’operazione, ma il varo del listone di Prodi l’ha resa inutile. Ecco come Dario Di Vico sul
'Corriere della sera' di oggi descrive il fiasco.
“Ad affondare il colpo è stato Gianni De Michelis. Rivolto a Massimo D’Alema e Piero Fassino l’ex ministro ha scandito: «Pensate che sia meglio farsi egemonizzare da Prodi che non da Craxi?». Prima di lui era stata Stefania, la figlia del leader socialista scomparso, a chiamare in causa Romano Prodi: «Cosa c’entra con voi questo democristiano di lungo corso e integralista? E’ possibile che non troviate una persona degna di capeggiare un partito o una lista riformista e dovete invece ricorrere a un personaggio che riformista non è e i cui meriti stanno soprattutto nell’aver ceduto proprietà pubbliche a prezzi fallimentari?». Con questi due velenosi riferimenti al futuro leader del centro-sinistra il convegno organizzato dalla Fondazione ItalianiEuropei sugli anni di Craxi ha cercato di colmare il fossato che divideva la riflessione storica da quella più strettamente politica. L’appuntamento era stato voluto principalmente da Massimo D’Alema che nei giorni scorsi aveva però fatto avvisare: «Non sarà una riabilitazione». E non lo è stata affatto, tanto che lo stesso presidente dei Ds nell’intervento conclusivo ha puntigliosamente riepilogato i motivi del fallimento politico dell’esperienza craxiana. Ma se il convegno ha finito per rivelarsi politicamente nullo, l’atmosfera nella quale è vissuto è stata al di fuori dell’ordinario. Nell’epoca di «Porta a porta», del predominio degli spin doctor e del parlare per slogan, il dibattito-clou del convegno è durato ben tre ore con un pubblico «vecchio stile» che ogni tanto si alzava per prendere un caffé e poi tornava al suo posto”.
“LE TANGENTI - Stefania Craxi ai Ds ha detto che se pensano di recuperare il tradizionale elettorato socialista con il nome di Prodi sono fuori dal mondo, piuttosto l’opposizione dovrebbe «con autentico coraggio riformista» avviare un serrato e costruttivo confronto con il Cavaliere, come fece Turati con Giolitti. «Non mi dite che Berlusconi non è Giolitti, perché mi verrebbe troppo facile rispondere che né a questo tavolo né a Bruxelles vedo alcun Turati». Il segretario del Nuovo Psi De Michelis ha poi introdotto il tema del finanziamento della politica e rivolto a Giuliano Amato ha detto: «Sei stato la persona più vicina a Bettino, apri la bocca una buona volta e dì quello che pensi. Io ho la coscienza a posto e le accuse rivolte ai socialisti di essere "una banda di ladri" si sono rivelate false». Amato si è mostrato visibilmente contrariato per l’uscita di De Michelis: «Non custodisco segreti inconfessabili su Craxi. Bettino mi parlò di tangenti in tre sole occasioni». La prima affinché fossero esercitate pressioni sui diplomatici di paesi stranieri per evitare che fossero pagate tangenti ad altri. La seconda per sostenere l’utilità di cambiare la legge sul finanziamento dei partiti. La terza e ultima occasione fu «quando ero presidente del Consiglio e preparai il decreto legge sul finanziamento illecito, un’eccellente soluzione legislativa che la follia giustizialista di allora buttò nel cestino». Insomma, ha concluso Amato, «vicino a Bettino non mi sentivo come uno dei 40 ladroni attorno ad Alì Babà e sarebbe bene che chi vuole bene a Craxi la facesse finita».”
