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Blog dalla Redazione di Socialisti.Net [ARCHIVIO]

Titolo: (28.12.2005) DEMOCRAZIA DEFORMATA

Redazione

"Quando un equilibrio entra in crisi e si creano poteri troppo forti, prevaricanti, la democrazia si corrompe. Provi ad immaginarsi che cosa significherebbe in Italia una situazione in cui i grandi gruppi industriali, che già posseggono i giornali, possedessero pure le banche e il loro potere si allargasse a quello finanziario, assommato a quello industriale e dell'informazione. Si creerebbe un forte squilibrio. Se il potere giudiziario usa il potere che ha in modo violento, interpretando le leggi sovente in modo estensivo o abusivo e senza controlli e travolgendo ogni forma di controllo e ogni possibilità di arginare questa violenza, questo significa che una società comincia ad essere una società meno democratica, significa che la democrazia viene deformata" (Bettino Craxi, l'Avanti!, 7 novembre 1992).

Dopo quasi 14 anni da quelle parole, la differenza risiede essenzialmente nel “possedessero”: i grandi gruppi industriali, salvati da Tangentopoli, come ha ricordato di recente Sergio Cusani su il Sole 24 Ore, non sono infatti riusciti a rafforzarsi, eccezion fatta per il gruppo berlusconiano (con il sostegno del centro sinistra al governo) e nonostante le privatizzazioni “protette dall’interesse nazionale”, ma sono tutti finiti ad essere in gran parte “posseduti” dal sistema bancario.

A questa differenza strutturale, si aggiunge il venir meno della diversità o superiorità morale degli ex Pci: anche il loro partito ha subito una specie di «mutazione genetica». La casa di Hammamet di Craxi sta alla barca a vela di D’Alema, come il collateralismo del cooperatore Consorte con Fassino, non è diverso da quello tra Bettino e gli imprenditori emergenti allora come Gardini e Berlusconi.

La pentola scoperchiata, da Cirio ai Bond argentini, da Parmalat alla Banca Popolare di Lodi, sul capitalismo finanziario nazionale apre una visione di democrazia deformata forse ancor peggiore degli eccessi giustizialisti e violenti di Tangentopoli. Certo sarà difficile venire a sapere se anche lo stesso potere giurisdizionale è affetto dagli stessi vizi di quello politico e finanziario, e di conseguenza conoscere anche quanto le indagini di allora e quelle di oggi siano state e siano indirizzate univocamente verso delle parti, tralasciandone altre; ma il punto è che lo stato del sistema democratico richiede urgentemente due valori, di cultura liberale e repubblicana e di rarità assoluta ad ogni ordine e grado di potere in Italia: il senso dello Stato e la morigeratezza. (l. guglielminetti)


Titolo:(15.12.05) LA NUOVA TANGENTOPOLI

 Nel salone del gruppo ds, a Montecitorio, l’odore del curry è quasi insopportabile. Tavoli apparecchiati che per poco non si piegano sotto vassoi, piatti fumanti, salami, mozzarelle, vini piemontesi. Tutto intorno, deputati vocianti per i saluti delle vacanze che si stanno approssimando. «Brindiamo prima del disastro», sorride il torinese Alberto Nigra. «Già - commenta l’ex direttore dell’ Unità Peppino Caldarola - e intanto quelli hanno cominciato con gli arresti per far confessare la gente proprio come ai tempi di Mani pulite». Il nome di Gianpiero Fiorani viene pronunciato più e più volte in quella stanzona dove qualcuno preso dall’inquietudine rovista nelle tasche in cerca di un pacchetto di sigarette dimentico del divieto di fumo. Il nome di Giovanni Consorte è solo sussurrato. 

Forse non è il giorno giusto per festeggiare Natale, Capodanno e l’imminente fine della legislatura con un brindisi alla prossima, che dovrebbe segnare la vittoria dell’Unione. Il segretario è nervoso. E stanco dello stillicidio di insinuazioni che lambiscono anche il suo partito. Nemmeno davanti ai giornalisti Piero Fassino cerca di nascondere stanchezza e nervosismo: «Non c’è niente di preoccupante - dice - piuttosto quello che non mi piace è il devastante polverone che una parte della stampa ha voluto sollevare. I giornali alle volte ci devastano». L’inquietudine non molla il leader della Quercia neanche più tardi, quando incontra in un ristorante del centro, Fortunato al Pantheon, un cronista che ha scritto della vicenda Unipol. Sotto gli occhi di più di un politico abituale frequentatore del posto Fassino si scaglia contro il giornalista. 

E’ pomeriggio e anche nel vertice ristretto tra Romano Prodi, Fassino e Francesco Rutelli si finisce inevitabilmente per affrontare il tema del giorno, benché lo si smentisca ufficialmente con vigoria. La linea dei vertici dell’Ulivo è che comunque non si debba e non si possa agitare neanche velatamente l’ipotesi del complotto perché così si finirebbe per fare quel che poi si rimprovera un giorno sì e l’altro pure a Silvio Berlusconi. E nei pour parler tra i massimi dirigenti della Quercia si discute di come evitare che l’eventuale caduta di Consorte abbia delle ripercussioni sul Botteghino: le cooperative vanno salvaguardate e difese ma se mai verrà riscontrato che Consorte ha commesso dei reati, sia chiaro che la responsabilità penale è personale e non può certo coinvolgere il partito. 

Nei palazzi della politica, mentre si stila la lista dei politici indagati per Fiorani (sono tutti del centrodestra), l’aria si è fatta irrespirabile e il ricordo di Tangentopoli opprimente. «Fiorani è già dimagrito di quindici chili»: un informatissimo deputato di Forza Italia soffia la notizia all’orecchio di un collega di partito. E poi aggiunge: «Sta già parlando, parlando e parlando». Del resto, stando a quel che dice il deputato-avvocato della Margherita Andrea Annunziata è ovvio che parli: «Gli arresti - spiega l’esponente del centrosinistra - vengono fatti apposta a Natale perché la gente vuole uscire subito dal carcere, non vuole rimanerci durante le vacanze e quindi confessa rapidamente». 

Seduto su un divanetto del Transatlantico il senatore Carlo Vizzini, in visita alla Camera, sospira: «Questo è il regalo di Natale dei magistrati prima delle elezioni. Bisognerà capire chi vogliono colpire veramente». Nel frattempo, nel palazzo vicino, alla presidenza del Consiglio, c’è un via vai di leghisti. I nomi dei ministri del Carroccio coinvolti nella vicenda rimbalzano tra un capannello di deputati e l’altro. I leghisti fanno spallucce, ma sono tutti preoccupati e camminano su e giù per i corridoi della Camera portandosi appresso le loro facce scure e i loro timori. «E’ il colpo finale alla Cdl - mormora qualcuno - perché disarticolando noi danno una botta micidiale al Cavaliere e al centrodestra». Ed è dall’altro ieri sera che Silvio Berlusconi è in preallarme. Annunciavano nuovi arresti, dopo quello di Fiorani, che non ci sono poi stati. Ma il presidente del Consiglio è convinto che quella che si vede ora sia solo «la punta di un iceberg». Lui, però, non ha intenzione di muoversi: «Farò lo spettatore - spiega ai suoi - perché con qualsiasi mossa farei il gioco degli avversari». E per tali, ovviamente, il Cavaliere intende sia i magistrati che l’opposizione, benché questa volta sia difficile anche per lui sostenere che siano in combutta. L’acquisizione della Bnl da parte dell’Unipol, secondo il premier, è «compromessa», ma quella che coinvolge Consorte, a suo giudizio, «è una resa dei conti interna alla sinistra»: «Loro - confida Berlusconi ad alcuni forzitalisti - pensano di vincere e siccome ormai il Paese è in mano alle banche e il potere finanziario è più forte di quello politico litigano per chi debba avere rapporti con quel potere». 

Passano le ore ed ecco che arrivano nuovi boatos e tornano anche i vecchi. «Ma è vero che Fazio....», «e che Ricucci?». Michele Saponara, forzitalista, avvocato e sottosegretario all’Interno cerca di alleggerire l’atmosfera: «Non è come Tangentopoli: non c’è Di Pietro... c’è la Forleo e chi la conosce dice che sia brava ma un po’ pazzerellona. Eppoi all’epoca di Mani pulite c’erano Borrelli e Scalfaro che giocavano di sponda, ora non è più così». Qualche divanetto più in là, circondato dalla solita corte di giornalisti ed ex democristiani approdati nella Margherita, anche Ciriaco De Mita fuga i dubbi di chi teme che stia per arrivare a passo di carica una nuova Tangentopoli. «Ormai - osserva - un avviso di garanzia non rovina più la gente come un tempo». 

Ma c’è chi ritiene che ora come allora la magistratura stia invadendo campi che non le competono. Giorni fa Pierluigi Bersani metteva in guardia i compagni di partito: attenti perché è vero che la giustizia deve fare il suo corso, ci mancherebbe altro, ma non possono essere i magistrati a occuparsi di acquisizioni bancarie. Discorsi simili vanno facendo anche alcuni esponenti del centrodestra. Per Domenico Contestabile, di Forza Italia, «non è possibile che i magistrati si mettano a fare i banchieri». La pensa così pure il senatore Lino Jannuzzi. Anzi lui si spinge oltre. A suo giudizio «si è fatto un passo in più rispetto a Tangentopoli perché la magistratura sta invadendo un campo nuovo in cui finora non si era mai permessa di entrare». Cala infine la sera sui palazzi della politica: i parlamentari si allontanano portando altrove dubbi, sospetti e paure sulla nuova Tangentopoli. 
(Maria Teresa Meli sul Corriere della sera del 15 dicembre)

 

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Titolo: (01.12.05) GIAVAZZI: I NODI AL PETTINE NELLA ROSA

Redazione

Abbiamo posto sul forum principale la rassegna stampa seguita all’articolo sul Corriere della Sera di sabato scorso dell’economista liberale Francesco Gavazzi, “Cinque impegni per i cento giorni”, perché, al di là dell’indubbio pregio e sensatezza delle proposte ivi contenute, immaginavamo che avrebbe rappresentato una cartina di tornasole per la Rosa nel Pugno.

Puntualmente l’altro ieri, il segretario radicale Capezzone ha manifestato pieno sostegno: “Mi schiero per la "linea Giavazzi" e chiedo che candidati, partiti e schieramenti dicano cinque chiari "si'" o cinque chiari "no" alle domande poste da Giavazzi”. Oggi il probo Villetti - vicepresidente Sdi - ha, invece, detto solo: “ma, …sì forse, …quello non è possibile, …quest’altro non si può proprio fare”.

Come qui sotto scritto, meno di due settimane fa, sulle questioni economico-sociali casca l’asino sulla Rosa. Dopo la breve brezza del profumo dei petali, siamo già alle spine.

La sola domanda, retorica, che pongo ai Radicali è questa: in considerazione del fatto che sia loro che il Nuovo Psi, pur con modalità diverse, fino a pochi mesi fa erano semi-alleati della Cdl ed entrambi stavano maturano la ovvia scelta di passare nel centro-sinistra, non sarebbe stato più naturale che il discorso ‘Rosa’ nascesse tra questi due soggetti, per poi interloquire con lo Sdi come testa di ponte con l’Unione? In fondo la scelta a favore del centro sinistra è costata anche ai radicali italiani una scissione: è di ieri la presentazione dei ‘salmoni’ Della Vedova, Taradash benedetti da Berlusconi in persona, sempre in vena di scherzare dichiarandosi “più bravo della Thatcher”.

Suddetta domanda ha però valore se, e solo se, nel Nuovo Psi fosse maturata nel frattempo una linea programmatica nettamente ‘blairiana’ o, anche solo, ‘zapatera’, alla luce delle recenti scelte del governo spagnolo sulle partecipazioni statali (abolizione della ‘golden share’).

La conclusione, per essere molto espliciti, è che qui in Italia c’è il rischio che gli unici che incarnino in qualche modo il liberalsocialismo europeo siano solo i radicali, più qualche voce nei Ds e nella Margherita, mentre la varie formazioni socialiste, nel nome, siano restate o con lo sguardo rivolto indietro al passato o rivolto in basso verso lo scranno su cui sono sedute. (l. guglielminetti)


Titolo: (29.11.05) SI VALE ZERO? UN BEL DIGIUNO!

Redazione

Mentre si consumava la "guerra di Messina", con i due partitini che facevano parlare di sé a suon di carte bollate e ricorsi, il Riformista invitava il Nuovo Psi a siglare una tregua, seppure armata, per evitare il ridicolo e per cercare di valere politicamente più di zero.

Anche noi riceviamo lettere di compagni dei vari tipi citati nell’articolo: a favore di Bobo Craxi, pro Gianni De Michelis, contro tutti e due, a favore di una ricomposizione tra i due. L’ultima e-mail invita ad organizzare un’iniziativa sulla quarta posizione: “una cena unitaria dei socialisti che non hanno padroni, di tutti i compagni, bobocraxiani o demichelisiani, unionisti o berlusconiani, terzopolisti o partigiani. Una cena senza capi e capetti, senza nomenclature locali e nazionali, senza segretari e antisegretari: una cena della base, in cui la retorica fine a se stessa sarà bandita.”

