Oggi in Italia

N.5 Anno II Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti Punto Net

GENNAIO 2001

 
Titolo:
(02.02.01) L'ITALIA VISTA DA LONDRA

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ECONOMIST: ITALIA COME IRAQ DI SADDAM

(AGI) - Londra, 2 feb. - I volti di Silvio Berlusconi e Francesco Rutelli che campeggiano su migliaia di manifesti "stanno trasformando l'Italia nell'Iraq di Saddam Hussein".

A segnalare l'analogia con le immagini del dittatore di Baghdad e' l'"Economist", al quale questa campagna elettorale ricorda anche l'iconografia mussoliniana con le enormi immagini del duce "sui muri e sui tetti".

Il settimanale inglese annota come questa proliferazione di manifesti sia l'unico spunto divertente per gli elettori in una campagna che "promette di essere noiosa (Berlusconi e' in netto vantaggio" e amara (la sinistra odia perdere)". (AGI)


Titolo:
(01. 02. 01)  UN ALTRO GURU CALA SULLA CAPITALE

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Il guru è ormai di moda nei palazzi della politica. Niente a che vedere con i guru della fine degli anni Sessanta, quelli indiani e misteriosi che arrivavano in Italia da Bombay e dal Kerala per trasmettere i fondamenti dello yoga e curare i primi stress delle deliziate ed annoiate signore borghesi di Roma e Milano. Questi sono anglosassoni austeri, credibili e costosissimi venditori di fumo. Tra di loro non mancano però anche scienziati e finissimi intellettuali.

Tra gli altri, è in arrivo Anthony Giddens, sociologo di gran fama, rettore della prestigiosa London School of Economics, chiamato al capezzale della nuova sinistra, per rilanciare in Italia le esangui fortune della “terza via” socialdemocratica, ora affidata nelle capaci mani di Francesco Rutelli (quando si dice il destino cieco). La terza via è una specie di “passaggio a Nord Ovest”, il tentativo di individuare un’alternativa tra la rigidità della vecchia sinistra europea e gli squilibri del liberismo americano.

Giddens si è fatto guru per avere ispirato Tony Blair e la sua linea politica. Dopo avere parlato con Francesco Rutelli a Londra, ha capito che in Italia uno come lui è indispensabile ai Ds e infatti e già in viaggio per incontrare Occhetto, D’Alema, Veltroni e Cofferati. Nel frattempo ha rilasciato un paio d’interviste. Ed ecco un breve florilegio.

Un consiglio: “ Rutelli copi l’esperienza inglese: crearsi una reputazione di competenza economica è di fondamentale importanza…”. Certo, basta la fama, ma riuscirà il candidato dell’Ulivo a darla a bere agli elettori in soli due mesi? “Il centrosinistra dovrebbe usare l’esperienza inglese come modello…Qui il New Labour Party è così potente perché la destra è stata marginalizzata…”. Prima però, e questo l’illustre studioso non lo dice, è stata marginalizzata la sinistra del Labour Party, quella sindacale che aveva causato una serie infinita di sconfitte elettorali. E ad eliminarla ci aveva pensato Margaret Tathcher, sconfiggendo lo storico sciopero dei minatori.

E ancora: “L’Italia ha un sistema elettorale che solleva l’interrogativo cruciale sulla capacità della sinistra italiana di darsi una visione comune. Noi abbiamo un sistema maggioritario e, se si guarda alla proporzione della popolazione totale che ha votato per il New Labor, solo il 13% ha indicato Blair, che ha però conquistato la maggioranza, cioè il 43% della minoranza che ha votato”. In Italia siamo molto più avanti, infatti né Amato, presidente del Consiglio, né Ciampi, presidente della Repubblica, sono stati votati dai cittadini eppure governano.

Con queste premesse il viaggio di Giddens a Roma genererà non pochi equivoci, ma servirà a fargli dichiarare qualsiasi cosa per permettere ai giornalisti compiacenti titoli come questo: “Il guru di Blair, missione italiana ‘Dalla destra solo slogan vuoti’”. È apparso su La Stampa di Torino, ma nel corso dell’articolo risulta evidente che questa grossolanità il guru non l’ha mai detta.


Titolo:
(01. 02. 01) A TORINO LA SFIDA PER IL SINDACO 

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A Torino quest’anno si voterà per la carica di sindaco e sono ormai ai nastri di partenza i concorrenti. Premesso che la polpa, rappresentata dalle migliaia di miliardi per le Olimpiadi Invernali del 2006, la governerà sempre l’ex sindaco Valentino Castellani, assai gradito agli Agnelli e opportunamente catapultato al vertice del Comitato organizzatore, l’osso della partita politica se lo spolperanno quasi certamente Domenico Carpanini, Ds, e Roberto Rosso coordinatore regionale di Forza Italia.

La caratura dei due contendenti è, all’apparenza, inadeguata alle necessità di una grande città. Carpanini, 48 anni, è in Consiglio comunale dagli anni Ottanta, e fanno circa vent’anni. È stato il vice sindaco di Castellani, sempre pronto, soprattutto negli ultimi tre anni, ad intervenire a qualsiasi avvenimento cittadino, a volte in qualità di vice, a volte come massimo esponente dei Ds. In quest’ultima veste mettendo a nudo ogni tanto il fastidio del partito verso il professore del Politecnico, così legato ai fasti del Lingotto, sino a sfiorare il grottesco quando, due anni fa, si pose alla testa di un corteo di cittadini che sfilava protestando contro il sindaco e la Giunta comunale. È, appunto, un candidato “di lotta e di governo”, da vecchia Torino, quella cara a Diego Novelli, che oggi non esiste quasi più. A suo vantaggio va una certa consapevolezza della propria natura e, quindi, la propensione, già annunciata, a servirsi dei teams di esperti che già sorreggono l’attuale amministrazione. A suo svantaggio proprio l’inevitabile continuità amministrativa, con tutte le contraddizioni di un’amministrazione di sinistra che ha fortemente penalizzato proprio le periferie.

