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Anno II
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Mensile di commenti quotidiani
dalla Redazione di Socialisti
Punto Net |
MARZO
2001
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- Titolo:
- 30/03 18:22: Satira, D'Alema chiude causa Forattini
Commenti
“Massimo D'Alema ha rinunciato alla causa civile avviata contro il
disegnatore Giorgio Forattini per una vignetta apparsa su Repubblica. Nel
disegno si faceva riferimento al dossier Mitrokhin. L'ex presidente del
Consiglio aveva chiesto un risarcimento di tre miliardi La decisione di
D'Alema è avvenuto dopo una dichiarazione di chiarimento da parte del
disegnatore.”(Televideo)
Sarebbe interessante sapere in cosa sia consistito il suddetto “chiarimento”,
cosa abbia mai dichiarato Forattini per placare le ire del ‘liberal’ D’Alema.
Aspettando la risposta ci domandiamo: sarà stata un’abiura? O il
post-comunista non vuol sfigurare sul tema della satira alla vigilia delle
Elezioni?
- Titolo:
- (29.03.01) SE NE SENTIVA LA MANCANZA
Commenti
Si sentiva la mancanza di un quotidiano di sinistra equilibrato e
intelligente, che separasse i fatti dalle opinioni; invece è tornato nelle
edicole L’Unità, il quotidiano di partito, ma non organo di partito. Clone
de La Repubblica e delle pagine di altri gazzette nazionali che seguono la
stessa via, ambirebbe a divenire giornale-partito, secondo il modello creato
da Eugenio Scalfari.
Furio Colombo, che ha accettato di dirigerlo contro assicurazioni di un
ragionevole periodo di vita garantito, cercherà di farne un agile organo
della sinistra italiana, quella ricca colta e venduta, lavorando
sopratuttosulle pagine della cultura. Per quando riguarda la politica, nei
soliti luoghi comuni invano si cercherebbero scintille di intelligenza
vaganti. Berlusconi è il demonio da esorcizzare: lo abbiamo in prima pagina
sulla satira televisiva (il miliardario di Arcore attenta alla libertà di
stampa), sulla campagna elettorale (si vuole comprare l’Italia 100 miliardi
la sua campagna elettorale: e quella di Rutelli?); in seconda pagina (fa il
buonista con Montanelli, ma in realtà…) e persino a pagina 23 dove
campeggia il già noto e commentato articolo dell’Economist su “Berlusconi
aspirante Napoleone d’Italia”.
Una parte interessante e originale del quotidiano è quella dedicata a
Israele, all’Intifada e all’antisemitismo, trattati con competenza ed
equilibrio. Sono argomenti che gli altri quotidiani trascurano un po’. Nei
primi numeri sono presenti i molti amici della testata e dei Ds. Tra gli altri
Roberto Benigni che ha mandato una suo poetico saluto, è la composizione di
un Oscar: “Che bellezza quest’oggi il tempo svicola/è un giorno luminoso,
trallallà./Mi fermo allegro, vispo ad un’edicola/pago e mi metto in tasca l’Unità./
Che bellezza l’odore di quel piombo/è leggero, e stampato c’è il mio
augurio/ di lunga vita per Furio Colombo/di vita lunga per Colombo Furio”
Anche noi siamo contenti che sia tornato il giornale fondato da Gramsci,
almeno ci sarà qualcuno che parla di noi, socialisti infelici che abbiamo
perso Bettino e trovato Bobo. Gli dedichiamo quindi, indegnamente chiosando il
grande Roberto, cinque umilissime righe: “Anche quest’oggi l’Unità è
al chiosco/la metto nel Penthouse che non si veda/il piombo non c’è più da
dieci anni/c’incarto le castagne di piazza Colonna./Com’è calda l’Unità
di Colombo Furio”
- Titolo:
- (28.03.01) COSA PROPONE IL FILOsoFO
Commenti
Gianni Vattimo, il filosofo, di tanto in tanto fa sentire il peso del suo
pensiero dalle pagine de La Stampa. La sua voce è tra le più ascoltate dai
fini intellettuali, ad alta densità nella (ex) capitale subalpina. Ieri si è
interrogato sulla povertà di temi della campagna elettorale, che procede tra
vuote schermaglie e risentite contrapposizioni televisive. L’europarlamentare
Ds ritiene, giustamente, che al pubblico non arrivi neppure l’eco delle vere
problematiche politiche e che, di conseguenza, occorrerebbe ammannire ai
telespettatori altre pietanze.
“Se provassimo a spingerci, nei dibattiti televisivi liberati dalle
polemiche più effimere, a temi come quelli della salute nel Terzo mondo e i
costi proibitivi che hanno le cure dell’Aids per i cittadini africani;
oppure alle politiche per ridurre l’inquinamento e alle resistenze di Bush
contro gli accordi di Kyoto; oppure, sì, alle tematiche delle infelicità
dovute alle varie forme di repressione del desiderio che ancora pesano su di
noi, magari discutendo persino la pretesa “pedofilia” di Daniel Cohn
Bendit e le tematiche libertarie del (troppo demonizzato) Sessantotto?”.
