Oggi in Italia, commenti politici della Redazione

[ARCHIVIO]

N.35 Anno V Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti.Net
Maggio 2004
 

Titolo: (06.06.04) REAGAN E LA FANTASCIENZA

Redazione

Capitano coincidenza nella vita, come questa. Ieri sera mentre il telegiornale dava la notizia della morte dell’ex presidente americano, stavo leggendo la recensione della biografia non autorizzata di Nancy che lo scrittore James G. Ballard scrisse per il ‘Guardian’ nel 1991 e che compare nella sua raccolta di articoli sotto il titolo “Fine millennio: istruzioni per l’uso”.

Ballard scrittore anglocinese di fantascienza, ispiratore tra l'altro del film del canadese Cronenberg “Crash” (che l’avvocato Agnelli non resistette a vedere fino alla fine quando uscì nel 1996), riporta brevemente il resoconto “meravigliosamente sordido dell’ascesa al potere dei Reagan”, con la consapevolezza che talmente costruita ed artificiale era la loro immagine “che in fondo non importa poco se in questa biografia i fatti siano veri o no”.

Il loro sogno americano si incrinò nei fatti con l’affare Iran-Contras e con le rivelazione che i summit con Gorbacév venivano programmate da Nancy e dal suo astrologo, “da quel momento iniziarono a mobilitarsi gli uomini in grigio, guidati da George Bush.” E prosegue, concludendo: “Ma la vera lezione della presidenza Reagan è il sinistro esempio che esso offre ai futuri attori cinematografici e ai manipolatori dei media dotati di ambizioni presidenziali, con le idee fin troppo chiare e la ferma intenzione di trasformarsi nei produttori di un film millenario.”

Dieci anni dopo Schwarzenegger in California e Berlusconi in Italia elevano indubbiamente questo scrittore al rango di profeta, è questo non deve essere slegato al fatto che la fantascienza è stata la sola forme di narrativa moderna che abbia affrontato il tema del cambiamento sociale, tecnologico e ambientale.(l.g.)


Titolo: (30.05.04) L’ORA DI MONTEZEMOLO

Redazione

Nella canea politica che omologa i Poli e zittisce le voci della ragione o le costringe a umilianti contorsioni dialettiche, è sempre più raro cogliere motivi di speranza o di semplice conforto. Ancora più difficile è disporre di esempi che inducano all’ottimismo. Naturalmente non ignoriamo le esortazioni, anche di alte personalità, o le nobili parole che tutti a turno dispensano, tra una lite e l’altra, senza mai entrare nel cuore dei problemi. Costano e valgono nulla sia per chi li recita che per i cittadini costretti a misurarsi tutti i giorni con concreti problemi sociali e di lavoro.

L’ascesa di Luca di Montezemolo è, invece, un segnale in controtendenza che può incidere positivamente nelle vicende italiane. Avevamo indicato questo evento - ‘Il disastro Fiat’ del 10.10.2002 - come una soluzione necessaria. Oggi il maturare del tempo e la sorte l’ hanno resa possibile contemporaneamente nella Fiat e nel mondo industriale.

Non si tratta solo di un cambio generazionale, di questione legata all’età, quanto dell’irrompere nella provinciale e statica scena italiana di un modello globale di industriale-manager che ha in Montezemolo, Della Valle, Tronchetti Provera, Alessandri ed altri di rilievo, gli esponenti più in vista, maturati nel confronto internazionale e abituati a misurare le proprie ambizioni su parametri non solo nazionali.

Per la Fiat, mentre tutti piangevano la scomparsa dell’ ‘ultimo degli Agnelli’ e paventavano l’immediata trasformazione dell’industria torinese in public company, una fulminea risoluzione ha ricondotto la guida del gruppo nelle mani della famiglia.

Per la Confindustria, la composizione del nuovo consiglio è veramente nel segno dell’élite imprenditoriale italiana, quella che si confronta quotidianamente sul mercato mondiale. 

Mentre Montezemolo teneva il suo discorso d’investitura a Roma, a Milano Berlusconi parlava ai delegati di Forza Italia. Come tante volte in passato aveva fatto con la forza vendita delle sue aziende, ha cercato di motivarli, compulsivamente riproponendo il suo mantra ossessivo sulle tasse che già sono scese e ancora diminuiranno. C’è qualcosa di patologico nel progressivo distacco del presidente del Consiglio dalla realtà. Con angoscioso ottimismo, egli sorride al vagheggiato mondo che non c’è, che solo vive nel suo giardino e nei suoi palazzi, illudendosi di mobilitare ancora una volta gli elettori.

Fino all’avventura militare si poteva forse convenire con quanto scrisse Montanelli circa la propensione del Cavaliere a mentire. Oggi egli sembra piuttosto perduto e prigioniero in un felice universo parallelo che gli appartiene e nel quale vorrebbe condurre gli italiani. E in questo, prima vittima della sua stessa abilità imbonitrice, appare assolutamente sincero.

La salita al potere di Luca di Montezemolo, invece, appartiene alla realtà e costringerà presto il governo, l’opposizione e le forze sociali ad affrontare la necessità di un patto sociale, di un obbligato percorso di vasto accordo tra le diverse componenti della società, di un’etica condivisa che solo possono ridare competitività e speranze all’intero nostro sistema e riportarci nell’Europa dei cinque.

Allora emergeranno i veri nodi italiani che sono ancora quelli che motivarono la vana scesa in campo di Silvio Berlusconi: uno stato che condiziona, appesantisce e demotiva ogni struttura sociale, un sindacato che ancora agisce come all’inizio del XX Secolo, un’opinione pubblica, incitata e illusa da politici e intellettuali di successo, pronta a cavalcare ogni diritto pur di sfuggire anche ai minimi doveri pubblici. Una nazione fiaccata dagli egoismi corporativi che stanno facendoci sprofondare nel Terzo Mondo. (rt)


Titolo: (23.05.04)  I  LIMITI  DELLA  DEMOCRAZIA

Redazione

Su La Stampa di ieri è stato pubblicato l’articolo che segue. Al di là del fatto di cronaca, non eccezionale per le grandi città italiane, l’intervista con ‘Mira’ è interessante per la finestra che apre su una società violenta e aliena che si sviluppa al di fuori di ogni controllo delle autorità italiane.