L’On. Roberto Rosso, 40 anni, eletto nel collegio di Vercelli con una valanga di voti, ha una conoscenza dei problemi di una grande città in cerca d’identità così esemplificata: “La prima cosa che farò se eletto sarà un grande piano del colore e dell’illuminazione per valorizzare ancora di più le bellezze di Torino e avrò particolari attenzioni per i giardini pubblici e le aree verdi”. A parte il fatto che un “piano del colore”, prototipo di tutti gli altri poi venuti, un anteprima mondiale, fu realizzato a Torino nel 1982 ad opera dell’allora vicesindaco socialista che ebbe come consulente, tra gli altri, Max Bill, l’ultimo rappresentante del mitico Bauhaus di Dassau, la dichiarazione evidenzia una continuità (“…valorizzare ancor di più…”) e non una rottura con l’attuale amministrazione. A vantaggio di Rosso va la freschezza d’immagine, il piglio di giovane professionista non ancora imbrigliato nei fili tenaci che legano lo sviluppo della città ai destini dell’unica vera dinastia italiana, quella degli onnipresenti Agnelli. A suo svantaggio, quello di essere poco conosciuto dai torinesi, cosa che nella strana gente subalpina genera qualche iniziale diffidenza.

La partita, come l’esperienza insegna, si giocherà su pochi voti e questi sono affidati alle rispettive “squadre”, sia quelle che elaboreranno ed attueranno le strategie elettorali, sia quelle proposte per il governo della città. Mai come in queste elezioni, l’esito è incerto e agli alleati, alla credibilità dei loro candidati, è affidato il compito di testimonial dei duellanti. Alla fine, se Rosso vorrà vincere, dovrà probabilmente presentare un team di governo ineccepibile e di sicura presa sull’elettorato, e dovrà farlo in anticipo, con tutti i rischi conseguenti.


Titolo:
La cerimonia per Craxi divide il Parlamento

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La «riabilitazione» di Craxi a San Macuto non piace a parte della maggioranza, i Democratici criticano Violante, Rosi Bindi e Cossutta dicono che non ci saranno, anche Occhetto ha qualcosa da ridire; contrari anche Di Pietro e Bobo Craxi, che critica la Stampa per aver parlato di «riabilitazione» e invita Violante e Amato a «fare autocritica». Intini e Macaluso difendono la scelta del presidente della Camera. Selva la considera invece «un’ipocrisia». E con Violante si schiera l’insospettabile Filippo Mancuso. «Questa solenne cerimonia - accusa Di Pietro in una nota scritta con Elio Veltri - assume un chiaro significato politico in vista delle elezioni e conferisce il sigillo della santificazione dell’opera di Craxi. Le sue carte, che ci auguriamo contengano anche le sentenze della magistratura, avrebbero potuto essere consegnate nel silenzio. Se Craxi era latitante, come lo era, è necessario trarne le conseguenze. La furbizia italica in questo caso non paga, perché è diseducativa e offende le istituzioni». Neanche Bobo Craxi apprezza: «Naturalmente sono benvenute tutte le autocritiche, comprese quelle autorevoli di Amato e di Violante, sempre se di autocritica si tratta». Perché, se così non fosse, «vale il giudizio sprezzante, che dava mio padre fino agli ultimi giorni della sua vita, su entrambi gli esponenti politici che si accanirono o voltarono la faccia dall’altra parte durante la persecuzione mediatico-giudiziaria ai danni dei socialisti». Bobo Craxi non vuol sentir parlare poi di «riabilitazione»: «Quando sento parlare di riabilitazione mi vengono i brividi alla schiena: il termine evoca, infatti, i regimi comunisti dell’Est che prima distruggevano gli avversari politici e post mortem li riabilitavano». «Non sono d’accordo con quelli che si considerano craxiani intransigenti - dice però Emanuele Macaluso - e che vorrebbero rinchiudere Craxi in un recinto, cristallizzare il giudizio storico sulla sua figura, ancorandolo alla condanna giudiziaria, per negarla. Occorre invece andare oltre, superare i verdetti della magistratura per dare un giudizio politico. Ed è giusto che lo faccia Violante, che è una figura istituzionale, e ora si occupa di chi, come Craxi, è stato a sua volta figura istituzionale». «La polemica di Bobo - sostiene Ugo Intini dello Sdi - è tanto incomprensibile da far temere una motivazione inconfessabile: il timore di veder cadere gli alibi che lo portano a collocarsi, in modo innaturale, nella destra. Il fatto che figure istituzionali della sinistra ragionino con serenità e rispetto su Craxi dovrebbe far piacere a tutti i socialisti». Il capogruppo alla Camera dei Democratici Fabio Monaco vede invece nella scelta di Violante un favore proprio a Bobo Craxi: «La solennità della cerimonia suggerisce l’idea di una sorta di riconciliazione politica e istituzionale con Bettino Craxi. Il che stride, tanto più in una vigilia elettorale che vede i suoi eredi molto esposti sul piano politico». «Violante si comporta in modo ipocrita - accusa il capogruppo di An Gustavo Selva -. La sua scelta rivela il complesso di colpa di chi ha fatto di Craxi un capro espiatorio e l’ha lasciato morire in esilio. Dicono che è fuggito. Ma se non l’avesse fatto, non avrebbe certo concluso serenamente i suoi giorni». E Gianni Baget-Bozzo va oltre: «Prima hanno versato il sangue di Craxi, e ora vorrebbero lavarselo di dosso. Riabilitare Craxi non è giusto, è giustissimo. Violante, poi, è ormai un riabilitatore di professione: dopo Salò, Bettino. Questa cerimonia, però, è in realtà una riabilitazione del Pds; che se Craxi fosse ancora vivo continuerebbe ad attaccarlo, ma di fronte al suo cadavere vorrebbe emendarsi dall’infamia». Molti esponenti della maggioranza diserteranno la cerimonia. «Io non ci sarò - dice Rosi Bindi -. Altri impegni? No: in genere partecipo alle cose che mi piacciono». «Neanch’io ci sarò - annuncia Armando Cossutta -, ma non mi faccia dire altro». Assente anche Achille Occhetto, «ma solo perché organizzo in contemporanea un seminario con Anthony Giddens, che dovrebbe essere concluso da Amato. A proposito, spero non diserterà... La cerimonia? Ormai nella politica italiana è tutto strumentale. In ogni caso, su Craxi ho già espresso le mie critiche politiche e la mia simpatia umana. Le ribadisco. In questi giorni ho visto cose a favore e cose contro di lui che mi hanno rivoltato lo stomaco. Compresi certi programmi di satira antisocialista». Si schiera con Violante invece Filippo Mancuso: «E’ giusto rivedere il giudizio su Bettino», dice l’ex Guardasigilli. Che poi intrattiene il Transatlantico raccontando «di quando ero procuratore generale di Roma e Scalfaro mi fece conoscere Craxi; presentandolo come sommo statista...». (La Stampa del 31. 01. 01)