Certo la salute nel Terzo mondo preoccupa non poco gli Italiani, non
parliamo poi degli accordi di Kyoto: il presidente della Lega Ambiente, Ermete
Realacci, non ci dormiva più e ha deciso di abbandonare le legioni del cigno
verde per un seggio Ds a Montecitorio. Sull’infelicità, poi, gli elettori
ne avrebbero di cose da dire. La maggioranza degli Italiani è continuamente
repressa nei propri desideri, quando non oppressa da quelli governativi, e
vorrebbe permettersi “qualcosina” in più. Sulla “pedofilia” di Cohn
Bendit, però, i più avrebbero qualche problema ad appassionarsi; anche se il
’68 è passato da soli 33 anni, temiamo che il professorino che si turbava
in palpeggiamenti creativi interessi una ristretta schiera di esegeti. In
certi casi è forse meglio vivere la travagliata infelicità di una
trasmissione di Luttazzi che la delizia dell’ermeneuta votato a decifrare i
segni di antiche stagioni.
- Titolo:
- (27.03.01) L’INQUIETUDINE DEL CAVALIERE
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Il Cavaliere sente che il momento è cruciale: ora o mai più. Il tempo
incalza, le malattie segnano l’animo, e il traguardo è ad un passo…tutto
dovrebbe indurlo a tenere i nervi saldi e lo spirito tranquillo. Invece un’inquietudine
crescente lo induce a scendere sempre di più sulle gazzette, a rincorrere
ogni polemica, a rispondere a tutte le provocazioni, anche a quelle più
becere.
Da un po’ di tempo ha perso la sua bella sicurezza, vera o finta che
fosse. Per lui, intenditore di calcio, è quasi un contrappasso. Nelle partite
date per perse, i più deboli la mettono sulla rissa, nella speranza di
ribaltare il risultato. Dalla panchina dirigenti e tecnici continuano ad
urlare “state calmi”, ma i favoriti si lasciano stazzonare solo per il
primo tempo, poi cadono nel tranello e rispondono colpo su colpo; si va alla
gazzarra e tutto può accadere.
Che Berlusconi non capisca questa semplice manovra e non comprenda che il
moderato odia la polemica rissosa, attesta la sua perdita di lucidità. All’osservatore
sembra che sia sempre in attesa dell’ultimo sondaggio. Come gli aborigeni le
caravelle, li aspetta e ci presta fede, senza tenere conto che gli elettori
mentono anche a sé stessi, figuriamoci se non lo fanno con gli
intervistatori. Quando la DC vinceva le elezioni ( erano le stagioni in cui i
Castagnetti non ballavano ancora e se ne stavano nei centri studi), non si
trovava uno disposto a dichiararsi democristiano. Nella notte elettorale
crescevano come funghi dopo i temporali, al mattino si turavano il naso e
andavano a votare, il giorno dopo lo scudo crociato aveva vinto.
Oltre al codazzo di guardie del corpo, di sinceri adulatori e di yes-man
che comunque lascerà una labile scia, servirebbe al dovizioso candidato
qualche osservatore disincantato e qualche bell’ingegno che lo aiutasse a
ritrovare il senso delle proporzioni e il bandolo della campagna elettorale
che si va intorbidando.
Il treno sta passando, può essere giusto scegliersi come compagni di
viaggio compiacenti cortigiani, ma il primo obiettivo dovrebbero essere quello
di salirvi.
- Titolo:
- (22.03.01) AMATO ANDRÀ IN TABACCHERIA
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Dopo avere impegnativamente dichiarato al Financial Times di avere
definitivamente deciso di non candidarsi, dato che “si può fare politica
anche fuori dal Parlamento” e che non intendeva certamente girare per “tabaccherie
e negozi” questuando voti a Grosseto (“…non so più come dirglielo”),
ecco che Giuliano Amato smentisce puntualmente se stesso accettando il
collegio di Grosseto. “I toscani mi hanno spiegato che in Maremma il seggio
è a rischio e che il Pdl può vincere e allora preferisco la responsabilità
di fronteggiarli a quella che mi assumerei mettendomi da parte”.
In realtà non sono stati gli amici della tabaccheria a consigliarlo, ma
Massimo D’Alema. I due viaggiano di conserva, pilotando il progetto di un
grande partito riformista che trarrebbe slancio dalla sconfitta del
centrosinistra più che dal successo elettorale. La dichiarazione di Rutelli
che nei giorni scorsi paventava che ci fosse nel suo schieramento chi “remava
contro”, ha indotto i due neo fondatori del riformismo a rendersi
disponibili per la campagna elettorale.
Amato ha ingoiato un altro rospo e si è arruolato sotto le bandiere dell’ex
sindaco di Roma. Lo vedremo sul palco del Veltroni day, con il candidato
premier a Grosseto almeno una volta, in televisione a difendere l’indifendibile,
cioè gli aspetti più controversi del suo esecutivo. Come dimostra la sua
candidatura, ha ormai imparato a non nascondere la menzogna e ad infiorettarla
per renderla commestibile agli italiani. Quindi farà bene la sua parte.
