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Titolo: (01.02.04) L'ISOSTENIBILE LEGGEREZZA DELLA SIGNORA
MARIA
Redazione
(Continua dal precedente) A quanti sono sbigottiti o sconvolti dall’incomprensione della scelta della signora Maria, la donna di Milano che sta mettendo a rischio la propria vita per non farsi amputare una gamba, è consigliabile di non perdersi almeno una puntata di “Bisturi”. Potranno forse dedurre che siamo disposti ad affrontare le mutilazioni per un modello di bellezza, ma non più per il vecchio vezzo di curarci e salvarci la vita.
In quest’ottica, accontentiamoci di considerare il fatto che la signora Maria ci
istighi il sospetto che non ci siano solo i kamikaze islamici disposti a morire per un modello ideale. Anche noi occidentali abbiamo dei modelli per i quali
sacrificarci? (l.g.)
Titolo: (28.01.04) O TEMPORA, O MORES!
Redazione
Macelleria chirurgica in prima serata, con carrellate di seni strappati e imbottiti, orecchie tagliate e rimontate, lifting, punti si saturazione, sangue e bende. A presentare lo spettacolo il Presidente. Quello che 8 anni fa sedeva sul più alto scanno della Camera dei Deputati: Irene Pivetti. Un tempo bacchettona e bigotta leghista oggi, dotata di look trasgressivo con accenti ‘fetish e bondage’, dominatrice compiaciuta di uno studio televisivo che presenta una carrellata di esemplari umani narcisi e esibizionisti sulla via del della bellezza al silicone, con relative carrellate nelle sale operatorie dove gli esemplari si sono alternati allegramente sotto i ferri del chirurgo plastico.
Evoluzione televisiva del “Brutto anatroccolo”, dominato allora dai parrucchieri, il programma “Bisturi” di Italia 1 trae evidente spunto dalle
serie americana di MTV come “I'm Getting Plastic Surgery” o “Extreme Makeover” della ABC, che però sono veri e propri ‘reality show’, nei quali la storia del soggetto ‘mutante’ è prevalente: non c’è lo studio con ospiti, parenti e subrette, e non c’è neppure la morbosa ripetizione dei filmati in camera operatoria.
Insomma da noi, in Italia, non si rinuncia a chiedere un robusto stomaco e contemporaneamente
a commuovere per l'incontro del parente che rivede il ‘mutato’ dopo il trattamento di bellezza.
In ogni caso, come dicono i critici americani, siamo anche noi del Bel paese al "mutilation as entertainment". Aspettiamo, allora, con ansia di passare le prossime serate a vedere nuovi inserti e magari qualche liposuzione, ricordandoci di tenerci leggeri a cena.
L’unico solo rammarico che proviamo è che la trasmissione non l'abbia
condotta il 'mutato’
più importante. Ma non disperiamo che, in una delle prossime puntate di “Bisturi”, il Presidente Pivetti ci proponga le scene plastico-operatorie del Presidente Berlusconi, rubate magari da qualche paparazzo svizzero. (l.g.)
Titolo: (26.01.04) IL CATTOSOCIALISMO O I DUBBI DEL SIG.
DEGANI
Redazione
Nella rubrica della posta dei lettori, il quotidiano di Lavitola pubblica il 23 gennaio il lamento del compagno Battista Degani: L’Avanti non celebra Craxi:
“Caro direttore, sono rimasto molto sorpreso e amareggiato leggendo l’Avanti! di lunedì 19 gennaio poiché non vi ho trovato neanche due righe per ricordare il quarto anniversario della morte di Bettino Craxi. Viceversa vedo spesso e volentieri sull’Avanti! articoli e notizie riguardanti Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e altri esponenti della “Casa delle libertà”. Allora mi chiedo: ma l’Avanti! è per caso diventato l’organo ufficiale del centrodestra? Per anni mi sono illuso che attorno alla testata storica dei socialisti potesse ricostituirsi il Partito socialista italiano; un partito di sinistra autonomo dai poli fasulli nati dalla falsa rivoluzione di tangentopoli. L’autonomia è il presupposto indispensabile per la rinascita del Socialismo, poiché se è vero che i socialisti non possono stare con quegli stramaledetti che nel 1992-1993 ci hanno distrutto il partito è anche vero che per storia e idee non possono stare con gli eredi di Mussolini (anche se rinnegati) o con la Lega.”