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(30.1.01)  IL MINISTRO VA IN  TV

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Non c’è rete televisiva Rai che nell’ultima settimana non abbia ospitato almeno una volta Piero Fassino. Non c’è evento pubblico che non lo veda impegnato a far la sua bella figura almeno nelle foto ufficiali. La sua presenza è continua, sorprendente, talvolta misteriosa. (Che cosa ci faceva l’alto esponente Ds tra i ministri italiani impegnati nei colloqui con Chirac per l’Alta Velocità? Semplice, il candidato alla vicepresidenza del Consiglio).

L’altra sera era a “Porta a Porta”, ospite di una fiacca puntata dedicata ai Savoia e all’annosa, quanto risibile questione sul loro rientro o meno in Italia. Fassino s’è dichiarato favorevole, riconoscendo l’inattualità storica dell’esilio dei Savoia. Perché allora il progetto di legge presentato da Prodi giace da quattro anni in parlamento? Ci sono due difficoltà, dice il ministro: la Costituzione che va emendata e il fatto che i Savoia non giurino fedeltà alla Repubblica.

Fassino evita di dire che l’ostracismo ai Savoia è contenuto in uno degli articoli “transitori” della Costituzione, cioè tra quelli provvisori e limitati nel tempo che, dopo 53 anni, dovrebbero quindi essere cassati. E, forse, non si rende conto che a nessun cittadino italiano è richiesto il giuramento di fedeltà alla Repubblica. Non solo, ma che ci sono italiani che possono liberamente perseguirne l’affossamento, ad esempio gli appartenenti ai partiti comunisti che vagheggiano un regime affatto diverso da quello nato dalla Resistenza. Come ha rilevato lo stesso guardasigilli, la democrazia italiana è però abbastanza forte da permettersi anche voci e atti di dissenso. Il Governo lo ha ben dimostrato scarcerando gli assassini colpevoli di atti di terrorismo, cioè d’insurrezione armata contro lo Stato.

La richiesta del “giuramento” è in perfetta sintonia con i sentimenti “democratici” del ministro della Giustizia. Infatti in tutte le sue molteplici apparizioni televisive, non manca mai di garantire agli italiani la massima sicurezza, ai delinquenti la massima durezza…e così via senza vergogna, pur nel ritegno che non manca alla sua subalpina austerità. Nel frattempo i procuratori della Repubblica di tutta Italia, nell’inaugurare il nuovo anno giudiziario, hanno delineato il ritratto di un Paese sempre più aggredito e stretto nella morsa della delinquenza organizzata, con i cittadini che neppure denunciano più i reati minori, nei fatti preferendo pagare una tassa in più, piuttosto che impastoiarsi in surreali, quanto inutili pratiche burocratiche.

Tutto questo sembra che avvenga per un destino avverso o per inesorabili vicende storiche, e non per la teoria di ministri della Giustizia e degli Interni che si sono succeduti negli ultimi cinque anni. Uomini di prima scelta del regime, di pretesa autorevolezza e onestà, quanto ciarlieri e perniciosi. Adesso anche l’ultimo di essi, Piero Fassino sino ad oggi defilato, è spinto sotto i riflettori della tivù di stato e svela la caratura della sua natura politica, non dissimile da quella degli altri suoi colleghi.

Insufficiente per i compiti che si richiedono al ministro della Giustizia, più che adatto a presidiare per conto dei diesse un eventuale governo Rutelli e a marcarne stretto il presidente del Consiglio.


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(29.01.01) CASSAZIONE: DANNO ERARIALE, INNOCENTE EX SINDACO TOGNOLI

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"(ANSA) - ROMA, 29 GEN - Le sezioni unite della Cassazione hanno accolto in pieno il ricorso presentato dall' ex sindaco socialista di Milano Carlo Tognoli, contro la sentenza della Corte dei Conti che lo aveva condannato, insieme ad altri ex amministratori meneghini, al risarcimento del danno erariale a favore di Palazzo Marino, quantificato in circa 30 milioni.

In particolare, Tognoli era stato condannato dalla giurisdizione contabile per aver speso 24 milioni e 825 mila lire in spese di viaggio per far partecipare un gruppo di giornalisti ad un viaggio a Shangai, nel marzo 1983, nell' ambito di una mostra dedicata al design italiano. "

Chi lo darà invece il risarcimento agli italiani per aver fornito loro una falsa rivoluzione giudiziaria e una seconda repubblica, quella delle banane?


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(26.01.01) Minuti e Minuti

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Nella sua "(...)assenza totale di senso la Shoah è e resta incomunicabile: nessuno potrà mai condividere lo strazio delle vittime né la fitta dei sopravvissuti: «Oggi io penso che, se non altro per il fatto che un Auschwitz è esistito, nessuno dovrebbe ai nostri giorni parlare di Provvidenza», dice ancora Primo Levi. A noi giunti dopo, spetta misurare la distanza da Auschwitz e limitarci ad osservare. La rinuncia a capire è rassegnazione a questa incolmabile distanza che rende insulso ogni moto di solidarietà, è l’unica possibile forma di rispetto." (da La Stampa elena.loewenthal@lastampa.it)

Anche per questo oggi si chiede un minuto di rumore per il Congo, massacro che si attua nel nostro tempo e vissuto troppo lontano (come quello degli armeni quasi un secolo fa).

