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Titolo: (13.01.04)TANGENTOPOLI UNO E DUE
Redazione
Si ritorna, è il caso di dire, sempre sul luogo del delitto. Mai una frase è stata così profetica. Non bastava Tangentopoli d’antan, adesso, sta andando, come dire, in scena una sua nuova versione. I casi Cirio, Parmalat e Banca 121 hanno scoperchiato il vaso di Pandora del credito e il rapporto finanza – impresa. Come mai un sistema creditizio e bancario per sua natura così attento e scrupoloso sia potuto arrivare a tanto? Una situazione che potrebbe portare a un effetto domino, senza precedenti sul sistema Italia, e non solo. Anche perché, le cifre parlano chiaro e non fanno dormire sonni tranquilli: i prestiti delle banche, alla fine del 2003, toccavano circa 650 miliardi di euro. Per l’esattezza il 78percento del Pil italiano.
Per una analisi completa, bisogna dire che in questo ultimo decennio c’è stata une vera e propria impennata di prestiti, per via delle obbligazioni, un modo di finanziamento a cui le imprese hanno fatto ricorso spessissimo. Perché, le imprese sono in cerca di finanziamenti bancari e quando questi vengono meno fanno ricorso al mercato? Perché, le imprese non hanno liquidità sufficiente per far fronte, talaltro, alle congiunture positive o negative del mercato e all’innovazione per tenere testa alla competizione. Di qui, scaturisce l’intreccio stretto tra impresa e banche. Detto questo, c’è la truffa nei confronti dei risparmiatori che grida vendetta al cospetto di Dio.
Bastavano i casi Cirio e Banca 121, avvenuti prima del crack Parmalat, per capire che i risparmiatori sono stati truffati alla grande. Adesso i risparmiatori si devono unire per citare le banche per i danni subiti. Insomma, l’unione fa la forza, sennò resteranno con le pive nel sacco. Le banche coinvolte, quindi, dovranno, loro malgrado, essere costrette a pagare i danneggiati e i truffati. Dunque, davanti a gestioni imprenditoriali dissennate, fuori da ogni logica di politica finanziaria e industriale, e a truffe bell’e buone, Palazzo Kock ha fatto la politica dello struzzo.
Intanto, non c’è una finanza buona e una impresa cattiva, specularmente, se una è buona, anche l’altra è buona, e viceversa. I casi Cirio e Parmalat ne sono la prova provata. Tre casi, uno diverso dell’altro, in cui la realtà ha superato l’immaginazione. Una realtà di bancarotta e di truffe che hanno inferto un colpo duro alla credibilità del sistema Italia, nel mercato mondiale. Tre casi che non hanno nulla da invidiare con gli episodi del film Totò- truffa. Altro che Tangentopoli; nei tre casi di cui sopra, la quantità di denaro bruciato dei risparmiatori fa, metaforicamente, rizzare i capelli. Peraltro, non c’è paragone tra quello che si scoprì, con Mani pulite, alla fine del secolo scorso, e quello che sta venendo fuori oggi.
Non è per nulla questa considerazione una sparata alla barone Munchausen, ma la pura e semplice verità. Una tesi, quella di una nuova Tangentopoli, in verità, avvalorata anche da colui il quale è stato il massimo artefice della scoperta degli affari tra politica e impresa, l’ex Pm Antonio Di Pietro. Mentre lui vorrebbe cavalcare l’onda di Tangentopoli2 per rilanciare il tintinnio delle manette, ossia un giustizialismo di antico conio, noialtri per mettere in evidenza gli errori madornali di Mani pulite, compreso lui, che si mosse in una ottica giudiziaria ben precisa e con l’intento chiaro di colpire alcuni, lasciando gli altri a fare e disfare come loro credevano più opportuno.