La risposta del giornale, a firma ‘Re.po.’, è la seguente:
“Gentile signor Degani, se lei avrà la pazienza di procurarsi una copia dell’Avanti! di martedì 20 gennaio, potrà leggere a pagina 1 l’appassionata lettera - dal titolo “L’eredità politica di Craxi e i 10 anni di Forza Italia” - che Gianni Baget Bozzo (ex Psi) ha inviato alla nostra testata proprio per ricordare l’indimenticabile leader socialista nell’anniversario della sua morte. Qualora Lei lo volesse, arrivando a pagina 2 dello stesso numero dell’Avanti! di martedì scorso, potrebbe gustare il bellissimo intervento che Gennaro Acquaviva ha tenuto lo scorso 15 gennaio al convegno che ha celebrato il ventennale del Concordato Craxi-Casaroli e che l’ex senatore del Partito socialista italiano ci ha concesso di pubblicare integralmente e che noi abbiamo titolato - a tutta pagina - “Craxi, le ispirazioni cristiane di un laico convinto”. Infine, come potrà facilmente notare volgendo lo sguardo qui sulla destra, pubblichiamo oggi un arguto articolo del nostro collaboratore Orlando Sacchelli che mette in luce come Bettino Craxi sia stato un precursore di Tony Blair e della sinistra moderna, quella - per intenderci - che con i massimalisti non è mai sceso a compromessi. Grazie per l’attenzione che ha dimostrato di prestarci quotidianamente. Saluti socialisti”
Se non leggiamo male, il giornale di Lavitola & soci forzisti, con l’eccezione posticcia e tardiva dell’”arguto contributo” del 23 gennaio, ha celebrato Bettino il 20 gennaio in una precisa chiave politica: quella cattosocialista. Quella che si è saldata definitivamente nell’abbraccio plateale di sabato scorso all’Eur.
C’è poco da blandire il ‘signor Degani’: è evidente che egli non ha dimostrato di prestare quotidianamente attenzione all’Avanti, altrimenti avrebbe colto - non da oggi - che l’Avanti! è “diventato l’organo ufficiale del centrodestra”. E certo non “per caso”…
(l.g.)
Titolo: (24.01.04) RIFORMISMO E STATO ETICO
Redazione
Non c’è un solo italiano che sia soddisfatto di come, da sempre, vanno le cose nel suo Paese. Ma chiunque manifesti l’intenzione di cambiarle, o sia anche solo sospettabile di riformismo e di avere le potenzialità di governo per farlo, finisce impallinato come lestofante. È capitato prima a Craxi, poi a Berlusconi, adesso persino a D’Alema. Cari concittadini schizofrenici che, da un lato, vi lamentate e, dall’altro, sparate sul riformista di turno, vero o virtuale che sia, vi siete mai chiesti perché? E, soprattutto, perché provarsi a cambiare realmente le cose, prospettare teoricamente di volerle cambiare, dare semplicemente la sensazione di esserne propensi è sufficiente a suscitare la stessa, belluina reazione? Una prima risposta, che attiene alla sfera degli interessi, l’ha già data Machiavelli cinquecento anni fa: «Niente è più difficile da maneggiare, meno probabile dall’avere successo, o più pericoloso da gestire che proporsi come chi vuole realizzare un nuovo ordine. Quelli che traevano beneficio dal vecchio ordine gli sono nemici e quelli che potranno godere dei benefici del nuovo gli sono tiepidi difensori».