Minuti di silenzio e minuti e di rumore, ricordare e guardare lontano. Questa è la lezione di questa giornata della Memoria della Shoah.


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(25.01.01)  E LA GIUSTIZIA DI CASA NOSTRA ?

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Quando si parla di pena di morte, subito i politici e i giornalisti italiani tirano in ballo gli Stati Uniti. La scusa è che la patria della democrazia non dovrebbe permettersi la barbarie di una pena così definitiva, che ripugna alla coscienza cristiana e secondo molti viola i diritti umani. Degli altri Stati che danno la morte si parla pochissimo. Della Cina e delle sentenze vaghe, e spesso per noi assurde, che vengono comminate ai cittadini, quasi tutto si ignora, mentre di come vengono giustiziati i delinquenti americani sappiamo moltissimo. Lo stesso discorso vale per molti paesi islamici e per la Russia.

Così, anche questa volta, l’intervento del presidente Ciampi su questo problema ( “Un Paese civile non può albergare nel proprio diritto la pena di morte”) ha puntualmente ravvivato il dibattito tra politici ed intellettuali, mentre i nostri concittadini, sicuramente sensibili al dramma della giustizia in Nord America, sono ancor più interessati all’impunità dei reati italiani. È singolare, se non grottesco, che tante personalità e politici nostrani si esibiscano in un profluvio di dichiarazioni sulla giustizia Usa, proprio mentre sempre più è sotto accusa quella italiana.

Tutti i commentatori, dopo avere riaffermato che la pena di morte è una barbarie, si sforzano di capire le ragioni degli americani. Ad esempio, l’on. Giangiacomo Migone, serissimo presidente della commissione Esteri del Senato, afferma che la pena di morte americana origina dalla cultura della frontiera: “Nella storia degli Usa è fortissima una componente populista, la ‘democrazia della prateria’, cresciuta quando lo Stato era lontano ed era la comunità locale ad amministrare la giustizia. L’attaccamento degli americani alla pena di morte deriva da questa lunga storia”.

Sarà anche così, ma a noi pare che essa derivi piuttosto dalla formazione etico-religiosa della società Usa, secondo la quale ogni individuo è diretto responsabile delle proprie azioni di fronte alla giustizia, come di fronte a Dio. Perciò non invochi pietà o commiserazione, né adduca scusanti improprie: alla colpa segue la pena e la tutela delle vittime è prevalente su ogni altra considerazione. Questo vale per la pena di morte, ma vale ancor più per le tante pene minime, anche pochi giorni o mesi di carcere, che vengono spesso puntualmente scontate.

Ovviamente siamo più che contrari alla pena di morte in Italia e vediamo tutti i limiti di quella americana, non ultimi i palesi casi di innocenza specifica di alcuni giustiziati, le difficoltà di difesa degli imputati più poveri e gli intollerabili, per noi, metodi di gestione di non poche carceri statali.

Siamo anche contrari all’andazzo italiano, che nei fatti infligge alle vittime oltre al danno anche le beffe, e che negli Stati Uniti non potrebbe essere tollerato. Lo sciamare libero e loquace di decine di terroristi assassini - tra gli altri, tutti quelli di Moro e della sua scorta - non è affatto un connotato di civiltà ed è altrettanto “inconciliabile con la democrazia” della pena di morte negli States.


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(24.01.01) MIA BELLA BISTECCHINA

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Vedete voi com’è ingiusta la vita: uno, per sua natura aristocratico dentro e fuori come dimostrano ben due cognomi, si prende il fastidio di fare il ministro delle Politiche agricole e ambirebbe interessarsi di boschi incantati se non di foreste, al massimo di pascoli opimi. Invece arrivano addirittura volgari lattaiuoli anti tasse, poi mucche pazze, farine animali, frattaglie, animelle e testine da bruciare, infine pesci all’antibiotico…

Sono cose superiori alle forze di qualsiasi uomo, figuriamoci a quelle del Pecoraro Scanio. Infatti gli è venuto in aiuto il ministro della Sanità, Umberto Veronesi. I due parlano come i questurini, uno fa il buono e tranquillizza, l’altro è ‘o malamente, sparge il panico e sul latte non ci mette la mano sul fuoco. Si sa che l’ignoranza delle problematiche favorisce talvolta le dissonanze.

Alla fine, tutte le iniziative prese hanno sempre qualcosa d’improvvisato: i test li fanno solo in qualche regione, sono poche centinaia rispetto alle centinaia di migliaia di capi, si scopre che ci sono camionate di bovini che vanno e vengono tra le frontiere, macelli clandestini, fabbriche non censite di farine animali, malati del morbo di Creuzfeldt-Jacob di cui poco o nulla si parla (nella sola provincia di Torino i morti per il morbo sono stati dieci negli ultimi due anni, l’ultima vittima, un uomo di 57 anni, è deceduta una settimana fa nell’ospedale di Chiasso)…

Il tutto diffonde una sensazione d’incapacità, di reticenza e di mendacio e la convinzione che lo Stato non abbia il controllo del territorio nazionale. In Germania, per molto meno, si sono dimessi due ministri. In Italia si tende a scaricare tutto sull’Unione Europea dalla quale si attendono disposizioni persino sulla bistecca.

Il governo Amato si trascina verso la fine della legislatura in un turbine di desolanti sfasci e la vicenda di “mucca pazza” è solo un episodio dello sfacelo generale. Pecoraro Scanio non è certo l’unico ad apparire inadeguato al ruolo e ai compiti. Resta però una sua peculiarità l’arroganza con cui rifiuta oggi d’incontrare gli allevatori, come ieri ha rifiutato i produttori di olive. O forse si tratta della nobile e meritevole umiltà di chi sa di non avere nulla d’offrire, neppure le proprie dimissioni.