Ad esempio, Carlo De Benedetti fu solo sfiorato, nonostante fosse stato più di una volta inquisito. Nel campo economico, sono successe cose dell’altro mondo, senza mai qualcuno posasse l’occhio e mettesse lingua. Per colpa di una politica debole e cattiva, il potere finanziario e quello imprenditoriale hanno fatto la voce grossa e hanno menato le danze. A ben vedere, i professionisti della politica sono stati penalizzati, invece, il personale, diciamo così, dell’economia privilegiati. Non a caso, due governatori di Bankitalia, Ciampi e Dini, sono stati Presidendenti del consiglio. Di più: Ciampi è l’attuale Capo dello Stato.
Il Cavaliere del lavoro, Silvio Berlusconi, è inquilino più prestigioso di Palazzo Chigi. E il presidente Ue, Romano Prodi, ex presidente dell’Iri, ricoprì la carica di Presidente del consiglio e vorrebbe riprendersela nel 2006, vittoria elettorale permettendo. E non finisce qui. Una pletora di imprenditori hanno scelto come seconda attività la vita politica, diventando parlamentari, presidenti di regione, sindaci di comuni e presidenti di provincia. Imitando Berlusconi hanno voluto, con la loro discesa in campo, difendere meglio i loro interessi economici. Probabilmente, hanno raggiunto i loro scopi aziendali, ma non hanno fatto l’interesse del paese – Italia.
Politicamente parlando, la stragrande maggioranza di questi non ha lasciato alcuna traccia. In effetti, non tutti gli imprenditori sono stati baciati dalla fortuna politica come Berlusconi. A ragion veduta, parlare del ritorno di Tangentopoli non è per nulla forviante, dopotutto. Oltre a Tangentopoli 1 c’è, ironia della sorte, Tangentopoli 2. Beninteso, Mani pulite si mosse per colpire il finanziamento illegale dei partiti, di conseguenza il rapporto tra politica e affari. Di questo tipo di rapporto ne erano a conoscenza tutti, proprio tutti, dal procuratore capo del più importante Palazzo di Giustizia d’Italia al cittadino più sprovveduto del più sperduto villaggio della penisola.
Il finanziamento dello Stato non bastava per far fronte al costo sempre più elevato della politica e i partiti furono costretti ad aprire un rapporto di do ut des con l’imprenditoria. Tutti i partiti, Radicali di Pannella esclusi. All’incirca dai 1000 ai 1550 miliardi di lire, pari a 500 e a 750 milioni di euro, finivano nelle casse dei partiti di maggioranza e di opposizione. Una bazzecola difronte a quello che hanno sperperato Cirio e Parmalat. Naturalmente si chiamo Tangentopoli1 e Tangentopoli2, ma non hanno nulla in comune. Va da sé che mentre i partiti avevano bisogno dei finanziamenti per fare politica, i padroni della Cirio e della Parmalat avevano i soldi dalle banche per fare i porci comodi loro, lungi, quindi, di fare impresa.
La cruda verità è che la vicenda di Tangentopoli, quella degli anni Novanta per intenderci, era semmai solo l’inizio del processo di bonifica della vita pubblica italiana e non anche la fine, come in modo precipitoso qualcuno aveva creduto. Comunque sia, la magistratura si fermò in mezzo al guado, e facendo male i suoi calcoli, pensò di essere arrivata alla sponda della terra promessa della moralità pubblica. In effetti, doveva andare avanti conseguenzialmente per riformare oltre la politica anche il capitalismo. A conti fatti, non sono state riformate né l’una né l’altro. Avendo fatto piazza pulita del pentapartito, del sistema dei partiti e arrestato qualche manager pubblico e privato, i falsi moralizzatori pensavano di aver portato in porto la loro missione riformatrice.
Per la precisione, secondo la vulgata, Tangentopoli finì con la liquidazione della Prima repubblica con annessi e connessi: sistema dei partiti e classe dirigente. Di più: fu messa una pietra tombale sopra quando Antonio Di Pietro si dimise dalla magistratura e quando arrivarono a tamburo battente le condanne a Bettino Craxi. Giustizia fatta e tutto poteva ripartire daccapo. La magistratura commise un grande errore di grammatica giudiziaria a bloccare le inchieste, perché quello che sta venendo fuori con la Cirio e la Parmalat stava tutto, pari pari, nella Tangentopoli 1. Bastava avere la conoscenza del caso Gardini, ossia del caso Montedison per capire che piega avevano preso le cose nella Cirio di Cragnotti e nella Parmalat di Tanzi, in particolare.
