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Titolo: (28.12.04) LE SCONFITTE DI BERLUSCONI
Redazione
A saperla, la storia potrebbe insegnare molte cose. Il povero Silvio già conosce Trenét e Montand, non si può pretendere che abbia avuto notizia di quell’altro presidente del Consiglio che pensava di sedersi al tavolo
dei vincitori avendo mandato nel 1940, per 3 giorni di guerra, qualche
sprovveduta compagnia a ‘pugnalare alle spalle’ la Francia già messa in ginocchio dalle armate di Hitler.
Calcolo corrivo quello d’allora, calcolo sbagliato quello d’oggi sulla guerra irachena, ambedue basati sulla scommessa di una rapida conclusione dei conflitti e sui vantaggi del dopoguerra.
Nel caso di Berlusconi, pesa anche una sorta di evidente revenche personale, quella di contare, di sedere tra i Grandi, di essere accolto tra i protagonisti di questo inizio secolo. Per ora c’è solo la sua immagine nelle fotografie. È l’anacronistico doppiopetto all’attenzione delle cancellerie, il politico è ancora impastoiato nella cronaca del suo e del nostro tempo.
I suoi avversari politici gli hanno fatto terra bruciata in Europa e il premier ha dovuto fare salti mortali per recuperare un po’ di spazio. Per lui è stata quasi una via obbligata quella d’infognarsi sempre più nei conflitti di
Bush e nell'incerta democrazia di Putin.
Ha dovuto quindi fare fronte al salasso economico dell’Afganistan, muovendo anche quel poco di naviglio che possediamo, e sono mazzate di milioni di Euro. Poi ha dovuto allestire un corpo di spedizione per l’Iraq che, seppur minuscolo, costituisce un buco nero che ingoia risorse senza limiti.
Il paese è ridotto con le toppe al sedere e gli investimenti sono al lumicino.
Per risolvere i problemi economici e per rispondere alle attese sociali dei cittadini, occorrerebbe iniziare proprio dal ridurre le dissennate spese militari. Invece il grande comunicatore del nulla si affida sempre più al salvifico valore della parola, promettendo ed omettendo, disegnando situazioni che non trovano riscontro nella realtà del paese, proponendo e facendo votare leggi che escono zoppe ed avariare dal parlamento, in un inestricabile groviglio d’interessi privati e di pubbliche necessità.
L’opposizione ha gioco facile nel controbattere episodio su episodio, ma è asfittica e per ora incapace di dare respiro politico e coralità alla sua azione. Paradossalmente non potrà
neppure gloriarsi del fallimento più grande della politica berlusconiana.
Infatti, il Cavaliere s’era posto come obiettivo onnicomprensivo del suo governo quello di destatalizzare il sistema italiano. Alla conclusione della sua parabola si vedrà che lo stato, ben lungi dall’arretrare, ha rafforzato la sua immanenza sui cittadini. Di questo l’Ulivo non potrà gioire perché confermerebbe negli elettori dubbiosi la tendenza ‘naturale’ della Grande Alleanza, mai ammessa dai suoi leader,
quella d’essere illiberale e non solo in economia.
Con Tremonti, il premier sperava di snellire e razionalizzare la macchina fiscale,
invece ha dovuto assistere alla restaurazione del sistema democristiano, riducendosi ai condoni permanenti e umiliato dal ‘ragioniere’ Siniscalco che fa cassa infierendo su benzina, bolli, auto e sigarette, come e più del peggior ministro della Prima Repubblica; voleva riformare la giustizia, intaccando il potere della corporazione, e si riscopre in piena restaurazione, con il Colle che lo incalza e lo riconduce all’ovile; ha imposto il blocco delle pubbliche assunzioni e ha dovuto in parte rimangiarselo per la rivolta della periferia e dei ministeri; ha cercato di regolamentare in senso restrittivo l’immigrazione promettendo norme chiare e definitive, ne ha ricavato decine di migliaia di clandestini, molti dei quali lavorano e non possono regolarizzare la loro posizione, e un mostro burocratico che allinea file interminabili di extracomunitari davanti alle questure. Infine ha varato un decentramento amministrativo, la ‘devoluscion’ di Bossi, che se mai venisse attuata, darebbe vita a un altro carrozzone, moltiplicando burocrazia e pubblici impieghi.
Più recentemente ha dovuto promuovere lo statalista più influente a numero due del governo. L’avvento di Gianfranco Fini al ministero degli Esteri ha già provocato un primo scossone mediatico, col presidente di An stabilmente ospite su tutte le emittenti. In occasione del maremoto asiatico s’è installato alla ribalta, tanto da obbligare Berlusconi a marcarlo stretto per non farsi rubare la scena. Ma l’altro, più giovane e prestante, è un politico professionista e già si vede l’andazzo che seguirà.
In una sola cosa il creatore di Forza Italia ha mantenuto le attese, nel diventare ogni anno più ricco. L’impresa di famiglia è cresciuta ed è, all’apparenza, più florida che mai. In questo gli italiani che l’anno votato non s’erano ingannati, solo reputavano che facendo gli interessi suoi, avrebbe anche fatto
anche quelli loro. Così non è avvenuto, forse per un’avversa congiuntura, per cinismo o per incapacità. Comunque sia, il destino dell’uomo di Arcore si va separando da quello dei suoi sostenitori. Solo Prodi, ormai, potrebbe salvarlo.
(rt)
Titolo: (17.12.04) DEMOCRAZIA E GOVERNO DELLE AREE
METROPOLITANE
Redazione
Negli anni ’80 si manifestano forti segni di crisi del sistema delle autonomie locali. Crescente instabilità, scarsa capacità decisionale, specie sulle questioni strategiche, diffusa corruzione, confusione fra responsabilità di indirizzo politico e compiti di attuazione tecnico-amministrativa. Si sviluppa, quindi, una forte iniziativa riformatrice che si accentua all’inizio degli Anni Novanta e che si traduce in ampie innovazioni legislative, che mutano profondamente il sistema.
Elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di provincia, introduzione del premio di maggioranza per l’elezione dei consigli comunali e provinciali, nomina delle Giunte da parte dei sindaci e dei presidenti in luogo dell’elezione da parte dei consigli, radicale separazione di competenze fra organi elettivi e strutture burocratiche con aumento di responsabilità dei dirigenti degli enti locali, introduzione della figura del city manager che affianca quella dei segretari comunali, riduzione ai minimi dei controlli sugli atti amministrativi, autonomia statutaria degli enti, forte concentrazione di poteri nelle giunte nominate a scapito dei consigli democraticamente eletti.
Ad oltre dieci anni da queste riforme è opportuna una riflessione sui risultati raggiunti e sugli obbiettivi falliti e in generale sull’attuale funzionamento della democrazia locale.