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(23.01.01) TOLLERANZA ZERO

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Quando sentite tipini come Fassino, Rutelli e la Melandri parlare di “tolleranza zero” farete bene a pensare che si riferiscano ai loro avversari politici. Infatti il ministro della Giustizia la vuole riservare agli immigrati clandestini, ma questi continuano ad essere protagonisti di tutte le cronache (nere) locali; Rutelli la propone contro il crimine e questo ha proliferato, come non mai, sotto il regime che ha scelto il sindaco di Roma come candidato premier. Quanto a Giovanna Melandri, la sua “tolleranza zero” è riservata agli ultras del calcio, gli ottusi fascistoidi che costringono lo Stato a mobilitare ogni domenica migliaia di poliziotti per proteggere l’ordine pubblico.

Quale sia la soglia di tolleranza che intende la deliziosa Melandri è data dalla sua dichiarazione, secondo la quale bisognerebbe arrivare a chiudere gli stadi, e dall’esito dei processi nei quali , a fronte delle centinaia di teppisti che entrano in azione, incappano sparuti gruppetti di facinorosi e che si concludono puntualmente con grottesche condanne a pochi giorni di carcere, ovviamente mai scontati.

Chiudere gli stadi è una proposta classica del pensiero debole, patrimonio di tutti i ministri della nostra repubblica. Sempre, quando si trovano alle prese con un problema, la soluzione non è affrontare il problema, ma sfuggirlo e scaricarlo sulle spalle dei cittadini. Il rimedio non è mettere il teppista in grado di non nuocere, ma punire tutto il pubblico che ha il solo torto di non provocare danni. Sempre le nostre autorità hanno avuto questa visione: gli stadi hanno reticolati, cancellate e fossati, mentre la teppaglia può tirare petardi, arance, bottiglie e fumogeni, esporre bandiere e striscioni, rompere i coglioni con musiche assordanti.

La Melandri, obbligata ad interessarsi di spettacolo sportivo, non si sarà probabilmente mai data la pena di informarsi se altrove esiste il problema degli ultras. Se lo avesse fatto avrebbe scoperto che in Inghilterra, patria del calcio moderno, gli hooligans erano vandali più efferati dei nostri. Ma gli stadi non sono stati chiusi, inferriate non sono mai state erette e lo Stato ha preteso che il pubblico restasse libero a pochi metri dai giocatori.

Oggi gli stadi inglesi sono frequentati da intere famiglie e i casi di teppismo sono limitatissimi. In Gran Bretagna, dove al cittadino sono garantiti diritti da noi impensabili, gli ultras non possono più violare alcuna regola e, se vogliono farlo, vanno all’estero, magari in Italia.

Quindi, se veramente le autorità italiane vogliono affrontare questo problema, non c’è nulla da inventare, basta informarsi. Che ci sia questa volontà, però, dubitiamo fortemente. Infatti ci vorrebbe una tolleranza zero. Non quella delle Melandri o dei Fassino, ma quella che deriva dalla scelte primarie di proteggere i diritti dei cittadini e di non fare mai arretrare i poteri dello Stato. E tutta la travagliata storia sociale degli ultimi anni indica una diversa volontà. O, se preferite, la stessa solida e pervicace incapacità di quasi tutti i nostri ministri.


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(19. 01. 01)  SPARA  RAMON  !

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Dopo una lodevole quanto opportuna assenza dalle cronache, torna alla ribalta l’ineffabile Ramon Mantovani, il responsabile Esteri di Rifondazione, quello che ci portò in Italia l’irredentista, e terrorista, curdo Ocalan. Quello che organizzò lo storico incontro di Bertinotti con il subcomandante Marcos di cui ancora oggi si favoleggia attorno ai fuochi dei bivacchi che sempre ardono nel lontano Chiapas. Sono sfide temerarie che temprano un uomo e lo avviano alla leggenda.

Ieri Panorama ha dato notizia di un’inchiesta sugli spinelli a Montecitorio, con interviste ai soliti predestinati (Sgarbi, La Russa, Taradash, ecc.) e tutti si sono limitati ad ammettere qualche rada fumatina “ma solo in gioventù”. Non così il nostro intrepido Ramon: “In Parlamento ci sono molti ipocriti che non sono disposti ad ammettere d’aver fumato, mentre, come tutti sanno, qui dentro l’uso di alcune droghe, come la cocaina, è abbastanza diffuso”.

Se quanto afferma il deputato di Rifondazione è vero, allora le tante follie della nostra vita politica, che ogni giorno ricadono sugli italiani sotto forma di leggi scombiccherate quanto bizzarre, troverebbero una logica scusante. Il cittadino ora non deve più vanamente chiedersi “perché le fanno?”. L’assioma Mantovani – “Qui si sniffa cocaina” – spiega molto, se non tutto e contribuisce a rendere più serena la nostra discesa nello sfascio sociale.


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(16.1.01) TRAMONTO A PECHINO

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Giuliano Amato sta compiendo a Pechino una visita importante per il futuro delle relazioni tra Italia e Cina. I partners occidentali trattano in ordine sparso con l’ultimo impero comunista e il copione è sempre lo stesso: un rispettoso richiamo ai diritti civili e poi, via con le trattative commerciali.

I paesi democratici sperano che sia il mercato a fare giustizia del regime, opponendo al centralismo marxista le leggi economiche. D’altra parte le grandi multinazionali sono attratte come falene dall’enorme mercato cinese e, in nome del democratico profitto, spingono i governi al dialogo con Pechino e alla “tolleranza” verso i delitti del regime.

Il presidente del Consiglio italiano non fa eccezione e la preparazione del suo viaggio è stata scandita dai contatti con il mondo dell’industria italiano. Tutto nella norma, quindi, e non si può non condividere l’iniziativa.