Aggredita a sputi e insulti, molestata in mezzo alla strada da un gruppo di cinque connazionali che la toccano, le alzano addirittura la gonna e poi la minacciano di morte. La sua colpa: vestire come una ragazza occidentale, essere troppo carina e spigliata per una giovane marocchina che vive lontano dal suo Paese e che dovrebbe osservare scrupolosamente i dettami del Corano. Non solo, ma tra le aggravanti, le viene rinfacciato anche il fatto di essere fidanzata con un ragazzo italiano e di essere incinta. «Sei una puttana, una vergogna per tutti noi - le gridano in arabo, giovedì sera, inseguendola sul marciapiede di corso Giulio Cesare -. Una donna islamica non deve andare in giro in quel modo». Mira (la chiameremo così) scappa, si rifugia con l’amica prima in una panetteria, poi in un bar. Chiama i carabinieri. E mentre li aspetta in strada, arriva il fratello di uno di loro. Le chiede: «E’ a te che mio fratello ha alzato la gonna? Cosa fai ancora qui? Se stai aspettando i carabinieri sappi che non ti lascerò viva». E le mostra il pollice che passa da un lato all’altro della gola. In quel momento arriva una pattuglia del Nucleo Radiomobile. Sgomma, inchioda davanti al civico 23 di via Aosta. Pochi minuti dopo Karim Tufik, 21 anni, clandestino, viene arrestato. Soltanto lui. Gli altri del gruppo riescono a scappare. Stress, spavento, angoscia. Forse anche per tutta questa brutta vicenda, Mira - che ha soltanto 22 anni - ieri ha perso il bimbo che aveva in grembo. Ma ha il coraggio e la forza di raccontare la sua storia. La incontriamo in una stanza del Comando Provinciale dei carabinieri, in via Valfrè. Gonna di jeans sotto il ginocchio, un paio di stivaletti, maglietta corta blu, alla moda. Né veli, né hijhab a coprire i lineamenti fini del volto e i capelli castani, lunghi sulle spalle, con qualche colpo di sole e la frangetta corta. Una ragazza carina, fine. A vederla non si direbbe neppure che le sue origini siano lontane dall’Italia, dove invece è arrivata quattro anni fa. Oggi fa la badante, si occupa di un anziano. E convive con il suo fidanzato italiano, della stessa età, in una zona non distante da Porta Palazzo. In Marocco si è lasciata alle spalle un ex marito, una separazione, una storia difficile dovuta anche alla rigida mentalità e al tipico senso del possesso che l’uomo tradizionalmente esercita sulla donna nella cultura islamica. E’ seduta sul divano, con lei c’è l’amica Fatima.

Da quanto andavano avanti questi episodi? «Da un mese e mezzo il tragitto da casa al lavoro era diventato un incubo. Mi perseguitavano per strada, quasi ogni giorno. Mi aspettavano, erano sempre davanti ad un bar di corso Giulio Cesare 49, con le bottiglie di birra in mano. Se cambiavo strada, mi venivano incontro in corso Vercelli. Altre volte mi hanno insultata, sputato in faccia, sui vestiti. Ma ieri sera mi hanno circondata. Uno di loro, in sella ad una bicicletta, mi si è avvicinato e, mentre mi insultava in arabo, mi ha alzato la gonna e mi ha toccata. Erano circa le 19, ancora pieno giorno. C’era gente, ma nessuno è intervenuto: nessuno ha alzato un dito».

Cosa le dicevano in arabo? «Che non dovrei andare in giro così, come un’europea. Che dovrei rispettare l’Islam e la tradizione del mio Paese. Ma per me, la mia fede e la vostra cultura non sono in contrapposizione. Anzi, non ci vedo nulla di male. Ho molti amici italiani. E fino a quando ho vissuto nel mio Paese, non mi è mai successo nulla di simile. Eppure, mi vestivo così anche là. Non ho mai portato veli nei 18 anni passati nella mia terra. Vi sembrerà strano, ma voi occidentali credete ancora che il Marocco sia una zona di deserto e poveracci. Provate ad andare a Casablanca, ad Agadir: i giovani si vestono con jeans e maglietta. Ci sono le discoteche, si beve birra, ci si diverte. Ma sa qual è la differenza? In Marocco, per una cosa del genere la polizia picchia duro: questi ragazzi, là, avrebbero avuto le ossa rotte prima ancora di arrivare in caserma».

Ma i valori dell’Occidente sono altri, non le pare? «Qui c’è democrazia vera. Il problema è che per quei ragazzi significa troppa libertà. Una libertà che molti non meritano. Non gli sembra vero di poter combinare quasi tutto ciò che vogliono sapendo che al massimo finiscono in galera. Cos’è per loro il carcere italiano? E’ un hotel a cinque stelle: mangiano, fumano, bevono e guardano la tivù. In Marocco il carcere non è una vacanza: nel mio Paese l’idea di finire in galera mette paura. Paura vera. Qui non fa nessun effetto, non è un deterrente. E quindi se ne fregano. Lo vedete, no? Bevono, si ubriacano per strada, rubano e fanno risse».

Adesso ha paura? «Sì, e non solo perché ce ne sono altri quattro liberi. Vede, ieri sono stati loro, ma domani potrebbero essere altri a mandarmi qualche minorenne che mi accoltella, o mi sfregia la faccia con dell’acido. Purtroppo è una questione di mentalità, oltre che di sicurezza». 

(La Stampa, 22 Maggio 2004)


Titolo: (23.05.2004) IPOCRITAMENTE IMMEMORI

Redazione

Immemori delle fotografie dei nostri soldati torturatori in Somalia nel 1977, dimentichi delle fotografie dei nostri soldati con le teste mozzate di etiopi ed eritrei quasi un secolo fa, o solo di cosa è successo in Italia negli ultimi dieci anni con le carcerazione per fini delatori applicata sistematicamente in certi “riti” giudiziari.

Immemori, anche, che dieci giorni fa c’è stato il rinvio a giudizio di 47 tra agenti e dirigenti della Polizia di Stato e di quella penitenziaria, medici e personale infermieristico per l’inchiesta sulle violenze avvenuti alla scuola Diaz e alla caserma Bolzaneto durante i giorni del G8 nel 2001. Tra i reati contestati: abuso d' ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, violazione dell' ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell' uomo e delle libertà fondamentali.

Sullo sfondo le fotografie delle gesta dei soldati americani nel carcere di Abu-Ghraib e la legge sulla tortura in esame al nostro parlamento.