Il primo era stato il braccio destro di Gardini, il corsaro per antonomasia dell’imprenditoria italiana, il secondo era stato, viceversa, un conterraneo, protetto dalla politica, grazie alla quale aveva creato un impero di carta nel settore agro – alimentare. Cragnotti e Tanzi sapevano come e dove procurarsi i finanziamenti per acquistare aziende. La stragrande maggioranza di queste comprate, attraverso le privatizzazioni, le liberalizzazioni, con relative licenze dello Stato e degli Enti locali, il finanziamento “amico” di banchieri compiacenti, soprattutto al potere politico. Questo capitalismo sui generis ha avuto degli esiti drammatici: Gardini si è suicidato, Gragnotti e Tanzi, viceversa, sono falliti, alla maniera di “truffatori”.
Per dovere di cronaca, nel periodo di Tangentopoli e oltre, andò avanti il processo di privatizzazione delle aziende a Ppss e di quelle degli Enti pubblici, tra cui le municipalizzate, e non sempre si rispettò il principio della trasparenza e della congruità. Per dire due casi che hanno fatto storia: la Sme e la Telecom Italia. Per non citare le privatizzazioni delle Banche dell’Iri, per esempio, il caso Comit. Vedi caso, Enrico Cuccia e Gianni Agnelli fecero la parte del leone, nella prima fase, finché funzionò la loro alleanza. A questo punto, è meglio parlare di “compradores”, per dirla con Francesco Forte. Proprio i “compradores” hanno preso il posto dei “conquistadores, facendo “carne di porco” delle privatizzazioni.
I “conquistadores” erano i boiardi di stato, i “ conquistadores” sono gli Agnelli, De Benedetti, Colaninno, Benetton, Riva, Cragnotti, Caltagirone… Il bello che i maggiori quotidiani e settimanali italiani fanno capo, come è risaputo, ad alcuni di cui sopra. Diciamo la verità, quando scoppiò il caso Efim si mise sotto accusa il sistema delle Ppss, oggi dovrebbe vergognarsi tutti coloro che allora vantavano l’impresa privata, osannando il capitalismo familiare, quello che per intenderci è stato sempre privo di capitali. Di fronte, ai saldi di fine stagione di un apparato industriale statale e a un sistema bancario pubblico, la magistratura ritornò a comportarsi come le tre scimmie degli antichi romanzi gialli Mondatori: non vide, non parlò e non udì. Tanto si era appagata per quello che aveva fatto con Tangentopoli 1, per non dire che era alquanto compiacente con alcuni imprenditori e banchieri.
Quest’ultimi, con la costituzione delle Fondazioni, hanno acquistato un’autonomia piena dalla politica e, a un tempo, hanno il potere di fare bello e il cattivo tempo. Nel senso che hanno dato finanziamenti a “cani e porci”, a seconda se quadravano o meno i loro interessi e, nello stesso tempo, hanno avuto mani libere per fare la ristrutturazione bancaria a loro piacimento, con scambi e interscambi che sono una cosa raccapricciante, veramente raccapricciante sotto tutti gli aspetti. Per dipiù, dall’interrogatori di Tanzi si è scoperto che il presidenti dell’ex Banca di Roma oggi Capitalia, Cesare Geronzi, svolgeva pure il ruolo di sensale tra un imprenditore e l’altro.
Nel 1999, Callisto Tanzi acquistò ad altissimo prezzo Eurolat(650 miliardi di lire), vale a dire la holding del latte di proprietà di Sergio Cragnotti, fortemente indebitato con Capitalia, su sollecitazione di Cesare Geronzi. E Geronzi da chi fu sollecitato? Fu una sua iniziativa personale per rientrare dall’esposizione di Cagnotti? A maggior ragione, questo andazzo nelle banche è stato possibile, quando il potere di controllo e di vigilanza delle autorità preposte hanno abbassato la guardia e la classe politica si è messa a fare brokeraggio a buon mercato. In questa logica di intoccabile e di poter fare tutto, per via di sponde politiche e della poca attenzione di Bankitalia, la Banca 121 ha messo sul mercato prodotti finanziari, che sembravano addirittura titoli di Stato.