È sgradevole invece che il capo del governo italiano si faccia promotore di un disgelo tra il Vaticano e la Cina, quasi che il cattolicesimo fosse una religione di stato. In questo modo Amato assume una posizione ambigua, confondendo il suo ruolo istituzionale con quello personale di cattolico praticante. Ancora più sgradevole è l’avere reso pubblico questo aspetto dei suoi colloqui che poteva, e doveva, rientrare tra le consuetudini diplomatiche che in questi casi suggeriscono opportuni criteri di riservatezza.

Un omino piccolo piccolo, che rappresenta una piccola nazione esibendosi in piccole furbizie elettorali. Giuliano Amato, quando si tratta di acquisire benemerenze per il suo futuro, non va tanto per il sottile.


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SOFRI DIXIT

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Adriano Sofri spezza una lancia a favore di Silvio Berlusconi, avallando la sua tesi di una persecuzione da parte della giustizia, in un'intervista alla "Sueddeutsche Zeitung", il più diffuso quotidiano tedesco.

"La richiesta di giustizia, di resa dei conti e di punizione, che ha caratterizzato in passato la cultura politica italiana, era in parte giustificata, in parte però esagerata in senso giustizialista. Ma era, soprattutto, anche un clima politico. Il tentativo di colpire Berlusconi sul piano giudiziario aveva un'intenzione politica. In questo senso non è adesso che comincia la politica, perchè essa è arrivata alla fine, e Berlusconi ha vinto. Il gioco è fatto", sostiene dunque Sofri.

Ma politica ha assunto ormai il ruolo della giustizia? "Sì, è successo questo ma lo si sarebbe potuto evitare. Quando si tende l'arco, però, non ci si deve meravigliare se si rovescia".

Se lo dice lui...


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(15.01.01) OGGI IN PORTOGALLO

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Sampaio rieletto presidente del Portogallo.

Il socialista Jorge Sampaio, presidente del Portogallo, è stato rieletto a grande maggioranza. Secondo le prime proiezioni Sampaio ha ottenuto tra il 54 e il 59 per cento dei voti. L'avversario di Sampaio, il socialdemocratico Joaquim Ferreira do Amaral, ha ottenuto tra il 31 e il 35 per cento dei voti. La rielezione di Sampaio è stata accolta con entusiasmo dal premier socialista Antonio Guterres. Il sostegno del presidente potrebbe essere vitale per la sopravvivenza del governo se i partiti dell'opposizione decidessero di chiedere le elezioni legislative prima della scadenza naturale del 2003, come aveva proposto Ferreira.


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(14.01.01) CACCIARI DIXIT

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Massimo Cacciari, in una intervista al 'Corriere della Sera' invita la sinistra a non cercare ''scorciatoie giustizialiste'' per ''togliere le castagne dal fuoco'' alla politica perche' sarebbe ''solo una illusione, assolutamente pazzesca dal punto di vista democratico''.

E aggiunge, inoltre, ''Borrelli ha ragione nel dire che non e' stata avviata alcuna iniziativa legislativa coerente e di sistema per tentare di risolvere alla radice quei fenomeni e quei processi che hanno portato a Tangentopoli: per questo il grembo di Tangentopoli e' ancora fecondo''.

Massimo Cacciari si è affacciato qualche mattina fa a Montecitorio intrattenendosi con alcuni parlamentari che gli chiedevano previsioni elettorali sul Nord-Est. La risposta del filosofo più intervistato degli ultimi decenni è stata secca: “Non prendiamo un collegio”. Neppure quello di Venezia centro? “Neppure quello”.

Se lo dice lui...


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(13.01.01) TRA PIOVRA E TARICONE

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L’elogio del Pietro nazionale, vincitore Auditel dello scontro con l’antimafia nazional-televisiva, svolto da Riccardo Nigro sull’Avanti di sabato, merita un piccolo appunto. Dire che questo “tipico italiano”, “migliore dei suoi governanti”, con la sua vittoria faccia ben sperare per l’Italia, qualche dubbio ce lo lascia. Concludere che se fosse andata diversamente, la vittoria della Piovra, avrebbe rappresentato una vittoria della disinformazione, ci invece lascia allibiti. Sempre più siamo portati a credere che tutto ciò che passa per la televisione sia vero, ma probabilmente è di qualche gravità non accorgersi che “Il Grande Fratello”, come “La Piovra”, sono fiction e non TG d’informazione. Sono due generi diversi di fiction, l’una di derivazione ‘rosa’, l’altra ‘gialla’; ma i dati Auditel ci dicono solo che ha vinto la fiction dei ‘guardoni’ sulla fiction dei ‘militanti’. Per quanto militanti partigiani d’una parte politica, cosa offre veramente l’alternativa vittoriosa del modello Taricone?

Se spostiamo il piano dall’informazione a quello più consono della critica televisiva, direi che più che a Pietro, occorrerebbe guardare a Cristina, la vincitrice. Chi l’abbia vista uscire dalla casa del Grande Fratello, non credo non possa avere un sussulto di sdegno. Travestita da pagliaccio colorato, si muoveva insicura sui tacchi tra la folla come un Freaks: per chi avesse il visto il film, il personaggio della donna mezza gallina, addobbata di tutto punto per lo spettacolo circense (*). L’alter ego di Taricone, era una palestrata, ma bagnina, cioè di professione, con in più il dato di essere orfana. Premiata per questo suo stato di bisogno. Il palestrato per hobby, lo ha dichiarato che i soldi li avrebbe spesi male, cioè in quei beni di lusso che la pubblicità televisiva ci propone come i beni più belli da possedere (auto, viaggi...). Mentre lei, orfana e palestrata quasi per necessità lavorativa, è stata riconosciuta dai teleutenti italiani come la più meritevole di vincere e il Grande Fratello l’ha premiata l’ultimo giorno regalandole per l’uscita dalla casa un completo di lusso firmato che l’ha trasformata in un mostro da esposizione.

L’aspirante clown e l’aspirante domatore sono stati la coppia vincitrice, ma questa coppia di Cleopatra ed Ercole dei giorni nostri sarà il caso di porla a paladini dell’Italia televisiva di un Berlusconi futuro vincitore ?