Me sullo sfondo, soprattutto, l’ipocrita volontà di non affrontare a viso aperto le ferite di un secolo di storia italiana: dalle nostre imprese coloniali alla guerra civile dall’8 settembre ai primi anni del secondo dopoguerra, dagli anni terrorismo rosso e nero a Tangentopoli. L’impossibilità di sentire la voce delle vittime e dei loro parenti: che si tratti di quella degli eritrei ed etiopi, che si tratti dei ragazzi di Salò, che si tratti dei familiari delle vittime del terrorismo come di quelle dei loro assassini, che si tratti dei ragazzi e delle ragazze passate per Bolzanento o delle mogli e dei figli di carabinieri e poliziotti caduti come servitori di uno stato illiberale, erede più di quanto si creda dell’epoca precedente alla repubblica.

Tutte voci che non sempre hanno potuto esprimere le loro ragioni, il loro sentimenti e risentimenti, le loro storie e le loro verità. Voci dimenticate e spesso soffocate da uno stato terribilmente debole civilmente e barocco giuridicamente.

Sulla scena pubblica udiamo nauseati solo dei vuoti soliloqui e osserviamo un paese che incapace di darsi dignità, deprivandoci, ancora, di ogni prospettiva che possa renderci una civile e compiuta democrazia liberale. 
(l. guglielminetti)


Titolo: (19.05.04) L’ULTIMO DEI MOHICANI

  Rino Formica è l’unico leader del Psi d’antan non mosso da finalità di posizionamento personale, ma solo dall’ambizione di riuscire là dove altri hanno fallito, la ricostruzione del Partito socialista. Il suo prodigarsi disinteressato, favorito dall’anagrafe e da una prodigiosa lucidità, non ha potuto evitare che altri da lui evocati, pigramente si affacciassero dall’affollato palco di ‘Socialismo è Libertà’ per riproporsi elettoralmente all’Europa.

In attesa che il voto di giugno conforti le altrui speranze, Formica è in piena attività creativa, annuncia  su ‘Il riformista’ una sua proposta sul fisco e lancia un ‘decalogo’ che contiene in realtà una schematica ma non corriva analisi politica.

Che cosa dice il Decalogo? Tra le altre cose, che “L'attuale sistema politico italiano non è fondato sul bipolarismo ma sul bileaderismo Berlusconi-Prodi” (punto 5), che “Il partito personale arreca più danni alla sinistra che al centro-destra” (7), che “La sconfitta di Berlusconi e l'evaporazione del Prodismo sono le pre-condizioni per la rinascita di una sinistra con i colori socialisti, che sappia stabilire il nuovo confine tra sinistra di governo e sinistra antagonista”(8), che “Il nostro compito è di accelerare la crisi dei partiti personali” (6).

Possiamo condividere queste e altre argomentazioni, ma poi: se Berlusconi è sconfitto, cosa assai probabile, a vincere sarà il ‘prodismo’ che, ben lungi dall’evaporare, se vorrà governare rafforzerà la sinistra antagonista. Quanto ai partiti ‘personalizzati’, esiste forse una forza politica che sfugga a questa legge mediatica?

Oggi l’opinione pubblica italiana, che ha negli anziani il nucleo allarmato ed impaurito, è composta da cittadini sempre più ansiosi che temono il futuro. Essi sono stati condotti sull’orlo di una crisi di nervi dal dissennato scontro tra politici litigiosi e talvolta poco capaci, dalla distruttiva conflittualità sociale in parte artificiosa, da una legge elettorale che appiattisce le diversità e non dà patria alle opzioni della ragione. E, infine, dalla perdita di credibilità di tutti i politici che vicendevolmente si sbugiardano e s’irridono e rendono inattendibili le istituzioni.

Per questi motivi, i demeriti dell’avversario garantiscono la vittoria più delle proprie virtù, uno slogan può condensare un intero programma e un leader deve essere tranquillizzante ed esprimere l’essenza di un partito, quando non di un intero schieramento. In questo Prodi è senz’altro il miglior campione che può mettere in campo il centro-sinistra, l’unico che può mascherare la canea che s’affronta ogni giorno alle sue spalle. 

Temiamo che il decalogo di Rino Formica, non privo di passione eppure così esatto nella sua architettura politica, appartenga ad altri climi e non abbia valore pratico, ma come testimonianza, insegnamento ed auspicio. Irrimediabilmente lontano e caro, come un saluto alla stazione e il treno è già lontano. (rt) 


Titolo: (18.05.04) LA SCOMMESSA DI BOBO

Redazione

Il nome di Craxi ritorna nella lotta politico-elettorale di Milano, dopo più dieci anni di assenza. Bobo è il candidato alla presidenza dell’amministrazione della provincia per conto della lista del “Socialisti uniti” fuori dai due grandi Poli, la Casa delle Libertà e l’Ulivo. L’obiettivo è ricostruire un tessuto connettivo socialista e una presenza dei socialisti nell’istituzione provinciale. Dopo le macerie di Tangentopoli, bisogna partire da zero nella città del socialismo riformista per antonomasia. In effetti, il ‘ground zero’ socialista ha evidenziato i limiti di una classe dirigente priva di cultura di governo. Prova ne sia che il declino industriale di Milano è colpa di una concezione populista e modernista della cosa pubblica, non temperata dal socialismo riformista.

La posta in gioco è alta e Bobo Craxi è cosciente che non gli concederanno sconti. Se Bettino fosse in vita, di sicuro avrebbe condiviso la scelta del figlio e, a maggior ragione, avrebbe condiviso la posizione fuori dai due Poli, dato che lui era contrario a ogni politica che permetteva di stare sul “pero e sul melo”. Per lui, il “primum vivere” si traduceva in chiarezza politica, tant’è che non condivise, per esempio, l’andreottiana politica dei “due forni”. Ragion per cui, rifuggiva tanto dall’opportunismo quanto dal massimalismo, entrambi malattie endemiche della sinistra italiana.

I socialisti che hanno scelto di finire nella lista Prodi (mai una formazione si è presentata sulla scena politica la cui denominazione fa riferimento al nome del suo leader, senza che questi scenda in campo come candidato), erano fin dall’inizio consapevoli di mettere una croce sopra al socialismo che loro, nel bene e nel male, rappresentavano. Insomma, avevano fretta di sbarazzarsi di questo “corpo morto”. Dopodiché, il resto della diaspora, ivi compreso il Nuovo Psi di Gianni De Michelis e Bobo Craxi, di fronte al harakiri politico dello Sdi e, nello stesso tempo, al rischio della scomparsa dalla faccia della terra della tradizione socialista italiana, hanno messo insieme le sparse membra per dar vita alla lista “Socialisti uniti per l’Europa”.