Dopo i casi suddetti, il Parlamento ha avviato una indagine sul rapporto banche e impresa, con l’obiettivo di cambiare le norme che lo regolano. Ma basta ciò per far ritornare al risparmiatore la fiducia nei confronti del sistema bancario? Tenuto conto che per ogni lavoratore Parmalat ci sono cinque risparmiatori che hanno investito in titoli Parmalat. Saprà il governo, guidato dall’imprenditore Berlusconi, riformare il linfatico e dissennato capitalismo italiano, che lo ha fatto diventare quello che è? E saprà la sinistra riformista abbandonare i poteri forti e stare di più con i risparmiatori, avendo avuto proprio dai poteri forti il salvacondotto per uscire sana e salva da Tangentopoli uno?
Biagio Marzo (da L'Opinione, del 13/01/04)
Titolo: (20.12.03) CINICO NATALE
Redazione
Auguri a chi non si è accordo che il Bel Paese è in guerra e pensa che siamo brava gente con un cuore d’oro che va in giro a fare solo i pacificatori,
scambiando i ‘peace maker’ con i ‘place meker’.
Auguri a chi pensa che Tangentopoli sia stata una caccia al ladro e non si è accorto che ha aperto la strada alla postdemocrazia, nella quale gli interessi di una minoranza potente sono divenuti ben più attivi della massa comune nel piegare il sistema politico ai propri scopi.
Auguri a chi crede che i crocifissi nei luoghi pubblici dello Stato facciano da scudo missilistico al fondamentalismo islamico.
Auguri a chi parla di riforma della previdenza sociale dall’alto di una generazione che ha avuto privilegi, posto fisso e baby pensioni e che ha ridotto i suoi figli nel precariato, chiamando flessibilità la libertà di progettare la propria vita per i prossimi tre mesi.
Auguri a chi approva le campagne contro il fumo, la droga, le stragi del sabato
sera e non vede che il suicidio è la seconda causa di morte per i ragazzi fra 14 e 24 anni.
Auguri a Parma, nuova Authority europea per l’alimentazione, ma anche alla Parmalat, alla
Cirio e a tutto il sistema bancario italiano per la gestione dei risparmi dei cittadini.
Auguri ai girotondi che in trenta al Pantheon, a festeggiare Ciampi, si fanno chiamare società civile, ma che se non faceva freddo ci sarebbe stato anche
Moretti... ed erano trentuno.
Auguri a chi gli piace la Meglio gioventù, Madre Teresa, Padre Pio e Caterina va in città, ed esce da Dogville senza aver capito nulla.
Auguri a chi continua a preferire il sistema bipolare e farci sempre scegliere
così tra due democristiani.
Auguri, infine, ai dirigenti socialisti che, dimenticando il voto di scambio, le cliente e camarille del PSI, cercano ex elettori e, dimenticando i loro stipendi da parlamentari o le pensioni
da ex tali, hanno perso ogni orizzonte di giustizia sociale. (l.g.)
Titolo: (09.12.03) MEGLIO BRUTTI SPORCHI E CATTIVI
Redazione
Prima D’Alema e Amato con il convegno di ItalianiEuropei, pochi giorni fa Berlusconi con la visita alla tomba di Hammamet, Bettino Craxi, defunto da quattro anni, è tirato da tutte le parti. Da Storace che dice: ”Il gesto di Berlusconi è di quelli che fanno riflettere”, alla Padania che scrive oggi: “Su Bettino Craxi l'Italia comincia a interrogarsi. Con un po' di senso di colpa. Fu indubbiamente un grande statista. E certamente fu coinvolto da quel malcostume politico che permeava la Prima Repubblica. Anche se è ormai palese che lui pagò per molti se non per tutti.”. Il Tempo ci informa che addirittura l’Unione monarchica chiede che sua salma torni in Italia.