(*)Il programma Tempi Moderni, condotto da Daria Bignardi, porta in scena i body estremisti. C'è chi si è tatuato, chi scarnificato, chi ustionato, chi si innestato ogni genere di oggetto sotto e sopra la pelle. Ma lo spettacolo del circo dei mostri ha illustri precedenti. Freaks, film del 1932, diretto da Ted Browning (già regista di Dracula). La pellicola ha sempre generato un interesse perverso per il fatto che in essa recitarano veri uomini e donne deformi, dall'uomo salsiccia, senza gambe e braccia, all'uomo orso, completamente coperto di pelo, dai gemelli uniti dal tronco in giù ai nani bambini. La storia verte su Cleopatra, bellissima trapezista che decide di sposare per soldi Hans, il nano del circo. In realtà e l'amante di Ercole, l'uomo forzuto, col quale si diverte a farsi beffe dei poveri deformi. La vendetta finale dei freaks sarà terribile: Ercole morirà di una morte orribile, mentre Cleopatra verrà menomata senza pietà, fino a ridurla ad un donna gallina, costretta a girare il mondo col circo dei fenomeni da baraccone. (tratto dal sito della trasmissione radiofonica “Golem”)


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(08.01.01) UN QUIZ ITALIANO

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I network televisivi generalisti nazionali, le tre Rai e quelle Mediaset, hanno tutte un quiz in palinsesto. Nei tre canali maggiori, Rai Uno, Canale 5 e Rai Due, il telequiz fa da traino al telegiornale; è, quindi, uno dei programmi più importanti della rete. Molte sono le ragioni di questa scelta.

Tra le principali, il fatto che un quiz è relativamente facile da organizzare, costa meno di altre forme di spettacolo, non richiede grandi sforzi produttivi ed è bene accetto dal pubblico. Perché abbia successo deve però basarsi su un allettante monte-premi: 512 milioni per Rai Uno, 1 miliardo per Rai Due e 1 miliardo per canale 5. Si tratta però di cifre teoriche perché la Rai e Mediaset articolano i giochini in maniera tale che sia arduo arrivare al traguardo finale. Però, mentre Rai Due e Canale 5 lasciano al concorrente la possibilità di ritirarsi con il monte-premi maturato a quel momento, Rai Uno rende impraticabile questa opzione.

Il “Quiz Show” di Rai Uno incassa miliardi di pubblicità e riconosce alla quasi totalità dei concorrenti solo un milione di premio partita. Per arrivare a questa quadratura del cerchio – il massimo di audience e il minimo di spesa – si avvale di un discutibile regolamento di gioco che garantisce solo il banco e lascia il giocatore in brache di tela. Per lanciare lo spettacolino di grande ascolto, nel mese di novembre i produttori hanno permesso un paio di vincite da mezzo miliardo, ma ora non sganciano una lira, rifilando ai volenterosi concorrenti quiz irrisolvibili, ma anche ricorrendo a qualche slealtà.

Esempi. Il quiz si basa su una domanda che prevede una risposta scelta tra due o più opzioni (fino a nove). Se però il concorrente decide di ritirarsi non può disporre del monte-premi vinto fino a quel momento, ma deve rispondere a un’ulteriore quesito, una domanda “di uscita” secca, che non prevede cioè alcuna opzione, differenziandosi così dal meccanismo del quiz. Inoltre queste domande sono del tipo: in che giorno dell’ottobre 1987 è stata mandata in onda la prima trasmissione di “Domenica In” ? Nel corso del gioco, poi, alcuni quesiti sono trucchetti di bassa lega: di quale gruppo rock è leader Tom Lewison? In realtà questo Tom non è nessuno, poiché si tratta del nome anagrafico di un musicista noto solo con uno pseudonimo. Queste bizzarrie s’infittiscono mano a mano che sale il monte-premi.

Così ogni sera quattro o cinque concorrenti vanno a fare spettacolo gratuitamente per mamma Rai, lieti del loro quarto d’ora di notorietà, inconsci di rappresentare uno scoraggiante spaccato della scuola italiana. Quasi tutti i concorrenti sono infatti diplomati, molti sono universitari o laureati, ma non rispondono a domande elementari, confondono l’Australia con la Nuova Zelanda, ignorano chi ha scritto “Alla ricerca del tempo perduto”, non sanno se a Yalta c’era Churchill oppure De Gaulle.

Rai Uno seleziona partecipanti modesti e questo permette a sei milioni di persone d’identificarsi con i protagonisti d’un momento. Ma su tutta la recita aleggiano un paio di domande che non avranno né premio, né risposte: perché la Rai deve essere sostenuta da una tassa pagata da tutti i cittadini, perché questa mediocrità deve essere ritenuta un pubblico servizio?


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(06.01.01) IL CORAGGIO DELLA VERITÀ

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«Dobbiamo chiederci perché c’è più anticomunismo di quando c’era il comunismo; e perché sull’altra sponda c’è più antisocialismo di quando il Psi governava e il Pci svolgeva una dura opposizione. La somma dell’anticomunismo da una parte e dell’antisocialismo dall’altra ci consegna una sinistra senza storia, senza identità e senza prospettiva…».

«L’anticomunismo del quale ci si lamenta è stato alimentato anche dai comportamenti degli eredi del Pci. È anche a causa loro se non si compie una riflessione che mette in discussione i gruppi dirigenti che nel Pci prima e dopo la svolta avrebbero dovuto fare i conti con la storia del loro partito e con quella del Partito socialista per evitare demonizzazioni, falsificazioni, propagandismi dozzinali oppure alibi e giustificazioni…».

«Le ultime vicende che hanno travagliato (si fa per dire) i Ds, con la nomina di D’Alema a presidente e Veltroni in attesa di candidarsi sindaco a Roma (dopo una solenne dichiarazione in senso contrario di fronte alla Direzione) confermano un quadro in cui la ricerca e il confronto politico sono assenti».