Per dirla tutta, hanno avuto un bel coraggio, ma se non lo avessero avuto, avrebbero dato ragione a chi da anni ripete che il socialismo è un’idea ottocentesca defunta che potrebbe stare nell’“Antologia di Spoon River”, anziché essere un cavallo di battaglia del Terzo millennio. In definitiva, per le prefiche del socialismo, oggi conta soltanto essere riformisti, confondendo così la causa con l’effetto. Storicamente, se non ci fosse stato il socialismo, con il cavolo ci sarebbe stato il riformismo. Oggi, parlare di riformismo è come parlare di tutto e di tutti e di niente e di nessuno. Il bello, anzi il brutto, è che tutti si definiscono riformisti, ma la stragrande maggioranza è digiuna della sua cultura. E’ diventato una sorta di refugium peccatorum, in un momento di declino del pensiero forte.

Riprendendo il filo rosso del discorso da cui siamo partiti, i socialisti, avendo presentato le liste alle comunali, provinciali e alle europee, adesso devono prendere i voti e la qualcosa non è operazione semplice, perché questi, dopo la liquidazione per via giudiziaria del Psi, hanno scelto la destra, la sinistra, il centro e l’astensione, in misura minore. Ora, sotto elezioni, recuperare i voti tutti in una volta, sebbene per una causa nobile qual è il socialismo, è un’impresa impensabile, ma lavorando gradualmente non è una cosa impossibile, visto che l’Ulivo e la Casa delle Libertà sono in crisi.

Nonostante le migliori intenzioni, la missione di De Michelis, Signorile e Craxi si presenta alla stregua di un percorso di guerra. Purtuttavia, i tre sono fortemente motivate e ce la metteranno tutta per portare a casa un risultato positivo. L’entusiasmo c’è attorno alle liste socialiste, adesso bisogna tradurlo in voti. Dopodiché, la “costituente socialista” è un fatto conseguente che coronerà il lavoro oscuro di De Michelis, quello recente, comunque prezioso, di Signorile e quello sotto alcuni aspetti drammatico di Craxi (Bobo). Epperò, mentre loro remano di buzzo buono, ci sono quelli che non remano. Stanno a guardare come finirà, perché teorizzatori del “piccolo e bello”.

Di conseguenza, sono i portatori della teoria minimalista, politicamente scorretta, dello status quo ante. Semmai ci fosse una crescita elettorale, i loro piani salterebbero, perché metterebbero a rischio la loro personale rendita di posizione. Non si capisce perché non bisogna avere alcun eletto o al massimo (comunque sarebbe il minimo), un eletto. Perché mettere limiti alla provvidenza? Alla fine della fiera elettorale, avere un solo eletto socialista al Parlamento di Strasburgo, sarebbe una vittoria di Pirro. Anziché razionalizzare i problemi, si complicherebbero all’ennesima potenza. Ovviamente, sarebbe la proiezione del solito film noir della mancata unificazione della diaspora.

Avviso ai naviganti: con il minimalismo sinonimo di opportunismo, non si va da alcuna parte, anzi, si sprofonda nella palude, sprecando l’unica e sola occasione a portata di mano. Il che darebbe ragione ai denigratori del socialismo e ai quelli ostili alla lista “Socialisti uniti per l’Europa”. E siccome la speranza è l’ultima a morire, crediamo che i cosiddetti minimalisti si metteranno a vogare, cosi da poter avere la coscienza a posto. ( di Biagio Marzo da L'Opinione)



Titolo: (16.05.04) FUGGIRE AD OGNI COSTO

Alla Camera il forsennato dibattito sulla tortura in Iraq – Diliberto: “Se sapevate siete complici, se non sapevate siete gli sguatteri dell’Usa” – si è trasformato in processo alla maggioranza sull’intera missione italiana.  La necessità dell’opposizione di compattare il suo più che composito fronte interno in vista delle campagne elettorali, ha offerto al paese e all’Europa l’immagine di un ceto politico indifferente degli impegni internazionali e degli interessi nazionali.

Anche le voci usualmente più politicamente avvedute e i leader più consapevoli del ruolo, ad esempio Boselli e D’Alema,  sono state zittite o hanno dovuto accettare il prevalere dei tribuni d’occasione. Si sono uditi insulti e comizi elettorali con accuse agli italiani di avere direttamente inflitto torture, poi di esserne al corrente e di non avere fatto nulla per impedirle. Pur di trovare il modo di rimangiarsi la ‘benevola astensione’ di poche settimane fa, che poneva la fine di giugno come termine per un intervento dell’Onu, il centrosinistra ha dato credito e spazio a  referenti d’ogni tipo, da quelli di nobili ascendenze – la sezione italiana di Amnesty International – a quelli del momento, come la sconcertata vedova Bruno.

Alla fine è giunta la scontata conclusione di Fassino, portavoce della lista Prodi, ‘andarsene subito dall’Iraq’, un invito che non contraddice la storica nomea italiana dei voltagabbana. La motivazione, secondo l’opposizione e in linea con la realtà dei fatti, è che il governo ‘non poteva non sapere’ ciò che avveniva nelle carceri irachene. Anche in quelle di Nassiriya che sono nel territorio ‘italiano’.

Non c’è dubbio che molti erano più o meno al corrente. Voci erano trapelate persino sui giornali e non da oggi. Ma come ne era a conoscenza l’esecutivo, così anche l’opposizione ‘non poteva non sapere’ quando si è astenuta. E poi, che cosa avrebbero potuto fare gli italiani di più di quello che hanno probabilmente fatto, cioè avvisare inglesi e americani di quello che avveniva nelle celle di Nassiriya affidate dalla coalizione agli iracheni, cioè offerte alla loro vendetta e alle loro usanze tribali? Forse intervenire con le armi, arrestare o esautorare i  carcerieri? 

La preoccupazione di Piero Fassino è quella di mantenere ad ogni costo compatta la propria coalizione e di fare il pieno di voti, essenziale per la sopravvivenza della sua segreteria. Prima si è speso in favore della nascita di un nuovo partito ‘riformista’, con l’intento di rafforzare il centro e di non lasciare troppo territorio all’intraprendenza della Margherita di Rutelli.  Poi si è dedicato a placare l’ala sinistra dello schieramento. Nel tentativo di frenarne le continue fibrillazioni e d’impedire l’affermarsi delle liste alleate, ma non amiche - Comunisti italiani e Occhetto-Di Pietro - molto ha concesso al Correntone dei Mussi e alle posizioni dei Diliberto e dei Cento. Alla fine è intervenuto Prodi a sopire le eccessive baldanze, secondo l’antica arte democristiana acquisita nel lungo apprendistato di gran comis della Prima Repubblica.  