E’ tutto così facile? No di certo.

A parte che i socialisti non hanno mai avuto un’indole spontaneista, neppur minima, tale da organizzare una semplice cena senza una convocazione “autorevole”, c’è da prendere atto che i due segretari sembrano ormai avviati verso lidi precisi: De Michelis a rifare un cespuglio nel pentapartito  o da corona a Forza Italia, Bobo Craxi a confluire nello Sdi, a sua volta assorbito nella galassia liberalradicale della sinistra. Il primo, tatticamente defilato, parla sempre più per voce della Moroni o di Robilotta, il secondo laconicamente dichiara: “se i compagni dello Sdi sono pronti, si può dar vita, già all’inizio dell’anno prossimo, all’unità fra i socialisti del Nuovo Psi che mi hanno seguito e i socialisti democratici della sinistra italiana”. Infine, anche si formassero tavolate enogastronomiche regionali, forum virtuali o reali, costituenti locali o nazionali o quant’altro atto a costruire una qualche riunificazione socialista dal basso, cosa potremmo fare, o dirci?

La proposta forse più paradossale, eppure sensata, che ci è giunta in redazione è quella di prendere doppie, triple o quadruple tessere - una per ogni segmento-partito-associazione socialista più quella radicale – e da lì ricominciare il “lavorio dell’unità”. L’alternativa a questa proposta, probabilmente un po’ ingenua e sicuramente finanziariamente onerosa, è quella di aspettare la nascita di un partito unitario del centrosinistra, sul modello democratico americano, ma che non abbia a simbolo un asino italiano. 
Il che si traduce: invece della cena, un bel digiuno! (l. guglielminetti)


Titolo: (25.11.05) ANDIAMO TUTTI A STUDIARE!

Redazione

In fondo Prodi e l’Ulivo riservano alla Rosa nel pugno, lo stesso trattamento che quest’ultima riserva al Garofano.

Ad oggi infatti nessuna convocazione a riunioni dello schieramento di sinistra e' stato loro (alla Rosa nel pugno) concesso. Eppure Prodi il 16 novembre ha incontrato i sindacati confederali ed il 19 ha trovato perfino il tempo di intervenire al congresso dei socialisti francesi tenendo un discorso di oltre 10.000 battute”, cito testualmente da un cahier de doléance del Notiziario radicale. Idem si può dire per il Garofano al quali parimenti non è stata concessa nessuna convocazione da parte dei compagni Sdi-radicali.

Meno male che stiamo parlando di partiti propugnatori o interessati a un soggetto che si chiama Unione!

A pochi mesi dalle elezioni politiche nascono alleanze elettorali che, invece di considerarsi cantieri aperti, tengono ben chiusi i ranghi. Questo mentre la CdL non potrà che recuperare terreno nei favori degli elettori, come è a tutti noto, per le qualità di marketing di Berlusconi.

Farsi male da sola è una malattia cronica della sinistra italiana. Si attuenerà quando si sarà giunti a un solo grande partito di centrosinistra, senza trattino, senza se e ma, senza identità storico culturali da sbandierare solo per grette finalità. Non importa neppure come si chiamerà il nuovo partito, se mai nascerà conterà solamente che abbia un programma, al contrario di quanto accade oggi.

Andiamo tutti a meditare e e proporre idee, anche fuoiri della 'fattoria' prodiana che non può essere l'unico nostro pensatoio: sarà meno 'appagante' del fiore giusto per il seggio giusto, ma è al programma, in primis a questo, che è necessario lavorare, per chi al socialismo liberale vuole dare un’eredità nobile e non banale. 
(l. guglielminetti)


Titolo: (17.11.05) LE SPINE DELLA ROSA

Redazione

E' comprensibile, nelle dinamiche politiche, che la tattica di Sdi e Radicali sia di tenere sulla corda il Nuovo Psi di Bobo Craxi, con la scusa della legalità del Congresso e la proprietà del simbolo, per poi accoglierlo all’ultimo momento, quasi come un ospite tollerato. Quindi al momento, possimo dire che le spine le ha chi è senza rosa.

Chi oggi la tiene forte in pugno, potrebbe però trovarsi anche lui qualche spina alla conta dei seggi, se ritiene di cavalcare fino alla scadenza elettorale i soli temi della laicità dello stato. Da una parte, non è infatti interesse né di Polo né di Unione, una campagna elettorale sui temi del concordato, della pillola RU-486, del cardinale Ruini, etc… Dall’altra, occorre considerare che un conto è se si tratta di fare lo Zapatero dei diritti civili, tutt'altra cosa è se si tratta di fare il Blair del liberismo economico, dei tagli nel pubblico impiego, del contenimento dello stato e dell'intervento attivo in politica estera. In questo caso i cari compagni dello Sdi, di Unità Socialista, nonché di “Socialismo è Libertà” e della Uil si troverebbero in un imbarazzo notevole e tutte i buoni propositi di novità politica, espressi fino ad oggi, improvvisamente si sgonfierebbero, con la conseguenza che la base dei compagni dello Sdi, tornerebbe a sospettare che, come con Dini, con i Verdi e con Prodi, i vertici del partito, con l’abbraccio radicale, perpetuino l’ennesimo espediente per sopravvivere a se stessi, esattamente come fanno, sull’altra sponda, i "governativi" del Nuovo Psi, (che probabilmente finiranno a fare la corona intorno al simbolo di Forza Italia insieme a Pri, Dc ed altri).

La cartina di tornasole sulla bontà generale dell'operazione "rosa nel pugno", sarà quindi sui temi sociali: la sfida del socialismo liberale, che vuole farsi erede di quello craxiano aggiornato ai nostri tempi, resta Blair. A chi raccoglierà la sfida, onori ed oneri, agli altri resteranno spine di rosa o spoglie di garofano. 
(l. guglielminetti)



Titolo: (3.11.05) IL NO A COFFERATI RIGUARDA PRODI 

Il documento che presentiamo è stato sottoposto da Cofferati alla giunta del comune di Bologna. Non contiene proposte sconvolgenti né particolarmente innovative. È una valutazione, date le circostanze, coraggiosa dello stato delle aree urbane. È una ragionevole dichiarazione d'intenti che fa onore al sindaco ed è lealmente rivolta ai cittadini. Eppure Rifondazione – tutta Rifondazione, da Bertinotti alla segretaria bolognese – lo ha respinto benché il partito faccia parte della maggioranza che ha espresso il primo cittadino.
Apparentemente sembrerebbe trattarsi di una questione locale. In realtà quanto accade a Bologna riguarda anche i rapporti nell’intero schieramento di Centrosinistra. L’episodio rivela con chiarezza i motivi che inducono Prodi a tacere sul programma. 
Infatti, se un documento come questo provoca la dissociazione della sinistra radicale, cosa accadrà quando si dovrà necessariamente dire agli italiani qualche amara verità sull’economia, sul disastro della legalità e della giustizia, sulle carceri, sulle pensioni, sull’immigrazione, sul laicismo… e da tutto ciò fare derivare una linea di governo da proporre agli elettori?
Fino ad oggi Prodi, pur avendo dichiarato che "l'Italia è tutta da ricostruire", se l’è cavata restando nella vaghezza e nell’ovvietà più assolute. Ma non sarà sufficiente essere ‘contro Berlusconi’ per vincere le lezioni. Bisognerà affrontare con coraggio e chiarezza i problemi, come ha fatto Cofferati a Bologna. Se il leader, legittimato dalle primarie, resterà nella solita timorosa ambiguità dorotea, gli equivoci programmatici non chiariti genereranno un governo sottoposto ai veti e ai ricatti incrociati, solo più furbo di quello attuale. (rt)

“LEGALITÀ E SOLIDARIETÀ PER LO SVILUPPO ECONOMICO, LA COESIONE E LA GIUSTIZIA SOCIALE. 

1.La complessità delle condizioni sociali ed economiche delle cittadine e dei cittadini di Bologna, non dissimile da quella di altre aree metropolitane, pone quotidianamente all’amministrazione comunale l’esigenza di fronteggiare nuovi bisogni o di rispondere a consolidate domande ritornate impellenti. Le cittadine e i cittadini portatori di queste esigenze avvertono spesso la difficoltà di vederle risolte positivamente in ragione dell’esistenza del degrado in alcune zone della città e della diffusione di pratiche e comportamenti illegali che aumentano la loro percezione di insicurezza. Il programma di mandato ha definito per esteso e con dettaglio le azioni necessarie per affrontare efficacemente e con un consenso diffuso questi problemi in essere, per costruire le condizioni migliori per la Bologna del futuro. La giunta e la maggioranza sono impegnate costantemente nella sua completa realizzazione, nonostante le difficoltà finanziarie generate dalle inefficaci ed inique politiche economiche e di bilancio del Governo. Tuttavia si è evidenziata l’esistenza di comportamenti e azioni mirate a consolidare pratiche e situazioni non rispettose delle leggi e delle norme che impediscono o rallentano la ricostruzione di un territorio urbano forte ed equilibrato e di una politica sociale inclusiva e solidale sostenuta da una visibile idea di giustizia.
2. Per questo si impone nell’azione di giunta e di maggioranza la riconferma di elementari principi indispensabili a dare credibilità ed efficacia all’agire, e un ulteriore sforzo di innovazione nelle politiche più esposte ai condizionamenti esterni. L’attività amministrativa avviene in un complesso reticolo legislativo esattamente come accade per la vita sociale. La non condivisione di leggi che producono effetti negativi sulla persona o sulle comunità, oppure la mancanza di norme efficaci in materie importanti, deve portare all’azione per la loro modifica e per la loro definizione in Parlamento. L’amministrazione e la comunità con i loro strumenti possono e devono agire solidarmente per correggere gli effetti negativi o le ricadute non desiderate delle leggi, ma non possono accettare la loro violazione come prassi politica. L’illegalità, qualunque sia la ragione che la determina, non può trovare giustificazione. Politiche fondamentali per il futuro di Bologna, come quelle abitative, quelle per l’inclusione e l’accoglienza, quelle per il sostegno allo sviluppo, sono tra le più condizionate dalle pratiche illegali. Nell’azione di giunta e di maggioranza deve essere fermo l’obiettivo di tutelare i più deboli garantendo loro piena cittadinanza anche attraverso azioni solidali mirate, ma nel contempo deve essere chiara la discriminante verso chi si pone fuori dalla legge o si sottrae ai percorsi di legalità che si possono attivare. Ad esempio il bisogno abitativo e la regolarità dei rapporti di locazione vanno risolti con strumenti efficaci nel rispetto delle proprietà pubbliche e private come in quello dei diritti degli utenti. Così come il contrasto al lavoro nero e clandestino, compreso quello dei minori, fonte di tante distorsioni economiche e ingiustizie sociali, ha bisogno di una precisa normativa nazionale non prevista nella negativa e incoerente legge Bossi – Fini.
3. Nel frattempo è possibile utilizzare l’articolo 18 del decreto legislativo del 25 luglio 1998 n. 286 relativo al soggiorno per motivi di protezione sociale per garantire chi accetta spontaneamente di entrare nella legalità. Le stesse politiche di accoglienza non devono essere attivate indistintamente, ma devono essere assicurate alle persone che ne hanno diritto, ai minori e ai più deboli e a chi accetta di entrare nei percorsi di regolarizzazione. La giunta e la maggioranza si impegnano a garantire diritti di cittadinanza agli immigrati anche attraverso il voto nei Quartieri ancor prima dell’auspicabile voto amministrativo che la legge nazionale dovrà stabilire. In tutte le azioni amministrative non distinguere i diversi comportamenti e le differenti condizioni in ragione di un apparente univoco bisogno, rende inefficace l’azione solidale. Per contrastare lo sfruttamento illegale del lavoro dei cittadini, immigrati e no, per sostenere l’emancipazione delle persone dall’esclusione sociale, occorre ancorare l’azione amministrativa al complesso del dettato costituzionale. Da quel dettato discendono le norme e le leggi che tutelano i cittadini a partire dalle fasce più deboli della società, che rappresentano un valore fondante per la democrazia. Anche per questo legalità e solidarietà convivono nella nostra idea di sviluppo economico, di coesione e giustizia sociale. 
Sergio Cofferati. Bologna, 2 novembre 2005”



Titolo: (3.10.05) PACS SOCIALISTA

A sinistra esiste da tempo un deficit di spirito laico. La subalternità verso ogni tipo di corporazione si è accentuata per l'assenza della componente socialista, liberale e radicale.