(Dall’editoriale di Antonio Macaluso (Ds) sull’ultimo numero del mensile “Ragioni del Socialismo”)


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(05.01.01) UCCISI DALLO STRESS...

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Sergio Mattarella, ministro della Difesa, dopo il colloquio di due giorni fa con il presidente Ciampi, vola nella nebbia fino a Sarajevo per portare ai militari italiani la confortante, ma per ora vana solidarietà del governo: «Mi riferisco all’utilizzo di munizionamento all’uranio impoverito, anche in Bosnia, nel corso delle operazioni dell’Alleanza, autorizzate dall’Onu nella tarda estate del ‘95. Ma mi riferisco prima di tutto ai casi di insorgenza di alcune specifiche e gravi patologie tra militari che hanno operato nei Balcani, e in Bosnia. Alcuni di questi vostri colleghi sono morti a causa di queste patologie e io voglio rivolgere loro un pensiero di commossa riconoscenza e ai loro famigliari un pensiero di partecipazione al dolore. A quegli altri vostri commilitoni che sono oggi impegnati per superare la malattia va il nostro augurio più intenso e sincero e la certezza che li seguiremo e li assisteremo al meglio delle nostre possibilità». È un bel parlare rispetto a qualche settimana fa, quando forze armate e ministero facevano a gara nel negare qualsiasi responsabilità nei decessi di militari di ritorno dai Balcani e qualsiasi assistenza alle famiglie. Mattarella, durante la visita agli alpini della Julia e ai carabinieri, prefigura una possibile linea del governo sulla questione: « Stiamo forse inseguendo un falso obiettivo, e alla fine probabilmente scopriremo che l’uranio impoverito non c’entra e che si tratta di una falsa pista…». Il Capo di stato maggiore dell’Esercito, Francesco Cervoni, che sente a rischio il suo incarico, sposa la tesi dello stress: «È probabile che gli ammalati siano stati sottoposti a ritmi troppo massacranti e le loro difese immunitarie si siano abbassate…». La tesi sarebbe quindi quella del Pentagono: i proiettili all’uranio impoverito non producono radiazioni pericolose, la malattia e i decessi sono da imputarsi ad altre cause. Purtroppo, però, c’è sempre qualche primo della classe che alza il dito e dice: io l’avevo detto. In questo caso si tratta di Gian Giacomo Magone, senatore Ds: «Nel luglio del 1999 presentammo un ordine del giorno approvato dal Senato e accolto dal Governo che sollevava il problema (dell’inquinamento da radiazioni. Ndr)... Per tutti i mesi successivi ci fu un fitto dialogo tra Parlamento e Governo…». Salta fuori che a questo “fitto dialogo” partecipavano anche membri del governo statunitense (“Un alto esponente del governo degli Stati Uniti”, dice Magone) ed altre personalità internazionali. È evidente che l’esecutivo, il ministro e il presidente del Consiglio erano tutti pienamente al corrente dei rischi; solo i militari – le vittime predestinate – erano all’oscuro. Le menzogne di Stato continueranno dunque ad uccidere, come è avvenuto per le stragi, il terrorismo e Ustica. La rossa linea di sangue della ragion di Stato lega questo regime alla tanto deprecata “Prima repubblica”.


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(4.01.01) IL DISPREZZO

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Che cosa hanno in comune la fila di auto di 50 chilometri sull’autostrada Genova-Ventimiglia e le “morti sospette” dei militari inviati in Bosnia e Kosovo? All’apparenza nessuna, sono fatti tra loro lontani, che interessano autorità diverse. Eppure un legame c’è, ed è il disprezzo del potere, e dei suoi rappresentanti, verso i cittadini.

Sulla coda interminabile dell’Autofiori, con migliaia di automobilisti prigionieri per 12-16 ore, la direzione dell’autostrada e la Polizia Stradale hanno rifiutato ogni addebito: “ Abbiamo invitato gli automobilisti a non entrare in autostrada”, ha dichiarato la Polstrada. Se veramente si voleva impedire il disastro, sarebbe bastato chiudere le entrate, ma in questo caso non si sarebbero incassati tanti bei soldini. A traffico bloccato, sarebbe stato sufficiente fare aprire le uscite, ma neppure questa decisione è stata presa. Per questa latitanza dei pubblici poteri nessuno pagherà, perché i diritti del cittadino si possono impunemente violare.

Anche sui malati di cancro del Kosovo e della Bosnia si applicano gli stessi criteri. Prima si negano le responsabilità, poi si gioca a scaricabarile: non ne sapevamo niente… ci è stata taciuta la realtà… non c’è collegamento tra le morti e i proiettili all’uranio… Quale che sia la causa, è evidente che tra i soldati del contingente italiano c’è una significativa percentuale di malati di cancro. Questo non interessa le autorità italiane, tutte tese a dimostrare una partecipazione di facciata, ma in realtà a stornare i sospetti dirottandoli su altri, pronte, alla peggio, ad addurre la ragione di stato come definitiva formula assolutoria.

È drammatico lo scollamento tra le forze armate e il governo. Per la seconda volta in pochi anni si adombrano reati gravissimi, che possono anche prefigurare un’ipotesi di tradimento. Dopo la tragedia di Ustica, i giudici che indagavano sull’abbattimento dell’aereo dell’Itavia incriminarono alti ufficiali dell’Aeronautica per avere taciuto e mentito. Ora è addirittura lo Stato Maggiore ad essere investito dallo stesso sospetto. Se già oggi, con le forze armate articolate sulla leva obbligatoria, massima partecipazione democratica, c’è il sospetto (e qualcosa di più) che i vertici rispondano a logiche extranazionali, cosa avverrà con l’esercito di professionisti?

Dovremo anche questo ai governi D’Alema e Amato, che dopo non avere neppure tentato di rinegoziare le servitù militari Nato (in realtà Usa) sul territorio nazionale, hanno forse prefigurato per il nostro futuro esercito “professionale” uno scenario inquietante, con i massimi gradi che giurano fedeltà alla Repubblica, ma obbediscono ad altri.

 

 

 


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