A integrazione della risposta di Machiavelli, una seconda risposta, che attiene alla sfera delle convinzioni, ve la do ora io: perché la cultura del cambiamento, che è, poi, quella dell’alternanza democratica al potere, vi è estranea. Voi non siete riformisti perché non siete democratici. E non lo siete perché, a sessant’anni dalla caduta del fascismo, la cultura dominante è tuttora condizionata dall’assunto, che sta alla base dello Stato etico (e reazionario), secondo il quale «ciò che è reale è razionale». Insomma: che piaccia o no, una «coda» del passato resta nell’inconscio collettivo. N el centrodestra molti sono convinti sia stato un errore cercare di essere riformisti in modo «soffice». Invece di fare senza indugi le riforme, dicono, ci siamo preoccupati di tacitare, innanzitutto, le preoccupazioni di quelli che ne sarebbero stati toccati. Così, non abbiamo fatto la riforma dell’ordinamento giudiziario, che pur ritenevamo necessaria, ma ci siamo limitati a far approvare in Parlamento provvedimenti che mettessero al riparo Berlusconi dalle iniziative della magistratura. Che ciò non sarebbe stato sufficiente è dimostrato, però, da un episodio recente. La Corte costituzionale spiega di aver respinto il «lodo Maccanico» perché violava l’uguale diritto di ogni cittadino alla propria difesa (art. 24 della Costituzione). Qualora non avessero voluto godere della sospensione dei processi, le cinque maggiori cariche dello Stato, per difendersi subito in sede processuale, sarebbero state infatti costrette a dimettersi.
F ormalmente ineccepibile. Ma la Corte sembra confondere lo Stato di diritto con l’amministrazione della giustizia. Signori della Consulta, lo Stato di diritto non consiste (solo) nel diritto di ciascuno di adire alla giustizia per far valere le proprie ragioni, bensì (soprattutto) nel diritto di ciascuno di non essere chiamato in giudizio con accuse non fondate sulla legge, ma su teoremi e deduzioni «creative». Come, ahimè, è accaduto a molti, a cominciare da Andreotti. In altre parole, la Corte, con la sua sentenza, sembra dire ai cittadini: non vi preoccupate se sarete chiamati in giudizio con accuse infondate, magari a opera della stessa magistratura, perché sempre la stessa magistratura vi riconosce il diritto di ricorrervi per difendervi, e addirittura si preoccupa che possiate esercitarlo. Così, prioritario diventa il diritto (concesso dallo Stato) alla difesa e secondario il diritto (naturale di ogni uomo) di non essere accusati infondatamente; si sanziona il primato dell’ordinamento (il governo degli uomini) su un principio (il governo della legge). Così, l’Italia resta, a suo modo, uno Stato etico, ancorché di specie giudiziaria. E, poi, c’è chi continua a dire che le riforme non sono necessarie...
(di PIERO OSTELLINO, da © Corriere della Sera)
Titolo: (20.01.04) RICORDI DI BETTINO
Redazione
Bettino Craxi lottava come un novello Ercole per impedire che “il morto afferrasse il vivo”. Karl Marx usava questa immagine per il capitale, viceversa, Bettino Craxi la utilizzava nei confronti del riformismo: non voleva che il massimalismo, il morto, afferrasse il vivo, il riformismo, per annientarlo. In Italia, storicamente, il riformismo è stato soccombente al massimalismo. Di questo Craxi era consapevole a tal punto da dare ragione agli scissionisti di Palazzo Barberini che fuoriuscirono dal Psi nel gennaio del 1947. Sul piano ideologico e politico Giuseppe Saragat ebbe ragione su Pietro Nenni e Rodolfo Morandi.
Purtroppo, la scissione di Palazzo Barberini avvenne nel momento in cui il Psi era dal punto di vista elettorale il partito più forte della sinistra storica. Se Saragat non avesse dato vita al Psdi e fosse, viceversa, rimasto nel Psi, nella sinistra italiana non si sarebbe affermata l’egemonia culturale, politica ed elettorale comunista, diventando, di fatto, inattaccabile. Per via dei notevoli finanziamenti del Pcus, il Pci costruì una grande macchina da guerra, degna di questo nome. Di più, i rubli finanziarono anche le correnti socialiste “fusioniste”, dando vita addirittura alla “doppia tessera”.