Signori, siamo lieti di annunciarvi che sulla scena elettorale del 2006, comparirà, e sarà una prima assoluta nella storia del nostro dopoguerra, una nuova aggregazione politica, fondata sull’intesa tra socialisti e radicali. Che lo crediate o no, la cosa non era mai successa in passato. Al di là della iniziale e disastrosa esperienza del 1958 (lista in comune con il Pri) i radicali avevano, infatti, sempre corso da soli, negli anni della prima repubblica, come in quelli della seconda, magari con sigle diverse ma inalterata e inconfondibile identità.

La storia del partito

Non così i socialisti. Almeno negli anni successivi a Tangentopoli: quando avevano alternato tentativi di ricostruire possibili unità con radici della diaspora con accordi puramente elettoralistici con altre formazioni dell’area di centro-sinistra: sino a puntare sul loro inserimento nella più vasta area "riformista" in combinata sull’asse Ds e margherita e sulla figura di Prodi. In ogni caso, anche per i socialisti, la combinazione del rilancio identitario (lista comune dei socialisti) e dell’intesa politica/programmatica con i radicali (a partire dalla stessa lista)rappresenta un’assoluta novità. A questo punto, però, è lecito chiedersi: perché il lieto evento - se così vogliamo definirlo - non è maturato prima (magari in tempi, diciamo così, politicamente più propizi)? E perché, proprio nel contesto di oggi? Dovrebbe sortire buoni frutti? Per capirci qualcosa, occorrerebbe che qualcuno scrivesse la storia del partito radicale, con i dovuti capitoli riservati ai rapporti con il "mondo esterno". Ma questa storia la potrebbero scrivere solo i protagonisti: perché chi non è radicale (e quindi non partecipe dell’essenza della cosa…) sarà sempre portato ad offrirne immagini "estreme e politiciste". Ma ora, in attesa che Marco Pannella (o Emma Bonino…) facciano ordine nelle loro memorie, possiamo procedere solo per intuizioni e approssimazioni. Quello che abbiamo di fronte è, infatti, un paesaggio vivo e contraddittorio. Lo guardi da una parte, e ti sembra di un certo tipo. Usi un’altra angolazione e ti apparirà totalmente diverso. Usi certi parametri politici e socialisti e radicali sembrano fatalmente avviati all’unità; ne usi altri e il loro destino sembra essere quello di una permanente separazione. Così se guardiamo alle ideologie i socialisti degli anni sessanta e settanta sembrano distanti anni luce dalle posizioni radicali, statalisti e liberisti; antiamericani (e anti sovietici) in nome di un approccio neutralista e terzomondista e difensori intransigenti degli interessi e soprattutto dei valori dell’occidente; filo palestinesi e filo israeliani, fautori degli equilibri più avanzati e contestatori dei medesimi in nome di un giudizio pregiudizialmente negativo sul sistema politico italiano nel suo complesso.

Pure, in questo stesso periodo, e, ancor più, nel corso degli anni ottanta, socialisti e radicali si ritrovavano spessissimo insieme; qualche volta insieme ad altri, assai più spesso da soli. E non parliamo soltanto del divorzio e dell’aborto, dove accanto al ruolo di Pannella e dei socialisti nel difendere (nel difendere non nel promuovere) il ricorso al referendum abrogativo dovrebbe essere ricordato una buona volta anche quello del Psi sulla "scrittura" di queste due leggi di libertà. Ma parliamo anche dell’esercito e dell’obiezione di coscienza, dei mille appuntamenti comuni per la difesa dei diritti civili: dagli appuntamenti per la riforma e la liberalizzazione del sistema radiotelevisivo, dell’azione di revisionismo ideologico su tanti fronti; e, infine, e soprattutto dalla comune linea di analisi e di condotta tenuto nel caso Moro.

Dobbiamo stupircene? Potremmo farlo se considerassimo decisivi a definire la natura di un partito, la sua ideologia o, magari, la sua "collocazione politica". Mentre, nel nostro caso, ad affiancare radicali e socialisti è piuttosto il loro Dna: la vocazione laica; la costante tensione liberale e libertaria; la costante pulsione revisionista e, perciò, contestatrice, nei confronti di qualsiasi vulgata politico o culturale; la sensazione di doversi costantemente misurare con un nemico ostile o, quanto meno, ad un assetto politico non conforme alle proprie aspirazioni e/o alle necessità del Paese. E però, queste comuni ispirazioni hanno portato socialisti e radicali a colpire, e spesso anche a marciare uniti (pensiamo ancora negli anni ottanta ai referendum sul nucleare o sull’ordinamento giudiziario - modalità di votazione per il Csm o introduzione della responsabilità civile del giudice); ma senza andare oltre; anzi mantenendo fermo il massimo di reciproca autonomia.

Questioni di fondo

E qui giocano, in particolare per i radicali, fattori ancora più profondi, legati al modo di essere e di fare politica del partito. Un partito "setta", tenuto insieme da una visione globalmente negativa del "sistema italiano" ma al tempo stesso costantemente impegnato per migliorarlo. L’universo dei radicali è, in un certo senso, quello pirandelliano dell’"uno, nessuno, centomila": il partito è da una parte, immaginato e, almeno nelle intenzioni, "privato di parola" da parte del "sistema" (e, magari per colpa della sinistra più che della destra); ma riesce anche ad essere "centomila". E ci riesce perché si comporta da fiume carsico, scomparendo dalla scena durante i fasti ordinari della "politica politicante"; e riemergendo prepotentemente, con lo strumento del referendum o del "coinvolgimento diretto della pubblica opinione" su questa o quella questione di fondo.

Naturalmente non tutte le questioni sono di fondo (in questo senso, e solo in questo senso, può essere giustificata l’assenza ai radicali di "ricorso eccessivo ai referendum") e, ancora, non tutti gli appelli alla coscienza del Paese, sono privi di un più o meno evidente strumentalismo (così i costanti inviti a "salvare" con acconci impegni politico-finanziari, il partito. Pure, l’impianto della politica radicale è estremamente coerente e lineare: massima indipendenza da qualsiasi condizionamento esterno e perciò rifiuto di aderire pregiudizialmente a questo o a quello schieramento, di destra, di centro o di sinistra. Azioni mirate basate, in sostanza, sull’accordo "di chi ci sta". Rapporti preferenziali, certo, con personalità o partiti più sensibili alle tematiche radicali. Ma alleanza organica, nessuna, nemmeno sulla forma di una lista elettorale comune.

Su tutto questo intervenne poi la bufera di Tangentopoli. In quella occasione Craxi e i socialisti ebbero ogni possibile manifestazione di simpatia e solidarietà umana da parte di Pannella; ma nella loro veste di capi espiatori delle colpe del sistema; e proprio di quella prima repubblica di cui Craxi era stato, sino all’ultimo, protagonista; e che Pannella, invece, aveva da sempre sottoposto ad una contestazione radicale e senza sfumature. Possiamo, ora, arrivare alla seconda repubblica. La sorte che ha riservato, e per lunghi anni, ai socialisti è nota a tutti; e oggetto di infinte polemiche e discussioni. Assai meno esplorata, invece, le vicende radicali: quelle di una formazione politica che più di ogni altra, doveva trovare il suo "habitat" naturale nel nuovo sistema bipolare e maggioritario, il cui avvento aveva, del resto, fervidamente auspicato.

Viceversa, le cose sono andate in altro modo. E non solo perché il "bipolarismo all’italiana" non ha affatto avuto quella "evoluzione virtuosa" da molti teorizzata, accentuando al contrario, il disordine istituzionale e un clima sempre più illiberale Ma anche perché i radicali si sono trovati privati, nel corso degli anni, dei due strumenti essenziali della loro politica. Per un verso, infatti, le loro iniziative "bipartisan" - dal caso Sofri alle carceri - si sono misurate con chiusure sempre più nette; per altro verso, poi, la via del referendum è stata resa, per varie ragioni e con diversi strumenti, del tutto inagibile. E così i radicali - privi, tra l’altro, della metà degli anni novanta in poi, di una presenza autonoma nelle istituzioni - si trovano ridotti al silenzio; e proprio quando sarebbe più necessario far sentire la loro voce. Uscire allo scoperto, optare per uno dei due schieramenti politici, quello dove la loro iniziativa politica può trovare più spazio e maggiore capacità di ascolto, è dunque per i radicali una necessità esistenziale. Sino al punto di essere disposti a pagare il necessario pedaggio: appunto l’intesa politico-programmatica ed elettorale con i socialisti. Eccolo, il lieto evento, di cui si parlava all’inizio. Maturato in "extremis" alla vigilia della morte per inedia dei due nubendi. Ma, proprio per questo, esistenzialmente necessario. Che poi se mancano oppure no frutti copiosi dipende dalla qualità del messaggio. Lo hanno sottolineato, insieme Boselli e Pannella. "Occorre mettere in campo una proposta che interessi gli italiani" - hanno detto - "altrimenti falliremo".

Fare chiarezza

Intendiamoci: la domanda potenzialmente esiste. Perché esiste, a sinistra, un deficit di spirito laico e liberale ma anche di cultura socialista e una subalternità verso ogni tipo corporazione che si sono accentuati nel corso del tempo proprio nell’assenza della componente socialista, liberale e radicale; per tacere poi, di una linea internazionale che nella contrapposizione tra pacifisti e "interventisti militari" non sembra lasciare alcuno spazio all’ interventismo democratico. E si potrebbe continuare. Ma sarebbe inutile. Perché una domanda potenziale, per quanto ampia essa sia, ha bisogno, per manifestarsi concretamente, di un’offerta politica credibile. E allora, per chiudere, alcune brevissime istruzioni per l’uso. Primo: tenere alto e unificato il livello delle trattative o, più esattamente, di costruzione dell’intesa ("gli obbiettivi inadeguati danno luogo alle risse", dice Pannella: e ha ragione; vedi i risultati del congresso del Nuovo Psi). Così niente separazione nel tempo e nello spazio del dialogo tra socialisti e con i radicali; e, al tempo stesso, niente separazione netta tra questioni (e garanzie) organigrammatica e questioni (e garanzie) di linea politica: è puntando con forza su queste ultime che si possono rendere più credibili le prime; e non viceversa.

Secondo: mantenere ferma, all’esterno, in ogni momento, la visibilità del progetto complessivo, e, quindi, anche la sua novità. Gli italiani possono essere più o meno interessati dal numero e dalle qualità degli aderenti all’operazione; devono comunque sapere con chiarezza quali sono i suoi principali obbiettivi. Terzo, e ultimo: un programma comune che sia il frutto di un confronto onesto tra diversi; e non un manifesto elettorale, sommatoria delle più diverse ed estreme esigenze, da mettere da parte all’indomani delle elezioni.

In questo senso, sia detto per inciso, il richiamo a Zapatero o a Blair (o a chiunque altro) non ha molto senso anzi è controproducente: la linea del Piave della difesa e della ricostruzione di uno stato laico non coincide con l’eutanasia o con il matrimonio fra gay; così come il Blair internazionalista cui fare riferimento è quello delle iniziative sul debito o sull’Africa e non l’ideologo dell’intervento in Iraq. Fare chiarezza su questi e altri punti non dovrebbe essere difficile, a condizione di farlo ora.

( Alberto Benzoni da La Gazzetta Politica )


Titolo: (23.10.05) LA CONVERSIONE DEL SOCIALISMO

Redazione

di ANGELO PANEBIANCO (Corriere della sera)

Come nasce un nuovo partito? Come si forgiano le identità che dovranno alimentarlo? Un nuovo partito si afferma e nuove identità si forgiano se, e soltanto se, coloro che si candidano a guidarlo sono in grado di offrire ai potenziali seguaci un modo nuovo di guardare ai vecchi fenomeni, e nuove soluzioni per i problemi incombenti. E se la forza della proposta è tale da spingere i potenziali seguaci a investire risorse (entusiasmo, tempo, denaro) nel perseguimento della «causa». La proposta deve essere percepita come portatrice di una forte discontinuità rispetto al passato. Altrimenti non nascerà alcun partito. Dopo le primarie, Francesco Rutelli ha rilanciato nel centrosinistra la discussione sul «partito democratico». Ma, dopo le prime battute, il dibattito sembra essersi impantanato: si discute se debba o no il nuovo partito limitarsi ad aggregare le tradizioni preesistenti e se debba o no «includere» la tradizione socialista. Ma se partiti e identità nascono da nuove proposte, da modi nuovi di intendere problemi vecchi e nuovi, allora è dai problemi che chi discute dovrebbe iniziare. Intervistato dal Corriere (21 ottobre) sull’ipotesi del «partito democratico» italiano, il politologo americano Charles Kupchan giustamente consiglia «pragmatismo». Ciò appunto significa partire non dalle «tradizioni» mai dai problemi e, alla luce delle soluzioni individuate, decidere anche cosa farsene delle venerande tradizioni.