L’elezione diretta di sindaci e dei presidenti ha sicuramente prodotto una maggiore stabilità, anche se la personalizzazione e la grande visibilità ha determinato la permanenza degli eletti al potere quasi sempre per due mandati, salvo casi eccezionali e clamorosi. La stabilità non sempre comunque ha di per sé garantito maggiore efficienza e rapidità decisionale. Talora sì, talaltra meno. In particolare sarebbe interessante uno studio comparativo sui tempi delle decisioni pubbliche, giacché a prima vista spesso non appaiono diversi da quelli del passato.
Naturalmente la concentrazione dei poteri, aggravata dalla circostanza che le giunte, nominate e non più elette, tendono ad essere consessi di “yes man”, ha comportato una forte riduzione della dialettica politica locale e della possibilità d’intervento da parte dei cittadini. I consigli comunali e provinciali, infatti, spogliati di molte competenze e per di più con una rappresentatività distorta dal premio di maggioranza, sono assai poco influenti. Spesso si limitano ad inconcludenti dibattiti su questioni generali o secondarie, mentre altrove maturano le decisioni vere.
A sua volta, la netta distinzione fra compiti di indirizzo e attuazione tecnico-burocratica, che certo appariva necessaria, ha finito però per provocare una conseguenza non voluta, ma assai negativa. Quando il potere di firma compete a chi non ha nessuna investitura democratica si interrompe il circuito mandato-responsabilità-consenso. Il politico eletto finisce di rispondere per comportamenti e decisioni non sue e che non sempre riesce effettivamente ad indirizzare.
Negli ultimi anni infine, per effetto non tanto delle riforme quanto del ruolo svolto dalla magistratura, si è molto ridotta la discrezionalità politico-aministrativa, troppo spesso intesa come abuso d’ufficio o quant’altro, scoraggiando le decisioni coraggiose e riducendo spesso l’amministrazione locale ad opaca routine.
Come si vede forse il pendolo ha oscillato troppo: gli eccessi di un tempo sono stati corretti producendone altri di segno opposto. Ciò che colpisce, e personalmente mi impressiona un po’, è il fatto che oggi non vi sia traccia di una riflessione critica analoga a quella degli Anni Ottanta.
Anziché fare tesoro delle esperienze e consolidare con opportuni aggiustamenti il tessuto della nostra democrazia locale, si preferisce indulgere ad una retorica ripetitiva e banale, talora commista ad una palese ignoranza della storia e delle tradizioni del nostro sistema amministrativo locale.
Per una classe politica sedicente federalista non è male! (Giuseppe La Ganga)
Titolo: (15.12.04) LATITANTE DI STATO
Redazione
Le analisi dei fatti italiani che arrivano dall’Europa sono non di rado sorprendenti. L’altro ieri è stato Martin Schulz, presidente del gruppo socialista al parlamento europeo, a spiegare che in Italia non c’è una forma democratica di governo, essendosi evidentemente bevute tutte le lacrimazioni internazionali di troppi uomini della nostra sinistra. Oggi è la volta del giallista italo-francese Cesare Battisti, fuggiasco di stato, che sciorina la sua analisi sul terrorismo Anni Settanta. Se le cose stessero come dice lui, Berlusconi sarebbe autorizzato a varare subito una nuova riforma della giustizia....
«Giudici rossi», scrive la difesa, «giudici comunisti». All'epoca (Anni 70-80) la «maggior parte dei magistrati, che sono tuttora in funzione, erano vicini al partito comunista. E dunque si sono dimostrati tanto più inclini a condannare pesantemente perché si sentivano direttamente minacciati dalla crescita dell'estrema sinistra...». La difesa che scrive queste precise parole non è quella di Silvio Berlusconi e nemmeno di Marcello Dell'Utri, ma di Cesare Battisti, l'ex terrorista dei Pac (proletari armati per il comunismo) condannato all'ergastolo per aver ucciso due volte e aver partecipato e organizzato altri due omicidi. L'uomo che la Francia ha finalmente dichiarato estradabile a giugno, pur avendolo poi subito dopo lasciato fuggire.
Dal suo nuovo «esilio» Battisti ha evidentemente ispirato la «memoria» di difesa depositata in questi giorni al Consiglio di Stato dove si giocherà l'ultimo atto di questa storia nel ricorso contro il decreto di estradizione già firmato dal premier Raffarin. «L'estrema sinistra - si legge nel documento - denunciava all'epoca il tradimento del partito comunista che considerava passato nel campo delle forze borghesi al potere. E s'è così tirata addosso un odio feroce dal parte del Pc, che non le perdonava queste accuse...».
E perché il governo italiano di centrodestra si sarebbe impegnato nel processo per l'estradizione di Battisti? «Per ottenere da parte dei giudici rossi, come li chiama lui, una certa moderazione nelle cause in corso contro Berlusconi».
Ma se per un italiano il grottesco è abbastanza decifrabile proviamo a metterci nei panni di un francese. In questa interminabile vicenda Battisti, ha appreso che in Italia negli Anni ‘70 una festosa rivoluzione è stata brutalmente repressa da un potere oscuro che ha messo in carcere 60 mila persone (l'ha scritto la giallista Vargas), che i rivoluzionari come Battisti sono stati torturati e processati da tribunali militari.
Ora dalla viva penna di Battisti questo disorientato francese apprende che a indagare erano giudici comunisti che in complicità con le forze della reazione combattevano l'estrema sinistra ma contemporaneamente lasciavano impuniti i colpevoli delle stragi compiute dalla destra «insabbiando» le prove (l'ha scritto Le Monde). C'è davvero da perdere l'orientamento.
(Cesare Martinetti, La Stampa in data odierna)
Titolo: (17.11.04) L’ITALIA A TRE RUOTE. LA QUESTIONE
MERIDIONALE E IL GOVERNO DELLE AREE METROPOLITANE
Redazione
Per merito dei continui richiami di Carlo Azeglio Ciampi e a causa dei quotidiani omicidi, il Sud è più che mai alla ribalta nazionale, rappresentando ancora e sempre la prima emergenza nazionale. Immutata – immutabile? – dall’Ottocento ad oggi, la ‘questione meridionale’ addenta l’Italia e la tiene bene ancorata alle problematiche terzomondiste del Mediterraneo. Quello che alla fine dell’Ottocento era un boccone mal digerito dalla dinastia sabauda, a poco a poco ha finito per azzannare la penisola, diffondendo modi e costumi che contemplano anche racket, assistenzialismo,
omertà e piagnistei, ganasce che saldamente oggi imprigionano la coscienza collettiva di troppi italiani.