«Il gesto di Silvio Berlusconi segna una svolta: È il riconoscimento ufficiale della grandezza del Bettino Craxi statista», declama Gianni De Michelis.
Forse si avvicinano le elezioni europee, più velocemente di quanto sembri.
C’è qualcuno che non vuole i voti socialisti, oggi che sono stati ripuliti?
Ma chi li ha ripuliti? Si chiede il paese. E allora qualcuno dirà “se gli ha ripuliti D’Alema, va bene!”; mentre qualcun’altro “se gli ha ripuliti Berlusconi va bene!” e così via con poche eccezioni.
Quello di oggi è un Bettino ripulito che va bene da destra e sinistra. E’ il primo caso di politico ripulito a nuovo a cui si tira la giacchetta da entrambi i lembi!
Peccato che non possa dire la sua… né lui, né i tanti socialisti che nessuno osa considerare interlocutori di una iniziativa politica unitaria seria. Così, mentre in giro vagano i troppi generali di vascelli vuoti, che permettono di cannibalizzare Bettino a tutti per uno strapuntino, noi preferiamo restare come sempre siamo stati: brutti, sporchi e
cattivi, come i nostri nonni, villici o minatori che fossero.
(l.g.)
Titolo: (04.12.03) BOSELLI E L'INCOGNITA DI PIETRO
di Biagio Marzo
Quante possibilità ci sono che Antonio Di Pietro faccia parte della lista di Prodi? A occhio e croce, parecchie. Non a caso, si dice in giro che se Di Pietro avesse come referente la politica riformista, non ci sarebbe motivo per escluderlo. Di certo, non adesso, ma in prossimità della formazione delle liste, a gennaio. Un’operazione, quella delle liste, alla stregua di un puzzle rompicapo. A gennaio, nei primi dell’anno nuovo, saranno riuniti da Occhetto anche gli stati maggiori della carovana, dove ci sarà tutto e il contrario di tutto, e Di Pietro spera che possa essere il passe-partout per entrare nella lista, oggetto dei suoi desideri, politici si intende.
Si mettessero l’anima in pace, quindi, coloro che non lo vorrebbero dentro la lista unitaria, bensì fuori, in modo autonomo, con la lista dell’Italia dei Valori. Se così fosse, cioè che facesse parte a pieno titolo della compagine elettorale prodiana, cosa farebbe Boselli, che nemmeno a morire vuol sentir parlare di Di Pietro? Il leader dei socialisti democratici, a ben vedere, si troverebbe davanti a due possibilità: la prima, dovrebbe trangugiare l’amaro calice dipietrista, la seconda, potrebbe piantare baracca e burattini e presentare una lista di tutti i socialisti della diaspora: dallo Sdi al Nuovo Psi di De Michelis e Craxi, passando dall’Associazione “Socialismo è libertà” di Formica, Martelli, Signorile, Angoletti e Larizza e dalla Fondazione Craxi.
Di Pietro ce la sta mettendo tutta per entrare e, ogni giorno che passa, sta guadagnando terreno e consenso. Prova ne sia che bussa a tutte le porte degli esponenti dell’Ulivo ed è arrivato addirittura a bussare a quella di Giuliano Amato. All’ex pm questo atto è costato molto, come andare a Canossa. In verità, egli stesso lo ha ammesso in un intervento su l’Unità. Il giornale, fondato da Antonio Gramsci, è il massimo organo di stampa a sostenere che Di Pietro abbia tutti i diritti a far parte della lista prodiana. Tra un giornale di tale fatta e un personaggio di simile pasta c’è una sintonia perfetta. Non poteva essere diversamente. In politica, per non parlare del suo precedente mestiere, l’ex senatore del Mugello ne ha fatte più di Carlo in Francia.
