Oggi in Italia

N.6 Anno II Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti Punto Net

FEBBRAIO 2001

 
Titolo:
(01.03.01) ANCORA UN MESE DI STIPENDIO

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Quando si tratta di garantirsi un posto di lavoro ben remunerato, ognuno è disposto a battersi alla morte. È bastato, quindi, che filtrasse il preteso intento di Ciampi di sciogliere immediatamente le Camere in caso di mancata approvazione della legge sul federalismo, per ricompattare l’instabile e litigiosa maggioranza dell’Ulivo, per un momento distolta dalla conta dei collegi elettorali.

Per almeno un terzo dei deputati, quelli a rischio quasi certo di non rielezione, qualche decina di milioni in più è un traguardo non disprezzabile. Hanno famiglia e non possono mettersi a filosofeggiare su una legge che, se applicata, peserà inutilmente ancora di più sui cittadini con nuove tasse locali, nuovi carrozzoni ( in ogni regione sono previsti Consigli delle province e dei comuni) ed altre incombenze a carico delle amministrazioni locali.

D’altra parte, dal Colle nessun refolo dubbioso s’è levato circa l’inopportunità di un voto a maggioranza semplice che cambia la Costituzione. Lo scrupolo di un suggerimento sarebbe forse stato opportuno, soprattutto se si pensa alle ambasce ed alle notti insonni che da anni torturano le coscienze di tanti illustri nostri giuristi e legislatori sulla norma transitoria che impedisce il rientro dei Savoia.

Non solo il Presidente non ha parlato, ma Luciano Violante, secondo La Stampa di oggi, ha preventivamente confortato con il suo alto parere la scelta proditoria dell’Ulivo. Il presidente della Camera è noto per apparire rispettoso degli avversari politici e delle minoranze, ma spesso le sue generose riflessioni sono dedicate a tempi lontani. Dei nemici estinti, anche se segnati dalla colpa, non si nega la nobiltà degli intenti. Di quelli attuali si spera che siano presto estinti.

Il voto di ieri crea un precedente e d’ora in poi sarebbe lecito alla maggioranza fare e disfare tutto ciò che vuole senza tenere in alcun conto il diritto e l’opposizione. È la negazione della politica, la strada maestra verso una vita sociale sempre più aspra e conflittuale. Dall’istituzione della Repubblica mai nessun governo aveva osato tanto, neppure quelli a grande maggioranza dell’epoca d’oro della DC. Allora, all’epoca della corrotta Prima Repubblica, c’era sempre un Partito Socialista a vigilare.

Oggi, nel tempo della virtuosa sinistra del bingo e delle Telekom, governa l’esecutivo di Giuliano Amato mai votato dagli italiani, sotto la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi, mai passato al vaglio elettorale.


Titolo:
(28.02.01)  DETTI CONTRADDETTI

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Alla Camera è stato approvato il Decreto che prevede norme più chiare per le compagnie di assicurazioni. Enrico Letta, ministro dell’Industria esulta: “Una risposta importantissima per evitare che si crei una situazione di rincari preoccupanti nel settore delle Rc auto”. Ma proprio in concomitanza con il varo del Decreto, Alfonso Desiata, presidente dell’Ania che rappresenta le compagnie di assicurazione, ha annunciato, a partire dal 30 marzo, “un incremento dal 2 al 10% delle polizze Rc auto”.

Ottaviano Del Turco, ministro delle Finanze, dalle agenzie di oggi: “Sul fronte del fisco il governo ha fatto il suo dovere. Rispetto al ’99, nel ‘2000 le entrate sono state superiori di 21.638 miliardi”. Come non manca mai di ribadire il ministro Visco, le tasse in Italia sono diminuite…

Titolo de La Stampa di oggi sul bilancio della Fiat: “ Un gruppo in fase di decollo”. Sì, è in partenza per Detroit.

Il ministro dell’Immigrazione del Regno Unito, Barbara Roche, è a Milano per il summit dei ministri degli Interni e della Giustizia del G8 dedicato alla criminalità organizzata, al razzismo e all’immigrazione clandestina e spiega la linea del governo socialista di Blair su quest’ultimo problema: “In Gran Bretagna abbiamo adottato pesanti pene per chi introduce gli immigrati illegali nel nostro paese. Abbiamo anche migliorato i sistemi che ci aiutano a rintracciarli e a dar loro la caccia, come la tecnologia delle impronte digitali, e stiamo costruendo altri centri di detenzione e reclutando centinaia di persone per incrementare lo staff dei funzionari”. Immaginiamo già i ministri Bianco e Fassino adottare la stessa linea in Italia...


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(27.02.01) ANCHE Il BELGIO DICE LA SUA

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Una volta tanto suoi nostri quotidiani si scrive del Belgio. Ieri il vicepremier Louis Michel, che è pure ministro degli Esteri, ha sentito l’impellente necessità di dichiarare che “Se Berlusconi andrà al potere, la Ue dovrà esaminare l’eventualità di imporre sanzioni diplomatiche all’Italia, come fu fatto per l’Austria quando vinse le elezioni la coalizione con Haider. Il mio atteggiamento sarà lo stesso che con l’Austria”.

Quando a Vienna si insediò il governo Schuessel, il Belgio invitò i suoi cittadini a non frequentare più le piste di sci austriache. Di contro gli austriaci furono invitati a non comprare cioccolatini belgi. Una guerra di titani, con danni incalcolabili per l’economia dei due paesi. Con lo stesso metro, i belgi potrebbero non comprare più le mozzarelle di bufala e noi, per ritorsione, saremmo costretti a proibire l’acquisto dei merletti di Bruges e impedire a Pantani la partecipazione al Giro delle Fiandre.

Nel frattempo, il Belgio è stato ieri all’onore delle cronache anche per un'altra amenità. Quattro scienziati fiamminghi hanno pubblicato una ricerca che dimostra che si sono avuti nel Paese migliaia di morti di cancro in più a causa della commercializzazione di polli nutriti con mangime alla diossina. Su questo, per ora, il governo tace. Proprio come aveva fatto con la produzione dei mangimi inquinati finiti nella catena alimentare dei bovini. E come aveva fatto per molto tempo in occasione della scoperta di un giro fitto e ramificato di pedofili violenti e assassini.

Michel nella sua intervista di queste cose non ha parlato e neppure ha accennato ai neonazisti fiamminghi ( oltre il 30% nella provincia di Anversa). Gli restano quindi molti argomenti sui quali esprimere il suo parere. I quotidiani italiani, ne siamo certi, non mancheranno di dargli spazio.


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(26.02.01)  TORNA IN ITALIA LA CENSURA PREVENTIVA

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Grandi fatti accadono ogni giorno in Italia, ma noi non ce ne accorgiamo. Siamo tutti presi da cose di poco conto e trascuriamo, metti caso, il Festival di San Remo. Eppure proprio nella peccaminosa città dei fiori si è rapidamente consumato un evento che non accadeva da quando comandava lui, e nessuno se n’è scandalizzato.

È accaduto che il testo di una ballatina di Eminem, rapper diabolico evidentemente, sia stato sottoposto alla Procura della Repubblica di Imperia per una censura preventiva. Il procuratore Mariano Gagliano ha dichiarato: “Ho chiesto alla Rai l’acquisizione del brano ritenuto ‘non udibile’. Non noto quella crudeltà a cui mi si accennava. Ho deciso quindi di non apporre alcun veto, almeno per il momento. Non è di mia competenza giudicare un cantante né la sua musica”.