Qual è il problema italiano? È la sclerosi del suo tessuto civile, delle sue istituzioni pubbliche, economiche, educative, eccetera. Ricordo che Berlusconi vinse nel 2001 perché sembrava avere una risposta contro la sclerosi del sistema e perderà probabilmente nel 2006 perché non ne ha avuto ragione. Aggredire il male italiano significa prima di tutto, anche per una formazione di centrosinistra, come dice Kupchan, fare i conti fino in fondo con la questione del mercato. Che, dal punto di vista della sinistra, richiede certamente regole e tutele sociali, ma mai regole che gli impediscano di prosperare. Favorire il mercato, riformare il welfare, ridurre forza e peso delle corporazioni: questo richiederebbe combattere la sclerosi del sistema. Un nuovo partito del centrosinistra, comunque lo si chiami, dovrebbe dunque ingaggiare un bel po’ di conflitti con tanti interessi costituiti (anche sindacali).

Se si parte dai problemi anche il discorso sulle «tradizioni» diventa chiaro: si scopre che la gloriosa tradizione socialista (in senso lato) ha ben poco ormai da offrire ai grandi Paesi europei (si veda l’intervista ad Anthony Giddens sul Corriere di ieri) , e non è solo il successo del riposizionamento «centrista» del Labour Party di Tony Blair a indicarlo. Non ha nulla da offrire in Italia dove ha sempre fatto tutt’uno con l’ideologia antimercato, statalista e assistenziale. I partiti nuovi non nascono dalla sommatoria di tradizioni più o meno anchilosate, ma dal conflitto fra le nuove proposte e le vecchie tradizioni. Il partito democratico nascerà se avrà una proposta (e una leadership all’altezza) così forte da favorire «conversioni» e l’abbandono da parte di tanti delle antiche strade. Il processo è tutt’altro che indolore ma non si conoscono altri modi per creare nuove identità.


Titolo: (14. 10. 05) LO SCIOPERO DEGLI ARTISTI

«Il sistema delle sovvenzioni al teatro e al cinema è un male congenito di tutti i governi d’Italia. Dico tutti. E anche questo guidato da Silvio Berlusconi, come ogni altro passato, ha sbagliato a non cambiarlo». Franco Zeffirelli, regista famoso nel mondo ed ex senatore di Forza Italia, mette nel conto una quota di impopolarità: «I colleghi, o certi incompetenti presunti tali, mi accuseranno di tradimento della causa, però la gente normale capirà». Ma non ha paura di schierarsi contro lo sciopero dello spettacolo, soprattutto delle sue ragioni. 
Ma i tagli al Fondo Unico non la spaventano, Zeffirelli? 
«La verità? Lo sciopero mi irrita profondamente. Qualsiasi governo, nelle nostre condizioni, ha il dovere di provvedere alle priorità: scuola, ospedali, pensioni». 
Però l’Italia, nel mondo, è sinonimo di cultura: musei, teatro d’opera, cinema. 
«Vero. Ma l’attuale ministero, da abolire subito così com’è concepito, si occupa sia del patrimonio culturale, che lo Stato ha il dovere di tutelare col denaro pubblico, che dello spettacolo. Quella parola nasconde oggi un mare di fango dove le vere attività culturali annegano tra ambizioni penose, piccole vanità, antiche frustrazioni, corruzioni politiche di periferia». 
Lei è famoso per le invettive. Proviamo con le proposte. 
«I governi italiani, purtroppo incluso questo, perpetuano l’orrore di finanziamenti a troppi bugiardi e truffatori sia nel cinema che nel teatro. Vogliamo deciderci una volta tanto ad affidarci alle esperienze che funzionano in altre parti del mondo, porca miseria? Pensiamo a cosa accade negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Insomma, io una proposta operativa ce l’ho. Ed è sperimentata proprio lì. In Italia, per ogni biglietto staccato, la tassazione statale può raggiungere il 44%. A Broadway non supera il 7%. Quindi l’imprenditore guadagna! Invece noi togliamo al botteghino e restituiamo coi finanziamenti. Costringendo gli autori ad inginocchiarsi al potere politico. Perché la catena coinvolge e in parte alimenta Beni culturali, Finanze, Tesoro». 
In quanto al cinema? 
«Ha ragione Suso Cecchi D’Amico, ho letto la sua intervista al Corriere della Sera. Basta coi finanziamenti statali! Basta! So di registi cinematografici di "opere prime" finanziati in quanto tali per tre volte. E poi il denaro pubblico si trasforma subito in uno strumento ideologico, non artistico. La prova? Mai visto un livello così deludente del cinema italiano. Meglio la fiction in tv: un onesto intrattenimento di discreta qualità». 
E come la mettiamo con la Scala, che rischia davvero di dover «ripensare il proprio futuro », come dice preoccupato il nuovo soprintendente Stephane Lissner? 
«Gli enti lirici sono un’altra faccenda. Rappresentano autentici impegni culturali dell’Italia nei confronti del mondo. Ma anche qui un metodo ci sarebbe: nazionalizzazione di orchestre e cori con adeguati accorgimenti per non trasformarli in carrozzoni, detassazione degli incassi come per il teatro, sovvenzioni dei privati che potrebbero poi detrarre dalle tasse le loro donazioni fino al 90%. Scommettiamo che la stessa Scala, sicuramente l’Arena di Verona, ritroverebbero una buona salute economica?». 
Ha mai parlato di tutto questo con il suo amico Silvio Berlusconi? 
«Sì, ne abbiamo discusso. Gli ho spiegato tutta la faccenda. Ma un governo è un governo, è una faccenda complessa. Non c’è solo lui. E poi c’è l’abitudine di tutti i governi a guardare alle sovvenzioni statali come a un’abitudine. Quando spiegai il pacchetto alla sinistra, non mi risposero: mi presero a pernacchie». 
Ma Giorgio Albertazzi e Dario Fo, uno di destra e l’altro di sinistra, protestano insieme per i tagli... 
«Giorgio è un genio, un grande attore, ma forse ora è un po’ distratto. Proprio lui che riempie subito qualsiasi teatro potrebbe trarre il massimo beneficio dalla mia formula. Dario Fo? E’ tendenzioso. Ha fatto, dico meritatamente, i suoi bei soldi proprio con la catena che ho descritto e vorrei distruggere».                     (Paolo Conti sul Corriere della Sera del 14 ottobre)

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Titolo: (04.10.05) La sinistra e gli esami di purezza
 

Manca soltanto l’esame del sangue, tra le misure suggerite nel centrosinistra per vagliare il tasso di purezza degli innumerevoli transfughi che dal centrodestra si muovono verso il porto dei (presunti) vincitori. In questi giorni c’è chi ha usato l’immagine del «purgatorio» come tappa necessaria per ripulirsi dai peccati del passato e presentarsi incontaminati all’appuntamento con l’Unione. 

Chi ha proposto ogni genere di filtro e di barriera per arginare l’assalto trasformista, chi una «prigione » (metaforica, si intende) come stazione provvisoria dove depurarsi da sospette frequentazioni, chi severi codicilli per regolare il flusso della transumanza degli sconfitti (presunti). Si direbbe un’ansia epuratrice, se il termine non evocasse tragici scenari storici. Ma non è un bello spettacolo quello di chi esibisce minacciosamente il mazzo di chiavi che consente ai peccatori di accedere al paradiso della rilegittimazione politica. Non è bello, e sarebbe anche un errore insistere. 

Anche perché la sindrome del sospetto, dopo essersi esercitata sugli avversari, gli «altri», è un morbo insaziabile che non arretra di fronte alla pratica inquisitoria anche nel proprio campo per snidare di volta in volta i larvati «traditori », i tiepidi, i moderati. Nei giorni scorsi durante un convegno di «MicroMega » a Giovanni Floris e a Claudio Petruccioli è capitato di dover transitare sotto le forche caudine dell’intransigentismo come se dovessero discolparsi di chissà quale infamia «collaborazionista» e si capisce perché il presidente della Rai si sia detto indisponibile a sottomettersi ai riti mutuati da una lontana «rivoluzione culturale»: «Non ci sto a farmi mettere il cappello d’asino». 

Esami di limpidezza imperiosamente richiesti a giornalisti che mai si sono mostrati succubi dell’odiato nemico e a esponenti della sinistra che da decenni conducono la loro battaglia con indiscussa coerenza: da quale mentalità nasce questo incoercibile impulso a esigere certificati di purezza dagli avversari ma anche (se non soprattutto) dagli amici? Eppure, per arginare la prevedibile deriva trasformista, il leader dell’Unione Romano Prodi, che mai si è mostrato incline ad avallare l’inquisizione degli estremisti della purezza, aveva proposto un criterio molto semplice: nessuna porta aperta elettorale a chi ha ricoperto incarichi e ruoli promossi dall’attuale maggioranza di centrodestra. 

Questa chiarezza dovrebbe essere ripristinata per mitigare gli effetti di quell’ansia epuratrice che mortifica le tante identità di un’alleanza politica, ben diverse da un blocco monolitico incapace di comprendere in sé gli «impuri ». Già il centrodestra berlusconiano, ha osservato anni fa su questo giornale Ernesto Galli della Loggia, si è dimostrato costitutivamente incapace di esercitare un’attrazione «inclusiva ». Oggi tocca alla sinistra, la quale rischia di essere condizionata dalle minoranze rappresentate da riviste come «MicroMega » e giornali come l’Unità, che ospitano con cadenza quotidiana rubriche in cui si prendono a bersaglio i «tiepidi» della guerra santa. 

Ma la capacità di includere culture e personalità non riducibili a un incubo di totale omogeneità dovrebbe essere il tratto distintivo di un’alleanza che già nel nome, Unione, presuppone la convivenza tra i diversi: non una fortezza dove si somministrano medicine purgative e si comminano condanne preventive. (Pier Luigi Battista sul Corriere della Sera del 4 ottobre, "Il cappello dell'asino")
 

 

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Titolo:  (27.09.05) ROMA LADRONA


Sorpresa: gli scambisti sono sbarcati in politica. Certo, non gli scambisti a luci rosse dei club privé. Almeno che si sappia. Ma due deputati leghisti, forse per marcare una innovazione padana nei confronti del vecchio nepotismo partitocratico, si sono scambiati davvero le mogli.

Ognuno ha assunto in ufficio, a spese dello Stato e quindi di noi cittadini, la moglie dell'altro. Una bella pensata che, aggirando gli stucchevoli paletti di una legge bigotta contro il familismo, apre nuovi orizzonti al mantenimento di figli e cugini, generi e cognati, zie e concubine. Senza più il fastidioso ingombro di provvedere al vitto e alloggio dei propri cari, comodamente collocati a carico delle pubbliche casse. I protagonisti della nostra storia, che pare fosse nota a un mucchio di addetti ai lavori rigorosamente omertosi ma non ai cittadini, sono Maurizio Balocchi ed Edouard Ballaman. Due personaggi piuttosto noti. 

Il primo è sottosegretario agli Interni, il secondo questore della Camera. Il primo, un genovese di nascita fiorentina, è stato il fondatore dell'Associazione italiana amministratori di condomini, è parlamentare dal 1992 e della Lega è stato il segretario amministrativo. Il secondo, nato in Svizzera ma cresciuto a Pordenone, è un commercialista finito spesso sui giornali. Prima per aver dato fuoco in diretta tivù al concordato fiscale del governo Dini. Poi per aver battuto Vittorio Sgarbi nell' uninominale anche grazie a volantini in cui invitava i cattolici a votare per lui (insegnante in una scuola salesiana) e non per gli avversari giacché uno era «comunista» e l'altro un «noto libertino frequentatore di pornostar». Quindi per aver proposto per due volte l'abolizione del «made in Italy» da sostituire al Nord con «made in Padania. Per non dire delle sparate sul diritto di Pordenone a diventare una provincia autonoma o di un'intervista al «Sole delle Alpi» dove alla domanda su cosa detestava rispondeva: «Il tricolore». Amici da anni, i due hanno vissuto insieme almeno tre avventure finanziarie. La prima fu la tentata speculazione immobiliare leghista a Punta Salvore, in Istria, che vide come progettista il futuro presidente del consiglio regionale veneto Enrico Cavaliere e come investitori nella «Ceit srl» un sacco di esponenti del Carroccio, a partire dalla moglie di Umberto Bossi: un'operazione disastrosa, finita con la sparizione di due miliardi, il fallimento e la decisione del pm Paolo Luca di contestare all'intero consiglio di amministrazione la bancarotta fraudolenta e il falso, «per aver segnato sui libri contabili della società che le quote ammontavano a cento mila lire, quando in realtà le azioni costavano dai quaranta milioni in su». 

La seconda fu la fondazione, ancora con soci leghisti come Stefano Stefani e il solito Enrico Cavaliere, della società «Santex» per gestire il casinò dell'Hotel Istria di Pola. Una vicenda chiusa con la vendita delle quote. A chi? Giuseppe Ragogna e Stefano Polzot, nel libro «L'aquila tradita», scrivono che «secondo alcuni periodici croati sarebbero state cedute a Moshe Leichner e al figlio Zvi, due americani di origine israeliana arrestati a Los Angeles per una presunta truffa valutaria da 77 mil.ni di dollari ai danni di un centinaio di risparmiatori ». 