Sicché Botteghe oscure, attraverso gli scritti con “doppia tessera”, teneva sotto controllo via del Corso, determinando le scelte politiche socialiste. Insomma, il Psi era un partito a sovranità limitata, senza alcuna autonomia politica. Eppure, alle elezioni del 1946 per l’Assemblea costituente erano stati i socialisti ad affermarsi come il primo partito della sinistra, sopravanzando di quasi due punti percentuali (20,7 contro 18,9%) i comunisti. Solo due anni dopo, le elezioni del 18 aprile 1948 fornirono un risultato del tutto diverso: non solo segnarono la sconfitta del Fronte Popolare, la lista comune di Psi e Pci, ma anche il definitivo sorpasso dei comunisti sui socialisti.
Questo quadro Craxi lo viveva come un incubo, ragion per cui spese le sue energie per capovolgerlo, battendosi prima per l’autonomia del Psi dal Pci e, in seguito, da segretario per l’idea riformista. Era una sera di febbraio del 1981 quando Bettino Craxi, segretario del Psi, convocò a tamburo battente il gruppo dirigente a lui più vicino. Per lui erano sacre soltanto le riunioni di direzione, che convocava con tutti i santi crismi formali, quindi quella riunione era un fulmine a ciel sereno e nessuno sapeva nulla della convocazione, per di più, di “massa”, visto che non era sua abitudine fare riunioni con più dirigenti. Quella convocazione era uno strappo alla regola.
Craxi aprì la riunione come se fosse stata una direzione di partito e senza perdersi in fronzoli (il che in verità non faceva parte del suo carattere), disse chiaro e tondo che era finito il ciclo autonomista, perché erano venute meno le ragioni storiche, e apriva la stagione riformista del socialismo italiano. Oltretutto il riformismo avanzava nell’Europa occidentale, al contrario del comunismo che versava, secondo lui, in una crisi irreversibile. Mai sarebbe sopravvissuto con l’”Eurocomunismo”, oppure con il comunismo liberale della “terza via”. Idee-escamotage di Berlinguer che nell’Europa occidentale non attecchivano e, nello stesso tempo, in Urss e nei paesi satellite erano malviste, perché lette come tentativi per minare lo status quo dei regimi comunisti.
Di lì a poco, a parere di Craxi, “i magnifici 7” del riformismo europeo si dovevano accingere a conquistare il potere: Olof Palme in Svezia, Mitterrand in Francia, Gonzales in Spagna, Soares in Portogallo, Papandreu in Grecia. In più, i governi socialisti del Benelux. Da modernizzatore o, per meglio dire, da innovatore politico, come in concreto Craxi era, scommetteva sull’unica chiave a sua disposizione, il riformismo, per far uscire il Psi dalla crisi in cui lo aveva cacciato il demartinismo e la politica unitaria con il Pci. Va da sé che Berlinguer era ostile al riformismo e tentava, in tutti i modi, di annichilirlo con l’ossimoro “partito di lotta e di governo” o con accostamento spurio e tendenzioso: “il partito di Lenin e Turati”.
Alla vigilia del quarantaduesimo congresso nazionale del Psi, che si svolse a Palermo, Craxi lanciò nelle “tredici tesi” (che si armonizzavano con il “Progetto socialista di Torino) la nuova cultura di governo, quella riformista per intenderci. La parte politica di quelle tesi resta a tutt’oggi di grande attualità e originalità. Chiamava “nuova destra” quell’alleanza, fondata tra il capitalismo, (tra cui i mezzi di informazione), i settori democratici e il Partito Comunista, che mirava a sostituire il governo politico con il governo dei “tecnici”. A ragion veduta, Craxi si oppose, visto che era un disegno involutivo della nostra democrazia, di là dalla novità e di come veniva presentato da una certa stampa e, in particolar modo, dalla lobby editoriale Scalfari&Caracciolo.
D’altro canto, il trionfo della “nuova destra” avrebbe comportato la sconfitta della politica e la liquidazione del sistema dei partiti. Una dolente nota che si commenta da sé. Giammai Craxi avrebbe permesso che i poteri forti riempissero il vuoto lasciato dall’una e dagli altri. Avendo in mano il termometro della situazione italiana, che segnava una febbre da cavallo, rilanciò la “Grande riforma”, dandole dignità di contenuti. Era l’unica ancora di salvezza per non lasciare che corpi estranei alla politica e ai partiti facessero il bello e il cattivo tempo.