Per sollevare gli esiti della sagra paesana rivierasca, il caso Eminem è manna che piove dal cielo. E molti hanno deciso di dare una mano. Primo tra tutti il ministro Cardinale (“Mi auguro che la Rai abbia valutato bene la partecipazione del cantante”), il quale, naturalmente, non pone in discussione ‘la libertà d’espressione’ ma, evidentemente, non ha rogne più serie di cui sia in grado di occuparsi. Poi i ‘grilli parlanti’di sempre: Mauro Grillini, l’Arcigay, tale Mario Landolfi, presidente della commissione di Vigilanza, altre associazioni di protezione di questo e di quello. Non si registrano dichiarazioni di Mussi e, infatti, si sente la mancanza di una saggia e pacata riflessione che chiuda in bellezza la sfilata.

In Italia, dagli anni Sessanta in poi, sono calati a far proseliti fior di cantautori luciferini che hanno inneggiato alle droghe (persino gli amati Beatles di Veltroni), all’incesto, al diavolo, a pratiche sessuali di tutti i tipi, alla disubbidienza civile e alle barricate. Fra i tanti ricordiamo Frank Zappa con musica e testi di violenza clamorosa. Ma i democristiani di allora non sapevano l’inglese e così si arrabbiavano in ritardo. Questi qui si sono fatti gli intesive della Berlitz, sono degli intellettuali e leggono pure ‘Sorrisi e canzoni’.

A titolo d’esempio, vorremmo citare qualche verso di qualcuno dei cantautori anglosassoni blasfemi e delinquenziali che hanno visitato l’Italia, ma non abbiamo tempo di sottoporlo alla censura preventiva. Sarà per un’altra volta, non appena verrà reintrodotto, il Minculpop, Ministero della Cultura Popolare che era l’organo competente per preservare le candide anime degli italiani dalle oscure forze del male delle demoplutocrazie.


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( 22.02.01)  BINGO! IL SENATORE SPIEGA COS’È IL CAPITALISMO  

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I poveri partiti italiani si trovano tutti a corto di fondi e quindi devono ingegnarsi ad operare sul mercato per ricercare nuove fonti di reddito, evitando accuratamente situazioni di illegalità. Così il parlamento che si oppone all’apertura di nuovi casinò, temendo che diventino volano di malaffare, nulla ha avuto da eccepire nell’apertura di 800 sale di Bingo su tutto il territorio nazionale e pazienza se il gioco finirà per fare concorrenza al lotto statale.

Il Bingo, così simile alla tradizionale tombola, già di casa nelle feste di partito, appare per le forze politiche come una brillante soluzione a non pochi problemi di bilancio. Infatti, oltre ai privati, tre cordate di partiti di variegato orientamento politico - “coperti” da altrettanti consorzi d’impresa - hanno avuto la licenza dallo Stato e si apprestano a drenare quotidianamente denaro fresco, linfa vitale che scorrerà dalle tasche dei cittadini direttamente nelle assetate casse dei politici.

Franco Debenedetti, della nota famiglia d’imprenditori subalpini, senatore Ds, ha affrontato l’argomento con brillante e spregiudicata sincerità affidandolo a un “fondino”di spalla sulla prima pagina de La Stampa amica: “ Gli interessi, nel capitalismo, hanno diritto di piena cittadinanza purché siano legittimi, trasparenti e in concorrenza tra loro”. Parole sante, pur se di provenienza laica. Una delle concessioni, spiega il senatore, è stata data alla Ludotech di cui sono azionisti la Beta Immobiliare (che gestisce gli immobili del Ds), la Pielleffe (che gestisce la pubblicità delle manifestazioni Ds) e la ben nota Lega delle Cooperative.

A questo punto il dna finanziario di Debenedetti lotta strenuamente con la logica della militanza: “La pura e semplice continuità di questa azienda con un partito è da respingere…”. Però qualche dubbio ancora ce l’ha: “Se la ‘prossimità’ di Ludotech a un partito condizionasse la scelta delle Finanze, sarebbe un illecito gravissimo…Senza bisogno di atti di fede nelle virtù, sono trasparenza e concorrenza a garantire i conflitti d’interesse”. Berlusconi senz’altro sottoscriverebbe.

Infine, naturalmente, vince l’idealismo puro e sgorga un calvinismo quasi Weberiano: “ Non c’è niente di male, ma solo vantaggi, che al Bingo partecipino anche società che sono vicino ai partiti. E quanto al gioco d’azzardo, anch’esso ha un merito: come il capitalismo, serve a separare il denaro dai cretini”. Nulla invece ci salva dalla loro partecipazione al potere e alla politica.


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(21.02.01) CACCIA AL TYCOON BIANCO

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Nel 1993 la lunga marcia dei comunisti italiani al potere poteva dirsi conclusa. Polverizzata la Democrazia Cristiana, in carcere o sotto processo i leaders del Partito Socialista Italiano, il Pds, poi Ds, mutazione del vecchio PCI, si apprestava alla presa del potere con tutto l’apparato e le salmerie intatte: con la sua giustizia, i suoi giornali - e i suoi giornalisti - i suoi sindacati e un codazzo di “utili idioti” composto da avanzi Dc, boiardi di Stato e puri e duri dell’ultima ora.

Nel panorama dell’informazione italiana restava vivo e vitale un solo gruppo “ostile”, quello della Fininvest, ma Massimo D’Alema, il leader d’apparato della forza politica ormai egemone che si apprestava a vincere le imminenti elezioni politiche, poteva dichiarare: “Dopo le elezioni Berlusconi andrà a chiedere l’elemosina”. Ma con una decisione apparentemente repentina - Norberto Bobbio sostiene, invece, che fosse da tempo pianificata - il tycoon lombardo fondava Forza Italia e si buttava nella mischia elettorale raccogliendo insperati allori con un raggruppamento di centro-destra e bloccando la grande coalizione guidata dal Pds.

Da allora, e si era nella seconda metà del 1993, partiva un’offensiva senza tregua e demonizzante contro l’odiato imprenditore di Arcore: mobilitando le forze sindacali e spaccando l’alleanza Lega-Forza Italia si provocava la caduta del governo Berlusconi; con operazioni di ingegneria politica si favoriva il passaggio in partiti amici di deputati eletti nelle liste di centro-destra; legiferando accortamente si tentava di impedire l’ulteriore espansione della Fininvest, poi Mediaset, e si vietava la comunicazione elettorale in Tv. Per casuale concomitanza temporale, era andata nel frattempo sviluppandosi contro Fininvest-Mediaset e il Cavaliere, un’azione giudiziaria d’eccezionale intensità e con pesanti echi anche internazionali (un avviso di garanzia recapitato attraverso i carabinieri mentre Berlusconi presiedeva una riunione internazionale di capi di Stato, mentre il presidente della Repubblica Scalfaro, preavvisato, conservava un silenzioso ma ambiguo riserbo).