Ma le cose parlano una loro propria lingua e la sommessa eloquenza dei
fatti vale più delle parole del presidente del Consiglio. Mentre la Campania,
come molta parte del Sud, vede prevalere la delinquenza organizzata, secondo
quanto ha dichiarato ieri il procuratore Cordova, dalle città dell’hinterland
napoletano si levano i miasmi di migliaia di tonnellate d’immondizia che
cuoce al sole, perfetta metafora del regime. Crediamo che invano i cittadini
si lasceranno convincere a seguire l’esempio del comico Luttazzi che
smaltisce le deiezioni mangiandosela in Tv.
- Titolo:
- (20.03.01) CANDIDARSI A SINDACO DI TORINO
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Sembra che a Torino non sia facile fare il candidato.
Che questi fumi o meno, che questi mangi molto o meno, che questi sia
sportivo o meno, che abbia il fisico da modello o da maresciallo, non c’è
nulla da fare: lo stress non risparmia nessuno.
Ieri Carpanini (DS), che addiruttura muore sul campo di battaglia politico
al primo confronto faccia a faccia con l’antagonista candidato sindaco. Oggi
è toccato a Rosso (FI), non è morto, ma sicuramente un’ulcera intestinale
fulminante non cosa da poco.
Perché a Torino i candidati si sentono male o peggio? Il risultato del
duello è molto incerto in questa città: si tratta di poche migliaia di voti
per vincere. E’ noto che non ci saranno plebisciti all’uscita delle urne.
Ma è anche vero che la campagna elettorale, almeno formalmente, non è ancora
iniziata è gia cominciamo a contare come in guerra.
Sarà a causa della città ormai amerikanizzata? Nella quale anche i
dirigenti dell’indotto FIAT sono costretti a fare ansiosi conti con le
finanziarie che gesticono adesso quelle aziende oramai di proprietà di fondi
pensionistici di qualche stato del Nord America, che viaggiano con la logica
di interessi e profitti trimestrali?
Altro che i tempi di “mamma Fiat”...! Anche la politica ormai rischia
di diventare solo pratica dell’ansia, come il business.
- Titolo:
- (19.03.01) NON È AMATO, MA È AMATO?
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Non si percepisce quale sia la strategia di Francesco Rutelli. Si sa ciò
che vuole: conquistare la presidenza del Consiglio. Per farne cosa, questo è
meno chiaro. Da come glorifica il governo in carica, sembrerebbe per
continuarne l’attività, ma allora perché il candidato non è Amato? Non è
amato perché finto umile e spocchioso. Non è Amato perché ne sa poco di
tutto.
Questo è apparso chiaro a Parma, durante il suo intervento al convegno di
Confindustria sulla competitività. È andato dagli imprenditori per
convincerli sulla sua leadership ed è partito attaccando Berlusconi. Per
alcuni minuti ha letto un passo di uno studio del Credit Suisse per gli
investitori americani sui tagli fiscali proposti dal Polo delle libertà; di
fronte al brusio e alle risatine della platea, irritata dalla lunga lettura
del testo in inglese, Rutelli ha cambiato atteggiamento.
È passato alle lusinghe proponendo un patto con l’imprenditoria, una “duratura
tregua fiscale”. Neppure a questo punto l’applauso è arrivato. Allora ha
ricordato che gli industriali hanno potuto usufruire di un lungo periodo di
pace sociale, dovuta alla concertazione tra le parti sociali: “Il grande
risanamento dell’Italia è stato fatto nella coesione sociale e senza
conflitti dirompenti: avrebbero potuto permetterselo altri?”. Nel perdurante
silenzio della platea ha sparato quanto segue: “Non so se la coesione
resterà se dovesse affermarsi una concezione più muscolare del confronto”.
Cioè, se comandiamo noi niente scioperi, altrimenti…
Il candidato del Centrosinistra è poi passato ad illustrare il suo
programma. Dalle grandi infrastrutture ( con un esilarante “All’inizio di
aprile dirò come si realizza il ponte sullo Stretto”) alla diminuzione
degli oneri contributivi sul lavoro, alla flessibilità, tutto non è stato
altro che una risposta al programma berlusconiano e una lunga blandizie al
corpo confindustriale ( “Sono vere molte delle cose che andate dicendo…condivido
la vostra impostazione: concertare per concentrare…occorre una grande
terapia d’urto”). Eppure poco prima aveva glorificato senza riserve l’opera
del governo. Abilmente titillando l’orgoglio imprenditoriale, Rutelli
ritiene di acquisirne i consensi.
Invece anche a Parma, come nelle dichiarazioni di ogni giorno, il suo
intervento è stato un mix di blandizia e di minacce. Lui pensa di essere
amato perché non è Amato. È probabile, invece, che proprio per questo sarà
poco votato.
- Titolo:
- (16.03.01) LA LONTANANZA SAI...
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Niente come la lontananza affratella gli italiani. Basta ritrovarsi per
qualche settimana in terra straniera per vedere sfumare divisioni anche aspre
e per riscoprire dentro di noi un’idea orgogliosa dell’Italia.
Figuriamoci, quindi, cosa avviene nell’animo dei nostri emigrati in
Argentina quando arriva in visita ufficiale il presidente della Repubblica
italiana. Nella terra del “pensiero triste che si balla”, il tango, la
nostalgia è patrimonio comune a tutti, anche agli emigrati.