La terza avventura fu quella delle sale Bingo. Maurizio Balocchi puntò sulla «Bingonet», della quale era amministratore unico e azionista di maggioranza. Il secondo, allora vicepresidente della commissione Finanze, sulla «Cristallina», una sua creatura che riuscì a ottenere la concessione di quattro sale: a Pordenone, Treviso, Belluno e Trieste. «Che male c'è?», rispose a chi sollevava perplessità. E spiegò: «Quando ho saputo che gli imprenditori romani volevano venire qui a far soldi mi sono attivato affinché la gestione fosse targata Destra Tagliamento». Finì malissimo. 

Fallì la «Bingonet», nonostante lo sconcertante prestito avuto dalla padana «Credieuronord», la banca di cui Balocchi era consigliere d'amministrazione (!) e i cui soci, piccoli risparmiatori leghisti rovinati, deliberarono «un' azione di responsabilità nei confronti degli amministratori e dei direttori generali per il risarcimento dei danni». E fallì, anche qui con uno strascico di denunce di soci che si ritenevano truffati, pure la «Cristallina». La quale, nata con un capitale di 20 milioni di lire, aveva puntato a rastrellare 14 miliardi e distribuito quote per oltre 4. Ma tra tante disavventure, almeno un'idea è stata per entrambi un affare. 

Quella che i due ebbero subito dopo la vittoria elettorale del 13 maggio 2001, quando la possente ondata liberale e liberista avrebbe dovuto spazzare il vecchio sistema clientelare del passato: perché non fare cambio delle mogli? Professionalmente, si capisce. E così, detto fatto, alla metà di giugno il neosottosegretario agli Interni Maurizio Balocchi prese come collaboratrice Tiziana Vivian, da quattro anni signora Ballaman. E contemporaneamente, la stessa settimana, il neoquestore della Camera Edouard Ballaman arruolò nel suo ufficio a Montecitorio la signora Laura Pace, cioè la nuova compagna che a Balocchi, separato dalla prima moglie, avrebbe di lì a poco dato un figlio di nome Riccardo. 

Dicono ora, nel piccolo mondo della politica, che erano in tanti a sapere. Come in tanti sapevano della scelta del sottosegretario azzurro alla sanità Elisabetta Casellati di assumere come capo della segreteria sua figlia. O del figlio Riccardo e del fratello Franco di Umberto Bossi mandati a fare i consiglieri a Bruxelles e fatti rientrare solo dopo lo scoppio dello scandalo. 

E in tanti ammiccano che insomma, i casi di «aiutini» tra parenti di questa Seconda Repubblica che avrebbe dovuto chiudere con le antiche botteghe familiste, sono diversi. E alludono a chi ha imbarcato mogli e chi cugini, chi cognati e chi amanti e insomma «è sempre andata così». Ecco: fosse davvero così, sarebbe bello se per una volta, a destra o a sinistra, qualcuno facesse «outing» prima di essere scoperto. Ma c'è da sperarci?
(Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera del 27 settembre “Vite parallele - 
Parlamento, la Lega fa lo scambio di coppie - Ballaman e Balocchi si assumono le mogli”)

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Titolo:  (21.09.05) CORAGGIO SOCIALISTI !

Redazione

L’iniziativa che Bobo Craxi ha intrapreso da qualche mese all’interno del Nuovo Psi e della CdL prelude al riposizionamento di un rilevante tassello del mosaico socialista nel centrosinistra, gli altri essendo costituiti dai socialisti approdati nei Diesse e nella Margherita. Rileva Craxi, nella Tesi congressuali di cui è primo firmatario: “Il Partito ha ribadito nell’ultima Assemblea Nazionale il proprio rifiuto di aggregazione al Partito unico dei moderati e affermato la presa d’atto ‘dell’esaurimento dell’alleanza del Nuovo Psi con la CdL comunque sia’, affermando perentoriamente la propria incompatibilità con questo quadro di alleanza”.

All’interno del partito l’azione operata da Craxi, derivante dalla ‘presa d’atto’, è stata dapprima osteggiata con punte di asprezza individuale, poi condivisa con riluttanza dai ‘ministeriali’ e, un paio di giorni fa, anche da De Michelis che ha deciso di ridestare il suo istinto politico sopito tra risentimenti personali e ambizioni del momento, del resto già dissolte nell’agonia del governo Berlusconi. 

Così al congresso di ottobre il Nuovo Psi sancirà non solo il suo riposizionamento nella geografia politica italiana, ma anche il sorgere di un polo laico-socialista inizialmente formato da Sdi – Npsi – Partito radicale. Avrà lo scopo di “…unire quanto più è possibile le esperienze, i partiti e i movimenti di orientamento riformista, partiti fra cui non posso non annoverare quello socialista”, come ha dichiarato Craxi, che comincia a considerare il congresso non solo come un approdo, quanto come il punto d’avvio di un progetto in divenire, che – finalmente – non sia limitato al pur lodevole, ma illusorio intento di riassorbire la diaspora.

Nelle aspirazioni dei promotori, per ora la nuova formazione ambisce a ‘una prospettiva politica nella sinistra italiana’, identificandola però ‘nel vasto arcipelago di centrosinistra il cui superamento ed adeguamento in chiave riformista è auspicabile’ e non limitandone quindi i confini al solo Ds, ma guardando anche alle associazioni di area e alle vicende della Margherita. 

Sul fronte interno non tutti la pensano così. Per De Michelis “…costruire un’autentica forza riformista è molto difficile. Non basta, infatti, l’ovvio riconoscimento della necessità di costituire una convergenza tra i diversi riformismi che hanno caratterizzato la storia nazionale: quello di ispirazione laico-socialista, liberale e cattolico (…) L’ostacolo è il lato oscuro della forza. Vale a dire l’articolazione organizzativa della coalizione. Fin quando il DS privilegerà la propria unità organizzativa rispetto al libero confronto delle idee, ogni passo in avanti nella direzione, pure auspicata, è estremamente difficile”. Si parla dell’Europa e del mondo, ma ai ‘compagni’ d’antan e alle questioni di gestione sempre si ritorna. 

Il resto, pure con dovizia di parole evocato, sempre resta sottotraccia. A leggere le tesi congressuali di questo congresso, ma anche a seguire le tragicomiche vicende delle forze di governo e le manovre che portano alle Primarie e alla ‘nomination’ di Prodi, si vede come i problemi nazionali siano agitati per blocchi, un’elencazione ovvia sino alla sciatteria, con rari e prudenti approfondimenti, cui non manca mai la soluzione della partecipazione statale. Tutti temono che le analisi schiette, accompagnate da proposte non vaghe di adeguati interventi, metterebbero in crisi le alleanze e i progetti. 

Così i partiti possono invece starsene protetti nel ventre dello stato, a discutere dei bilanciamenti dei collegi elettorali e concentrandosi sugli equilibri di gestione della cosa pubblica, mentre le loro ‘articolazioni’ fameliche invadono regioni province e città moltiplicando i centri di potere, una via tutta italiana alla lotta contro la disoccupazione. Fuori sta il mondo reale, quello ormai sulfureo delle grandi conurbazioni, del commercio selvaggio e del lavoro disatteso, della montante delinquenza organizzata, trionfante in molte aree del territorio nazionale, dei problemi veri della gente. 

La nascente formazione costituisce un’indubbia novità di sintesi nella politica italiana e può contare su un numero di adesioni sufficienti per vivere, ma potrà prosperare a patto di acquistare nuove visibilità, vitalità e credibilità. Dovrà cioè uscire dal labirinto italiano delle animosità, delle ansie timorose e dei piagnistei. Quel ‘guardarsi indietro’, quella rassegnata atonia sempre più venata da nevrosi, che sono la cifra dell’Italia senile e dell’intero mondo politico nostrano che fa ludibrio di se stesso nelle capitali europee.

Si richiede l’uscita dai conformismi nazionali e dai raggiri delle chiacchiere, la risolutezza anche sgradevole di denunciare la realtà dei problemi senza indorare la pillola, la forza d’animo di rompere il sistema dei partiti dialogando, senza blandizie, con i cittadini dei loro problemi. Una piccola forza politica che riacquisti la sua ispirazione originaria lo può fare ricavandone esiti dirompenti. E rendendo un indispensabile servizio all’annaspante democrazia italiana. Coraggio, socialisti! (rt)

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Titolo: (20.09.05) COLMARE IL VUOTO POLITICO

Redazione

Bobo Craxi: “Un soggetto liberalsocialista può colmare il vuoto politico della democrazia italiana e della sinistra”

-Onorevole Craxi, il Congresso del Nuovo PSI è alle porte, i documenti sono stati presentati: a che punto è la discussione all’interno del partito sull’unità socialista?

“La discussione interna, come sempre accade fra socialisti, è molto appassionata ed orientata verso una prospettiva di rilancio e di unità dei socialisti. C’è un comprensibile travaglio dettato dalla nostra recente collocazione che, tuttavia, in questa fase deve essere abbandonata con spirito realista”.

-Lei è fautore dell’unità con lo Sdi, che, a sua volta, guarda ai radicali come compagni di avventura politica in vista delle elezioni del 2006. Può essere l’unità tra i socialisti e l’alleanza con i radicali la sorpresa delle politiche del prossimo anno?

“Sorpresa, novità: diversi sono stati gli aggettivi positivi con cui viene salutata questa ipotesi. Io penso che siano tutti apprezzamenti sinceri dettati dalla consapevolezza che la cultura laica e quella socialista siano rimaste, in questi anni, ai margini della vicenda politica nazionale, mentre invece meriterebbero di riprendere assieme una propria centralità ed un ruolo essenziale in un Paese moderno come il nostro. Vi è un deficit di democrazia economica, di democrazia politica, di difesa e tutela dei diritti civili e di certezza del diritto: un soggetto liberalsocialista può colmare un vuoto politico reale della democrazia italiana e della sinistra”.

-Nella CdL la discussione è animata: l’UdC pretende una nuova legge elettorale in senso proporzionale, la Lega vuole a tutti i costi la devolution. Siamo alla fine politica della CdL?

“La Casa delle Libertà non ha retto le difficili prove a cui è stata sottoposta: emergenze economiche, crisi internazionali, questioni che non consentono a nessuno di avere, senza un’adeguata e ferma direzione politica, la capacità di sviluppare grandi riforme e grandi cambiamenti. L’implosione è stata, al contempo, politica e programmatica e le contraddizioni sono apparse in tutta la loro evidenza nel momento meno propizio, cioè alla vigilia di elezioni generali e parziali il cui esito è stato quello che sappiamo”.

-Il “10 e lode” che si è dato Berlusconi sul governo di questi quattro anni e mezzo è, secondo lei, un giudizio da condividere? Come sta realmente l’Italia?

“C’è un’Italia che, come sempre, è in grado di reggere ai grandi urti, ma c’è un’Italia che si impoverisce, che si spaventa e si lamenta. La prospettiva del cambiamento naturalmente restituisce fiducia a chi l’ha perduta. Tuttavia, le congiunture politiche e economiche negative sono destinate a proseguire: di questo dobbiamo averne coscienza…”.

-Nell’Unione tutto è pronto per le primarie: è in atto una momentanea corsa alla visibilità oppure una reale differenziazione programmatica sulle cose da fare? Tutto questo chiacchierare di primarie non rischia di danneggiare il progetto dell’Unione?

“L’Unione è un nome che, si sa, sovente non riflette lo stato delle cose. Una grande coalizione formata da due corpi che grossomodo si equivalgono e da tanti partiti minori, guidata da una personalità di rilievo che nasce in un contesto non squisitamente politico, possono essere ingredienti sufficienti per vincere una disfida elettorale, ma che non necessariamente rappresentano un’alternativa politica di respiro. La dialettica politica è una delle caratteristiche di fondo dei partiti di sinistra. Il problema è assumere un modello di riferimento comune su tante questioni rilevanti. Per questo motivo, io ritengo assai utile unire quanto più è possibile le esperienze, i partiti e i movimenti di orientamento riformista, partiti fra cui non posso non annoverare quello socialista”.

(di Italo Arcuri, tratto dal mensile di informazione e cultura ‘Diario 21’)


Titolo: (25.08.05) GLI INTINGOLI DEL MEDIATORE

Redazione

Guai se il cuoco esce dalla cucina e va tra i commensali a spifferare gli angoscianti untumi e i sudici maneggi che avvengono tra le pentole. La violazione delle regole del gioco può trasformare una cena memorabile in una serata da incubo.

L’ex commissario straordinario della Croce Rossa, Maurizio Scelli, il ‘cuoco’ in questione, viola la regola aurea e svela in un’intervista circostanze e manovre della liberazione delle due Simone e di altri fatti iracheni. Viene fuori tutto un intreccio di contrapposizioni e scontri tra servizi ed esercito, tra governo italiano e amministrazione americana, con un gioco di silenzi, diffidenze e ricatti, di menzogne ufficiali e contatti con terroristi, rapitori, soccorritori e profittatori vari. Appunto i lavorii delle cucine di ogni evento internazionale che solitamente restano confinati tra cuochi, aiutanti e sguatteri. 