Negli ultimi cinque anni, dall’instaurasi dei governi ad egemonia Ds, la lotta contro il leader di Forza Italia ha subito gli alti e bassi della convenienza politica e spesso i provvedimenti presi contro di lui hanno mostrato il fiato corto, ad esempio l’affare Seat-Tmc, che vede il favore delle forze di governo, è bloccato dalla legge Maccanico varata contro Berlusconi; così si è rivelato un boomerang per le elezioni locali il divieto di comunicazione politica in Tv. La legge sul “conflitto d’interesse” proposta dallo stesso Berlusconi, ha sonnecchiato minacciosa per anni e solo ora viene proposta a tappe forzate nell’immanenza della campagna elettorale.

C’è quindi una linea di continuità che guida la strategia per distruggere l’ultimo avversario dei “democratici” della sinistra italiana. Così come ha inizialmente destato sorpresa la discesa in campo del tycoon moderato e poi la sua capacità di recitare un ruolo politico d’opposizione, continua a stupire la sua resistenza alle molteplici offensive - una, tra il mediatico e il politico, è addirittura internazionale - e al clima d’intolleranza che tocca anche i suoi alleati politici.

Un tempo Massimo D’Alema, il più “bravo” degli uomini della sinistra, ripeteva che “sognava un Paese normale”. Più modestamente, forse, spererebbe in un paese normalizzato. Per questo la caccia continua. Per questo siamo obbligati a tifare per la preda.


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(20.02.01) INVENTARE IL SOCIALISMO ECOLOGISTA

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di Massimo Gramellini su La Stampa

Da noi le cose serie le fanno i comici. Grazie all’impianto solare montato sul tetto della sua villa di Nervi, Beppe Grillo è il primo privato italiano a vendere energia all’Enel di Tatò. In casa sua c’è un contatore che gira all’incontrario e indica il credito accumulato. Da buon genovese, Grillo dice che la sera tutta la famiglia si siede incantata davanti all’apparecchio ed è meglio che guardare la tv.

La battuta non fa ridere, come capita spesso da quando a scrivergliele non sono più Serra, Benni e Antonio Ricci. Però fa pensare, o almeno dovrebbe. In attesa che la ricerca compia il miracolo, la miglior polizza contro i tumori rimane l’abolizione delle caldaie a gas.

Le spese per l’installazione di un impianto solare (30 milioni, ma in futuro sempre meno) vengono rimborsate per tre quarti dalla Regione e il resto è ammortizzabile in 3 anni. Dopo di che, per tutta la vita ci si scalda gratis e magari si guadagna anche.

Onore a Grillo il fustigatore, che dal bau-bau contro la società dei consumi idioti è passato all’azione concreta. Ma per avviare certe crociate ambientaliste, requisito essenziale rimane il possesso di una villa. Anche per comprare la carne nei supermercati naturali bisogna prima aver fatto 6 al Superenalotto. In Italia solo i ricchi possono concedersi il lusso di vivere sani. Il socialismo ecologico non è stato ancora inventato.

(20 febbraio 2001)


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(18.02.01) IL POPOLO DELLE PARTITE IVA PUNTA SUL POLO

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L’impresa più difficile per il centrosinistra sarà quella di frenare, almeno in parte, la fuga verso il Polo di commercianti, artigiani, piccoli imprenditori. Al momento i numeri sono pesanti: il sondaggio condotto dall’Ispo di Renato Mannheimer tra il «popolo dei lavoratori autonomi» (5 milioni 886 mila persone) assegna il 40,3% dei consensi al centrodestra. L’Ulivo è in calo costante: nell’ultimo anno ha perso il 5,5 % di preferenze, fermandosi al 14,8%. E’ un mondo in continua trasformazione: negli ultimi anni si sono moltiplicate le opportunità del cosiddetto lavoro atipico. Ed è anche in crescita il numero delle donne impegnate nei laboratori e nei negozi. Un esempio per tutti: ormai un quarto delle imprese artigiane sono guidate da donne. (...)

(dal Corriere della Sera)


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(18.02.01)  IL CITTADINO FA DA SÉ

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Un esempio della schizofrenia della politica e del “correre dietro alle lepri” di cui ha parlato due giorni fa Giuliano Amato (vedi Oggi in Italia di ieri), è nell’opera del ministro della Giustizia, Piero Fassino. Ecco cosa rivela Alberto Bernardi, presidente della Corte d’Assise di Torino: “Dall’inizio del 2000 ad oggi il legislatore ha modificato otto volte la proceduta penale. Le regole processuali cambiano continuamente e i dibattimenti ne escono stravolti ”. Il magistrato elenca le tappe di questi ghiribizzi giuridici : “ Si è cominciato con la legge sul giudice unico che ha modificato il regime del rito abbreviato, seguita a ruota dalla “Carotti” che ha modificato lo stesso rito e abolito di fatto l’ergastolo. Due giorni dopo sono arrivate le modifiche sull’utilizzo delle dichiarazioni dei pentiti. Poi la legge 5 giugno del 2000, con una nuova norma che cambia ancora le regole di applicazione del rito abbreviato. Il 19 gennaio si è fatta marcia indietro sulla Carotti, reintroducendo l’ergastolo per i casi più gravi, come quello di Totò Riina. Da gennaio in poi abbiamo avuto le leggi sulle indagini difensive, sui collaboratori di giustizia e, l’ultima, sul giusto processo”.

Il risultato? “La mia sensazione è che non ci sia più un processo penale, ma tanti processi con regole diverse, secondo l’anno, il mese e il giorno in cui si celebrano. La casualità ha fatto in modo che in due processi, con gli stessi giudici popolari, abbiamo utilizzato regole diverse. In questo modo un colpevole può essere condannato all’ergastolo e il mese dopo un altro, ugualmente colpevole, no”.

Piero Fassino è uno dei ministri più dediti al proprio ufficio, eppure i risultati sono questi. Lo stesso capita con il ministro della Pubblica Istruzione, ugualmente perniciosamente attivo: comunque si sia formata, è un’intera classe politica poco capace di fare fronte alla situazione. La risposta non può che essere il cittadino costretto al “fai da te”, furbo, sempre in equilibrio sul filo della legalità, che fin che può cerca di tenersi il più lontano possibile dallo Stato e dai suoi rappresentanti. Forse per sentirsi italiani non è sufficiente far finta di cantare Fratelli d’Italia.


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(17.02.01)  L’ITALIA  AI  TEMPI  DI  AMATO

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Il prestigioso Gabinetto Vieusseux di Firenze ha indetto un convegno nazionale dedicato all’identità degli italiani. “La parola Italia. Concretezza e attualità”, diretta da Enzo Siciliano, è stata largamente egemonizzata dalla sinistra intellettuale e pareva avviata ad una rivisitazione, naturalmente “alta”, della tradizionale “Italia nata dalla Resistenza”. Ma Giuliano Amato, ospite di spicco della prima giornata, ha invece rotto gli schemi tipici di questi riti.

Inconsciamente già forse lontano dal suo governo, il presidente del Consiglio ha parlato con sincera ed accorata veemenza della crisi del sentimento nazionale causata dalla quasi inesistente “legittimazione dello Stato” e del suo non riconoscimento da parte dei cittadini. Questa drammatica situazione è evidente nella deriva localistica del Nord. Ma essa non è “ripudio dello Stato” e separatismo, ma “desiderio di uno Stato migliore”. È la prima volta che un esponente del governo, mettendo nel mazzo sia i ministri che i sottosegretari, parla con tanta sincerità.