Complice questa atmosfera, ieri al Coliseo di Buenos Aires gremito di
migliaia di italo-argentini, Carlo Azeglio Ciampi è stato più volte
interrotto da applausi e fatto oggetto di una vera e propria ovazione.
Contagiato da questo amore per la lontana patria velato di malinconico
rimpianto che ha raggiunto punte di vera commozione, è naturale che il
presidente si sia concesso alla platea come il buon padre di tutti.
Ha parlato della legge sul voto agli emigrati e ha detto che non è stata
votata solo per mancanza di tempo…Poi ha assicurato che l’Italia aiuterà
l’economia del Sud America e “garantirà Buenos Aires presso gli organismi
internazionali di credito”. Ad un certo punto ha assicurato che “negli
ultimi cinquant’anni sempre l’Italia è stata unita e concorde nei momenti
che contavano”. Può darsi davvero che Ciampi pensi questo, anche se
storicamente ci pare difficile sostenerlo.
Se si pensa alle lotte anti Nato, a certe visite di presidenti statunitensi
avversate da forte manifestazioni, alle stragi, al terrorismo…tutta la
seconda metà del secolo è corsa sulla tensione in equilibrio tra italiani
contrapposti. Persino in occasione della spedizione in Kosovo, una parte delle
forze di governo, i Comunisti italiani, si distinsero per “intelligenza
politica” col nemico, evidenziata da Armando Cussutta che rendeva visita a
Milosevic, mentre i soldati italiani erano in guerra contro la Serbia.
È vero, però, che almeno nel caso dell’adesione all’Europa dell’Euro
e degli impegni militari, l’opposizione ha dato prova di tenere conto dell’interesse
generale dello Stato. Forse il Presidente, senza deludere le aspettative di
tanti concittadini che vivono lontano dall’Italia, avrebbe anche potuto
esser più aderente alla realtà. Se c’è una cosa della quale tutti abbiamo
inconscia nostalgia, perché quasi mai l’abbiamo conosciuta, è di un “papà”
che non c’indori la pillola e che dica agli italiani le cose come stanno,
anche le verità sgradevoli.
- Titolo:
- (13.03.01) L’UOMO DELLA PROVVIDENZA
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Raffaele Guariniello non lo sospetta, ma con l’avviso di garanzia
comunicato ieri a Chicco Testa, presidente dell’Enel, ha esemplarmente
completato la parabola dell’ancor giovane boiardo di stato in carico Ds.
Secondo l’implacabile magistrato torinese, l’Enel, con le emissioni dei
suoi tralicci dell’alta tensione, genera elettrosmog e si rende colpevole di
inquinamento ambientale. Essendo però controverso l’effetto di queste
emissioni sugli organismi umani, il procuratore aggiunto contesta al top
manager le “molestie” provocate dall’elettrosmog e non i presunti danni
fisici ai bambini delle scuole e alla popolazione che vive a ridosso dei
tralicci in alcune zone della provincia di Torino.
Per arrivare a questo traguardo giudiziario, il bel Chicco ha compiuto in
pochi anni una lunga strada. Si è formato come agguerrito ambientalista nella
fucina del “terzo settore”, un largo fiume che una volta accoglieva nel
suo estuario navigati uomini di partito arenati in qualche secca politica -
come nel caso di Rino Serri del vecchio Pci inviato a presiedere l’Arci ed
ora sdoganato dai comunisti di Cossutta come sottosegretario agli Esteri – e
giovani militanti arrembanti, come nel caso di Testa, presidente della Lega
Ambiente, che radunava gli ecologisti della prima ora, collaterali al Pci,
quelli che, recitava una vecchia battuta, erano “come i pomodori, verdi di
fuori e rossi di dentro”.
Notato dal partito che ne apprezzò la fedeltà e gli utili servigi in
occasione di elezioni locali e amministrative romane, Chicco venne
definitivamente avviato alla carriera politica. Eletto deputato, alla presa
del potere fu destinato alla presidenza dell’Enel, un presidio di stretta
osservanza messo a controllo del supermanager Tatò, non senza qualche
travaglio interno. Il progetto era, e in parte è, quello di trasformare l’Enel
in una specie di Iri dei Democratici di sinistra. E su questa via è avviato
il carrozzone.
Per realizzare il progetto, la capitalizzazione è affidata alle tariffe
che sono tra le più alte d’Europa e invano l’Ue ha richiesto all’Italia
la libera concorrenza in questo settore. Nonostante gli altissimi utili
puntualmente usati per acquisire società non strategiche, la borsa per ora
non premia la voracità dell’Ente, ma il presidente marcia diritto per la
strada tracciata. Lui è un uomo di grande successo, presente là dove conta,
che fa vita mondana e viene fotografato alle prime. L’iniziativa di
Guariniello di certo non scombinerà i piani, ma a livello personale qualcosa
conta.
Non è raro che spretati divengano i più strenui oppositori della Chiesa.
Non diversamente i verdi duri e puri possono trasformarsi in inquinatori.