In proposito Antonio Tatò, negli appunti raccolti in “Caro Berlinguer”, scrisse cose ingiuste e cattive nei confronti del leader socialista in particolare e dei socialisti in generale. Ragion per cui, se i rapporti tra Berlinguer e Craxi furono ostili, ciò è dovuto a lui che avvelenò i pozzi in cui il Psi e il Pci si erano abbeverati, storicamente. Secondo Tatò, la “Grande riforma” era una contro-riforma, dato che avrebbe corretto in senso antiproporzionale la legge elettorale, avrebbe modificato il rapporto tra esecutivo e legislativo e tra esecutivo e giudiziario. Un falso di sana pianta. Craxi era per la sua formazione ideologica, culturale e politica di sinistra, un proporzionalista convinto, senza se e senza ma.
Gli epigoni del Pci cambiarono, viceversa, spalla al loro fucile, passando dal proporzionale al maggioritario. Tuttavia, Craxi voleva che il rapporto tra esecutivo e legislativo cambiasse allo scopo di dare autorevolezza e potere al presidente del Consiglio. Dopo decenni, queste idee sono patrimonio della sinistra di governo. Eppoi, magari si fosse realizzata la riforma tra esecutivo e giudiziario. Non sarebbe morto in Tunisia e non sarebbe scomparso il Psi. In sintesi, la Seconda Repubblica sarebbe sorta senza il dramma della “guerra civile”. Non è tutto. La controffensiva di Bettino Craxi si sviluppò anche sul terreno prettamente ideologico e culturale nei confronti del Pci di Berlinguer.
La sua campagna iniziò nell’estate del 1978, con la condanna del togliattismo e del leninismo che rappresentavano entrambi il pensiero forte del Pci. Naturalmente il suo obiettivo era di minare alla base il pedigree del comunismo italiano. Di conseguenza si aprì un confronto senza esclusioni di colpi tra l’Avanti! e l’Unità. Il leader socialista aveva gettato il sasso nello stagno e con le sue iniziative a tutto campo aveva sollevato nella sinistra un vespaio, vale a dire una rivoluzione culturale superiore al dibattito sul revisionismo avutosi nel 1956 con il Rapporto Kruscev e negli anni ‘60, quello di cui il Psi si servì per andare al governo.
Piaccia o no, con Craxi iniziò il “terzo” revisionismo. Senza il Psi di Craxi e senza il suo revisionismo-riformismo, la sinistra sarebbe ancora al marxismo storicista e, soprattutto, sarebbe priva di una cultura di governo. In conclusione, Craxi portò il socialismo italiano a pieno titolo nella famiglia dei “riformisti” europei, mentre Berlinguer teneva il Pci nella famiglia “dell’Ottobre”. Con quella storia i Ds devono fare ancora i conti, anche se pensano di esserne esentati grazie alla peculiarità e alla sostanziale differenza del Pci. Questo non è per nulla vero, visto che la spia rossa segna un alto deficit di riformismo.
Biagio Marzo (da L'Opinione)
Titolo: (13.01.04) TANGENTOPOLI UNO E DUE
Redazione
Si ritorna, è il caso di dire, sempre sul luogo del delitto. Mai una frase è stata così profetica. Non bastava Tangentopoli d’antan, adesso, sta andando, come dire, in scena una sua nuova versione. I casi Cirio, Parmalat e Banca 121 hanno scoperchiato il vaso di Pandora del credito e il rapporto finanza – impresa. Come mai un sistema creditizio e bancario per sua natura così attento e scrupoloso sia potuto arrivare a tanto? Una situazione che potrebbe portare a un effetto domino, senza precedenti sul sistema Italia, e non solo. Anche perché, le cifre parlano chiaro e non fanno dormire sonni tranquilli: i prestiti delle banche, alla fine del 2003, toccavano circa 650 miliardi di euro. Per l’esattezza il 78percento del Pil italiano.