Questa situazione genera “tendenze centrifughe di disgregazione”, una crisi del sentimento nazionale che mette in pericolo la nostra stessa partecipazione italiana all’Europa. Amato si dice “sgomento, atterrito e angosciato” da questa Italia allo sbando. Intorno a lui vede una classe politica che ne porta la responsabilità, con “tutte le parti politiche che corrono dietro a tutte le lepri senza nessun ordine”. Le lepri sono la ricerca del voto, la demagogia, l’improvvisazione, “l’innamoramento effimero di questa o quella iniziativa”. Con la crisi del sentimento nazionale e l’assenza di una visione complessiva della politica – “come fu per il Risorgimento e per la Resistenza” – il federalismo sarà “una deflagrazione”. Sin qui il presidente Amato, che non ha parlato delle cause del disastro.

Eliminata la tessera socialista, tutto il mosaico politico e sociale si è scollato. Gli effetti della mutazione mondiale, combinatasi con la trama ordita dagli gnomi italiani, ha polverizzato i partiti della democrazia nata dalla Resistenza. Chi ha macchinato l’intrigo e il braccio che lo ha teso, sono ora in grado di verificarne i malefici effetti ed hanno la visione del loro successo: la lotta alla corruzione, nobile impegno dell’impresa, è drammaticamente fallito ( i giudici milanesi hanno dichiarato che è più diffusa di “prima”), la vita politica si è involgarita ed è involuta sino alla quotidiana stupidità degli insulti e delle infantili esibizioni elettorali, quella sociale si è imbarbarita sino a generare bambini assassini.

Giuliano Amato è il primo politico ad avere denunciato chiaramente la situazione in cui versa il paese, evitando le solite puerili grida trionfali. Speriamo che qualche autorevole carica dello Stato sia in grado con sincerità e coraggio di dichiararne le cause e di parlarne apertamente ai cittadini. Solo la catarsi può salvarci dalla tragedia.


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( 13.02.01)  I POLIZIOTTI, IL GOVERNO E L’ORDINE PUBBLICO

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Dalle colonne di quotidiani irreggimentati ed autorevoli occhieggiano in questi giorni notizie di qualche brutalità, vera o presunta, da parte delle forze dell’ordine. Insegnanti della provincia che hanno partecipato a Torino ad una dimostrazione pacifica contro l’Alta Velocità, lamentano su La Stampa inciviltà e ingiurie contro gli studenti da parte di poliziotti; amici di un ragazzo morto a Bologna durante gli ennesimi scontri a margine di una domenica allo stadio, ascrivono il suo decesso alla brutalità delle cariche degli agenti e La Repubblica puntualmente riferisce…

Non può non esserci da parte degli agenti un senso di scoramento e d’inutilità, di fronte agli alti rischi professionali costantemente frustrati dall’inesistenza di pene o di provvedimenti di reale incisività contro abituali autori di atti di teppismo. Quando si deve fare fronte a vandali violenti, resi sempre più audaci dalla certezza dell’inesistenza della pena, c’è il rischio di fare di ogni sospetto un colpevole e, più ancora, di andare sopra le righe.

L’esempio che viene da questi fatti è deleterio per la vita sociale e l’impunità dei “delinquenti degli stadi” prepara la mano d’opera di futuri torbidi sociali di maggiore rilevanza. Le forze politiche di governo hanno sino ad oggi affrontato il problema con un ventaglio di valutazioni che tengono in poco conto quanto si è fatto in altre nazioni e che sono il fedele ritratto dell’impotenza dell’esecutivo.

Si è partiti con l’ipotizzare che sono le società a doversi fare carico del fenomeno e dei danni derivanti, come se lo stato non fosse tenuto a proteggere le attività delle società di calcio e non le sottoponesse già a imposizioni fiscali. I clubs sono aziende e il governo deve garantire il sereno svolgimento delle loro lavoro. Ora si è minacciata la chiusura degli stadi. La visione è quella di punire la stragrande maggioranza degli spettatori, per lasciare fuori qualche decina di teppisti; come spesso abbiamo dovuto lamentare, lo Stato arretra piuttosto che difendere i diritti dei cittadini.

Né possono consolare le reiterate, quanto vane, dichiarazioni dei ministri sulla volontà di stroncare la delinquenza negli stadi o il teppismo programmato. Per affermare operativamente questa volontà, sarebbero sufficienti poche disposizioni. Vietati striscioni, fuochi e botti, basta rendere esecutive le pur leggere pene previste. Perché spendere soldi pubblici per condanne a uno o due mesi con la condizionale? Un mese o quindici giorni che si scontino tutti. I teppisti paghino dazio e il lavoro di poliziotti non sarà più così defatigante.

Questo è, almeno in parte, il sistema attuato da democrazie più antiche e garantiste della nostra per proteggere gli interessi e i diritti della collettività. Anche per questo riteniamo che l’incapacità dei ministri interessati abbia la meglio sull’esitante volontà del governo. Così questori e polizia continueranno a scontare colpe non loro, mentre i cittadini - gli elettori – avranno un altro motivo per valutare se le assicurazioni elettorali dei partiti di governo in tema di ordine pubblico sono credibili o no.


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Le allegre pantegane dell’assessore Hutter

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Non sappiamo se la fama dell’assessore all’Ambiente Paolo Hutter, del comune di Torino, abbia varcato la soglia della sua città, quel che è certo è che si tratta di un tipico esponente del nostrano fondamentalismo ambientalista che l’Ulivo ha regalato agli italiani, in nome del quale si combattono crociate ideologiche e non si affrontano i problemi dei cittadini.

Domenica, nel giorno in cui le cronache registravano la protesta esasperata di un migliaio di scienziati italiani capeggiati da un paio di premi Nobel contro i veti del ministro Pecoraro Scanio alla sperimentazione sugli organismi geneticamente modificati, a Torino si segnalava una bella giornata di sole, un caldo primaverile, una pomeriggio a piedi in orari naturalmente sfasati rispetto ai comuni limitrofi e l’inconsueta presenza di un buon numero di grosse pantegane a spasso tra i rifiuti di piazza Statuto che, come ogni fine settimana, giacciono lì fino al lunedì mattina.

Per chi non lo sapesse le pantegane sono dei topi di grossa taglia che normalmente vivono nelle fogne, ma, poiché sono animali estremamente prolifici e certamente anche aggressivi e pericolosi, devono essere tenuti sotto controllo con un piano di derattizzazione che salvaguardi le zone pubbliche e li contenga nel sottosuolo.

Normale amministrazione, si direbbe: Torino non è mica New York dove la questione è da anni un’emergenza e nelle cui fogne trovano casa anche gli alligatori; altro che pantegane! I torinesi non ricordano infatti nulla di simile in piazza Statuto, un luogo centrale e trafficatissimo; ma le segnalazioni vengono anche da altre parti, compresa la blasonatissima piazza Castello, il salotto buono della città, il cui riassetto è costato qualche decina di miliardi ai contribuenti.

La risposta dell’assessorato all’Ambiente alle proteste dei cittadini comprensibilmente terrorizzati è stata stupefacente: non si è ancora trovato il tempo di assegnare l’appalto per la derattizzazione scaduto da un anno. Un amministratore di condiminio che si fosse comportato in pari modo sarebbe stato giustamente cacciato, ma un assessore i cittadini non possono sfiduciarlo. La cosa è tanto più paradossale perché questi ultimi saranno costretti, secondo la normativa preposta all’igiene pubblico, a provvedere a debellare i topi nei propri condomini, fra cui immancabilmente anche i ratti delle pubbliche fogne che prima o poi finiranno negli stabili per la delizia dei loro inquilini.