I due schieramenti non sembrano interessati all’elettore consapevole, ma moderato. Gli scellerati offrono solo una scelta in negativo, un voto ‘contro’ gli avversari, non un voto in favore di una linea politica che non c’è: se non vuoi Berlusconi devi votare il listone Prodi, se non vuoi i ‘comunisti’ devi votare Berlusconi.  A questa rozza follia solo si oppongono sparuti gruppi che con l’attuale legge elettorale più di tanto non possono contare.

Nella guerra dei nani, il primato della politica ha il suo campione in Clemente Mastella (!) che vuol cambiare la legge elettorale e vaticina una terribile batosta per Forza Italia. Concordiamo, ma ai cittadini ne verrà poco di buono.  (rt) 



Titolo: (15.05.04) SONG OF YOURSELF

Redazione

“I celebrate myself, sing myself, 
And what I assume you shall assume” 
(Walt Whitman, Song of myself)


Celebro e canto qualcosa:
sicuramente non me stesso
che ho il patrimonio d’acido 
pari a quello di chiunque altro.

Sprofondata la notte, 
oziosi ci attardiamo 
a lottare con la lingua
per sciogliere
supposte ossa;
bocconi crepati
d’ogni età
il cui calcio tra i denti
è polvere di lidi lontani,
le pietre in bocca
i sassi da sputare sulle dune,
la lingua acida
la risacca che batte il ritmo delle onde.

A trentasette anni
bene o male
non parlano a caso
sotto la mano sui tasti del jazz;
si può scoprire che possiamo
raccogliere e levigare
radici secche, con cui
accompagnare meglio il pranzo d’ossa
consumato accanto alla rete (questa)
col pensiero a quanti di noi
avrebbero pagato
per il ruolo del cane 
iracheno al guinzaglio
del soldato Lynndie
che celebra se stessa
indivisa unione d'America.

(Che qualcuno proponga la sua promozione
al grado di capitano,
O Captain! My Captain!)

- Little William


Titolo: (09. 05. 04) IL DILEMMA AMERICANO

L’amministrazione Usa tenta di accreditare la tesi che le torture e gli abusi nel carcere iracheno di Abu Ghraib siano opera di pochi militari ‘deviati’ e che "…in quelle foto rivoltanti non c’è la vera America", come afferma il presidente George Bush. Egli perciò promette che i (pochi) implicati saranno giudicati in un “processo trasparente”. Qualcuno dei ‘colpevoli’ però non ci sta, rivela che c’erano ‘ordini superiori’ e che loro li hanno ‘soltanto’ eseguiti. Proprio come raccontavano gli aguzzini nazisti durante i processi del Dopoguerra.  Ma in Iraq non c’è solo Abu Ghraib, ed ora che il vaso di Pandora è stato scoperchiato, i suoi miasmi arriveranno anche alle non delicate narici del Congresso. 

Chi ama l’America come ideale approdo d’ogni Mayflower personale, non può non riflettere e giudicare la pericolosa involuzione d’una democrazia guidata da un clan teocratico, che ritiene d’esser investito d’una missione morale – salvare la civiltà cristiana – che non contrasta con i buoni affari degli amici. Tutta la questione irachena sembra stranamente raccontare una storia di clan contro clan, quello dei Bush contro quello dei Saddam. E nessuna analisi politica ha ancora fatto luce sui reali motivi della faida iniziata nel 1990 con l'invasione del Kuwait, il successivo embargo internazionale contro l'Iraq e proseguita con le due guerre dei Bush.    

Intanto torna d’attualità anche la vicenda afgana con i talebani catturati, ‘interrogati’ e incarcerati senza processo: anche quelle di Guantanamo sono sevizie inflitte da pochi militari che hanno assunto iniziative personali?

D’altra parte in quasi tutte le vicende del Sud America degli ultimi cinquant’anni, dove ogni dittatura si è sempre esibita in efferate crudeltà, torture, assassini politici, è stato dimostrato il coinvolgimento dei Servizi statunitensi e, talvolta dello stesso esecutivo. Gli Stati Uniti ritengono vitale e giuridicamente ineccepibile difendere i propri interessi nel continente e nessun governo occidentale ha mai osato contestare questo ‘diritto’ orgogliosamente riaffermato da tutti i presidenti che hanno elaborato una loro ‘dottrina’, da Monroe in poi. In nome di questo sono stati formati ufficiali di molte nazioni sudamericane, è stato favorito l’insediarsi di ‘regimi amici’ non democratici, e, infine, sono state addestrate le ‘squadre della morte’ di ogni golpe nel subcontinente.

Nell’ultimo mezzo secolo, i metodi che erano risaputi ma sempre celati e nascosti dalla ragion di stato, si sono radicati nella Agenzie del governo Usa. Manipoli di insospettabili ‘tranquilli americani’, dall’Indocina in poi, seguono e affiancano le armate degli States che, dopo avere affermato i ‘legittimi interessi vitali’ nelle Americhe, ora intendono procedere nel resto del mondo per imporre i ‘diritti della democrazia’.

I metodi che affiorano nelle cronache quotidiane dopo avere fluttuato per anni nei saggi degli americanisti, sono condivisi dal popolo statunitense? L’opinione pubblica della ‘più grande democrazia del mondo’, avendo sotto gli occhi ogni giorno episodi che riguardano le carceri o la polizia di stati e città di casa propria, non può ignorare che ciò che sembrava l’eccezione è probabilmente la norma e deve esprimere il rifiuto di queste violazioni, oppure la loro accettazione.

Non sarà un ‘processo trasparente’ a risolvere il dilemma, ma il voto: se George Bush perderà, i cittadini americani rifiuteranno la deriva autoritaria ed immorale. Altrimenti la accetteranno, riconoscendola come indispensabile a garantire il loro stile di vita, con gravi conseguenze per tutto il mondo. (rt)


Titolo: (07.05.04) SINISTRA ALL’ITALIANA E OCCASIONI PERDUTE

Quelli sulle «occasioni perdute», dal biennio rosso alla Resistenza, dal Sessantotto al terremoto elettorale del 1975-76, sono sempre stati, nella sinistra italiana, confronti aspri e non di rado feroci. Perché la nostra sinistra si appassiona alle proprie (numerose) sconfitte più che alle sue (rare) vittorie sino a far sospettare una certa qual propensione al masochismo, certo. Ma anche, e soprattutto, perché, quando questi contrasti esplodono, emergono con grande nettezza questioni (e divisioni) identitarie dalle radici antiche, all'apparenza superate e invece sin lì semplicemente e frettolosamente rimosse. Vecchie ferite mai rimarginate. 