Il mediatore congedato, forse per un errato calcolo degli effetti, forse non ritenendo i suoi servigi correttamente ripagati o non tollerando di uscire dalla ribalta, essendo ormai prossime le elezioni dei nuovi vertici della Cri a cui sarà probabilmente estraneo, vuota parte del sacco sperando in un rilancio sulla scena, magari in futura chiave elettorale.

L’intervista mette indirettamente a confronto le figure di Nicola Calipari e di Scelli. Il primo, all'epoca dei fatti quasi sconosciuto, silenzioso depositario di molti retroscena, ma protagonista sul teatro operativo, fedele servitore dello stato e per questo probabilmente giustiziato dagli americani. L'altro personaggio mediatico controverso, apprezzato relatore in convegni, prodigo d’interviste.   

Il tempo dà la caratura degli uomini. Per quelli come Calipari si vorrebbe che il ricordo diventasse esempio. Per Scelli desidereremmo la pietà dell’oblio. Ma non sarà così perché l’ex commissario è un perfetto interprete del tempo: già nelle grazie di Berlusconi e dei suoi - invano lo candidarono in un collegio laziale - ora cerca di resettarsi la carriera, trattando corrivamente storie tragiche e delicate. Quindi, di lui sentiremo ancora parlare. (rt) 

 

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Titolo: (17.08.05) IL CELLULARE RACCONTA

Redazione

 

Dalla vicenda della Banca d’Italia e dalle intercettazioni telefoniche pubblicate dai quotidiani viene fuori che nella scalata a Bnl, oltre all’Unipol,  sono primi attori i medesimi protagonisti degli affari Antonveneta e Rcs. Alcuni prestigiosi commentatori politici hanno insinuato un’ipotesi di silenzioso accordo tra i Ds di Fassino e Fi di Berlusconi. Un’intesa, nei fatti una spartizione, che ribalterebbe gli equilibri della nostra economia, porterebbe all’impero mediatico di Berlusconi anche il Corriere della sera e legherebbe ancor più il capitalismo italiano al carro dei partiti.

La reazione del presidente del Consiglio sembra confermare questi sospetti, se è vero che consisterà nella presentazione di un disegno di legge che permette le intercettazioni solo per fatti di terrorismo o di mafia. Un provvedimento così spropositato e abnorme, catastrofico per la giustizia, giustifica i peggiori sospetti. Solo potrebbe concepirlo chi vuole avere mano libera per ogni affare e mal sopporta il ruolo dei media e meno ancora il controllo della magistratura. 

In questi fatti il governo conferma la tendenza di tutto l'ultimo scampolo di legislatura e sembra quasi dare il peggio di se: paralizzato dai litigi preelettorali spara provvedimenti che malamente o difficilmente entreranno in vigore e non riesce a frenare la spesa pubblica. Nonostante gli astronomici incassi dell’erario, mai così alti anche a causa dell’accise sulla benzina, l’indebitamento dello stato peggiora e la situazione permetterà al futuro esecutivo una torchiatura fiscale senza precedenti.  

I partiti della Cdl, in particolare An e Udc,  prigionieri loro malgrado del conflitto d’interessi del premier, sentono odore di tracollo e tentano di forzare la situazione cercando d’indurre il Cavaliere a fare un passo indietro. Un’illusione che non illude neppure coloro che la propongono.  

Anche quelli al centro dell’opposizione, Udeur e Margherita, hanno di che soffrire e mal sopportano l’egemonia dei Ds. L’operazione Unipol-Bnl ha clamorosamente ribadito ai loro occhi la debolezza della candidatura Prodi, la potenza e il cinismo dei diesse, un’egemonia che avrebbero voluto sottacere a se stessi. Una disparità di forze così ampia già ora lascia presagire cosa sarà per loro un futuro governo di Centrosinistra.

I disincanti nati negli opposti schieramenti potrebbero anche preludere a nuove future aggregazioni, ma manca il tempo per concludere operazioni di architettura politica per ora ancora custodite nella mente di qualche leader. Con le elezioni alle porte tutti sono impegnati a raccogliere il massimo dei voti. Per farne cosa, si vedrà.
(rt)

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Titolo: (05.08.05) L'economia e i grandi corruttori

 

Il centro sinistra è guidato da un economista e conta tra le sue fila un personale politico e amministrativo con forte cultura economica e istituzionale. Ma questo non è ancora sufficiente a garantire una guida efficace per la soluzione dei gravi problemi economici che ci attanagliano. Il problema è che, al di là delle posizioni antimercato diffuse tra le forze politiche della coalizione, la diagnosi resta confusa anche tra coloro che il mercato vorrebbero promuoverlo. Per riassumere in modo semplice il problema, anche quelli del centro sinistra che sono a favore del mercato, soffrono di "industrialismo": pensano cioè che il cuore delle nostre difficoltà sia risolvibile con politiche di intervento mirate essenzialmente ad innalzare il contenuto tecnologico della nostra industria, appunto, politiche "industriali".

Mentre invece la nostra incapacità di crescere e di innovare ha radici diffuse, che occorre attaccare con strategie più ampie, tese a cambiare i comportamenti in tutti i comparti, a cominciare dal settore pubblico. Per convincersi di questo basta guardarsi intorno. La cattiva qualità, sintomo di bassa produttività, è dappertutto. Sono cattivi, e troppo cari, i servizi di trasporto pubblici e quelli privati, i servizi di ristorazione e quelli alberghieri, le amministrazioni pubbliche, la distribuzione commerciale e le professioni private, l'amministrazione della giustizia e l'università.

L'unica industria che va bene, è quella di medie dimensioni esposta alla disciplina dei mercati internazionali; tutto il resto, incominciando dai servizi finanziari, arretrati e costosi, va male, oppure va bene perché sfruttando il suo potere di monopolio, succhia rendite al resto dell'economia, rendendola ancora più debole. I grandi corruttori dell'economia, la causa prima della mancanza di innovazione e di produttività, sono il settore pubblico, le leggi protettive dalla concorrenza e i sussidi pubblici all'industria privata. Il settore pubblico spende la metà della domanda aggregata e distribuisce il 20% dei salari.

La sua domanda è di cattiva qualità, perché viene gestita e distribuita da politici, e da persone di nomina politica, in base a considerazioni non economiche. Dagli appalti per le opere, alle forniture per servizi, alla gestione interna, la regola è di compiacere amici, clienti, dipendenti. Chi fornisce la pubblica amministrazione non si deve preoccupare di fare bene; basta che accomodi le richieste di chi gli ha garantito l'appalto. I dipendenti pubblici hanno avuto aumenti di oltre il 30% negli ultimi cinque anni, contro meno del 15% ai dipendenti privati; ma a loro non è richiesto di lavorare in maniera efficiente, né possono essere disciplinati o licenziati se non lavorano. 

I professori universitari e i magistrati non rispondono a nessuno dell'uso del loro tempo e della qualità del loro lavoro; i sistemi di autogoverno creati per difendere la loro indipendenza, che resta un bene da tutelare, sono diventati una sicumera che consente di lavorare poco e male, senza doverne rendere conto. I fondi per la ricerca pubblica sono in gran parte sprecati, in un sistema che non seleziona seriamente i progetti secondo gli standard internazionali, ma distribuisce denari ai potentati accademici. Il secondo grande corruttore del tessuto economico è la protezione diffusa dalla concorrenza garantita da leggi e regolamenti amministrativi, ma anche accordi collusivi tra i produttori; tra questi, gli accordi sindacali giocano un ruolo fondamentale nell'impedire l'impiego efficiente e la mobilità delle risorse.

Il risultato è che è troppo difficile e costoso iniziare una nuova attività, o chiuderne una che non dà profitto; dovunque si deve pagare taglie e balzelli agli occupanti dei diversi comparti. In questo ambiente, investire per innovare è un lusso, anzi spesso uno spreco. L'ultimo grande corruttore sono i sussidi pubblici all'economia, che tra una cosa e l'altra superano i 20 miliardi di euro. Di questi, circa un quarto sono contributi correnti alle ferrovie e all'Anas: cioè, deficit operativi ripianati senza che vi sia alcun incentivo ad evitare che si ripetano. 

Quanto al settore privato, si tratta di una incredibile molteplicità di interventi, senza direzione né sistematica valutazione degli effetti. Di sicuro, un'impresa sana non ha bisogno di sussidi per creare posti di lavoro durevoli e di qualità; se un'impresa chiede sussidi, vuol dire che non sta in piedi con le sue gambe. Chi riceve sussidi, tende a continuare a chiederli e protesta rumorosamente quando si cerca di toglierglieli. Non c'è da stupirsi se intorno all'amministrazione dei sussidi si è sviluppata una miriade di intermediari e faccendieri, la cui principale abilità è l'accesso ai politici e alle amministrazioni che distribuiscono il denaro. Dare denaro all'industria non cambierà il tasso di innovazione. Bisogna cambiare i vincoli e gli incentivi che determinano le scelte d investimento. 

La prima cosa da fare è di attaccare con vigore le grandi aree di corruzione del tessuto economico: introducendo criteri di efficienza nella domanda e nella gestione dei grandi comparti del settore pubblico, eliminando leggi protettive e balzelli a favore delle rendite di monopolio, cancellando i sussidi all'industria privata - magari, dando in cambio l'alleggerimento dell'Irap, che in tale modo troverebbe copertura - e ogni sussidio corrente anche all'industria pubblica. Occorre fermare l'occupazione politica delle amministrazioni e degli enti pubblici.

Occorre ristabilire regole uniformi di comportamento per tutti i soggetti economici, applicate imparzialmente dai regolatori, senza interferenze improprie della politica (duole constatare che su questo c'è ancora molta confusione nel maggior partito del centro sinistra). E occorre sostenere e accompagnare chi perde il lavoro verso una nuova attività, mantenendo il carattere temporaneo del sostegno, incoraggiando l'avvio di attività indipendenti. Il resto verrà da solo. 

(Sotto forma di "Appunti per Prodi" l'economista bolognese Stefano Micossi ha pubblicato questo fondo su La Stampa del 5 agosto. è singolare, ma segno di corretto giornalismo, che sul quotidiano della galassia Fiat, Micossi stigmatizzi oggi certe male pratiche dell'"industrialismo", mentre pochi giorni fa la casa automobilistica torinese ha ricevuto un finanziamento pubblico (da Regione, Provincia e Comune) di 70 milioni di €uro.

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Titolo: (01.08.05) UNITA' SOCIALISTA SENZA SE E SENZA MA

Redazione

Poco più di dieci anni sono passati dal dibattito che precedette l’ultimo congresso del PSI. Un dibattito caratterizzato, purtroppo, da ostilità e acrimonia. Un dibattito dal quale scaturiva il venir meno del senso dello “stare insieme”, che sarebbe stato pagato a caro prezzo negli anni a venire. Il PSI, diretto e “facile” bersaglio della falsa rivoluzione italiana, era destinato, con la complicità di una dirigenza cui tremarono le vene ai polsi, all’estromissione dalla scena politica. I profeti della seconda repubblica teorizzarono che con la scomparsa dei socialisti l’Italia avrebbe fatto passi da giganti. Una bugia dalle gambe corte. Oggi, nel paese, riaffiora e si riafferma la c.d. questione socialista. Una questione la cui premessa indefettibile è l’unità dei socialisti, finora resa impossibile da mille e più ragioni. Il recupero del senso dello “stare insieme”. Oggi, l’improvvisa accelerazione al processo unitario è data da un lato dal fenomeno Rutelli, che ha mandato in soffitta il progetto politico prodiano della costruzione di una forza riformista senza radici e senza reale prospettiva, dall’altro dal progetto berlusconiano per la costruzione del partito dei moderati anticamera della sezione italiana del partito popolare europeo. I socialisti, dunque, e non solo quelli appartenenti ai due tronconi maggiormente organizzati, si trovano di fronte all’occasione più ghiotta dell’ultimo decennio. L’ora propizia per costruire la casa unica dei socialisti. L’ultimo treno da non perdere. Certo, il percorso unitario riserverà tortuosità ed asperità. Inseguire e perseguire la via maestra dell’unificazione vuol dire innanzitutto mettersi in gioco, mettere in discussione, soprattutto, le piccole rendite di posizione che alcuni hanno, negli anni della diaspora, gelosamente custodito e che pertanto proveranno a remare contro.

Il Nuovo PSI calabrese, e non solo quello, lo ha compreso, spingendo, sino ai limiti della rottura, l’intero partito ad imboccare, in maniera irreversibile, il bivio dell’unità, pur rinunziando e mettendo in discussione qualsivoglia rendita di posizione. Non si tratta di scelta di campo. Di qua o di là. E’ un inutile esercizio scrutare il cielo per individuare la collocazione. Il Nuovo PSI ha scelto di essere e rimanere socialista. Ha preso atto che una lunga ed anomala fase di transizione che lo ha riguardato, nell’alveo innaturale della CDL, si è “esaurita”. Chi pretende di piegare e distorcere, spingendosi sino al limite della mistificazione della lingua italiana, il senso del documento conclusivo approvato all’unanimità dal Consiglio Nazionale del Nuovo PSI, dimostra di non avere ancora assimilato la prospettiva unitaria.