Che faceva Hutter scordandosi di rinnovare l’appalto? Era evidentemente troppo occupato nella sua crociata antiautomobilistica, dovendo convincere i torinesi che il miglior rimedio contro l’inquinamento siano le domeniche a piedi e i giovedì del polmone; intanto i topi potevano anche ballare allegramente.


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(13.02.01) LA CARICA DEGLI SCIENZIATI

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Dopo che la UE ha permesso in alcune regioni d’Europa il consumo di bistecche, escludendo l’Italia, è più chiaro a chi erano dirette le uova lanciate dagli agricoltori contro Montecitorio. Gli allevatori e gli agricoltori della Coldiretti avevano preso di mira l’ineffabile Pecoraro Scanio che, infatti, ha evitato d’incontrarli.

Ma il ministro delle Politiche Agricole, non ha colpa della sua incapacità. La materia non gli piace, se no se ne occuperebbe con migliori esiti. Gli piace, invece, la genetica. Infatti sta portando l’Italia sul binario morto della non ricerca, demonizzando la bioingegneria genetica.

Contro di lui sono scesi in campo 1500 ricercatori e scienziati italiani, tra i quali i premi Nobel Rita Levi Montalcini, Dulbecco e Tullio Regge, e centinaia di loro colleghi di tutto il mondo, che hanno firmato un durissimo e preoccupato appello sul futuro della ricerca scientifica italiana. Dichiara Levi Montalcini: “La ricerca genetica è una questione troppo grande e troppo importante per lasciarla solo in mano ai politici. Specie, poi, se si tratta di persone che hanno fatto una scelta di fede abbracciando in modo intransigente le ideologie ecologiste. Ogni opzione confessionale è, di per se stessa, antiscientifica”.

Ribatte Pecoraro Scanio : “Questi scienziati sono uno specchietto per le allodole agitato dalle multinazionali del settore che perseguono più la filosofia del profitto che quella della ricerca”. Con un ragionamento di grana più fine e con tutti i labirintici distinguo dell’intellettuale, è con lui anche Gianni Vattimo, il filosofo eurodeputato Ds: “Se il documento firmato da Dulbecco, Regge, Garattini, e dai tanti altri che li hanno seguiti avesse il significato di difendere la libertà della ricerca pura contro il dogma e le resistenze di chi vuol lasciare la natura solo nelle mani di Dio (e dei suoi rappresentanti in terra) non avremmo dubbi sulle sue sacrosante ragioni”. I dubbi invece il filosofo li ha: dopo la “mappatura” del genoma la scienza è diventata una grande questione sociale ed è “oramai un affare troppo serio per lasciarla fare ai soli scienziati”.

E, allora? Se possono operare senza impiego di risorse pubbliche – spiega l’eurodeputato – “gli scienziati devono essere liberi di studiare e sperimentare quanto vogliono”. Ma quando entrano in gioco gli investimenti statali, “gli scienziati devono contrattare i limiti del loro lavoro con i poteri pubblici democraticamente costituiti”. Che “la scienza debba comunque sempre essere libera, e cioè nelle mani degli scienziati” è “una pretesa”. Invece “Il criterio umano è quello dell’etica della responsabilità del calcolo di costi e benefici”. Parole sante, lo diciamo senza volontà d’offesa verso un laico dell’importanza dell’illustre studioso. Concetti sui quali, insieme con i democratici poteri, si troverebbero d’accordo tutti i grandi dittatori del Novecento, anche quelli del “centralismo democratico”, i quali, proprio come auspica Gianni Vattimo, decidevano dopo avere ascoltato “il parere degli scienziati” e bellamente infischiandosene.

La “verde” Grazia Francescano, paventando il tracollo del suo movimento, è intervenuta correggendo il tiro di Pecoraro Scanio: “La scienza e la ricerca, intese come progresso della conoscenza, non debbono avere limiti, mentre le applicazioni della scienza vanno scrutinate dai principi etici e dall’interesse collettivo”. Vedete voi come si riduce una donna intelligente ed ambiziosa il giusto, a fare politica: a fare scrutinare le applicazioni dai principi etici…Vuoi vedere che veramente gli spinelli del ’68 avevano qualche effetto secondario?

La carica degli scienziati, alla fine, smuove anche la cigolante corazzata Ds che manda in campo solennemente il prossimo segretario, Pietro Folena che propone la ricostruzione di un nuovo patto tra scienza, politica e cittadinanza: “ Come Ds ci impegniamo a promuovere un grande piano per lo sviluppo del biotech italiano…a sviluppare un piano di finanziamenti, partership, spin off accademici, agevolazioni fiscali…” e così via per arrivare entro tre anni a raddoppiare la presenza internazionale italiana. È proprio vero che le elezioni fanno miracoli. Però non cancellano la realtà.

La realtà è quella di un governo che destina alla ricerca un terzo della media europea e con l’ultima Finanziaria ha ulteriormente ridotto i suoi finanziamenti: dall’1,2 all’1% del bilancio. Rileva Cinzia Caporale, principale organizzatrice della protesta degli scienziati, direttore dell’osservatorio di bioetica della Fondazione Einaudi e docente a Siena: “Nel ’94-’95 sono stati assunti impegni puntualmente disattesi dai governi successivi”.

Su tutta la questione la presa di posizione più chiara ed onesta è quella di Claudia Mancina: “Credo che le posizioni di Pecoraro Scanio siano pericolose perché la politica non può porsi come controllore della scienza. Esistono già all’interno della ricerca scientifica una serie di livelli di controllo e verifica che sono certamente più affidabili delle motivazioni di politici in cerca di consensi elettorali. Io sono d’accordo sull’opportunità di verificare nel modo più completo che non ci siano rischi per la salute. Ma solo la ricerca può farlo. La politica ha solo il compito di sincerarsi che la ricerca abbia fatto il suo corso”.

Oggi, mentre sfilano gli scienziati, assistiamo ad uno scontro ideologico tra le due culture che hanno percorso e flagellato tutto il secolo. Infatti le forze politiche di sinistra sono spaccate anche al loro interno non dalle biotecnologie, ma dalla rivendicazione della libertà intellettuale della scienza. Evidentemente, un’eresia. E infatti a combatterla sono le retroguardie delle Chiese e dei vetero marxisti.


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(11.2.01) MENO REATI ? È SOLO UNO SPOTTONE

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Per tutta la giornata di ieri è divampata la polemica su Enzo Bianco e sulla sua lettura del “Rapporto sulla sicurezza in Italia”. L’esibizione del ministro degli Interni, a cui ha fatto da prestigioso contorno e da (involontario?) supporto pubblicitario un parterre de roi con le maggiori cariche della Repubblica, è attaccata da più parti. Le sue conclusioni non reggono alle analisi e la solenne mattinata della Sala della Lupa a Montecitorio sembra sempre più a uno spottone di regime.