Ne scrivo perché di «occasione perduta» parla, senza giri di parole, Emanuele Macaluso sull'ultimo numero della sua rivista «Le Ragioni del Socialismo», rispondendo a una sollecitazione critica di Claudio Petruccioli. Ma la nuova «occasione perduta», che va ad aggiungersi al lungo elenco sopra sommariamente richiamato, è un'occasione riformista, non rivoluzionaria, non massimalista. Perché è del mancato approdo socialdemocratico del Pci che si parla. E dunque di una responsabilità storica grave che il Pci, declinando, si assunse nei confronti della sinistra e della democrazia italiana. Certo, se oggi l'Italia è l'unico Paese rilevante dell'Europa continentale in cui non c'è traccia di un grande partito socialista, pesantissime responsabilità le ha pure il partito socialista (non grande, ma nemmeno piccolissimo) che in Italia all'epoca c'era e si dissolse come sappiamo. 

Ma lungo tutti gli anni Ottanta, i comunisti italiani si smarrirono nella ricerca di un'inesistente Terza via tra comunismo e socialdemocrazia e considerarono quello socialdemocratico un esito a dir poco infausto. E non mutarono atteggiamento, anzi, nemmeno nell’Ottantanove e negli anni immediatamente successivi, quelli della caduta del Muro e della «svolta» di Achille Occhetto. Comunque. Proprio quando stavano venendo meno le ragioni storiche della loro divisione (per intenderci: le ragioni del '21, ma anche quelle del '56), i comunisti e i socialisti italiani, piuttosto che mettersi in cerca della strada dell'unità, si mossero guerra mortale, ciascuno nella convinzione che le proprie fortune avessero molto a che fare con le rovine dell'altro. Ma così non fu perché la contesa, se è lecito parafrasare il vecchio Marx, si concluse con la comune rovina delle parti in lotta. O, per dirla in termini più prosaici, con la sinistra ai minimi storici. E senza che si affermassero al suo interno, una forza e, prima ancora, una cultura politica compiutamente riformiste. Chi sperava, e pensava possibile, che in Italia nascesse il grande partito socialdemocratico europeo che in Italia non c'era mai stato, la sua occasione la perse allora: ma stiamo parlando, sia chiaro, di minoranze, seppure importanti, nel Pci-Pds come nel Psi. 

Resta da chiedersi, naturalmente, se la questione, sul piano politico, si è chiusa definitivamente o se è destinata a riproporsi, anche se, è chiaro, in forme assai diverse. Tutto, in Italia, nella sinistra e nel centrosinistra, sembra parlare in favore della prima ipotesi. In Europa, invece, le cose continuano ad andare molto diversamente: i partiti socialisti talvolta vincono, talvolta perdono ma, anche dopo le più dure sconfitte, non si sciolgono. Può darsi, naturalmente, che quello italiano sia, come si diceva un tempo, un «caso» originale e che la nostra sia tornata a essere un'anomalia positiva. Ma più ci si guarda intorno e più viene da dubitarne. (di PAOLO FRANCHI, da © Corriere della Sera)


Titolo: (05.05.04) PROMEMORIA PER DE MICHELIS E SIGNORILE

La novità della prossima competizione elettorale è la presenza della lista dei “Socialisti unitari per l’Europa”. In mancanza di uno straccio di lista di partito che faccia riferimento al socialismo, Gianni De Michelis, Claudio Signorile e Bobo Craxi hanno deciso di presentare la loro, per dare visibilità e cifra politica alla tradizione del socialismo riformista e libertario italiano. Non a caso il simbolo è quello del Garofano. Tra gli artefici della riscossa socialista manca all’appello Rino Formica. Ci auguriamo che quanto prima sia della partita, anche perché ha il merito di aver dato la sveglia a migliaia di socialisti in sonno, attraverso l’Associazione “Socialismo è libertà”.

Schematizzando, il Nuovo Psi di Gianni De Michelis e Bobo Craxi è alleato del centrodestra e l’Unità socialista di Signorile sta a sinistra, ma non con l’Ulivo. Una compagine, quella di Signorile, tutta testa e con un corpo in formazione. Nelle amministrative il Nuovo Psi è nella Casa delle Libertà o si colloca, in pochissimi casi, all’interno del centrosinistra. Sicché, sta facendo capolino negli enti locali la politica dei “cento fiori” di Bettino Craxi, la cui realizzazione portò molte città, province e regioni ad essere guidate da socialisti.

L’Unità socialista è, viceversa, fuori dei due poli, oppure alleato del centrosinistra. Queste due componenti dell’ex Psi, così diverse politicamente, hanno trovato però la sintesi alle elezioni europee, per via del sistema proporzionale che regola quel tipo di elezioni. Di primo acchito si potrebbe dire che si tratta di un pasticcio in salsa socialista, visto che entrambi le parti la pensano pressoché in modo opposto e sono, guarda caso, unite soltanto da interessi elettorali. In verità, l’alleanza è più seria di quello che si vede e si pensa. Nel caso che la lista dei “Socialisti uniti per l’Europa” avesse uno o più europarlamentari, essi si dovrebbero iscrivere al gruppo parlamentare del Pse di Strasburgo.

Questa è stata una delle conditio sine qua non per la costituzione della compagine elettorale. Prima ancora il Nuovo Psi aveva rifiutato ogni collegamento alle europee, di conseguenza il suo risultato non potrà essere sommato a quello del centrodestra. Per la stragrande parte di questa formazione, che vive sul filo del ricordo e che ha scambiato sinora, diciamo così, Berlusconi con Craxi, è un grande passo in avanti. Chapeau! Strutturalmente questo partito rappresenta all’ingrosso l’1 percento ed è presente in Parlamento con cinque parlamentari. Gianni De Michelis non è stato candidato, per via del veto messogli personalmente da Bossi e Fini. Non ci vuole molto a capire che fu Berlusconi a volerlo, per interposte persone, per non perdere la faccia, visto che al congresso di Milano del Nuovo Psi, il premier, nel fervore dell’intervento, promise mari e monti.