Per una analisi completa, bisogna dire che in questo ultimo decennio c’è stata une vera e propria impennata di prestiti, per via delle obbligazioni, un modo di finanziamento a cui le imprese hanno fatto ricorso spessissimo. Perché, le imprese sono in cerca di finanziamenti bancari e quando questi vengono meno fanno ricorso al mercato? Perché, le imprese non hanno liquidità sufficiente per far fronte, talaltro, alle congiunture positive o negative del mercato e all’innovazione per tenere testa alla competizione. Di qui, scaturisce l’intreccio stretto tra impresa e banche. Detto questo, c’è la truffa nei confronti dei risparmiatori che grida vendetta al cospetto di Dio.
Bastavano i casi Cirio e Banca 121, avvenuti prima del crack Parmalat, per capire che i risparmiatori sono stati truffati alla grande. Adesso i risparmiatori si devono unire per citare le banche per i danni subiti. Insomma, l’unione fa la forza, sennò resteranno con le pive nel sacco. Le banche coinvolte, quindi, dovranno, loro malgrado, essere costrette a pagare i danneggiati e i truffati. Dunque, davanti a gestioni imprenditoriali dissennate, fuori da ogni logica di politica finanziaria e industriale, e a truffe bell’e buone, Palazzo Kock ha fatto la politica dello struzzo.
Intanto, non c’è una finanza buona e una impresa cattiva, specularmente, se una è buona, anche l’altra è buona, e viceversa. I casi Cirio e Parmalat ne sono la prova provata. Tre casi, uno diverso dell’altro, in cui la realtà ha superato l’immaginazione. Una realtà di bancarotta e di truffe che hanno inferto un colpo duro alla credibilità del sistema Italia, nel mercato mondiale. Tre casi che non hanno nulla da invidiare con gli episodi del film Totò- truffa. Altro che Tangentopoli; nei tre casi di cui sopra, la quantità di denaro bruciato dei risparmiatori fa, metaforicamente, rizzare i capelli. Peraltro, non c’è paragone tra quello che si scoprì, con Mani pulite, alla fine del secolo scorso, e quello che sta venendo fuori oggi.
Non è per nulla questa considerazione una sparata alla barone Munchausen, ma la pura e semplice verità. Una tesi, quella di una nuova Tangentopoli, in verità, avvalorata anche da colui il quale è stato il massimo artefice della scoperta degli affari tra politica e impresa, l’ex Pm Antonio Di Pietro. Mentre lui vorrebbe cavalcare l’onda di Tangentopoli2 per rilanciare il tintinnio delle manette, ossia un giustizialismo di antico conio, noialtri per mettere in evidenza gli errori madornali di Mani pulite, compreso lui, che si mosse in una ottica giudiziaria ben precisa e con l’intento chiaro di colpire alcuni, lasciando gli altri a fare e disfare come loro credevano più opportuno.
Ad esempio, Carlo De Benedetti fu solo sfiorato, nonostante fosse stato più di una volta inquisito. Nel campo economico, sono successe cose dell’altro mondo, senza mai qualcuno posasse l’occhio e mettesse lingua. Per colpa di una politica debole e cattiva, il potere finanziario e quello imprenditoriale hanno fatto la voce grossa e hanno menato le danze. A ben vedere, i professionisti della politica sono stati penalizzati, invece, il personale, diciamo così, dell’economia privilegiati. Non a caso, due governatori di Bankitalia, Ciampi e Dini, sono stati Presidendenti del consiglio. Di più: Ciampi è l’attuale Capo dello Stato.
Il Cavaliere del lavoro, Silvio Berlusconi, è inquilino più prestigioso di Palazzo Chigi. E il presidente Ue, Romano Prodi, ex presidente dell’Iri, ricoprì la carica di Presidente del consiglio e vorrebbe riprendersela nel 2006, vittoria elettorale permettendo. E non finisce qui. Una pletora di imprenditori hanno scelto come seconda attività la vita politica, diventando parlamentari, presidenti di regione, sindaci di comuni e presidenti di provincia. Imitando Berlusconi hanno voluto, con la loro discesa in campo, difendere meglio i loro interessi economici. Probabilmente, hanno raggiunto i loro scopi aziendali, ma non hanno fatto l’interesse del paese – Italia.