Scrive l’Osservatore Romano: “Il miglioramento della sicurezza è solo apparente. Riguarda alcuni tipi di crimini e dipende dal fatto che i cittadini, per un senso di sfiducia, rinunciano ormai a denunciare certi reati. Del resto il pg della Cassazione, aprendo un mese fa il nuovo anno giudiziario, aveva dichiarato come ‘molteplici manifestazioni delinquenziali non vengano a conoscenza delle pubbliche autorità’ e aveva sottolineato che nell’opinione pubblica si era diffusa la percezione di una quasi certa impunità di chi commette reati così detti minori”.

Ancora più nel merito l’analisi di Alfredo Mantovano, magistrato in aspettativa e responsabile di An per la giustizia: “I borseggi sono diminuiti in un anno dello 0,57%. Peccato che i furti in uffici pubblici siano aumentati del 22,07%. Gli scippi sono diminuiti dell’11,57%, ma i furti di merci sui Tir sono aumentati del 285,10%. Nel 1997, il tasso dei furti era pari nei capoluoghi a 4911 su centomila abitanti, due anni dopo è di 6204 su 100 abitanti. Poiché tra le fonti del Rapporto vi sono le iscrizioni delle notizie di reato, v’è pure da aggiungere che il decremento di alcuni indici non tiene conto degli enormi ritardi delle iscrizioni nei registri delle procure. Se i registri fossero aggiornati, probabilmente ci si troverebbe di fronte a forti incrementi”.

Francesco Rutelli, in viaggio con il treno dell’Ulivo, non commenta direttamente il Rapporto, ma ringrazia i poliziotti per il loro lavoro e dichiara: “La sicurezza è un bene delle forze democratiche e del centrosinistra. Delle persone comuni che non hanno i soldi per pagare allarmi elettronici, guardie del corpo e sicurezza privata”. Che sono, evidentemente, cose antidemocratiche…


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(10.02.01) BASTA PSICOSI...BIANCO LAVA PIÙ BIANCO

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Come passa il tempo! Solo ieri, si era alla fine dell’estate, l’Italia si trovava in un ginepraio di problemi di ordine pubblico, tra cui estorsioni e rapine. Ed ora siamo già a carnevale e il ministro Bianco trionfalmente annuncia che l’Italia è tra i paesi più sicuri e con (quasi) meno delinquenza, infinitamente “più pacifico di quello dei nostri padri”. Per conferire enfasi al suo grido di trionfo (“Cittadini, basta psicosi!”) sono confluiti nella Sala della Lupa di Montecitorio i vertici della nazione: da Ciampi a Violante, da Amato a Mancino, più quasi tutti i ministri, industriali ed esponenti della finanza, qualche ex ministro dell’Interno, politici quanto basta.

Vediamo le cifre e il senso di questo trionfo buffo. Intanto sono in calo gli omicidi: “Nel 1999 gli omicidi volontari sono stati 805…in Germania 1006”. Paragone sbagliato, infatti i tedeschi sono 82 milioni e gli italiani 60. “Nessuna edulcorazione della realtà, ad esempio per quanto riguarda le rapine in banca il confronto ci è sfavorevole in tutta Europa…”. Per chiarire, sono il triplo della media europea: 11 ogni 100 sportelli.

I furti? “I cosiddetti reati predatori che tanto spaventano gli italiani sono in costante aumento da 30 anni…In lieve riduzione negli ultimi due anni. I furti si sono triplicati rispetto al ’71, ma oggi sono già meno del ’91”. I furti in casa? “Sono letteralmente esplosi nel ’94, raggiungendo il picco nel ’98, ma c’è una flessione del 10% nell’ultimo anno”. In grande espansione il fenomeno dei borseggi, ma è quasi scomparso il sequestro di persona…e così via in una lettura edulcorata, falsa e assurda dei dati sull’ordine pubblico.

Perché ne diamo queste definizioni? Il governo, non essendo neppure in grado di garantire celle dignitose ai carcerati e impastato com’è di disprezzo dei diritti dei cittadini, ha provveduto a depenalizzare i “reati minori”, alcuni dei quali sono quelli che più infelicitano la vita della gente, e dove non depenalizza, esclude la carcerazione. Nei fatti, impotente di fronte ai delitti, semplicemente li cancella e così non entrano più in statistica e il Paese diventa virtuoso.

Per alcuni reati poi, in particolari furti negli alloggi, piccole rapine ed estorsioni quotidiane, se non c’è di mezzo l’assicurazione nessuno sporge più denuncia, atto scoraggiato dalla stessa PS: per farlo occorre perdere tempo, impastoiarsi in un giro di pratiche che comunque non daranno nessun risultato.

Il “Rapporto sullo stato della sicurezza in Italia” che Bianco ha letto è stato redatto da un gruppo di lavoro che, per la parte scientifica, è presieduto dal professore Marzio Barbagli. Di che pasta è fatto questo illustre studioso?: “Qual è il quadro che emerge dal rapporto? Che questi ultimi dieci anni sono stati (per l’ordine pubblico. Ndr ) sono stati i più felici e i più positivi rispetto ai due precedenti decenni. Naturalmente stiamo parlando di ciò che è avvenuto negli anni Novanta in termini di sicurezza e della percezione che la gente ha della sicurezza”. E spiega: “Mi riferisco a quella criminalità predatoria che crea maggiore allarme sociale, ed è quella dei furti in appartamento, degli scippi, delle rapine a mano armata. In questi ultimi anni, poi, vi è un’accentuata diminuzione degli omicidi…”.

Lo straordinario e sconvolgente professore chiarisce: “I furti negli appartamenti e i borseggi sono tipici reati delle società opulente. La novità è che l’Italia ha raggiunto valori paragonabili a quelli da record di paesi quali la Gran Bretagna e gli Stati Uniti”. La ciliegina sulla torta: “C’è un aumento nel paese di un senso di sicurezza, anche se vi è una costante percentuale di insicurezza”. Che avra voluto dire?

Enzo Bianco su queste basi, spinto dalle necessità della campagna elettorale nei fatti già in corso, è andato a declamare questo rapporto d’autore. Il ministro non ha perso la deprecata abitudine di parlare troppo, quando sarebbe più doveroso un accorto silenzio.


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(08.02.01) L’ITALIA È COME IL PAESE DEL THAI

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Francesco Rutelli ieri ha paragonato Silvio Berlusconi al presidente della Thailandia, il miliardario Shinawatra, tracciando un parallelo tra quella popolosa nazione in preda a una guerra civile di tre fazioni - un Paese democratico del mondo occidentale, l’ha definito - e l’Italia.

Il campione del centrosinistra sostiene che Berlusconi è come il tycoon thailandese, ora sotto minaccia di impeachment dopo essere stato condannato per avere intestato a prestanomi le sue proprietà. Siccome il bel Francesco non è un perdigiorno da bar che apra la bocca per fare prendere aria ai denti, ma un candidato al vertice di un pool di partiti che rappresentano l’Italia colta e operosa, se paragona la situazione italiana a quella tailandese, lo fa fornendo la sintesi di un ragionamento non solo personale.

Perché l’elezione di Berlusconi porterebbe l’Italia verso la guerra civile, mentre invece l’ascesa di Rutelli non genererebbe alcuna calamità? Perché se vincesse il Polo, scenderebbero in piazza le sinistre, per autodefinizione “la parte sana della nazione”, per protestare contro tutte quelle costrizioni ed ingiustizie che oggi sopportano in nome di superiori finalità (la conquista definitiva del potere) e la minaccia terroristica, oggi misteriosamente ma avvertibilmente latente, prenderebbe forza e forse sostanza.