A conclusione di questo primo ragionamento, per farla corta, il partito si poggia sull’attività frenetica di De Michelis e sul nome di Craxi (Bettino e Bobo), il resto non è altro che la classica intendenza che segue. Tuttavia, l’entrata di alcuni esponenti nella stanza dei bottoni, grazie alla Casa delle Libertà, sta ponendo problemi seri a De Michelis, di cui viene criticata l’operazione della lista “Socialisti uniti per l’Europa”. E’ vero che sono pochi casi che non bisogna enfatizzare, ma non è detto che non esplodano dopo la tornata elettorale, nel caso si accentuasse il distacco del NPsi dalla Cdl.

Tanto per la cronaca, il Nuovo Psi è una sorta di “riserva” craxiana, quella dei combattenti con il pugnale tra i denti, pronti a scannare i loro carnefici. E, guarda caso, per loro i carnefici sono gli ex comunisti. Naturalmente, sono strabici perché guardano solo a sinistra e non a destra. Per il Nuovo Psi i socialisti collocati a sinistra sono in modo apodittico afflitti della sindrome di Stoccolma, il resto non conta. E’ vero che davanti al Raphael a gettare le monetine a Craxi c’erano le “guardie rosse” di Achille Occhetto che aveva tenuto un comizio in quelle ore a Piazza Navona, ma è vero anche che c’erano la “squadracce” fasciste dei Bontempo, Gasparri e Storace.

Prima di allora, i telegiornali della Fininvest aprivano inneggiando a Mani Pulite e chiudevano con la solita frase di rito: “Sulle inchieste in corso ci saranno sviluppi clamorosi e arresti eccellenti”. Mentre la Lega in Parlamento mostrava il cappio, segno che i “ladri” della Prima repubblica sarebbero dovuti finire impiccati. Insomma, i socialisti e Craxi in persona erano tra l’incudine della destra e il martello della sinistra. A ogni buon conto, il povero Psi ne fece le spese, sparendo dalla faccia della terra per via giudiziaria. Di qui, la diaspora socialista. Il grosso dei socialisti si spostò su Forza Italia e dintorni.

A sinistra, allettati dalla Cosa 2, come se fosse il nuovo sol dell’avvenire, i socialisti di tutte le razze entrarono nel Pds, finendo prima come soprammobili all’ingresso di Botteghe oscure, poi nel sottoscala. Quel poco che ancora è rimasto lì, sta sbraitando (si fa per dire) contro chi vorrebbe cancellare dal vocabolario politico italiano la parola socialismo per sostituirlo con quella ulivista. Tempo perso e farebbero meglio a tacere. Di certo, non tocca a loro salvare il socialismo dalla deriva ulivista. Eppure, chi aveva in mano la chiave di volta del rilancio dell’unità dei socialisti ha preferito correre su altre piste. Ci riferiamo allo Sdi di Boselli che ha scelto il triciclo, anziché camminare sulle proprie gambe.

Probabilmente l’idea socialista era troppo pesante per le esili gambe dello Sdi. Duole dirlo, avevano in mano la pepita d’oro socialista e l’ hanno lasciata cadere per un nocciolo di oliva. Mentre gli italiani cercano partiti con forti identità, lo Sdi, a cui non manca questa peculiarità, si è sciolto nella lista unitaria di Prodi. Una operazione che si commenta da sé. Senz’altro è una operazione a perdere sotto molti aspetti, non sotto quello, però, dei destini personali del gruppo dirigente, sempre più ridotto a pochi fedelissimi. Boselli, cambiando e ricambiando alleanze all’interno della coalizione ulivista, ha fatto di tutto per conservare la specie. Non quella socialista, semmai quella dei suoi amici stretti.

Tuttavia, non essendo il capo dello Sdi un uomo di sfide, bensì di piccolo cabotaggio, ha preferito non rischiare ed è entrato nella lista Prodi dove all’inizio ha svolto un ruolo di “killer” nei confronti di Antonio Di Pietro, per non farlo accasare nell’Ulivo. Una Lista di ex e/o post in cui i socialisti, (che hanno tutte le carte in regola per essere quelli che sono senza vergognarsi del loro passato), dovranno diventare, nolenti o volenti, pure loro degli ex /o post. Il quadro è pressoché questo. In questo ambito, Gianni De Michelis, Claudio Signorile e Bobo Craxi si sono mossi a zig zag tra mille difficoltà, per mettere su una lista il cui obiettivo non è solo elettorale, ma sopratutto quello di rilanciare il socialismo, nel momento in cui quelli che in Italia lo ignorano e all’estero lo sbandierano lo danno per spacciato.

Si intende che il loro sforzo è concentrato sia a smascherare i “bari” sia a costruire una casa comune dei socialisti. Al che, la troika viene accusata di farsi portatrice di un’ idea e di un progetto passatista. E’ un modo stereotipo di leggere l’operazione. In proposito, l’inconcludente nuovismo di questa cosiddetta Seconda repubblica considera tutto quello che rappresenta qualcosa di serio e di profondo, ossia di pensiero forte e inesauribile, archeologia. Le accuse che possono essere lanciate a De Michelis, Signorile e Craxi possono essere di tutt’altro tipo, ma è ingiusto mettere in discussione il loro sforzo.

Piaccia o no, non si può fare a meno né del socialismo né di un partito che lo rappresenti. Ritornando a bomba, tra le tante critiche mosse all’ operazione c’è quella, come detto, che il NPsi sta a destra e l’Unità socialista sta a sinistra e la lista alle europee è autonoma. Nel caso che venissero eletti De Michelis e Signorile ci sarebbe un nuovo corso politico unitario, oppure ognuno andrebbe per la sua strada? Insomma, ci sarebbe una costituente socialista, oppure continuerebbe la sparpagliamento di oggi? Il problema vero è un altro. La lista dei “Socialisti uniti per l’Europa” manca di una idea forte e di una progettualità a misura dei tempi. Come a dire, manca di sex appeal. Al che, i due leader socialisti rispondono che il dopo viene dopo.

Per ora, il “Primum vivere” è, in primo luogo, l’unità dei socialisti, non a caso, la parola chiave è “I socialisti con i socialisti” e, in secondo luogo, l’obiettivo è l’elezione di almeno due europarlamentari socialisti. Per la storia, non è una novità che una parte del socialismo italiano stia, per cause di forza maggiore, non su posizioni ortodosse di sinistra. Nel Secondo dopoguerra, Giuseppe Saragat scelse pour cause di stare con il blocco Occidentale sotto l’ombrello americano, anziché sotto quello sovietico. Ne scaturì la scissione di Palazzo Barberini e Saragat fu condannato alla croce dai suoi ex compagni del Psi, guidato allora da Pietro Nenni e Rodolfo Morandi, per aver fatto una scelta di destra, alleandosi con la Dc di De Gasperi.