Sembra essere questo il punto d’arrivo della parabola di Chicco Testa.
Tuttavia attenderemo invano i manipoli della Lega Ambiente con i loro drappi
verdi sotto le finestre dell’Enel. L’elettrosmog è subdolo e sarà pure
cancerogeno, ma non puzza, non si vede e non è ufficialmente inquinante. La
coscienza del militante è dunque salva. E quella dell’elegante presidente?
- Titolo:
- ( 12.03.01) GLI INTELLETTUALI E LA DITTATURA
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Come i bambini che si deliziano di storie terrorizzanti, sciolte nell’abbraccio
degli amorosi genitori, così molti intellettuali italiani della sinistra
istituzionale hanno preso a rigirarsi voluttuosamente nelle ipotesi di svolte
autoritarie o, peggio, di golpe in caso di vittoria del Polo delle libertà.
Una lunga consuetudine con il Nemico e, più ancora, con il sicuro approdo del
porto amico, nutre le paure dell’élite di sinistra, opportunamente
sollecitate da politici di riferimento.
Ma sarebbe possibile instaurare in Italia una dittatura di destra, in caso
di vittoria del Polo? Le organizzazioni di massa non sono certo schierate con
un’eventuale “destra autoritaria” di cui non si vede traccia
consistente: i sindacati e il “terzo settore” sono egemonizzati dal
centrosinistra. L’esercito, guidato da uomini fedeli alle alleanze, ma anche
alla democrazia, non ci sembra attrezzato per un’eventualità del genere. Le
organizzazioni dell’ordine pubblico - polizia e i carabinieri - sono così
lontane da tentazioni autoritarie, da limitarsi a flebili rimostranze anche
sulle evidenti incongruenze legislative della lotta alla delinquenza e sono
state ampiamente ‘rivisitate’ e riorganizzate dagli ultimi governi. La
magistratura è saldamente presidiata da giudici democratici e la grande
stampa è così schierata da far brillare di luce abbagliante le poche testate
fuori dal coro. L’informazione della televisione pubblica è tutta
strutturata sul centrosinistra. Solo due telegiornali – quelli di Italia 1 e
di Rete 4 – sono berlusconiani, ma insieme non fanno il Tg 2 della Rai.
Una dittatura non è quindi possibile: mancano i referenti internazionali,
non c’è la piazza, non ci sono le strutture, mancano gli esecutori. La
democrazia in Italia è, per fortuna, una solida realtà che ha nel capo dello
Stato un sincero garante. Un regime, però, può istaurarsi anche senza un
colpo di stato.
Si può affermare un nuovo ordine - un regime - tramite leggi democratiche
che favoriscano alcune categorie di cittadini a scapito di altre; rendendo di
fatto difficoltosa o impossibile la tutela dei propri diritti tramite i
tribunali o la protezione legittima delle proprie attività non attuando le
leggi previste. Oppure variando continuamente leggi e normative, cosicché
vengano meno le certezze legislative di medio e lungo periodo; truccando dati
e statistiche, mascherando le imposizioni fiscali (ad esempio costringendo
milioni di casalinghe a sottoscrivere un’inutile assicurazione volontaria,
ma ‘obbligatoria’) e scremando ogni anno 40mila miliardi della ricchezza
prodotta; cinicamente scaricando sugli obbligati utenti di pubblici servizi
ancora monopolistici, ma ufficialmente non più di stato, investimenti non
strutturali, come nel caso dell’Enel; schedando i cittadini e rendendo
accessibili a tutti i loro affari privati, come nel caso dell’anagrafe dei
conti bancari; decidendo con i sindacati leggi da fare poi approvare in
Parlamento, esautorandolo e di fatto instaurando un sistema che introduce le
corporazioni tra gli organi costituzionali. Infine votando a maggioranza
semplice leggi che cambiano articoli della Costituzione.
Se un governo facesse tutto questo, allora si potrebbe parlare di regime,
anche senza svolta autoritaria e senza golpe. In questo caso gli
intellettuali, forse, stenterebbero a rendersi conto dell’accaduto, perché
sarebbero isolati dalla realtà dai loro stessi privilegi ( il regime pesa
meno a chi non vive contando la lira, ma suonandola alla tavola imbandita).
Alla fine, però, insorgerebbero come un sol uomo per denunciarne l’esistenza
e per fare intervenire l’Europa, o almeno il Belgio, in difesa delle
libertà conculcate, e per fare scendere i sindacati in piazza, naturalmente
nel caso che si trattasse di un governo di centrodestra.
Per ora questa evenienza, evidentemente, non si è verificata, altrimenti
si sarebbero fatti sentire. Perciò pensano che la maggioranza degli elettori
sia rustica e villana, se non zotica e ignorante, a incaponirsi a voler votare
il Polo. Neppure il fuggi fuggi dei ministri ‘tencici’ del governo Amato,
e dello stesso presidente del Consiglio, da ogni ipotesi di candidatura li ha
impensieriti più di tanto. Formatisi nel materno grembo della sinistra “d’opposizione
e di governo” sono soprattutto pensosi del loro status e vivono il futuro
con terrore. Che possa esistere democrazie diverse dalla loro, lo ritengono
pura follia.