Così quella che sembra una battuta post prandiale, contiene in realtà una sottile, ma percepibile intimidazione, soprattutto se inserita in tutto un contesto di iniziative giudiziarie, di polemiche sul conflitto d’interessi, di demonizzazione dei leaders del centrodestra: Bossi è peggio di Haider, AN è il partito dei fascisti e così via.

Anche il presidente Ciampi deve avere annusato il minaccioso miasmo di questo brodo di coltura primigenio e, nel suo viaggio in Calabria, cerca di spegnere i fuochi: invita a varare la legge sul conflitto d’interessi e tesse le lodi della concertazione, convinto com’è che solo la trattativa tra le parti sociali garantisce un sereno sviluppo.

L’altra Italia, quella dei rozzi, dei cialtroni e degli incolti schiavi televisivi, resta convinta che prima o poi si andrà a votare, e allora…


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(07.02.01) È L’ORA DELLE CASALINGHE

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Un nuovo odioso balzello è stato caricato sulle spalle dei cittadini italiani. Ogni casalinga italiana dovrà infatti obbligatoriamente versare una tassa di lire 25mila per assicurarsi presso l’Inail per gli infortuni domestici. Naturalmente, questo premio assicurativo non copre i normali infortuni, né il caso di morte, ma solo gravissimi sinistri che provochino un’invalidità del 33% almeno, cioè l’equivalente della perdita di un arto, casi rarissimi nella casistica del settore.

La legge, inoltre, non chiarisce altre situazioni. Ad esempio come ci si deve regolare nel caso in cui la “casalinga” sia un uomo, evento meno raro di quanto si pensi. L’introito previsto è di circa 400 miliardi, a fronte di esborsi previsti per circa 30 miliardi.

Questo sulle casalinghe, è uno di quei rapinosi tributi che la UE non prenderà in esame per stabilire quale percentuale d’imposizione grava sul cittadino italiano e di certo né il ministro Visco che l’ha avallata, né il ministro Salvi che l’ha ispirata cesseranno di vantare la bontà del sistema italiano, il più infido tra quelli occidentali.

Mentre il presidente Ciampi, durante la sua visita in Calabria, indirettamente esalta la straordinaria torchiatura del cittadino italiano che permette di diminuire il debito pubblico oltre ogni più rosea previsione, l’erario non cessa, anno dopo anno, di confermare lo straordinario gettito fiscale che nel 2000 è stato di 40 mila miliardi superiore alle previsioni. Eppure il governo a diminuire le sue spese non ci pensa neppure, anzi risulta sempre mancante di qualche lira; di contro lo Stato è sempre più incombente sulle attività dei cittadini, come ha rilevato ieri Carlo De Benedetti

Nel frattempo, quel bello spirito di Pecoraro Scanio va rilasciando dichiarazioni sulla necessità di raschiare il fondo delle tasche dei cittadini con una tassa pro “mucca pazza”, perché mancano 300 miliardi per i rimborsi agli allevatori. Adesso è volato anche lui a Londra e non c’è dubbio che tornerà con una cravatta old fashion e con un mare di nuove brillanti idee sul come quei veri gentiluomini, untori d’Europa, hanno risolto il problema.

Se neppure l’approssimarsi delle elezioni frena la cupidigia del regime, dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi colpi bassi da fare impallidire quelli degli ultimi anni. Saranno portati in due direzioni: verso quella politica per impedire ad ogni costo un possibile ricambio di governo, verso quello economico per tamponare le molte falle del sistema.


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06.02.01) AH, LES ITALIENS…

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È tornato tra noi, reduce dalla tournée a Londra (Blair) e Bruxelles (Prodi), Francesco Rutelli. È apparso a “Porta a Porta” al meglio della condizione, garrulo e tranquillizzante, eccitato dal viaggio nella City, impaziente di convincere gli italiani che la sua giovinezza rappresenta il “nuovo” della politica italiana.

Ha subito dimostrato di avere fatto tesoro del suggerimento del premier inglese, mettendosi a trattare temi economici. Inesorabilmente, però, la novità s’è rivelata quella solita, la vecchia solfa delle recriminazioni sul passato, una logica simile a quella che lui rimprovera a Berlusconi. Ed eccolo dipingere l’anno del governo berlusconiano a tinte fosche con una raffica di dati vaghi e perciò di difficile confutazione: allora tutto andava male: l’ordine pubblico, la disoccupazione, l’inflazione…E ora? “ Sono onorato di avere presentato all’estero un’Italia a pieno titolo tra le grandi…” e via enumerando tutta una serie di “successi” dei governi di centrosinistra. Quando gli è stato contestato che andando in giro a sputtanare un possibile governo di centrodestra (“Con Berlusconi la libertà è a rischio” ) non rende un buon servizio all’Italia, ha ribattuto che mai ha parlato male del suo avversario. E nel dirlo non è arrossito, né ha mostrato di vergognarsene.

Il “nuovo” che è in lui si riduce tutto ad una questione d’età. Per il resto dimostra di avere la stoffa del tipico politico che calca i palcoscenici popolari: impreciso, pronto a negare tutto, a garantire qualsiasi cosa, a demonizzare l’avversario. La prossima settimana è in partenza per Londra Silvio Berlusconi al quale toccherà l’onore di parlare con Blair e, immancabilmente, di tornarsene a casa con tante belle cose da dire in Tv.

I nostri duellanti espatriano in cerca di autorevoli sponsor, chiedendo a leaders stranieri di avallare la propria credibilità. L’Europa assiste divertita al melodramma elettorale. E gli italiani? Coraggio, tra qualche giorno arriverà il festival di San Remo e si ritornerà alle cose serie.


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(4.02.01) AMBIGUI ONORI AL CADUTO

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Viviamo in tempi calamitosi, anche se divertenti. Almeno in Italia, paese ormai levantino, dove il piccolo reato, l’inciucio, la repentina trasformazione camaleontica, l’imprecisione che diviene menzogna, sono quasi regole di vita e rientrano nel decalogo della sopravvivenza quotidiana di molti cittadini. Figuriamoci in politica, summa di tutto, da cui discende molto del nostro male quotidiano e poco ha da imparare l’Italia virtuosa che ancora sopravvive a macchia di leopardo nella nostra società.

Gli esempi si sprecano, da Rutelli e la sua fazione che vanno a piatire la comprensione dei governi socialisti di Londra, Berlino e Parigi sputtanando gli avversari politici che potrebbero però essere il futuro governo italiano, al presidente della Camera che ricorda la vicenda di Bettino Craxi con queste parole: “Il vuoto di analisi sulle cause della crisi è stato colmato attraverso la procedura della ‘confezione del nemico’…sono state inseguite ipotesi precostituite. Si sarebbe potuto avviare un esame difficile, ma produttivo, con la commissione d’inchiesta su Tangentopoli. La proposta si è fermata ed è stato un errore…Il sistema politico italiano non è riuscito a chiudere la propria transizione”. Parla poi di “pacificazione”, della necessità di “un atto di coraggio politico” senza il quale “la transizione è destinata a perpetuarsi all’infinito”.