In claris non fit interpretatio, recita un noto brocardo latino. E scorrendo il testo del documento è facile verificare come le parole colà contenute, prese sia singolarmente che nel loro concatenarsi, non consentano interpretazioni recondite e strumentali. La chiarezza linguistica nasce dalla chiarezza e dalla consapevolezza della prospettiva politica. Fortemente desiderata e sognata da più parti e che oggi è veramente a portata di mano. Oggi come non mai. Unità dei socialisti vuol dire rinunziare a minuscoli giacigli dentro capanne altrui per costruire una casa propria. E’ una prospettiva rivolta al futuro. Utile per una sinistra che sia utile per il Paese.

Una sinistra autenticamente riformista, che affonda le proprie radici nella scelta atlantica compiuta dal PSI nell’immediato dopoguerra. Negli anni delle battaglie per i diritti civili e sociali, per una giustizia più giusta ed efficiente. Nella intuizione socialista della Grande Riforma, nella capacità di conciliare sviluppo e welfare. Nel rafforzamento e nell’individuazione di un significato politico, e non solo economico, da dare all’Europa, in grado di avvicinare le due sponde dell’Atlantico. Una forza pacifica, ma non pacifista. In grado di dare risposte adeguate allo sviluppo del Mezzogiorno cancellato dall’agenda del Governo. Risposte chiare e moderne sul lavoro, l’istruzione, la giustizia, le infrastrutture (Ponte compreso).

Questo il compito ed il senso di una rinata e moderna forza socialista riformista. Un obiettivo raggiungibile soltanto se la casa dei socialisti non sarà intesa come una questione di nomenclature e se sarà in grado di parlare e coinvolgere tutti i socialisti, siano essi nei partiti socialisti, nelle organizzazioni sindacali, nei circoli e movimenti vari, collocati altrove o, addirittura, non collocati. E’ questo l’impegno che tutti dovranno assumere, SDI compreso. L’impegno dell’unità. L’unica via maestra: quella del Partito socialista, senza se e senza ma. Non possono esistere alternative all’unità socialista. Neppure l’ormai cadaverica Fed o l’intesa con i radicali. Per dirla con Landolfi, la strada dell’unità socialista non può essere una subordinata. Solo animati da siffatto spirito si giungerà all’agognato approdo della riunificazione. E’ giunto il momento della verifica per quei socialisti che in questi anni si sono affannati a distinguersi, spesso soltanto a parole, tra i depositari dell’idea e del verbo socialista.

Gianpaolo Catanzariti

(del Consiglio Nazionale Nuovo PSI, da il Quotidiano della Calabria del 30.7.2005)


Titolo: (14.07.05) A PROPOSITO DI GIUSTIZIA

Redazione

L’ex presidente di Worldcom, Bernard Ebbers, è stato condannato a 25 anni di prigione per un collasso finanziario costato a risparmiatori ed azionisti 11 miliardi di dollari. Si tratta della sentenza più pesante finora decretata nell’ambito degli scandali di bilancio che hanno colpito le aziende di Wall Street fra il 2001 ed il 2002. Quando il giudice del tribunale distrettuale di New York, Barbara Jones, ha pronunciato i termini della pena Bernard Ebbers, che era presente in aula, è scoppiato a piangere, asciugandosi le lacrime con un fazzoletto mentre la moglie non riusciva a trattenere grida di sconcerto. I due sono rimasti abbracciati mentre l’aula si svuotava ed il giudice Jones concludeva il pronunciamento puntualizzando che il condannato dovrà presentarsi il 12 ottobre ai cancelli del penitenziario federale di Yazoo City, Mississippi, ovvero il più vicino alla casa di famiglia. In precedenza il giudice aveva negato all’imputato il diritto ad un altro processo ed aveva stabilito l’obbligo di usare le sue proprietà personali - inclusi depositi liquidi per 5 milioni di dollari - al fine di pagare risarcimenti ai truffati. Alla moglie non restano che 50 mila dollari in contanti ed una delle due abitazioni, essendo obbligata a vendere quella più sfarzosa. Ad Ebbers non resta ora che sperare nell’appello, anche se probabilmente non gli sarà concesso di restare il libertà fino alla sua conclusione. Per uno dei top manager considerati a lungo fra i più abili di Wall Street poi precipitato al centro della maggiore bancarotta finanziaria della storia americana si presenta uno scenario da incubo: anche riuscendo ad usufruire di uno sconto di pena del 15 per cento per buona condotta resterà comunque dietro le sbarre fino al 2027, quando avrà superato gli 85 anni di età. Fra azionisti e dipendenti ridotti in povertà dal fallimento della Worldcom la sentenza è stata accolta con sollievo, come un tanto a lungo atteso atto di riparazione e di giustizia. «Ebbers ha 63 anni ed il suo destino ora è di morire in prigione - ha commentato senza nascondere soddisfazione Gino Cavallo, un ex impiegato che perse decine di migliaia di dollari del proprio fondo pensione - ed è il massimo della pena che gli potevano dare». Il volto della sconfitta è quello di Reid Weingarten, l’avvocato difensore di Ebbers, che aveva tentato di ottenere la clemenza della corte presentando 165 documenti al fine di provare che il proprio cliente è un «uomo modesto» ed un «angelo della beneficenza» affetto da gravi problemi cardiaci. Ma il giudice Jones non ha sentito ragioni, ha ritenuto i problemi di salute non gravi al punto di condizionare la sentenza ed ha fatto propria la tesi di ex dipendenti come Henry Bruen, secondo cui il collasso causò una «carneficina umana» fra migliaia di impiegati che da un giorno all’altro scoprirono di non avere più stipendio né pensione. «La sentenza appena pronunciata non è nulla di più che il riflesso della gravità del crimine che è stato commesso» si è limitato a commentare il giudice prima di porre termine all’ultima udienza di un processo che è già entrato nei libri di storia.

Sarà invece ‘dimenticato’ il caso di Calisto Tanzi, bancarottiere della Parmalat che non sarà mai condannato alla carcerazione per il gigantesco buco di migliaia di miliardi (di vecchie lire). Se la caverà con una lieve pena con la condizionale.

I due casi - quello della WoldCom e quello della Parmalat  - permettono di misurare il distacco tra due giustizie e tra due democrazie. Senza applicare giuste regole del gioco non è possibile alcuna democrazia. La nostra, ifatti, era incompiuta nella Prima Repubblica ed è clamorosamente disattesa e tradita nella Seconda.

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Titolo: (01.07.05) VECCHIA ITALIA

Redazione

In vista del convegno di Giovane Italia, Stefania Craxi concede un’intervista a Rai News 24 e presenta l’associazione da lei fondata che sta per compiere un anno di vita: “ E’ un movimento politico e culturale a struttura federale - spiega Stefania -  teso a favorire la nascita di una libera associazione di solidarietà e di incontro tra personalità diverse, militanze e organizzazioni diverse. Un movimento e non un partito che vuole rilanciare e sviluppare un serio e approfondito dibattito sulle questioni di interesse generale”.  A una precisa domanda, chiarisce: “Non è un partito e non ci presenteremo alle elezioni…”

Passano poco più di ventiquattro ore, all’assemblea interviene lo stato maggiore di Forza Italia guidato da Silvio Berlusconi e Stefania annuncia la sua candidatura  (Promette il Cavaliere : “Sarà un collegio sicuro. Se necessario le cederò il mio”,). La Giovane Italia che parteciperà alla campagna elettorale politica, si conforma così all’eterna prassi della vecchia politica, quella delle ambizioni a ‘fin di bene’, del ‘sano’ pragmatismo, delle personalizzazioni risentite vestite di nobili intenti: accetta quasi tutto ciò che dichiara di volere combattere e cambiare, rimuovere e mutare.

Infatti la Giovane Italia è stata creata “con un’idea forte di competizione concettuale, culturale e politica…non in competizione elettorale con le forze, piccole e grandi”, con alcune finalità principali: cambiare il sistema elettorale, riformare il sistema giudiziario, riformare il sistema di finanziamento della politica, liberalizzare e potenziare  i mercati energetici e finanziari; ricerca e  innovazione tecnologica, ammodernamento delle infrastrutture della mobilità, porti, aeroporti, autostrade, interporti e delle infrastrutture dello sviluppo, sistemi fieristici e commerciali. Ma il vero e profondo intento fondante è quello di formare una nuova generazione politica per contribuire ad arrestare il declino dell’Occidente.

Nessuno dei due poli può rispondere ad ambizioni così alte. Non può il Centrosinistra (“Prodi è un conservatore”), ma di sicuro non può il Centrodestra, statalista (Udc e An), televisivo (“…il sistema (Tv) va cambiato…con l’obiettivo di creare un mercato vero, occorre riflettere su quelli che sono gli strumenti e le risorse disponibili nel Paese per il formarsi delle idee, dei progetti, delle opinioni politiche…"), che ha distribuito ai partiti soldi e prebende come non mai  (“un sistema di finanziamento che favorisce solo il momento elettorale e propagandistico e non dà valore, respiro, risorse al confronto politico-culturale, alla formazione del pensiero, delle proposte, dei dirigenti politici”).

In realtà Stefania Craxi sembra talvolta ispirarsi anche al messaggio di Oriana Fallaci, oltre che all’esempio del padre: “L’Occidente deve reagire, deve combattere con forza il terrorismo islamico e le sue strategie geo-politiche, deve anche contrastare, nel senso che deve attrezzarsi per competere, l’offensiva cinese e russa, che come Pietro il Grande, hanno inaugurato (…) un metodo geniale: rubare all’Occidente le arti e le tecnologie che lo rendono temibile, senza prendere in prestito le norme che imbrigliano la violenza, insomma si pretenderebbe di avere: la modernizzazione, senza la civiltà dei diritti dell’uomo (…) L’Occidente deve reagire, deve arrestare il declino. In Occidente deve reagire l’Italia.” (…)

Pur di averne il nome in ditta, Berlusconi ha sfoderato tutto il suo charme. Cedendo commossa, e schierandosi, l’intelligente e raffinata figlia di Craxi passa da testimone di una fase storica a militante di una fazione politica, evidentemente quella che ritiene possa realizzare il programma della Giovane Italia. La confusione regna sotto questo cielo. (rt)  

(Le citazioni sono tratte dal Programma comune  per una Giovane Italia, Midas 16 luglio 2004)



Titolo:  (23.06.05) L’UOMO PER TUTTE LE STAGIONI


Redazione

Nel mondo piccolo della politica italiana i giornalisti assediano i leader più che i tifosi Totti, così può sfuggire una battuta inopportuna, una frase orecchiata al cinema o in libreria. Infatti: “Non sono un uomo per tutte le stagioni” ha precisato Romano Prodi non più tardi di tre settimane or sono, volendo chiarire che  guiderà la coalizione di centrosinistra solo alle sue condizioni.

Se fosse vero sarebbe un fatto sensazionale. Il politico italiano è pronto a tutte le temperie, conosce ogni tortuosità lessicale, si adegua a qualunque regime, persino alla democrazia, e non va mai in pensione. Si sente spiritualmente pronto ad aderire a qualsiasi partito, se del caso addirittura a crearsene uno su misura. Può contemporaneamente essere cattolico e comunista, abortista ed anti, pacifista e interventista, per la libertà di stampa e censore feroce fino alla querela. Può essere mafioso colluso e paladino della giustizia antimafia. Centralista sostenitore dell’intervento dello Stato e più liberista di un neocon americano, europeista che incassa a Bruxelles, padano che urla a Pontida. Gli immensi privilegi di cui gode hanno plasmato la specie rendendola non solo adatta a tutte le stagioni, ma caratterialmente adeguata all’intero zodiaco.

La pretesa di Prodi è quindi da prendersi più come lo sfogo dell’emigrante che ha fatto fortuna all’estero e al ritorno deve scontrarsi con le fastidiose invidiuzze del paesello natio, che come una bellicosa dichiarazione d’intenti (“Non posso accettare di regnare senza governare”).

Infatti eccolo finalmente in vista del traguardo delle Primarie che dovrebbero segnare il suo trionfo contro i malefìci rutelliani. Egli si guarda bene, però, dal chiarire perché vuole questa investitura dal basso che lo renderebbe invulnerabile dagli strali centristi. Perché, cioè, dovrebbe essere scelto dal popolo del centro-sinistra.    