- Titolo:
- (08.03.01) L’APPELLO DEI NOVANTENNI
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Dal chiuso delle loro confortevoli dimore, lasciti di intere vite di lavoro
e magistero, lontani dagli ovvi clamori del mondo, due ultranovantenni
torinesi si apprestano a rendere pubblico un disperato appello agli italiani.
Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone, hanno sottoscritto una lettera
di appoggio all’Ulivo nella quale si afferma che la democrazia italiana è
in pericolo se vince Berlusconi e che il periodo peggiore di questi ultimi
anni sono stati quei mesi del ’94 nei quali governò l’uomo del biscione.
Nelle persone di età avanzata c’è sempre la tentazione del “dopo di
me il diluvio” e di preconizzare sfracelli, ma non pensavamo che la recente
e furba visita-omaggio di Rutelli a Bobbio, potesse così tanto blandire la
vanità del filosofo, da indurlo a sposare acriticamente le tesi politiche del
candidato sino a lanciare una grottesca scomunica laica su tanta parte degli
italiani.
I due nonagenari vedono il mondo attraverso la lente deformata di un’informazione
filtrata da referenti amorevolmente protettivi e da giornali schierati (sono
entrambi collaboratori de La Stampa). Sono quindi sinceramente preoccupati del
futuro della sinistra democratica, non riuscendo a cogliere la terribile
deriva e l’imbarbarimento della vita pubblica e sociale italiana che non
può certo essere ascritta all’opposizione, né al governo del ’94. Se
questo è giustificato per Galante Garrone, da qualche anno meno attivo, non
lo è certamente per Bobbio, lucido pensatore ancora al centro di una vivace
attività culturale.
I segni distintivi dell’illiberalità del regime, la schizofrenia del
legiferare che accavalla leggi inapplicabili perché in continua mutazione, i
ministri che annunciano trionfali successi economici strillati da titoli su
sette colonne e poi smentiti da brevi note, le nuove povertà dell’inflazione
reale che popolano Torino e le altre città di homeless all’addiaccio, la
cancrena della delinquenza organizzata che risale velocemente la penisola, non
preoccupano il venerando studioso.
Nella protettrice atmosfera del suo studio, dove ha visto scorrere la
storia che si è come depositata sull’imponente biblioteca, Norberto Bobbio,
pur avendo ribadito, proprio in occasione della visita dell’ex sindaco di
Roma, di avere sempre capito poco della politica italiana, aggiunge la sua
firma a quella di intellettuali di robusto pelo, quasi lanciando un anatema e
rendendo un utile quanto disinteressato servizio agli amici. Troppo anziano
per cogliere il gioco degli inganni, il senatore a vita ha fatto una sua
scelta di campo, sarebbe saggio se l’autore dell’Età dei diritti
rispettasse gli italiani che liberamente ne faranno un’altra.
- Titolo:
- (07.03.01) TORINO, ITALIA. IL POLO VA ALLA GUERRA/2
Commenti
Il candidato del Polo alla carica di sindaco di Torino, Roberto Rosso, dopo
il doveroso silenzio impostosi per partecipare il cordoglio per l’improvvisa
morte del suo rivale Domenico Carpanini, ritorna in pista nella campagna
elettorale e lo fa ancora per linee interne, ancora day by day, quelle che in
fondo interessano i cittadini attivi. Ad esempio, oggi su La Stampa parla di
parcheggi e strisce blu.
Le prime uscite elettorali di Rosso sono guardate con grande curiosità ed
hanno quindi una particolare importanza. Chissà se il candidato se ne rende
conto. Questo brillante avvocato quarantenne è conosciuto in città solo come
coordinatore regionale di Forza Italia. La sua storia si è sino ad oggi
giocata più a Vercelli, nella cui provincia è nato, dove ha conseguito un
brillantissimo risultato elettorale con l’elezione a deputato e una valanga
di voti, che a Torino. Lo suo staff è ancora in rodaggio e il programma è in
via di definizione, ma Rosso sembra per ora sottovalutare la “torinesità”,
l’appartenenza fisica e intellettuale alla città che sempre ha inciso sul
risultato elettorale, come ben sa l’onorevole Costa da Mondovì, a suo tempo
sconfitto da Castellani per pochi voti.
Non mancano quindi i consigli affinché l’uomo di Forza Italia affronti
nella prima parte della campagna proprio questo punto. Lui ha fama di imparare
rapidamente e di impadronirsi in poco tempo di temi anche complessi. Su questa
lucidità intellettuale e sul carisma di brillante e giovane politico fonda
molta parte delle sue speranze elettorali. L’immagine derivante potrebbe
alla fine risultare vincente, soprattutto ora che ha contro Sergio Chiamparino
che non può certo vantare i vent’anni di consiglio comunale e di pubblica
attività di Domenico Carpanini.