A memoria, fece letteralmente il pazzo contro Amato che andava a presiedere il governo, dopo le dimissioni di D’Alema. Uno come lui, eroe di Mani Pulite, non voleva sporcarsele con un governo guidato da un socialista. Una parola, quest’ultima, che era sinonimo di corruzione. Dopotutto, aveva contribuito, eccome, a liquidare il Psi e, giammai, avrebbe votato un esecutivo con la presenza degli ex Psi, Giuliano Amato presidente del Consiglio e Ugo Intini sottosegretario agli Esteri. Entrambi furono braccia destro e sinistro di Craxi, Alì Babà e i quaranta ladroni. Il titolo di un racconto delle Mille e una notte, usato impropriamente perché Alì non era il capo dei quaranta ladroni. Anzi.
Non è tutto. Andò via dai Democratici-Asinello non in punta di piedi, ma come al suo solito sbattendo la porta. Alle elezioni politiche del 13 maggio 2001 ruppe con l’Ulivo, si presentò autonomamente e non raggiunse il quorum al proporzionale. Perse sia l’Ulivo e che l’Italia dei Valori. Precisamente, la lista dipietrista ebbe, con un colpo di fortuna, solo un parlamentare eletto al maggioritario, ma che passò armi e bagagli alla maggioranza di Berlusconi, un minuto dopo lo spoglio delle schede elettorali. Il danno e la beffa. Colpito dalla sindrome di Sean Connery, si mise a raccogliere per conto proprio le firme per indire un referendum contro il Lodo Maccanico o Schifani che dir si voglia.
Ammesso e non concesso che la Consulta si pronunciasse a favore della legittimità del provvedimento legislativo di cui sopra, che non permette alcun processo nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato, tutto il lavoro fatto da Di Pietro risulterebbe alla fine una fatica sprecata. E non è detto che la Corte costituzionale non si pronunci a favore del Lodo. Comunque sia, tutto potrebbe finire come una bolla di sapone, vista la tranquillità del premier, quando qualcuno tocca questo tasto.
Detto questo, la coalizione promotrice della lista unitaria (Ds, Margherita e Sdi), il triciclo, ha bisogno di vincere, costi quel che costi, pertanto non va tanto per il sottile a mettere una terza, una quarta… ruota. Nel senso che si alleerebbe anche con il diavolo pur di vincere. Alle elezioni europee, l’Ulivo vorrebbe vincere per dare una prima spallata alla maggioranza di governo. Se tanto dà tanto, Di Pietro si troverebbe formalmente dentro la lista unitaria di Prodi. E tornando, volutamente, sul luogo del delitto, che farebbe, a questo punto, Enrico Boselli?
(da L'Opinione)
Titolo: (18. 11. 03) FALLITA L’ANNESSIONE
Redazione
Il tentativo da parte di ‘Italiani-europei’ di accreditarsi come i naturali continuatori del riformismo socialista è fallito. D’Alema-Amato avevano pianificato da molti mesi l’operazione, ma il varo del listone di Prodi l’ha resa inutile. Ecco come Dario Di Vico sul
'Corriere della sera' di oggi descrive il fiasco.
“Ad affondare il colpo è stato Gianni De Michelis. Rivolto a Massimo D’Alema e Piero Fassino l’ex ministro ha scandito: «Pensate che sia meglio farsi egemonizzare da Prodi che non da Craxi?». Prima di lui era stata Stefania, la figlia del leader socialista scomparso, a chiamare in causa Romano Prodi: «Cosa c’entra con voi questo democristiano di lungo corso e integralista? E’ possibile che non troviate una persona degna di capeggiare un partito o una lista riformista e dovete invece ricorrere a un personaggio che riformista non è e i cui meriti stanno soprattutto nell’aver ceduto proprietà pubbliche a prezzi fallimentari?». Con questi due velenosi riferimenti al futuro leader del centro-sinistra il convegno organizzato dalla Fondazione ItalianiEuropei sugli anni di Craxi ha cercato di colmare il fossato che divideva la riflessione storica da quella più strettamente politica. L’appuntamento era stato voluto principalmente da Massimo D’Alema che nei giorni scorsi aveva però fatto avvisare: «Non sarà una riabilitazione». E non lo è stata affatto, tanto che lo stesso presidente dei Ds nell’intervento conclusivo ha puntigliosamente riepilogato i motivi del fallimento politico dell’esperienza craxiana. Ma se il convegno ha finito per rivelarsi politicamente nullo, l’atmosfera nella quale è vissuto è stata al di fuori dell’ordinario. Nell’epoca di «Porta a porta», del predominio degli spin doctor e del parlare per slogan, il dibattito-clou del convegno è durato ben tre ore con un pubblico «vecchio stile» che ogni tanto si alzava per prendere un caffé e poi tornava al suo posto”.