“I DUBBI DI FASSINO - L’idea di tenere il convegno sul craxismo in questa stagione politica non aveva mai affascinato Piero Fassino e ieri lo si è capito benissimo. Il segretario dei Ds ha svolto un intervento che in sala è stato giudicato «aventiniano». Ha ricordato il percorso che ha portato a decidere la lista unitaria di Ds, Margherita e Sdi alle prossime europee ma ha evitato di rispondere direttamente alle provocazioni di Stefania Craxi e De Michelis. «Siamo in una fase nuova e guardiamo avanti» ha chiosato, facendo capire che tra le priorità della Quercia non c’è oggi quella di fare i conti con la vicenda politica degli anni ’80. D’Alema, invece, ha voluto riepilogare la storia e le sconfitte dei due partiti della sinistra. Senza fare sconti ai numerosi craxiani presenti. «Il Psi è stato l’unico partito riformista europeo che non si è mai dato un forte radicamento sociale e una vera rappresentanza nel mondo del lavoro». E comunque ad abbattere Bettino non è stata l’azione dei magistrati, il Psi aveva ampiamente esaurito «la sua spinta propulsiva» e si erano ridimensionate «le sue ambizioni storiche» di competere su due fronti. Con la Dc per la guida del governo e con il Pci per l’egemonia nella sinistra. «L’offensiva giudiziaria vinse perché il Paese era contro i vecchi partiti, in Francia i magistrati hanno attaccato Chirac ma non lo hanno travolto». Alla fine è arrivata l’attesa difesa di Prodi. «L’orgoglio della sinistra è poca cosa se si riduce a parlar male di Romano. Lui invece ha accettato di mettersi in gioco, ha fatto il contrario di ciò che gli si imputa». Ha dimostrato di essere un leader politico e «noi avevamo il dovere di dirgli di sì».”
Titolo: (08.11.03) L’ISOLA DEI SOCIALISTI… FAMOSI.
Redazione
Se non c’è forum che tenga per unire i dirigenti socialisti, perché non chiedere alla Aran Endemol del marito di Stefania Craxi, di produrre un format analogo a quello dell’”Isola dei famosi”, in onda su Rai 2?
In fondo, in comune coi naufragi dell’isola, gli ex dirigenti del PSI hanno il fatto di essere dei famosi di seconda o terza categoria come Adriano Pappalardo o la Carmen Russo. Contrappasso dantesco sarebbe la dieta coatta cui sarebbero sottoposti per i passati fasti della ‘Milano da Bere’.
Lo seguirebbero contenti anche i seguaci di Di Pietro, adesso che è chiaro a tutti che più che un paradiso tropicale, l’isola famosa risulta una colonia penale.
Da li, i nostri dirigenti non potrebbero scappare, sarebbero costretti a confrontasi per forza in uno spazio limitato. Invece dei giochi, ogni settimana, si sottoporranno ad una prova di unità: dovranno elaborare un documento politico comune su un tema proposto dal conduttore, il quale potrebbe ben essere l’ex parlamentare PSI Jerry Scotti. Ogni domenica almeno tre cartelle su: diritto internazionale e globalizzazione, riforma del walfare e pensioni, conflitto di interessi e televisioni, riforma del sistema giudiziario, scolastico e sanitario, laicità dello stato e immigrazione, etc.
Noi tutti, sfigati teleutenti socialisti italiani (STiSI) di ogni risma, età o fazione, che navighiamo, chattiamo, mandiamo SMS, potremmo seguirli e votarli, facendo una selezione ‘naturale’ fra chi tra loro dimostra buona volontà, coraggio e determinazione ad unire la diaspora decennale. Televoteremo il venerdì sera gli elementi che meno si coagulano nel gruppo, fino a che non ne resteranno due e poi uno solo che vincerà, non soldi - per carità (!) - ma la carica di nuovo segretario politico.
Facile no?
(l.g.)
Titolo: (03.11.03) NON BASTA DIRE ANTISEMITA (A
proposito del sondaggio Ue)
Redazione
I media italiani commentano sempre con una certa ritrosia e conformismo i fatti che riguardano Israele. C’è il timore di essere tacciati di
razzismo e di essere messi sul banco degli imputati dell’infinito Processo di Norimberga. Infatti le comunità ebraiche sparse nel mondo si identificano totalmente con Israele e, se uno si azzarda poco poco a criticare il governo Sharon e la sua politica, è perciò stesso definito antisemita.