Alla ricerca di facili scorciatoie, si diagnostica il male dai sintomi più eclatanti: Napoli sembra il peggio, con le sparatorie per le strade, la guerra dei camorristi, la miriade di scippi, rapinucce e furti di giornata, i disoccupati organizzati in corporazione e l’hinterland alle prese con montagne d’immondizia. A Palermo, invece, quasi tutto tace e vuol dire che nessuno si ribella più, che l’estorsione è una tassa subita in silenzio, senza la reazione partenopea, dove i commercianti un poco hanno rialzato la testa, a decine andando a denunciare i vigliacchi del ‘pizzo’.
Lo stesso presidente della Repubblica, ieri a Caltanissetta, sollecita robuste iniziative economiche – per carità che non s’interrompa il fiume di denaro statale che tanto imparzialmente da mezzo secolo aiuta le vittime e irrobustisce la malavita! – che possano avviare a soluzione le emergenze che stanno ormai per trasformarsi in
dramma: Ciampi sa che i fondi europei presto abbandoneranno le regioni italiane per essere dirottate all’Est povero, frettolosamente promosso ‘europeo’ dalla lungimiranza
prodiana, e invita parlamento e governo a prenderne atto e ad agire di conseguenza.
Né il Presidente, né gli altri politici, e tanto meno i commentatori, ritengono però di richiamare i cittadini alle proprie responsabilità e di agire in modo da riportare il territorio nella legalità. Ci sono doveri civici che niente hanno a che vedere con l’emergenza malavitosa e tanto con il costume e la cultura che la favorisce. I bambini crescono nella prepotenza ed esprimono valori assai lontani dagli standard ‘europei’. In nome dell’eterna ‘arte d’arrangiarsi’, tutti rifuggono dalle leggi. Da quelle dello stato ai regolamenti comunali, ognuno ha buoni motivi per violarle. Cosicché le stime ufficiali più prudenti
attribuiscono al Sud, per ogni occupato regolare, almeno un altro ‘in nero’.
Il ministro Pisanu vagamente accenna a leggi speciali, ma chiosa: “Piuttosto è necessario che i cittadini collaborino…”, allo stato attuale un’invocazione all’eroismo. Senza predisporre le necessarie garanzie, un’ingiusta pretesa, visto che il già Procuratore capo di Napoli, Agostino
Cordova* ha chiarito al di là di ogni dubbio: “Lo Stato non controlla il territorio… La giustizia contro questi poteri criminali impugna una spada di latta… La certezza della pena, nell’attuale situazione, esiste solo nell’Inferno… Occorrerebbero, cioè, rimedi eccezionali e prioritari, ed un dispiegamento di forze adeguato”, constatazioni del giugno 2004 che
pubblichiamo in calce.
“Non possiamo permetterci un’Italia a due velocità”, ha detto Ciampi durante la sua visita in Sicilia. È vero, a causa delle sue aree depresse, l’Italia è un veicolo che viaggia su tre ruote (e pure senza autista, ma questa è un’altra storia) e sbanda da far paura. Tuttavia non si può non prendere atto che, al di là di generici appelli, ai cittadini si chiede ancora e solo di votare, di eleggere assemblee dai deboli poteri che a loro volta, nel migliore dei casi, ratificano ristrette authority forti che fanno disfano e gestiscono a loro insindacabile discernimento.
A tutti i livelli territoriali si è affermato un modello di governance nel quale gli elettori o sono quasi costretti a votare automaticamente nomi già decisi, o addirittura non scelgono coloro che li governano.
E assessori e consigliori sono ormai direttamente nominati. A fronte del proliferare di queste scandalose e antidemocratiche figure di notabilato,
oligarchie illiberali imposte dalla Seconda Repubblica, non sono previste adeguate
e nuove forme di partecipazione popolare. Il sistema attuale genera il disincanto, la fuga dalle responsabilità, mentre proprio l’emergenza delle città italiane, non solo di quelle del Sud, richiama alla necessità di concreto coinvolgimento dei cittadini sui singoli problemi. Le
maggiori cariche dello Stato, i resti dei partiti che fecero l'Italia
del dopoguerra, il mondo della cultura, ignorano il tracollo della
democrazia in Italia. L'opposizione urla alla luna e contribuisce al
disastro là dove governa. Complice il tracollo economico, ne avremo esiti drammatici. (rt)
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* Il testo che segue è tratto dall’intervista di Rita Pennarola ad Agostino Cordova, già Procuratore della Repubblica di Napoli, apparsa su “La voce della Campania” del 4 giugno 2004. Riteniamo che molti passi siano utili per meglio
comprendere la realtà della metropoli partenopea.
“La giustizia contro questi poteri criminali impugna una spada di latta. Facciamo un passo indietro. Il fondamento di uno Stato di diritto é che esistano delle norme conformi ai principi democratici, e che esse vengano osservate da tutti. Se non le si osservano spontaneamente, lo Stato deve farle rispettare coattivamente. In questo senso la pena non ha solo un effetto sanzionatorio, ma anche e soprattutto preventivo, oltre che deterrente.
Invece, mentre le pene dello Stato sono aleatorie, prescrivibili, amnistiabili, depenalizzabili, e, quando arrivano, tardive. Quelle inflitte dalla camorra sono immediate ed
inappellabili".
"Questa é la verità: la certezza della pena, nell’attuale situazione, esiste solo nell’Inferno (per chi ci crede). E di questo passo, in un contesto di quotidiane ed astratte declamazioni di facciata, che si protraggono da oltre un secolo, quello che resterà di legale sarà solo… l’ora legale.
Uno scenario fosco... Come disse un noto umorista, il problema della criminalità organizzata consiste in questo: che la criminalità è organizzata, e noi no. Sempre ad uso degli immancabili censori di turno, preciso che adatto questa battuta al fatto che, di fronte al dilagare della camorra in tutto il tessuto sociale, economico, commerciale, imprenditoriale, ecc., con i suoi condizionamenti ed inquinamenti, ed ora con la sua apparente legalizzazione mediante prestanome in tutte le possibili fonti di lucro private e pubbliche (appalti, forniture, imposizioni di prodotti, ecc.), occorrerebbe un parallelo sistema di controllo del territorio di pari efficacia antitetica, che prevenga e reprima il fenomeno in tutte le sue infinite articolazioni.
Occorrerebbero, cioè, rimedi eccezionali e prioritari, ed un dispiegamento di forze adeguato.
Quale è stata l’azione della Procura in questi ultimi tempi? Solo nel 2003 sono stati oltre 1.350 gli arrestati per reati di camorra: una cifra che non trova riscontro in alcun’altra Procura d’Italia. E tralascio i provvedimenti riguardanti gli altri reati”.