Preparando il terreno per una futura ascesa alla presidenza della Repubblica, Luciano Violante da tempo persegue questo progetto di “pacificazione” nazionale, culminato nelle dichiarazioni relative alla guerra civile conclusa con la Liberazione. È però la prima volta che prende in esame fatti che, a detta di alcuni commentatore politici, non lo hanno certo visto tra gli spettatori indifferenti. Talvolta è stato citato - a suo tempo lo ha fatto, ad esempio, Guzzanti su La Stampa – tra le eminenze grigie dei fasti giudiziari di Tangentopoli, a stretto contatto con Giancarlo Caselli e il pool di Milano. Durante il periodo di Mani Pulite restò quantomeno silente. Evidentemente allora la costruzione del teorema accusatorio nei riguardi di Bettino Craxi non gli sembrava un’ipotesi precostituita, né tantomeno gli ripugnava l’unilateralità di giudizio che presiedeva alla ‘confezione del nemico’.

Per un uomo di grande scaltrezza politica è oggi facile trovare parole felici per cercare di cancellare una pagina indegna, ma la cronaca non è ancora diventata storia e l’esegeta, non fosse altro per militanza di parte, è troppo coinvolto con l’ordito del piano politico complessivo per non apparire un po’ tartufesco nel suo generoso ricordo dell’esule socialista.

In questo è perfetto ed alto interprete della tendenza della società italiana che ricordavamo all’inizio. Chissà cosa riuscirebbe a dire se, finalmente, potesse commemorare Giulio Andreotti!


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(04.01.01) QUANDO RITORNANO TUTTI INSIEME

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CERTO faceva impressione ritrovarseli tutti insieme lo stesso giorno sulle prime pagine dei giornali e nei titoli di testa delle televisioni: Giulio Andreotti che presiede al varo d'un nuovo partito (cattolico?), gli eredi di Bettino Craxi in una cerimonia di memoria (pacificazione, riabilitazione, ri-vendicazione?), gli eredi dell'ultimo re d'Italia al funerale dell'ultima regina (propiziatorio di un eventuale rientro in patria?). Sarà un caso, una circostanza fortuita, ma a volte il caso contiene un avvertimento, esprime un significato e può segnalare un destino.

Andreotti, Craxi, Vittorio Emanuele e soprattutto i loro seguiti, comprimari, comparse, interlocutori, non c'è dubbio, facevano impressione, soprattutto le facce lavorate dal bulino del tempo: all'Hotel Nazionale, nell'aula di Palazzo San Macuto, nella chiesa di Hautecombe, sembrava di rivivere il proustiano "matiné" dei Guermantes del "Tempo ritrovato". O una sequenza da macchina del tempo che ci portava a ritroso in anni lontani, parole già mille volte udite, fogge antiche. Oppure corsi e ricorsi? Un futuro popolato di "revenants"? Tutti hanno diritto di ripresentarsi o d'essere ripresentati all'attenzione pubblica ma la domanda vera è perché adesso e perché tutti insieme? Sono simboli? Sono fantasmi? Sono realtà con le quali bisogna ancora fare i conti?

Qualche errore deve esser stato commesso che spieghi queste riapparizioni simultanee. Mi chiedo quale. Su questi interrogativi, credo, vale la pena di riflettere.(...)

(di EUGENIO SCALFARI da la Repubblica)

Lasciamo a Scalfari le sue riflessioni, il punto è solo che dopo sette anni i nodi vengono al pettine...


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(02.02.01) L'ITALIA VISTA DA LONDRA

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(AGI) - Londra, 2 feb. - I volti di Silvio Berlusconi e Francesco Rutelli che campeggiano su migliaia di manifesti "stanno trasformando l'Italia nell'Iraq di Saddam Hussein".

A segnalare l'analogia con le immagini del dittatore di Baghdad e' l'"Economist", al quale questa campagna elettorale ricorda anche l'iconografia mussoliniana con le enormi immagini del duce "sui muri e sui tetti".

Il settimanale inglese annota come questa proliferazione di manifesti sia l'unico spunto divertente per gli elettori in una campagna che "promette di essere noiosa (Berlusconi e' in netto vantaggio" e amara (la sinistra odia perdere)".


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(01. 02. 01)  UN ALTRO GURU CALA SULLA CAPITALE

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Il guru è ormai di moda nei palazzi della politica. Niente a che vedere con i guru della fine degli anni Sessanta, quelli indiani e misteriosi che arrivavano in Italia da Bombay e dal Kerala per trasmettere i fondamenti dello yoga e curare i primi stress delle deliziate ed annoiate signore borghesi di Roma e Milano. Questi sono anglosassoni austeri, credibili e costosissimi venditori di fumo. Tra di loro non mancano però anche scienziati e finissimi intellettuali.

Tra gli altri, è in arrivo Anthony Giddens, sociologo di gran fama, rettore della prestigiosa London School of Economics, chiamato al capezzale della nuova sinistra, per rilanciare in Italia le esangui fortune della “terza via” socialdemocratica, ora affidata nelle capaci mani di Francesco Rutelli (quando si dice il destino cieco). La terza via è una specie di “passaggio a Nord Ovest”, il tentativo di individuare un’alternativa tra la rigidità della vecchia sinistra europea e gli squilibri del liberismo americano.

Giddens si è fatto guru per avere ispirato Tony Blair e la sua linea politica. Dopo avere parlato con Francesco Rutelli a Londra, ha capito che in Italia uno come lui è indispensabile ai Ds e infatti e già in viaggio per incontrare Occhetto, D’Alema, Veltroni e Cofferati. Nel frattempo ha rilasciato un paio d’interviste. Ed ecco un breve florilegio.

Un consiglio: “ Rutelli copi l’esperienza inglese: crearsi una reputazione di competenza economica è di fondamentale importanza…”. Certo, basta la fama, ma riuscirà il candidato dell’Ulivo a darla a bere agli elettori in soli due mesi? “Il centrosinistra dovrebbe usare l’esperienza inglese come modello…Qui il New Labour Party è così potente perché la destra è stata marginalizzata…”. Prima però, e questo l’illustre studioso non lo dice, è stata marginalizzata la sinistra del Labour Party, quella sindacale che aveva causato una serie infinita di sconfitte elettorali. E ad eliminarla ci aveva pensato Margaret Tathcher, sconfiggendo lo storico sciopero dei minatori.

E ancora: “L’Italia ha un sistema elettorale che solleva l’interrogativo cruciale sulla capacità della sinistra italiana di darsi una visione comune. Noi abbiamo un sistema maggioritario e, se si guarda alla proporzione della popolazione totale che ha votato per il New Labor, solo il 13% ha indicato Blair, che ha però conquistato la maggioranza, cioè il 43% della minoranza che ha votato”. In Italia siamo molto più avanti, infatti né Amato, presidente del Consiglio, né Ciampi, presidente della Repubblica, sono stati votati dai cittadini eppure governano.

Con queste premesse il viaggio di Giddens a Roma genererà non pochi equivoci, ma servirà a fargli dichiarare qualsiasi cosa per permettere ai giornalisti compiacenti titoli come questo: “Il guru di Blair, missione italiana ‘Dalla destra solo slogan vuoti’”. È apparso su La Stampa di Torino, ma nel corso dell’articolo risulta evidente che questa grossolanità il guru non l’ha mai detta.

 

 

 


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