Le Comunità sospettano che i cittadini europei parteggino per i terroristi palestinesi. Credono che all’origine di questo atteggiamento ci sia un
pregiudizio antisemita o, quantomeno, antisraeliano. Purtroppo i fatti parlano: l’ultima Intifada è nata con l’avvento di Sharon e la politica del suo governo appare a molti volta all’annessione di territori ( i nuovi insediamenti, la costruzione del Muro, ecc.) con l’ evidente volontà di spingere all’esasperazione i palestinesi (distruzione di case, assassini indiscriminati, ecc.).
Il terrorismo palestinese sembra a molti, che pure non lo approvano, come la risposta dei senza speranza alla negazione di diritti e di futuro. Come accadde per
alcuni dei ‘Padri della Patria’ d’Israele che, in un tempo non lontano, furono costretti al
terrorismo
e parteciparono poi alla fondazione e al consolidarsi della repubblica democratica.
Non possiamo non dirci amici dello Stato d'Israele e, soprattutto, degli
israeliani, comprendiamo i loro timori e sempre ci batteremo per la sua esistenza. Riconosciamo le nostre origini culturali
anche nella matrice giudaica-cristiana (come ha espresso il presidente Ciampi). Non di meno abbiamo il diritto di non essere d’accordo con l’attuale politica
del governo israeliano e di rifiutare l’identificazione del mondo islamico come ostile e antagonista al nostro.
Le comunità ebraiche della UE dovrebbero evitare di tacciare di antisemitismo
i cittadini contrari alla
'dottrina Sharon'. L’accettazione conformistica di tutti gli atti del
suo governo ( condannato anche dall’Onu) non può che contribuire alla crescente ostilità dell’opinione pubblica. Di questa, una percentuale è sicuramente composta da razzisti, ma gli altri si limitano ad esprimere liberamente ciò che
pensano, in diretta dipendenza con quanto accade oggi in Palestina. (c.s.)
Titolo: (01.11.03) CATTOLICI NON LIBERALI
Redazione
Il Crocifisso non sarà rimosso dall'aula scolastica. Non sappiamo ancora con quale procedimento di legge. Ma ciò che è già stato rimosso dalla scena politica italiana è il cattolicesimo liberale. Era già gracile prima, ha affrontato timidamente le questioni della bioetica, non ha saputo esprimersi chiaramente nella questione del «divorzio breve». Adesso è del tutto zittito, intimidito dal sospetto di voler contribuire a strappare «le radici cristiane» del paese.
Si dissolve così in una coalizione politica trasversale, che alcuni chiamano eufemisticamente neo-guelfa, in realtà egemonizzata da una destra senza pudore. La tesi del Crocifisso come emblema
dell' identità nazionale fa rivoltare nella tomba non soltanto Benedetto Croce, ma i padri nobili del cattolicesimo italiano. Abbiamo sentito usare pubblicamente la strapazzatissima citazione crociana «perché non possiamo non dirci cristiani» - tolta dal contesto di un saggio che ovviamente nessuno legge più. Con il risultato di
stravolgerne il senso che va invece nella direzione di considerare le ragioni della politica laica liberale come espressione e sviluppo legittimo delle «radici cristiane» della nazione. Senza dimenticare che Croce è stato uno dei pochi che si è opposto fermamente all'inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione, giudicando l'operazione «uno stridente errore logico e uno scandalo giuridico». Don Benedetto aveva torto, ma adesso almeno non citiamolo a sproposito.
La stragrande maggioranza dei politici italiani si proclama «liberale». Da una settimana si dice anche espressamente «cristiana», pur preoccupandosi di precisare che non si tratta di una dichiarazione di fede in senso dottrinario, ma di una identità storica, di una appartenenza nazionale ecc. Ma è proprio su questo punto che aspettavamo di sentire alta la voce dei cattolici liberali. Avrebbero dovuto protestare contro un uso etno-nazionale della religione. Avrebbero dovuto dire chiaramente che nella questione del Crocifisso in un'aula della scuola pubblica non sono in gioco né l'identità nazionale né l'ultimo baluardo contro l'incombente invasione dell'Islam. Proprio la combinazione di cristianesimo e di liberalismo offriva i presupposti più solidi per trovare una via d'uscita ad un problema che certamente non è semplice, dato il clima politico-culturale, ma che ora sta andando verso una soluzione soltanto apparente.