Politicamente parlando, la stragrande maggioranza di questi non ha lasciato alcuna traccia. In effetti, non tutti gli imprenditori sono stati baciati dalla fortuna politica come Berlusconi. A ragion veduta, parlare del ritorno di Tangentopoli non è per nulla forviante, dopotutto. Oltre a Tangentopoli 1 c’è, ironia della sorte, Tangentopoli 2. Beninteso, Mani pulite si mosse per colpire il finanziamento illegale dei partiti, di conseguenza il rapporto tra politica e affari. Di questo tipo di rapporto ne erano a conoscenza tutti, proprio tutti, dal procuratore capo del più importante Palazzo di Giustizia d’Italia al cittadino più sprovveduto del più sperduto villaggio della penisola.
Il finanziamento dello Stato non bastava per far fronte al costo sempre più elevato della politica e i partiti furono costretti ad aprire un rapporto di do ut des con l’imprenditoria. Tutti i partiti, Radicali di Pannella esclusi. All’incirca dai 1000 ai 1550 miliardi di lire, pari a 500 e a 750 milioni di euro, finivano nelle casse dei partiti di maggioranza e di opposizione. Una bazzecola difronte a quello che hanno sperperato Cirio e Parmalat. Naturalmente si chiamo Tangentopoli1 e Tangentopoli2, ma non hanno nulla in comune. Va da sé che mentre i partiti avevano bisogno dei finanziamenti per fare politica, i padroni della Cirio e della Parmalat avevano i soldi dalle banche per fare i porci comodi loro, lungi, quindi, di fare impresa.
La cruda verità è che la vicenda di Tangentopoli, quella degli anni Novanta per intenderci, era semmai solo l’inizio del processo di bonifica della vita pubblica italiana e non anche la fine, come in modo precipitoso qualcuno aveva creduto. Comunque sia, la magistratura si fermò in mezzo al guado, e facendo male i suoi calcoli, pensò di essere arrivata alla sponda della terra promessa della moralità pubblica. In effetti, doveva andare avanti conseguenzialmente per riformare oltre la politica anche il capitalismo. A conti fatti, non sono state riformate né l’una né l’altro. Avendo fatto piazza pulita del pentapartito, del sistema dei partiti e arrestato qualche manager pubblico e privato, i falsi moralizzatori pensavano di aver portato in porto la loro missione riformatrice.
Per la precisione, secondo la vulgata, Tangentopoli finì con la liquidazione della Prima repubblica con annessi e connessi: sistema dei partiti e classe dirigente. Di più: fu messa una pietra tombale sopra quando Antonio Di Pietro si dimise dalla magistratura e quando arrivarono a tamburo battente le condanne a Bettino Craxi. Giustizia fatta e tutto poteva ripartire daccapo. La magistratura commise un grande errore di grammatica giudiziaria a bloccare le inchieste, perché quello che sta venendo fuori con la Cirio e la Parmalat stava tutto, pari pari, nella Tangentopoli 1. Bastava avere la conoscenza del caso Gardini, ossia del caso Montedison per capire che piega avevano preso le cose nella Cirio di Cragnotti e nella Parmalat di Tanzi, in particolare.
Il primo era stato il braccio destro di Gardini, il corsaro per antonomasia dell’imprenditoria italiana, il secondo era stato, viceversa, un conterraneo, protetto dalla politica, grazie alla quale aveva creato un impero di carta nel settore agro – alimentare. Cragnotti e Tanzi sapevano come e dove procurarsi i finanziamenti per acquistare aziende. La stragrande maggioranza di queste comprate, attraverso le privatizzazioni, le liberalizzazioni, con relative licenze dello Stato e degli Enti locali, il finanziamento “amico” di banchieri compiacenti, soprattutto al potere politico. Questo capitalismo sui generis ha avuto degli esiti drammatici: Gardini si è suicidato, Gragnotti e Tanzi, viceversa, sono falliti, alla maniera di “truffatori”.