C’è però un’altra realtà che per ora sembra sfuggire a Roberto
Rosso. La città ruota sempre meno attorno alla galassia Fiat che viene messa
pezzo a pezzo sul mercato finanziario internazionale. È in corso una grande
riconversione, già iniziata e portata avanti con l’attuale amministrazione
che si è anche dotata di un city manager stipendiato a caro prezzo. Si punta
su turismo e nuove tecnologie, con investimenti e progetti complessi che
prevedono accordi con altre amministrazioni, partecipazioni internazionali,
teams municipali specializzati che lavorano su singoli progetti e investimenti
di migliaia di miliardi su nuovi assetti urbani e metropolitana. Su tutto
splende il miraggio delle Olimpiadi della neve del 2006 che vivono una storia
diversa, ormai al sicuro dalle ingerenze comunali e saldamente orientate dalla
dinastia Agnelli.
Torino è un grande cantiere aperto, largamente impegnata sul mercato del
credito, che richiede una direzione collettiva che tenga conto dei progetti
interdipendenti e complementari già avviati e di quelli in fase di studio. La
giunta attuale si è appunto interessata delle strisce blu, ma sono state
alcune facoltà universitarie e gli uomini Fiat a menare la danza. È con
questa storia che Rosso si deve misurare, se vuole governare. Vincerà se
saprà convincere la “città che conta” di sapere, e volere, utilizzare il
patrimonio culturale e industriale che si è andato stratificando negli anni.
Il candidato del Polo ha però un formidabile atout da giocare, Lo sviluppo
e le iniziative degli ultimi cinque anni hanno trascurato le periferie. Anzi,
in qualche caso le hanno fortemente penalizzate. Centinaia di migliaia di
cittadini nutrono sentimenti di estraneità, se non di ostilità verso l’attuale
amministrazione, che ha scelto di favorire il centro cittadino. C’è quindi
il paradosso di un’amministrazione di centrosinistra, con i Ds egemoni, che
ha perso l’aggancio con le sue radici originarie. Sono proprio questi
elettori gli alleati naturali di Roberto Rosso. Sempre che sappia parlare con
loro.
- Titolo:
- (06.03.01) TORINO, ITALIA. IL NUOVO CANDIDATO/ 1
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La scelta del candidato Ds a sindaco di Torino è uno psicodramma che dura
da molti mesi, da quando i dirigenti del partito della quercia torinese,
egemoni nel Ds nazionale con Fassino vicesegretario e Violante alla presidenza
della Camera, hanno deciso di rivendicare la carica di primo cittadino, prima
lasciata nelle mani di esponenti dell’establishment borghese della città.
Questa ferma decisione ha subìto il travaglio di un lungo dibattito
interno sia al Ds che all’Ulivo, e poi di offerte di candidature sempre più
di minor respiro nazionale, mano a mano che i vari Violante, Fassino, Colombo,
ecc. declinavano l’invito, sino all’affermarsi di quella di Domenico
Carpanini, sottoposto in verità a un’umiliante altalena d’indecisionalità.
La repentina scomparsa del candidato stroncato a 47 anni da un ictus, ha
dato luogo a un rituale pubblico che ha fatto coincidere il sincero dolore di
molti amici ed estimatori, con le necessità di tessere una bandiera da
opporre ai barbari del Polo calanti sul Palazzo. La sfilata dei torinesi della
nomenclatura nazionale ulivista, di labari e bandiere hanno commosso anche l’animo
più duro e solo l’arte di un Guttuso avrebbe potuto degnamente eternare lo
struggimento dei compagni e il preoccupato cordoglio di elettori ed apparato.
Cosicché si può dire di Carpanini che la morte gli ha reso giustizia,
finalmente facendone trionfare la candidatura nell’intero schieramento di
centrosinistra. Nel suo ricordo è ricominciata la ronda delle candidature:
avendo rifiutato quelli già prima interpellati, è stato scelto Sergio
Chiamparino, un “liberal” del Ds, uomo di dialogo e per questo osteggiato
ai tempi del Pci-Pds ed esiliato nella lontana, ma godereccia, Bruxelles.
Perché il Ds è restato sordo alla richiesta degli alleati di una
designazione non strettamente di partito? I democratici di sinistra
considerano irrinunciabile la carica di sindaco, pena l’inaridimento della
Quercia cittadina. Infatti la polpa dell’amministrazione cittadina è già
volata altrove. Le Olimpiadi sono presidiate dall’entourage di Agnelli che
hanno messo a capo del Comitato che manovrerà migliaia di miliardi il fedele
Castellani, marcato stretto dagli uomini del Re, se mai ce ne fosse bisogno. L’Alta
velocità è nazionale, ma passa per la Regione che ha nel presidente Ghigo l’abile
uomo di ogni accordo e il credibile referente degli investimenti privati.
Restano però altre partite: la metropolitana, la “spina” cittadina -
un passante che libererà imponenti aree fabbricabili e cambierà il volto di
una rilevante zona di Torino -, la riqualificazione di grandi zone industriali
semicentrali e il problema spinosissimo dell’arcipelago Fiat in rapida
dissoluzione che investe direttamente il rapporto dell’Amministrazione con
il futuro metropolitano e dei cittadini torinesi, molti dei quali pagano già
duramente, ma nel silenzio di media e politici, la trasformazione industriale
in atto.