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“Una delle incolpazioni che mi sono state fatte é stata quella di aver reso dichiarazioni alla Commissione Antimafia, giudicata dal Csm una sede impropria e, da parte di qualcuno poi eletto al Csm, una sede politica. Non condivido queste osservazioni, anche perché era mio preciso dovere rappresentare nelle sedi istituzionali tutti gli ostacoli che sottraevano e sottraggono tempo ed energie alla lotta contro la mafia”
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“Tempo fa richiesi di intensificare la lotta al contrabbando, cosa che avvenne: dopo di che, sfilò per le vie cittadine un corteo di protesta dei contrabbandieri, una cui delegazione fu addirittura ricevuta dal prefetto: evidentemente per motivi di ordine pubblico, ma è così. Ed il contrabbando, a suo tempo definito da alcuni come l’equivalente della Fiat a Torino, oggi, non é finito: si é trasformato. In che modo? Continuarono a farlo porta a porta o con altri sistemi non appariscenti. E, poi, lo hanno addirittura esportato. Le sigarette arrivano a Napoli o a Bari e poi vengono riciclate in Gran Bretagna, Austria, Francia, Germania. Lo avevo previsto: dopo l’unione Europea, era immancabile l’Unione Camorristica Europea.
E poi c’é l’inquinamento della pubblica amministrazione... Come i fatti dimostrano, in questo campo non suscita più scalpore commettere reati, ma perseguirli. E ciò avviene in un balletto di esternazioni del tutto libere ed indisturbate. Ma io, per mio dovere - sia pure controproducente, come ho già detto - pur in assenza di interventi istituzionali da parte di altri, non posso accedere alle quotidiane e strumentali polemiche giornalistiche”.
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“Io dico che manca (nella società napoletana-ndr.) un’adeguata azione di recupero del senso della legalità, specie mediante l’educazione morale, culturale e civica dei giovani. Per fare un solo esempio, quanto si fa per diffondere tra loro l’educazione musicale, soprattutto alla musica classica? Davvero poco: ma chi ama la musica non può che essere una persona perbene. Resta una cultura riservata alle cosiddette élite (beninteso non a quelle di “parata”), mentre servirebbe molto a formare le coscienze giovanili. Certe volte l’ho sottolineato, usando in maniera provocatoria dei paradossi, che puntualmente sono stati strumentalizzati. Per esempio, qualche anno fa, ironicamente, avevo scritto che per formare i giovani a Napoli bisognerebbe ricorrere ai sistemi dell’antica Sparta: lo Stato prelevava dalle famiglie i ragazzi a sette anni, li educava e poi li rimandava ai familiari. Visto l’ambiente e, senza generalizzare, considerate certe tipiche famiglie di oggi, aggiunsi che secondo me i giovani, una volta riaffidati ad esse, dovrebbero provvedere a loro volta a rieducare i genitori. Qualcuno se la prese a male, esternando tramite la stampa che la mia era un’idea assurda. Come vede, qui è pericoloso persino scherzare”.
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“Una delle mie “colpe” è quella di dire sempre con chiarezza ciò che penso. Così, quando qualche anno fa fu conclamato da un personaggio istituzionale che per le grandi procure occorrevano dei manager, risposi che per Napoli non ci voleva un manager, bensì un curatore dei fallimenti altrui. Ma perché la giustizia, ed in particolare quella napoletana, é così lenta? Prima dell’unificazione con quella Circondariale, avvenuta il 1 gennaio del 2000, avevamo un carico di circa 17 mila fascicoli. Dopo l’unificazione, dalla Circondariale ne abbiamo ereditati ben 700 mila circa, senza contare i circa 2 milioni e 300 mila “seguiti”, in buona parte di precedenti informative di reato, vale a dire comunicazioni di atti successivi alle prime, ammonticchiati sui pavimenti e non esaminati.
Nessuno si é chiesto il perché di tutto ciò; per cui, ad esempio, poteva accadere che si indagasse su un reato perseguibile a querela, che nel frattempo era stata rimessa. O che si procedesse contro ignoti, quando il colpevole é stato già identificato. Tutto tempo perso”.
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“Avevo chiesto fin dal ‘99 agli organi competenti di essere messo in condizioni di risolvere la situazione, che non aveva eguali in nessun’altra Procura d’Italia, prima che, capovolgendola, fosse attribuita a me, come è avvenuto. Nonostante le promesse del ministro di allora, non solo nessun intervento fu adottato, ma addirittura l’organico della Procura unificata fu stabilito in misura minore di quella della somma dei due uffici originari. Si vede che la situazione della Procura Circondariale era evidentemente “ottimale”, visto che nessuno se ne era lamentato, al contrario di quel che è avvenuto dopo l’unificazione….”
“Queste sono anche alcune ragioni della protesta dei penalisti... Ai penalisti vorrei solo ricordare che dal ‘90 al ‘95 la loro categoria ha totalizzato a Napoli 2 anni e 8 mesi complessivi di scioperi, facendo riferimento ai soli giorni d’udienza, esclusi cioè quelli festivi, quelli feriali, le domeniche, ecc. Da questo punto di vista, è assai significativo che nessuno ora “ricordi” tutto ciò. E le accuse di eccessiva “burocratizzazione” degli uffici? Si è voluto assimilare qualsiasi provvedimento in un ‘enorme numero di ordini di servizio e circolari’, come se, in un ufficio con oltre 100 magistrati e circa 600 unità di personale amministrativo, tutte le disposizioni potessero essere date verbalmente. La verità é che, come ho detto all’Antimafia, comportarsi correttamente non solo é sprecato, ma è anche controproducente”.
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“Nutrivo dei dubbi sulla genuinità delle fonti di prova. Qualcuno tramutò la situazione nel senso che avrei preso le distanze dai pubblici ministeri del procedimento (Paolo Mancuso ed altri-ndr), ma non era vero. Rappresentai le mie perplessità, ma non potevo agire diversamente. Potevo non essere d’accordo con i colleghi, ma questo, secondo le norme, non mi conferiva alcun potere di avocazione o di imporre le mie opinioni, che, in un tanto conclamato contesto di autonomia e di indipendenza, il capo della Procura può esercitare solo in presenza di anomalie, come ribadito dal Csm. E “anomalie” non ce ne erano, ma solo disparità di vedute: le mie furono confermate dal Tribunale del Riesame e dalla Cassazione”.
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"Gli interessi della camorra sono sempre quelli. Anzitutto le estorsioni generalizzate nel senso che non vi è esercizio commerciale che si sottrae al fenomeno. Queste meccanicamente conducono all'usura perché, per poter pagare le tangenti, gli esercenti sono costretti a ricorrere a prestiti usurari. L'usura per altre vie viene gestita dalla stessa camorra. Quando i tassi usurari diventano insopportabili, l'esercente è costretto a cedere l'azienda a prestanome della camorra. Queste sono le attività generalizzate e principali, a parte altri tipi di estorsioni.