“LE TANGENTI - Stefania Craxi ai Ds ha detto che se pensano di recuperare il tradizionale elettorato socialista con il nome di Prodi sono fuori dal mondo, piuttosto l’opposizione dovrebbe «con autentico coraggio riformista» avviare un serrato e costruttivo confronto con il Cavaliere, come fece Turati con Giolitti. «Non mi dite che Berlusconi non è Giolitti, perché mi verrebbe troppo facile rispondere che né a questo tavolo né a Bruxelles vedo alcun Turati». Il segretario del Nuovo Psi De Michelis ha poi introdotto il tema del finanziamento della politica e rivolto a Giuliano Amato ha detto: «Sei stato la persona più vicina a Bettino, apri la bocca una buona volta e dì quello che pensi. Io ho la coscienza a posto e le accuse rivolte ai socialisti di essere "una banda di ladri" si sono rivelate false». Amato si è mostrato visibilmente contrariato per l’uscita di De Michelis: «Non custodisco segreti inconfessabili su Craxi. Bettino mi parlò di tangenti in tre sole occasioni». La prima affinché fossero esercitate pressioni sui diplomatici di paesi stranieri per evitare che fossero pagate tangenti ad altri. La seconda per sostenere l’utilità di cambiare la legge sul finanziamento dei partiti. La terza e ultima occasione fu «quando ero presidente del Consiglio e preparai il decreto legge sul finanziamento illecito, un’eccellente soluzione legislativa che la follia giustizialista di allora buttò nel cestino». Insomma, ha concluso Amato, «vicino a Bettino non mi sentivo come uno dei 40 ladroni attorno ad Alì Babà e sarebbe bene che chi vuole bene a Craxi la facesse finita».”
“I DUBBI DI FASSINO - L’idea di tenere il convegno sul craxismo in questa stagione politica non aveva mai affascinato Piero Fassino e ieri lo si è capito benissimo. Il segretario dei Ds ha svolto un intervento che in sala è stato giudicato «aventiniano». Ha ricordato il percorso che ha portato a decidere la lista unitaria di Ds, Margherita e Sdi alle prossime europee ma ha evitato di rispondere direttamente alle provocazioni di Stefania Craxi e De Michelis. «Siamo in una fase nuova e guardiamo avanti» ha chiosato, facendo capire che tra le priorità della Quercia non c’è oggi quella di fare i conti con la vicenda politica degli anni ’80. D’Alema, invece, ha voluto riepilogare la storia e le sconfitte dei due partiti della sinistra. Senza fare sconti ai numerosi craxiani presenti. «Il Psi è stato l’unico partito riformista europeo che non si è mai dato un forte radicamento sociale e una vera rappresentanza nel mondo del lavoro». E comunque ad abbattere Bettino non è stata l’azione dei magistrati, il Psi aveva ampiamente esaurito «la sua spinta propulsiva» e si erano ridimensionate «le sue ambizioni storiche» di competere su due fronti. Con la Dc per la guida del governo e con il Pci per l’egemonia nella sinistra. «L’offensiva giudiziaria vinse perché il Paese era contro i vecchi partiti, in Francia i magistrati hanno attaccato Chirac ma non lo hanno travolto». Alla fine è arrivata l’attesa difesa di Prodi. «L’orgoglio della sinistra è poca cosa se si riduce a parlar male di Romano. Lui invece ha accettato di mettersi in gioco, ha fatto il contrario di ciò che gli si imputa». Ha dimostrato di essere un leader politico e «noi avevamo il dovere di dirgli di sì».”
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