Il sogno del cattolicesimo liberale era quello di una «religione civile» con radici cristiane, che fosse
analoga all'esperienza americana (anch'essa evocata in questi giorni in modo approssimativo). Che in Italia si creasse cioè una comunità politica, consapevole e fiera delle proprie tradizioni, ma
proiettata verso dimensioni universalistiche, plurireligiose, laico-civili. Di questo sogno oggi non c'è più nulla, salvo l'affermazione sempre ripetuta che il Crocifisso come tale vale quale simbolo di universalismo, di solidarismo, di umanità. Ma imposto per legge?
(G. Rusconi da La Stampa del 1/11/2003 Sezione: Cultura Pag.
18)
Titolo: (24.10.2003) BR E PADRI A ORE
Redazione
Oggi, a pagina 2 del Corriere della Sera, su un grosso box ben evidenziato a firma Paolo Brogi, leggiamo:
Occhiello: La figlia dell'ex magistrato
Titolo: Federica dal carcere: "Sono preoccupata per papà"
(il papà, ex magistrato ed ex parlamentare del Pds e dei Verdi è Luigi Saraceni, tra i fondatori di Magistratura Democratica)
Sul Corsera di ieri, pagina 3, da un ampio articolo a firma Fiorenza Sarzanini, trasparivano tutte le, giuste, cautele prese nonchè i precisissimi accertamenti effettuati dagli organi inquirenti prima di spiccare il mandato di arresto per Federica Saraceni come presunta coinvolta nell'assassinio del giurisvalorista D'Antona ad opera delle Brigate Rosse. Nel contempo la Sarzanini evidenziava l'imbarazzo dell'avvocato difensore, ex Pubblico Ministero, Francesco Misiani grande amico ed ex collega del padre di Federica, come era evidenziato l'imbarazzo e le cautele nel procedere di Franco Ionta il magistrasto che ha firmato il mandato di arresto di Federica, anch'egli collega ed amico, come Misiani, del padre di Federica Luigi Saraceni.
La vicenda Saraceni ricorda molto da vicino quella del figlio dell'ex Ministro appartenente all'ala di sinistra della DC, Carlo Donat Cattin. Figlio che fu implicato nella vicenda del rapimento e dell'assassinio di Aldo Moro.
Ci si domanda, alla luce delle preoccupazioni e del dolore che dichiarano i figli di famiglie non certo oscure ma note negli ambienti della magistratura e della politica, se non sia il caso di preoccuparsi, prima, di frequentare od essere attivi negli ambienti del terrorismo che opera efferati delitti su cittadini, politici, giurisvaloristi e Forze dell'Ordine, invece di dichiararsi, pubblicamente, "preoccupati per papà" al momento dell'arresto e dell'entrata in carcere.
Per non parlare delle centinaia di detenuti e detenute delle carceri italiane che si suicidano in cella o nei gabinetti delle carceri. Detenuti e detenute di cui non si scrive, e quindi l'opinione pubblica non ne sa nulla, se non nelle "grandi occasioni" di inchieste giornalistiche o come oggi leggiamo la dichiarazione della Saraceni "Sono preoccupata per papà" e nel corso dell'articolo veniamo a conoscenza del recente suicidio per impiccagione di Pasqualina C., 38 anni, detenuta nel braccio di Regina Coeli adiacente al braccio in cui ora è detenuta Federica Saraceni. Il suicidio di Pasqualina C., come di tutti i detenuti che arrivano per disperazione all'estremo gesto, addolora e commuove e fa scaturire una domanda: Se i pericoli che corrono i detenuti, e che automaticamente, quindi, suggeriscono al lettore i pericoli analoghi che correrebbe Federica Saraceni non venivano evidenziati in occasione del suo arresto, avremmo mai saputo, per esempio, del suicidio di Pasqualina C.?
Ciò, per il comune lettore, ha tanto il sapore di BR, e padri, presi a ore. (Giuliana
D'Olcese)

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