Poi, i proventi delle estorsioni vengono ovviamente reinvestiti in attività illecite o in attività formalmente lecite, ma gestite sempre dalla camorra tramite prestanome, soggetti incensurati, con modalità tipiche. (...)".
"Mentre prima c'era il controllo della camorra sull'affidamento alle imprese e soprattutto sui subappalti, ora le imprese sono direttamente controllate dalla camorra". "Poi ha fatto seguito il fenomeno di imprese camorristiche vere e proprie, ovviamente gestite sempre da persone incensurate apparentemente estranee alla camorra. Questo in tutti i campi, specie per i lavori di notevole importo. Tenete presente che - mi sembra - l'anno scorso l'Unione europea ha stanziato 28.000 miliardi (di Lire-ndr.) per la regione Campania, che dovranno essere investiti in lavori pubblici. Avete certamente presente l’area di Bagnoli, dove è stato avviato il risanamento degli insediamenti ex Ilva, e via discorrendo (...)".
"Abbiamo fatto una statistica sull'inquinamento nella pubblica amministrazione, nel periodo che va dal 2000 ad oggi, nei confronti del personale appartenente ai pubblici uffici. In detto periodo che - lo ripeto - va dal 1 gennaio 2000 al 28 febbraio 2002 - tra gli indagati 34 sono gli appartenenti alla Polizia di Stato, 13 ai Carabinieri, 1 alla Guardia di finanza, 3 alla Polizia penitenziaria e 8 sono Vigili urbani. Ci sono poi tutti gli altri pubblici funzionari appartenenti ad uffici vari, come quelli dei beni culturali, del tesoro, del lavoro, dipendenti comunali e via dicendo".
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Titolo: (27.10.04) CHIAMPARINO VA ALLA GUERRA
Redazione
Le Olimpiadi della neve del 2006 rappresentano per Torino e provincia un succoso investimento. Complessivamente le somme erogate dallo stato, dagli sponsor privati, dall’ente regione, dalla Provincia, dal Comune e dal Coni supereranno i 5000 miliardi di vecchie lirette, opere viarie d’interesse nazionale escluse.
A manovrare questo volano economico è – o dovrebbe essere – il Toroc, comitato organizzatore olimpico, affiancato dall’Agenzia 2006, stazione appaltante che gestisce i fondi pubblici per impianti e infrastrutture.
Presiede il Toroc – formato da due soci: la città di Torino e il Coni – l’ingegnere Valentino Castellani, già sindaco di Torino per due legislature, pacato e comprensivo interlocutore dei poteri forti cittadini – Fiat e Ds –, affiancato e ‘protetto’ da fedelissimi degli Agnelli e dell’azienda: da Evelina Christillin, vicepresidente vicario, a Tiziana Nasi (Paralimpiadi), al vicedirettore Paolo Rota e Marcello Pochettino, a Luca di Montezemolo di recente nominato presidente onorario.
Uno squilibrio di forze che ha generato attriti con il presidente della giunta regionale, Enzo Ghigo (Forza Italia) indispensabile tramite per i fondi governativi. Alla fine tutto si è ricomposto con il varo di una ‘cabina di regia’ regionale composta da Regione, Comune, Provincia, Toroc, Agenzia 2006, coordinatore Ghigo.
Le fibrillazioni olimpiche non sono però diminuite perché subito dopo è stato il presidente del Coni, Gianni Petrucci, ad entrare in rotta di collisione: vuole contare di più, l’evento gli sfugge, non lega con Castellani e la Christillin, ci sono zone d’ombre organizzative che vorrebbe poter controllare nominando una specie di supervisore. La polemica è diventata pubblica in occasione della presentazione delle mascotte olimpiche organizzata a Roma proprio per comporre il dissidio, ma platealmente disertata dal Comitato olimpico.
È sempre più evidente che Castellani stenta a tenere sotto controllo la macchina e a dominare l’enorme mole dei problemi. Secondo Paolo Rota ci sono “15 mila attività connesse alla realizzazione delle opere olimpiche che implicano 40 mila potenziali punti di criticità” e questo solo per la parte tecnica. Poi (non) ci sono gli sponsor che arrivano col contagocce, la Rai si defila, i posti letto mancano e gli albergatori scelgono il fai da te, snobbando l’organizzazione. In compenso la macchina ha continuamente necessità di nuovi dipendenti….
Ai novecento già insediati si è aggiunto pure Paolo Cantarella, ex Ad Fiat con liquidazione miliardaria, ora inserito nell’organigramma.
Lo scontro avviene quando si profila un buco economico che veleggerebbe già verso i 200 ml di €uro. Bisogna ricorrere al governo, Gianni Petrucci e Raffaele Pagnozzi (presidente e segretario del Coni) hanno buon gioco e vanno alla carica spalleggiati da Jacques Rogge, presidente del
Cio, allarmato dalla litigiosità italiana, e i tre ventilano il commissariamento del comitato organizzatore.
Il governo coglie la palla al balzo e nomina Mario Pescante, sottosegretario ai Beni culturali, suo rappresentante nel Toroc e supervisor dell’organizzazione: riferirà direttamente alla ‘cabina di regia’ governativa, di fatto esautorando Torino e tutta la compagnia piemontese. Non è una vittoria per Petrucci, inviso a Pescante che considera un vero nemico, ma è una sconfitta per la città che vede, per ora, umiliato lo staff locale targato Fiat…Ah, se ci fosse ancora l’avvocato!
Nell’occhio del ciclone resta Valentino Castellani, come sindaco indeciso a tutto, come organizzatore olimpico perfetto capro espiatorio di una situazione che ha subito con garbo e far play,
accompagnandola con classe fin sull’orlo del precipizio. A Torino viene ‘processato’ dai Ds che lo hanno sostenuto e sono sembrati colti di sorpresa dal buco amministrativo.
Chiamparino, che ha un motivo in più per dubitare del suo partito, alla nomina di Pescante è uscito allo scoperto – “Se è così, Torino si ritira ed uscirà dall’organizzazione delle Olimpiadi…” – e guida ora il suo team allo scontro pensando al futuro.
Ottiene dal ministro Franco Frattini, che ha delega sulle Olimpiadi, una maggiore considerazione per il ruolo della città,
poi interviene il presidente Ciampi a richiamare gli indisciplinati
protagonisti. Lo stesso Pescante propone "due passi
indietro".
Tutto si ricomporrà in nome delle comuni necessità, ma la partita si chiuderà solo quando verrà deciso il destino di Castellani e risolto l’equivoco di fondo dell’intera questione: di chi sono le Olimpiadi della neve?
Del Cio, del Piemonte, della città? C’è chi pensa che siano una creatura degli Agnelli, nate per promuovere il Lingotto,
il Sestrieres e i gioielli di famiglia. Ma questo può non contrastare con le speranze e gli interessi vitali della città e del suo hinterland, che vivono una
stagione di furore cementizio che non ha eguali nella sua storia. (rt)
Titolo: (23.10.04) I DIESSE RINASCONO SOCIALISTI ?