Per la sinistra d’allora, ossia per il Psi e il Pci, legati tra loro prima dal patto del Fronte popolare e poi dal quello dell’Unità d’azione, Saragat fu sinonimo di “traditore della classe operaia”. In verità, lo stesso trattamento fu riservato a Pietro Nenni, da parte del Pci, quando il Psi fece la scelta storica di costituire il primo centrosinistra. Tuttavia, Saragat si portò dietro la Federazione giovanile socialista che, nella sua stragrande maggioranza, era su posizioni trotskiste. A memoria, Rino Formica, Giorgio Ruffolo, Mario Zagari erano seguaci del teorico della rivoluzione socialista permanente, Lev Trotskij, e del teorico del socialismo di governo, Giuseppe Saragat, appunto.

Nenni e Saragat si parlarono per la prima volta, dopo la scissione del 1947, nel 1956, a Pralognan in Val d’Aosta. Al XXXVI Congresso (Roma 10-14 novembre 1965) si formò una maggioranza a favore dell’Unificazione, la cui nascita si ebbe in seguito, nel 1967, e fu vista come fattore catalizzante per tutta la sinistra in fase di riflessione critica. Ma durò lo spazio di un mattino. Alle elezioni politiche del ’68, il risultato fu al di sotto delle aspettative e l’insuccesso (il 14,5 percento) portò alla scissione. Fu solo la sconfitta elettorale che portò al fallimento dall’Unificazione socialista? Il Psu fallì per un’altra ragione prettamente politica: il suo centro non fu in grado di equilibrare la dialettica interna.

Al primo congresso il Psu si divise in due anime: quella di Francesco De Martino che guardava a sinistra e quella di Giacomo Mancini a destra. Mauro Ferri, vicino alle posizioni del leader calabrese, fu eletto segretario, grazie a una maggioranza di centrodestra( Mancini si alleò con il socialdemocratico Mario Tanassi). Allora la sinistra di estrazione autonomista di Riccardo Lombardi aveva un ruolo di coscienza critica, visto che il Psi aveva subito prima la scissione della sinistra storica, quella “carrista” per intenderci, che diede vita al Psiup, per via della sua ostilità nei confronti del centrosinistra.

Poi ci fu la fuoruscita di coloro che erano contrari all’Unificazione. Mentre nel Paese infuriavano le lotte studentesche e di seguito venne l’autunno caldo con le lotte operaie, il Partito socialista guidato da Ferri rischiava di essere troppo a destra nonché subalterno alla Dc. Al che, Mancini fece una riconversione a U, incrociando la politica di De Martino. A quel punto, Ferri si trovò senza più maggioranza e, per farla breve, si arrivò all’ennesima rottura. Di nuovo, il Psi da una parte, il Psdi dall’altra. I socialisti persero l’ennesima occasione per essere un grande partito dal punto di vista elettorale e farla finita, per dirla con Bobbio, di essere un partito piccolo tra i grandi e grande tra i piccoli.

Quella del Psi è una storia fatta di scissioni: a destra e a sinistra. In mancanza di un centro politico forte, il Psi sbandava da un lato o dall’altro. A ben vedere, anche l’operazione del Midas, fatta dal nenniano (destra) Craxi e dal lombardiano (sinistra) Signorile, fu contro il centro. Grazie, alla sconfitta del centro demartiniano, ci fu l’avvento di Craxi e Signorile al vertice di Via del Corso. Nell’era Craxi, sparirono il centro, la destra e la sinistra. E questo fu un errore, nel senso che “sparite” le correnti, Craxi legittimò le singole personalità del gruppo dirigente. Per di più, impose una sorta di divisone del lavoro: a lui la politica, agli altri il potere, quello governativo soprattutto.

E questo fu un altro errore, perché il ministerialismo condizionò parecchio la politica fino al punto che Craxi fece del Psi una forza sistemica di governo. Con il senno del poi, Bettino mi confessò che fu un errore la scelta di tenere il partito in permanenza nel governo. Ci fu, insomma, una usura di potere e un deficit politico. Con la lista dei Socialisti unitari per l’Europa, si è ripetuta, formalmente, l’alleanza tra destra e sinistra. E ancora una volta, manca il centro. Per il professore di chimica De Michelis questo è un falso problema, per il professore Signorile questo, invece, è un problema. (di Biagio Marzo da L'Opinione)


Titolo: (25.04.04) VARIE ED EVENTUALI

Redazione

  1. Molti se la prendono con Zapatero, con qualche ragione indubbia, ma nessuno di questi molti sa spiegare come convincere il governo americano (e israeliano) a cambiare strategia e modi nella lotta al terrorismo che sugli attuali binari è foriera di un futuro sempre più drammaticamente militare, deprivato di politiche e con la cultura serva di uno scontro ideologico religioso degno delle Guerra dei trent’anni.
  2. Abbiamo utilizzato, in questi dieci anni, Montesquieu e il suo “Spirito delle leggi” in relazione all’equilibrio dei poteri dello stato, la magistratura e Tangentopoli: oggi dedichiamo le sue “Lettere persiane “ ad Oriana Fallaci.
  3. Alla luce dei dibattiti di questo anniversario, prendiamo atto che il 25 aprile, cinquantanove anni dopo, non è ancora chiaro cosa sia stato.
  4. Se qualcuno non se fosse accorto, rendiamo noto che l’associazione Socialismo è Liberta di Rino Formica, da otre un mese, è in condizioni non dissimili da quelle di Bossi.
  5. Mediare tra Blair e Zapatero deve essere impresa troppo ardua anche per il dott. Sottile. Così Giuliano Amato non è stato eletto al vertice del PSE, durante il recente congresso.  Come poteva, del resto, non avendo uno straccio di tessera di partito socialista in tasca? 
  6. Abbiamo appreso, ieri a Torino, dalla relazione di Gianni De Michelis che l’ombelico della politica del Nuovo PSI è ancorato ai workshop dello Studio Ambrosetti. Il corrispettivo di Nomisma per l’Ulivo?
  7. Chiara Moroni, forse da quando si è sposata, è sempre più romantica. Ieri è stata colta in languido atteggiamento su palco, ad odorare pensierosa un garofano rosso... (l.g.)

 
 

 


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