Per dovere di cronaca, nel periodo di Tangentopoli e oltre, andò avanti il processo di privatizzazione delle aziende a Ppss e di quelle degli Enti pubblici, tra cui le municipalizzate, e non sempre si rispettò il principio della trasparenza e della congruità. Per dire due casi che hanno fatto storia: la Sme e la Telecom Italia. Per non citare le privatizzazioni delle Banche dell’Iri, per esempio, il caso Comit. Vedi caso, Enrico Cuccia e Gianni Agnelli fecero la parte del leone, nella prima fase, finché funzionò la loro alleanza. A questo punto, è meglio parlare di “compradores”, per dirla con Francesco Forte. Proprio i “compradores” hanno preso il posto dei “conquistadores, facendo “carne di porco” delle privatizzazioni.
I “conquistadores” erano i boiardi di stato, i “ conquistadores” sono gli Agnelli, De Benedetti, Colaninno, Benetton, Riva, Cragnotti, Caltagirone… Il bello che i maggiori quotidiani e settimanali italiani fanno capo, come è risaputo, ad alcuni di cui sopra. Diciamo la verità, quando scoppiò il caso Efim si mise sotto accusa il sistema delle Ppss, oggi dovrebbe vergognarsi tutti coloro che allora vantavano l’impresa privata, osannando il capitalismo familiare, quello che per intenderci è stato sempre privo di capitali. Di fronte, ai saldi di fine stagione di un apparato industriale statale e a un sistema bancario pubblico, la magistratura ritornò a comportarsi come le tre scimmie degli antichi romanzi gialli Mondatori: non vide, non parlò e non udì. Tanto si era appagata per quello che aveva fatto con Tangentopoli 1, per non dire che era alquanto compiacente con alcuni imprenditori e banchieri.
Quest’ultimi, con la costituzione delle Fondazioni, hanno acquistato un’autonomia piena dalla politica e, a un tempo, hanno il potere di fare bello e il cattivo tempo. Nel senso che hanno dato finanziamenti a “cani e porci”, a seconda se quadravano o meno i loro interessi e, nello stesso tempo, hanno avuto mani libere per fare la ristrutturazione bancaria a loro piacimento, con scambi e interscambi che sono una cosa raccapricciante, veramente raccapricciante sotto tutti gli aspetti. Per dipiù, dall’interrogatori di Tanzi si è scoperto che il presidenti dell’ex Banca di Roma oggi Capitalia, Cesare Geronzi, svolgeva pure il ruolo di sensale tra un imprenditore e l’altro.
Nel 1999, Callisto Tanzi acquistò ad altissimo prezzo Eurolat(650 miliardi di lire), vale a dire la holding del latte di proprietà di Sergio Cragnotti, fortemente indebitato con Capitalia, su sollecitazione di Cesare Geronzi. E Geronzi da chi fu sollecitato? Fu una sua iniziativa personale per rientrare dall’esposizione di Cagnotti? A maggior ragione, questo andazzo nelle banche è stato possibile, quando il potere di controllo e di vigilanza delle autorità preposte hanno abbassato la guardia e la classe politica si è messa a fare brokeraggio a buon mercato. In questa logica di intoccabile e di poter fare tutto, per via di sponde politiche e della poca attenzione di Bankitalia, la Banca 121 ha messo sul mercato prodotti finanziari, che sembravano addirittura titoli di Stato.
Dopo i casi suddetti, il Parlamento ha avviato una indagine sul rapporto banche e impresa, con l’obiettivo di cambiare le norme che lo regolano. Ma basta ciò per far ritornare al risparmiatore la fiducia nei confronti del sistema bancario? Tenuto conto che per ogni lavoratore Parmalat ci sono cinque risparmiatori che hanno investito in titoli Parmalat. Saprà il governo, guidato dall’imprenditore Berlusconi, riformare il linfatico e dissennato capitalismo italiano, che lo ha fatto diventare quello che è? E saprà la sinistra riformista abbandonare i poteri forti e stare di più con i risparmiatori, avendo avuto proprio dai poteri forti il salvacondotto per uscire sana e salva da Tangentopoli uno?
Biagio Marzo (da L'Opinione, del 13/01/04)
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