Redazione
Si avvicina il 20 ottobre, data del Terzo congresso dei Ds, e il dibattito interno tende a prendere un po’ di vigore. Paventando l’approdo al Grande Partito Democratico, Valdo Spini, Giorgio Benvenuto, Giorgio Ruffolo, Bruno Trentin, Alfredo Reichlin e altri hanno presentato un documento congressuale, proponendo che i Ds assumano il nome di «Partito del Socialismo Europeo». Si concluderebbe così l’ellittica orbita del partito che, nato dal PSI come Partito comunista d’Italia nel 1921, divenuto Pci nel 1943 alla fine del Comintern sovietico, poi PDS nel 1991, infine Ds nel 1999, ritornerebbe ad essere Partito socialista, sia pure europeo.
“Chiamarsi Partito del Socialismo Europeo significherebbe per i Ds assumere una identità politica molto più forte e proclamare con coraggio la ragione di fondo della propria esistenza. Il socialismo europeo è una tradizione politica che ha alle sue spalle pagine assai belle e fasi di decadenza. Nella sua lunga storia ha sofferto sconfitte drammatiche, ma non si è mai macchiato di crimini contro i diritti umani. Collegarsi idealmente a quella storia vorrebbe dire per i Ds ritrovare quel retroterra ideale concreto, fatto di memorie, di biografie, di simboli, che oggi essi non hanno. Vorrebbe dire anche assumere l'onere, difficile ma necessario, di ritrovare i contenuti dell'ideale socialista. Vorrebbe dire infine un ritorno, dopo ottant'anni di storia travagliata e grande, nella vecchia casa da cui il Partito comunista d'Italia uscì nel
1921".
"Uno degli ostacoli da superare sarà tuttavia la memoria storica. Il nome «socialista» evoca in Italia i nomi dei dirigenti colpevoli di corruzione. Soprattutto il nome di Craxi: potranno davvero i congressisti Ds dimenticare i fischi e gli insulti a Berlinguer, al Congresso del Psi a Verona, nel 1984? In politica nessuna grande scelta è facile, ma solo le scelte che fanno uscire dalle vie di mezzo rendono i partiti grandi.”
Così Maurizio Viroli su La Stampa di Torino.
Il professore forlivese di Teoria politica all’università di Princeton non coglie l’imbarazzante grottesco del suo stesso articolo:
chiamiamoci socialisti così ci liberiamo di un passato indifendibile…Però in Italia i socialisti sono sputtanati, quindi ci vuole del coraggio
per fare questa scelta.
Non sono tanto gli insulti a Berlinguer da superare, quanto le monetine lanciate a Craxi davanti al Raphael dai militanti comunisti. Il linciaggio politico e morale dei socialisti, che ebbe in quell’episodio del 30 aprile 1993 l’imprimatur Pds, fu una scelta politica che l’Italia sta amaramente pagando con la deriva della Seconda repubblica.
Così come non basterebbe alla Fiat chiamarsi Ferrari per risolvere i suoi problemi, non basterà ai post comunisti appropriarsi della storia altrui e chiamarsi socialisti per diventarlo.
Cosa dovrebbero allora fare? Riconoscere chiaramente gli errori del passato, anche
quelli giustizialisti, invece se ne rivendica
con gesuitico orgoglio la continuità; ‘perdere’ la componente interna più intollerante ratificandone il distacco politico (oggi c’é più lontananza tra Veltroni e Mussi-Salvi che tra D’Alema e Kerry); esprimersi concretamente e senza falsità su alcuni temi nazionali fondamentali: la giustizia (i processi, i magistrati, le carceri, la certezza della pena), il Sud che, ormai, non identifica più
un’area geografica ( le zone governate dalla delinquenza organizzata, il controllo del territorio da parte dello stato, il deficit di etica sociale, l’affermazione e il ritorno alla legalità), i diritti dei cittadini e i doveri delle pubbliche amministrazioni. Contrapporre, cioè, all’ipocrisia stratificatasi in più ottanta anni di
storia e al conformismo attuale, una presa di coscienza alla quale sia possibile legare un leale Patto di rinnovamento con gli italiani.
Allora tornare nell’alveo socialista sarebbe ‘naturale’, avrebbe un valore non solo lessicale e supererebbe l’accidentalità della ‘Federazione dell’Ulivo’
(il Gad) che ha come collante ed obiettivo l’antiberlusconismo. Un confine culturale che è da troppo tempo l’alibi politico e morale della sinistra democratica italiana, quella lamentosa, rancorosa e incapace di rinunciare ai suoi eterni assiomi, come si evince dai documenti congressuali di Fassino e dei suoi oppositori interni. (rt)
Titolo: (30.09.04) CHI PAGA LE ANIME BELLE?
Redazione
Quanto di più paradossale ci sia nella cronaca di questi giorni è la volontà delle due Simone di tornare presto in
Iraq.
Comprendiamo la coerenza pacifista da “anime belle”, ma chi paga?
Sia i fondi del Sismi, che presumibilmente sono stati utilizzatati per pagare il loro riscatto ai terroristi, sia i fondi
internazionali che finanziano le attività delle ONG, come “Un ponte per”, sono soldi pubblici dei contribuenti.
Oggi siamo contenti di come si è svolta tutta la vicenda e soprattutto del suo esito positivo, sarebbe però corretto che qualcuno rendesse edotte le due ragazze della loro situazione privilegiata e consigliasse loro un minimo di rispetto, non solo per il contribuente fiscale, ma soprattutto per chi in
Iraq ci ha lasciato la vita, a qualsiasi titolo fosse
là. (l.g.)
Titolo: (23.09.04) TRA TECNICA ED ECONOMIA, LA POVERA STORIA
Redazione
C’è un intrigante spot pubblicitario televisivo, per la regia di
Spike Lee, che si domanda come sarebbe il mondo se Gandhi avesse avuto a sua disposizione l’arsenale tecnologico, oggi
utilizzato nelle telecomunicazioni.
La domanda è solo suggestiva e vuotamente retorica, naturalmente, in quanto verrebbe semmai da chiedersi se in questo orizzonte di tv satellitari,
internet e cellulari possa mai riuscire a farsi spazio una “grande anima”.
Il problema centrale, dopo l’11 settembre, è quello di capire se questo agglomerato mediatico
(ICT, information & communication technologies) non sia solo perfetto per le strategie di comunicazione del terrorismo internazionale.