Sino ad oggi nulla di concreto ha dichiarato sul programma che intende attuare. Ha espresso apprezzabili ovvietà - l’occupazione, la ricerca, la scuola, l’equità fiscale, pedalare fa bene, l’Italia ha le risorse morali per farcela, la salvezza è nell’Europa…ecc. -, ha ascoltato decine di esponenti delle associazioni convocate a Bologna dal suo entourage, ma l’unica indicazione programmatica argomentata è l’antiberlusconismo. Allo stato delle cose, dovrebbe essere votato perché incarna meglio di altri le ragioni di tutto il centro-sinistra, che però sono tra loro contraddittorie sino alla conflittualità. In altre parole la sua nomination sarebbe dovuta, oltre che ad una certa ipotetica garanzia di moderazione da fornire all’elettorato (la ‘faccia’), alla sua maggiore duttilità, cioè alla capacità di adattarsi a tendenze politiche tra loro opposte, com’è proprio degli uomini ‘per tutte le stagioni’

Il Professore è un politico che lamenta, giustamente, la deriva morale dell’Italia, ma le ambiguità irrisolte che accompagnano la sua candidatura appartengono alla furbesca ritualità quotidiana del teatrino politico nostrano e non contribuiranno a sanare le profonde fratture sociali che sono la causa prima della malattia italiana. (rt)      



Titolo: (15.06.05)   TRE  MILIONI  DI  MILIARDI

Redazione

Per Arnoldo Mondadori Editore, Alessandro Wagner pubblicò “Due milioni di miliardi”, sottotitolo “L’incredibile ma vera storia del debito dello Stato”. Era il 1993 e imperversava il ‘colpo di Stato’ mediatico-giudiziario che avrebbe cancellato una intera parte politica, squilibrando i poteri a favore, tra gli altri, del salotto buono di Confindustria che si pappò in un colpo solo la Chimica, i Telefoni e le Banche pubbliche. Wagner, nel coro, ma con maggior raffinatezza, pose l’accento sulle vere colpe della politica, e cioè sull’enorme voragine dei conti dello Stato, conseguenza di una gestione dissennata della cosa pubblica.

Un sistema spartitorio – e consociativo – che aveva dilapidato la ricchezza nazionale in una spirale demagogica improntata alla “competizione del + 1”: “Tu chiedi 10? E io 11!” e così via. Una situazione che non poteva durare, e non durò. Ci pensarono i burocrati delle manette ad avvisare, arrestare, condannare, suicidare, così, all’ingrosso, risvegliando i peggiori istinti delle folle che, sempre, alla vista del sangue, come belve, si eccitano.

E venne il nuovo.

All’insegna del rinnovamento, del ripudio e del vilipendio del passato, cui pure molti avevano partecipato, si fece professione di ‘trasparenza’, ‘buon governo’ e freno alla spesa pubblica. Lo promettevano entrambi i nuovi Poli di aggregazione, centrodestra e centrosinistra, o destra e sinistra, come s’insultavano gli antagonisti quand’erano in vena spregiativa.

E’ trascorso ormai più di un decennio, e i due Poli che, per vincere, promettevano le stesse cose, tanto da assomigliarsi, hanno entrambi governato, favoriti dagli elettori alternativamente per verificare quale dei due mantenesse almeno qualche promessa, tanto si trattava sempre delle stesse cose.

Oggi quindi possiamo, dati alla mano, tirare le somme del fatto, non del promesso. Il risultato? Tre milioni di miliardi di debito pubblico! Cioè in 10 anni il debito complessivo (2 milioni di miliardi) è aumentato di un ulteriore 50% (più 1 milione di miliardi), e quel che è più singolare è che metà del nuovo deficit è addebitabile alla legislatura guidata da un Polo, e l’altra metà alla legislatura guidata dall’altro, così, ecumenicamente e ugualmente disastrosi. Ora, in una politica come quella odierna che si è voluta personalizzata, e che tutti hanno accettata così, la prima cosa che resta da fare sarebbe quella di mandare a casa i leaders responsabili dello sfascio, e cioè, a sinistra, Prodi, D’Alema e Amato, e, a destra, Berlusconi.

E invece? Prodi e Berlusconi si ripresenteranno come leaders all’elettorato, D’Alema vuole piazzarsi agli Esteri, e Amato addirittura al Quirinale! Il supremo sprezzo del ridicolo lascia interdetti, e le facce di bronzo, pure.

Urge una nuova rivoluzione civile che faccia giustizia, archiviandoli definitivamente, di tutti i sopravvissuti e gli scarti di una dirigenza spendacciona e sprecona e che porti al governo soggetti nuovi, responsabilizzandoli a far fronte con le proprie tasche di eventuali futuri buchi. Andranno pagati bene, ma dovranno pagare e risarcire eventuali danni prodotti. Solo così la corsa al baratro potrà essere fermata.

Si tratterà di fare leggi severe sull’aspetto risarcitorio, e votare solo chi le promette e poi le fa. Quanto a pagarli bene, ci hanno già pensato.

(R.Nigro)


Titolo: (09. 06. 05) LA CALATA DEI BARBARI

Redazione

Tra le non molte cose che si possono dire a favore del NO, il ‘non andare a votare’ è certamente la più squalificante, se proviene da un politico ‘democratico’. Infatti, secondo i costituenti il cittadino è tenuto al voto: “Il suo esercizio è dovere civico”, art. 48 della Costituzione. Se non è un obbligo poco ci manca. L’indebolirsi della democrazia in Italia è evidenziato da cedimenti dei principi, come questo, che sono stati fondanti della repubblica italiana. 

Se si rinuncia a questo diritto-dovere, si apre la porta alla confusa canea dell'ultimo periodo, con ministri e rappresentanti delle istituzioni continuamente al proscenio che sparano, senza vergogna, a destra e a manca suggerimenti a disertare le urne.   

Sono confortati dall’alto patronato del clero tornato a imperversare come negli Anni Cinquanta, a indicare la via a un branco di politici timorosi di perdersi i voti. E i laici arretrano silenziosi, mentre il Presidente va avanti e indietro a rendere pubblici e troppo esibiti omaggi a Papi morti e vivi, persino a visitare sepolcri appena inaugurati, quando la misura imporrebbe un esercizio meno clamoroso della propria fede. Forse la situazione è tale che solo un San Pio in gran forma, con il rinforzo di un Karol di fresca beatificazione popolare, ci può salvare.

Non entriamo nella natura di questo referendum. Votare o NO è un fatto vostro. Andare a votare è, invece, nell’interesse di tutti.

Comunque la si pensi, però, questo referendum è frutto d’insipienza politica. Quando è stato lanciato, qualche flebile voce a sinistra s’era levata a sconsigliare l’avventura,  poi il pregiudizio antiberlusconiano aveva preso il sopravvento e i partiti proponenti avevano potuto annunciare il trionfale successo nella raccolta delle firme.

Oggi si può misurare lo sconquasso prodotto da quella improvvida decisione: se si perde si aprirà un altro fronte di scontro sociale, avendo definitivamente risuscitato un trasversale ‘partito dei cattolici’; se si raggiunge il quorum, la vittoria avrà troppi padri per potersene gloriare.

Comunque domenica tutti a votare, i ‘barbari' sono alle porte. (rt) 

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Titolo: (31.05.05) LA MORALE DEL TEMPO

Con l’intervento di ieri Benedetto XVI si è schierato, e non poteva essere altrimenti, nella battaglia campale dei vescovi italiani sui referendum del 12 giugno.                                                                                               Per cogliere l’importanza della posta in gioco, è utile riflettere sulle sconfitte subite dalla Chiesa, a partire dall’enciclica di Leone XIII Arcanum divinae sul matrimonio, del 1880. Il Papa rivendicava il diritto esclusivo di legiferare sul vincolo e di giudicarne, ma ha dovuto cedere il passo allo Stato. E’ poi toccato a Pio XI, nella Casti connubii del 1930, ergersi contro il divorzio e il «crimine di Onan». Battaglie perse anche quelle, chissà quanti cristiani si sono allontanati dalla Chiesa per causa loro. Anche sull'aborto il magistero della Chiesa è stato disatteso, con la generale diffusione delle leggi che, a certe condizioni, ne regolano l'ammissibilità.

A sua volta Giovanni XXIII fin dal 1961, nella Mater et magistra, aveva enunciato il principio fondante la dottrina sulla fecondazione artificiale: «La trasmissione della vita umana è affidata dalla natura a un atto personale e cosciente e, come tale, soggetto alle sapientissime leggi di Dio: leggi inviolabili e immutabili che vanno riconosciute e osservate. Perciò non si possono usare mezzi e seguire metodi che possono essere leciti nella trasmissione della vita delle piante e degli animali».

Dal canto suo la Corte Costituzionale ha affermato che il diritto alla vita del nascituro rientra certamente fra i diritti inviolabili protetti dall’articolo 2 della Costituzione. Precisando tuttavia che, come si legge nella sentenza numero 27 del 1975, «non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita, ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare». 

Si può quindi ben comprendere che, di fronte ai referendum, l’ex Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, fatto Papa, difenda non già una legge contraddittoria e mediocre, come è la legge numero 40, ma le regole morali che egli stesso aveva elaborato sulla fecondazione artificiale, basate invece sulla equiparazione dell'embrione con la persona umana pienamente sviluppata. Questo è il terreno sul quale la Chiesa misura la propria capacità di mantenere la guida effettiva sulle scelte etiche dei cattolici e di influire sulle scelte politiche dello Stato, quando eticamente rilevanti.

Come andrà a finire la nuova battaglia? 
Comunque vada la consultazione referendaria, la Chiesa rischia di perderla nei fatti, per la stessa ragione che ha determinato le precedenti sconfitte. Mentre nella conoscenza di Dio, per i fedeli, la verità non può che essere una e immutabile, in campo morale essa è pur sempre, per tutti, frutto della conoscenza della condizione umana, imperfetta e relativa. E come la conoscenza è sempre suscettibile di sviluppo e di perfezionamento, anche le regole morali che ne discendono sono destinate a continui adattamenti. Del resto la Chiesa ha dettato, a suo tempo, norme sulle nozze tra gli schiavi e le donne libere, delle quali oggi non si conserva neppure il ricordo.
L'assolutezza degli enunciati espone al rischio delle contraddizioni. Come giustificare la pena di morte e la stessa guerra, se il diritto alla vita è un bene mai transigibile? Sostenendo che le regole della procreazione sono immutabili perché dettate dalla «natura», si costruiscono ipotesi che non tengono il passo con il progresso della conoscenza e con l'evoluzione, quella sì naturale, dei costumi.

(Angelo Benessia su La Stampa)

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Titolo: (22.05.05)  L’Unione verso nuovi apProdi

Redazione

Se Del Piero decidesse di chiamarsi Buffon, solo per questo diventerebbe un grande portiere? Di certo no! E allora perché gli ex comunisti, per essersi dichiarati diessini, dovrebbero automaticamente diventare maestri di socialismo democratico?

Le ultime vicende della Margherita, con lo strappo di Rutelli e la sua petizione di autonomia, ruotano tutte intorno a questo interrogativo. L’ex PCI infatti, raccattando pazientemente ogni forza contraria al centrodestra, e beneficiando dell’incapacità a governare della Casa delle Libertà, con la strategia della lista unica, prodromica al partito unico, ha tentato il colpo grosso di cogliere due piccioni con una fava: arrivare al Governo egemonizzando le forze politiche uscite vincitrici dalle urne. E’ la solita vecchia tecnica della presa del potere: 1)grande coalizione (uniti si vince), guisata da un democratico di centro 2) distribuzione di posti a tutti per invogliare all’alleanza, 3) dominare l’alleanza sradicando i partners del loro elettorato (es : un lombardo in un collegio sicuro emiliano) e 4)rendere impossibile il ricambio politico (l’emilianizzazione dell’Italia).

La democrazia prima d'insegnarla, bisogna essere capaci di praticarla, abbandonando il mito tragico dell’unità per abbracciare il civile e democratico pluralismo. Lode a Rutelli dunque che non si è fatto allettare, come Prodi, dalle cariche e ha badato al sodo, guardando al futuro. Governare la diversità è difficile, ma questa è la democrazia, “il migliore dei sistemi imperfetti”, e riaffermarne il principio non potrà che giovare al Paese, ora che anche dalle parti del Cavaliere impazza il miraggio del “Partito unico che comando io”!

La svolta di Rutelli apre anche altri scenari: da un bipolarismo dominato da una parte dai postcomunisti e dall’altra dai postfascisti, a un tripolarismo che, a una destra e una sinistra, aggiunge un grande centro stabilizzante. E’ questo scenario che ha provocato l’ittero ai Democratici di sinistra, ormai acconciatisi a un maggioritario che, nelle intenzioni avrebbe dovuto vedere l’Unione al Governo per l’eternità, essendo l’opposizione presidiata dal fattore F (fascismo), una nuova conventio ad excludendum.

E pensare che il proporzionale, espressione di partecipazione, è dalla sua nascita nel DNA della sinistra! Purtroppo in Italia, come il fascismo fu la rovina della borghesia, il comunismo lo è stato del socialismo, e ci tocca pure sorbire prediche sulle virtù salvifiche del maggioritario…..

R. Nigro



 

 

 


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