Parto da questa riflessione, perché pochi giorni fa, l’affossatore dell’informatica ‘Made in Italy’,
Carlo de Benedetti, ha
posto su un quotidiano, in compagnia di Giuliano Amato, il problema di trovare per l’Europa e per l’Italia in particolare, “una missione nuova, un nostro modo specifico di stare al mondo” per non sentirci i luddisti del XXI secolo e “precipitare nel declino epocale e irreversibile”.
Non cogliendo l’ironia grottesca, i due procedono snocciolando i dati noti sull’annosa mancanza di innovazione e di ricerca, la deindustrializzazione, la delocalizzazione, fino alla nostalgia della Fiat che oggi “vede l’erba alta crescere nei capannoni a Mirafiori”. A seguire l’abusata formula magica che recita: “le grandi trasformazioni del mondo possono diventare un’enorme opportunità per il nostro paese”. E via con la ricetta: delocalizzare, mantenendo la testa che pensa e decide a casa nostra, potenziare le infrastrutture per il ‘Made in Italy’ e il turismo, per esser pronti a soddisfare le esigenze dei nuovi e numerosi ricchi della Cina. Per far questo ci dicono che fondamentale è, solo, liberalizzare, introdurre maggiore concorrenza, specie nei settori protetti, e formare dei manager in grado di muoversi e lavorare nel mercato globale.
Alla fine del lungo articolo, penso per un attimo all’Olivetti col suo villaggio operaio e la sua casa editrice, i ‘Quaderni di Comunità’, poi ai ruoli di potere e responsabilità che i due illustri autori
dell'articolo hanno avuto nel recente passato e, desolato, mi chiedo: perché io, quasi completamente digiuno di economia, devo sentire cose già orecchiate venti e poi dieci anni fa. L’impressione è che qui ci troviamo di fronte ad alti esponenti del centro sinistra i quali hanno un grande futuro, sì, ma dietro le loro spalle.
Occorre coraggio definirla “una nuova missione”.
Qui da noi siamo senza grandi anime né grandi tecnologie e, nel concreto, per finanziare la suddetta ricetta, non c’è esponente politico che, per esempio, dimostri di possedere il vero coraggio di un Tony Blair quando taglia massicciamente nel pubblico impiego per investire in infrastrutture senza toccare le tasse.
Aggiungo: si può veramente pensare ad un rilancio dell’economia, tanto più nel ruolo di teste pensanti di attività delocalizzate e in settori creativi come il design e il turismo, quando siamo circondati tutt’intorno da un baratro di violenza incivile? Quando il discorso all’ONU del presidente USA ruota intorno alla guerra del bene contro il male, un secolo dopo Nieztsche? Quando la guerra al terrorismo risulta il conflitto tra uno spettacolo turpe ma visto, come quello di Beslan, ed uno censurato di terre desolate, non visto, come quello di
Cecenia?
Forse stiamo vivendo in un eccesso di cultura economica e in un deficit di cultura storica. A chiudere il fasullo dibattito sullo scontro tra Occidente ed Oriente, non basta ricordare Alessandro Magno che in Afghanistan
fecondò l’arte buddista, facendo nascere quella del Gandara: le grandi statue abbattute tre anni fa dai talebani in guerra? O il fatto che Averroè, otto secoli dopo, portò all’Islam tanto pensiero greco quanto gli scolastici portarono al cristianesimo? O, dopo altri otto secoli, il fatto che ancora la cultura greca appaia oggi nella Costituzione europea a sancire l’unità delle ‘due Europe’ uscite dal dopoguerra?
Il vero Oriente è oltre quelle montagne dove si nasconde Bin Laden, quel mondo nel quale i due esimi esponenti prima citati ripongono le speranze di far riprendere a girare il volano dell’economia interna. Ma in mezzo, tra noi e loro, c’è il caos di una guerra intestina all’Occidente, tra chi è già passato attraverso i “lumi riformatori” della modernità e chi no.
Mi viene allora in mente la risposta di Diderot a Caterina di Russia che, convocato il filosofo enciclopedista francese a Mosca,
gli chiese la formula per modernizzare il suo paese. La risposta non fu di quella di soffocare nel sangue la rivolta di Pugacev, ma quella di creare i presupposti per la nascita della
borghesia.
(l. guglielminetti)
Titolo: (16.09.04) One
man show
L’Italia messa in ginocchio dal secondo
conflitto mondiale, appena uscita dalla guerra civile, dalle strutture
democratiche fragili e quasi inesistenti, ancora occupata dagli
Alleati, pure ebbe la forza di eleggere un’Assemblea Costituente di
altissimo valore, una vera summa dei nostri migliori rappresentanti
della politica e della cultura.
Quell’assemblea resta, a tutt’oggi la
maggiore struttura politica che l’Italia abbia avuto nell’ultimo
mezzo secolo. L’unica nella quale i contrasti dei partiti non
prevalsero e trovarono equilibrata composizione negli interessi più generali del paese. Dal giugno 1946 al
dicembre 1947, quando venne 'licenziata' la costituzione poi emanata
nel gennaio successivo, i 556
deputati rappresentarono il meglio che la nazione poteva mettere in
campo: illustri giuristi, politici e studiosi affermati riemergenti
dalle rovine del conflitto, giovani deputati destinati a lunghe
carriere, rappresentanti delle arti e delle professioni, tutti
garantivano una corretta rappresentanza delle istituzioni che li
esprimevano e solidi legami con il popolo che li aveva eletti. Anche
per questo riuscirono a varare una costituzione equilibrata, capace di
garantire lo sviluppo democratico dell’Italia.
Dopo cinquant’anni, oltre che malamente
applicata in alcune sue parti, la costituzione appare superata in
molte altre, essendo cambiati i riferimenti storici e sociali che la
ispirarono. La nostra società, però, non dispone più di una classe
dirigente della qualità dei Padri costituenti e le fazioni hanno
ormai preso il sopravvento: chi al momento governa pensa che gli
interessi della sua parte o del suo clan siano quelli dell’intera
nazione. Così è stato per il Centrosinistra, che ha innescato una
bomba a orologeria modificando a suo tempo la costituzione con il voto
parlamentare, così è con il Centrodestra che pretende di riformare
autonomamente l’intera seconda parte, dall'art. 55 fino all'art.
138.
Lo squallore dell’intera vicenda emerge
chiaramente dal confronto tra l’Assemblea del ’46 e i quattro
saggi del 2003 - Domenico Nania (An), Andrea
Pastore (Fi), Francesco D'Onofrio (Udc), Roberto Calderoli
(Lega) -
che hanno meditato l’impresa chiusi per qualche giorno in una
baita del Cadore, tra acque fresche e pure, tome stagionate ed aria
buona. Ai quattro ha
fatto seguito l’ulteriore calamità dell’ “one man show” di
questi giorni, il ministro Calderoli, trasformato in efferato giurista
al capezzale di Bossi. A costui tengono bordone anche politici
smaliziati, qual è il vice presidente del Consiglio Fini,
non si sa se per intima quanto rovinosa convinzione, ovvero per
definitivamente affossare l’improvvisato progetto e perdere la
fazione che lo caldeggia.
Da tutta questa storia sono rigorosamente esclusi
gli interessi degli italiani. Intuiamo solo che se passa la riforma,
ci toccheranno nuove leggi di dubbia applicazione, un altro carico di
sfaccendati da mantenere e tasse locali a cui fare fronte, se
possibile, evadendole per legittima difesa. (rt)
Titolo: (31.08.04) NPSI TRA AUTONOMIA E SUBALTERNITA'
Redazione
Un sasso in piccionaia di Vittorio Lussana
In un’intervista rilasciata di recente al Corriere della Sera, il Vicesegretario del Nuovo Psi, On. Bobo Craxi, ha posto la questione, assolutamente legittima, della costituzione di un polo laico - riformista al di fuori di ogni schieramento di coalizione: un vero e proprio ‘sasso in piccionaia’, salutare al fine di riflettere su molti problemi. E’ giunto infatti il momento di porci una domanda: qual è stata la linea politica generale della Casa delle Libertà, dal 2001 ad oggi? Vogliamo provare a fare qualche passo indietro? Innanzitutto, la legge sulla fecondazione assistita, licenziata nella primavera scorsa, è basata sull’assioma, tutto confessionalista, che filosofia morale, diritti naturali e norma giuridica debbano, sempre e comunque, aderire perfettamente in una sorta di perversa sintesi tesa a difendere una concezione totalmente astratta della ‘casualità naturale’.
Mi spiego meglio: negando la possibilità di effettuare una diagnosi preimpianto, la norma sulla procreazione medicalmente assistita vorrebbe impedire, alle donne affette da sterilità, la possibilità di scegliere ‘a tavolino’ quali embrioni impiantare nel proprio utero. Le donne ‘normali’, infatti, giungono a gestazione correndo il ‘rischio naturale’ di mettere al mondo un bimbo con malformazioni o malattie congenite: perché, dunque, le donne o le coppie ‘sterili’ non dovrebbero essere poste sul medesimo piano di casualità?
Proponendo uno spiritoso esempio pratico, anche se ci sarebbe ben poco da ridere, se io acquisto in contanti un’automobile e poi questa viene investita da un meteorite, perché tu, che invece l’hai comprata a rate, devi avere la possibilità di parcheggiarla in un’autorimessa? Essendo pacifico che ognuno abbia il diritto di scegliere il luogo in cui lasciare la propria vettura, purché non si commettano infrazioni, va da sé che, in materia di fecondazione artificiale, la norma attualmente in vigore finisca col rivelarsi repressiva ed inutilmente pericolosa, oltreché fondamentalmente cretina…
Ragionare intorno ad un’ipotesi di reale autonomia, non significa, come scrive in questi giorni l’amico Giovanni Negri “possedere una concezione verginea della politica, un non volersi sporcare le mani”. Se, oltre ad Antonio Del Pennino - il quale, a Palazzo Madama, si è spesso ritrovato isolato con i suoi disperati emendamenti migliorativi di disegni di legge allucinanti -, fossero stati presenti anche altri parlamentari rappresentativi dell’area laica e riformista, il risultato finale avrebbe potuto essere diverso? Personalmente, ritengo proprio di no: anche una rappresentanza numericamente maggiore può ben poco contro i compromessi e gli accordi di potere interni alle singole coalizioni, contrattazioni in grado di snaturare qualsiasi forma di buon senso legislativo e parlamentare.
Un sano progetto politico non può essere impostato nei meri termini della possibile convenienza personale. Ed è giunto il momento di comprendere che l’attuale sistema politico distorce la natura sostanziale di ogni singolo problema che si va ad affrontare.
Proviamo a rammentare anche un altro passaggio parlamentare assai controverso: la vicenda della concessione di un provvedimento di grazia nei confronti di Adriano Sofri.
Quanto accaduto nel corso dell’iter di approvazione della pdl Boato ha rappresentato qualcosa che ha superato ogni limite di inettitudine burocratica. Un uomo è rinchiuso ingiustamente, da otto anni, nel carcere di Pisa, in quanto leader di una forza della sinistra extra-parlamentare degli anni ’70. Ora, il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, tempo fa ha ritenuto opportuno respingere, con atto motivato, la legge Gasparri. E il ministro delle Comunicazioni si è ritrovato nella situazione di dover controfirmare proprio il provvedimento che rimetteva alle Camere il suo stesso progetto di legge. Allo stesso modo, buon senso costituzionale vorrebbe che la controfirma di un ministro Guardasigilli ad un atto presidenziale di concessione della grazia rappresenti un’attestazione di legittimità formale, non un metodo di interdizione dei poteri del Capo dello Stato. Invece, abbiamo dovuto assistere ad un ministro della Giustizia che ha generato un gravissimo conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato – pur avendo dichiarato sui giornali di considerare il disegno di legge Boato “una proposta ragionevole” -, e ad un presidente del Consiglio il quale, dopo aver scritto sulle colonne de ‘il Foglio’ di essere favorevole all’atto di clemenza in questione, si è poi visto costretto ad ingoiare il naufragio dei suoi stessi intendimenti per le ignobili manfrine di alcuni membri della maggioranza che lo sostiene.
Perdonatemi la domanda retorica: dove si vuole andare con un bipolarismo del genere? Anche fidando sul più taumaturgico dei nostri poteri di convincimento nei confronti del prossimo, quando si comincerà a prendere atto, in tutta l’area laica, che le attuali coalizioni politiche in campo non sono comparabili ai sistemi bipartitici anglosassoni e che esse rappresentano, qui da noi, il regno di compromessi sfibranti, dove ogni partito, di centro, di destra o di sinistra, è costretto a dubitare, sempre e comunque, della buona fede dei suoi stessi alleati?
Per quanto puramente di principio possa sembrare, la presa di posizione di Bobo Craxi non deve essere inquadrata in un’ottica di incredula perplessità, poiché in un sistema bipolare caoticamente eterogeneo come il nostro, solo una forza effettivamente indipendente può essere in grado di condizionare programmi e contenuti politici: si sta aprendo una discussione importante, all’interno Nuovo Psi, un dibattito che meriterà attenzione e non istrioniche ‘puzze sotto al naso’. Siamo ancora solo alle prime scaramucce, ma il partito del Garofano non sarà teatro di un confronto tra un’ala destra e un’ala sinistra, bensì di una scelta fondamentale, per simpatizzanti e militanti, tra una linea neo-craxiana di coraggiosa autonomia ed una di ormai accertata, quanto poco dignitosa, subalternità.
(tratto da “L’Opinione delle Libertà” – 31 agosto 2004)
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