Quest’ultima partita è squisitamente politica e, soprattutto se vincesse
Berlusconi, si trasformerà in un caso nazionale portando tutto il Ds a
confrontarsi con la nuova economia, la globalizzazione e i suoi frutti. Come
ai bei tempi, Torino darebbe il ‘la’ al New deal della Quercia. Allora sì
che tornerebbero mobilitazione, bandiere e manifestazioni di popolo, allora
sì che i militanti vecchi e nuovi scoprirebbero il Nemico e persino Veltroni
troverebbe da dire “qualcosa di sinistra”.
- Titolo:
- (04.03.01) CIAMPI RISCRIVE LA STORIA
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La visita del presidente Ciampi a Cefalonia e la solenne commemorazione dei
militari italiani trucidati dai tedeschi per avere voluto resistere
combattendo all’ordine di deporre le armi, apre una nuova prospettiva alla
lettura della storia d’Italia. Ascrivere alle origini della Resistenza il
sacrificio dei nostri soldati in Grecia, come ha fatto il Presidente, li
inserisce tra i protagonisti originari della lotta contro i nazi-fascisti.
Nel fatidico 8 settembre del ’43 i soldati italiani senza ordini e allo
sbando si dispersero; molti vennero disarmati dai tedeschi e proditoriamente
avviati a campi di concentramento e di lavoro in Germania. Alla costituzione
della RSI di Mussolini, fu loro offerto di aderirvi. La maggioranza rifiutò e
venne destinata ai campi di sterminio. La loro vicenda è stata quasi ignorata
dalla storiografia resistenziale e il significato del sacrificio di tanti
militari italiani è stato sempre volutamente misconosciuto.
La partecipazione di militari combattenti nelle forze della Resistenza è
invece nota, ma essa è restata circoscritta e numericamente limitata. Sempre
è stata ricondotta a singole scelte personali o di piccoli gruppi.
Recentemente Natta, l’ex segretario del Pci, ha rivelato di avere
proposto agli Editori Riuniti, l’editrice del Partito, un libro con la
storia dei soldati italiani catturati e poi eliminati dai nazisti, avendo egli
stesso vissuto in prima persona il dramma di migliaia di suoi commilitoni. Ma
il Partito comunista non era interessato alla cosa e Natta capì “che non
era il caso di insistere”.
Infatti accettare altri protagonisti all’altare della patria, avrebbe
voluto dire condividere con troppi “non comunisti” la primogenitura della
Resistenza e la rendita di posizione derivante da quella patente di nobiltà
politica.
Il presidente della Repubblica, riscrivendo una storia per troppo tempo
gelosamente, quanto interessatamente, custodita e cristallizzata da una parte
dei suoi protagonisti, compie un atto di profondo significato. Non fu solo una
minoranza di élite borghesi e di militanti politici e di popolo minuto a
originare la Resistenza. Anche un’importante rappresentanza dello stato si
sacrificò, mossa solo da senso del dovere e dal desiderio di libertà.
Il tempo trascorso, la diminuita importanza delle “nobili origini”,
permette oggi una visione storica della guerra civile e offre l’opportunità
di una più onesta e meno faziosa collocazione dei protagonisti, e Ciampi
coglie il tempo e l’occasione. È un atto al quale non s’oppongono gli
stessi protagonisti di ieri e che può rischiarare l’orizzonte politico;
ancora più rasserenante e giusto sarebbe compiere la stessa operazione sui
promotori e sui motivi fondanti della Seconda Repubblica.
- Titolo:
- (01.03.01) ANCORA UN MESE DI STIPENDIO
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Quando si tratta di garantirsi un posto di lavoro ben remunerato, ognuno è
disposto a battersi alla morte. È bastato, quindi, che filtrasse il preteso
intento di Ciampi di sciogliere immediatamente le Camere in caso di mancata
approvazione della legge sul federalismo, per ricompattare l’instabile e
litigiosa maggioranza dell’Ulivo, per un momento distolta dalla conta dei
collegi elettorali.
Per almeno un terzo dei deputati, quelli a rischio quasi certo di non
rielezione, qualche decina di milioni in più è un traguardo non
disprezzabile. Hanno famiglia e non possono mettersi a filosofeggiare su una
legge che, se applicata, peserà inutilmente ancora di più sui cittadini con
nuove tasse locali, nuovi carrozzoni ( in ogni regione sono previsti Consigli
delle province e dei comuni) ed altre incombenze a carico delle
amministrazioni locali.
D’altra parte, dal Colle nessun refolo dubbioso s’è levato circa l’inopportunità
di un voto a maggioranza semplice che cambia la Costituzione. Lo scrupolo di
un suggerimento sarebbe forse stato opportuno, soprattutto se si pensa alle
ambasce ed alle notti insonni che da anni torturano le coscienze di tanti
illustri nostri giuristi e legislatori sulla norma transitoria che impedisce
il rientro dei Savoia.
Non solo il Presidente non ha parlato, ma Luciano Violante, secondo La
Stampa di oggi, ha preventivamente confortato con il suo alto parere la scelta
proditoria dell’Ulivo. Il presidente della Camera è noto per apparire
rispettoso degli avversari politici e delle minoranze, ma spesso le sue
generose riflessioni sono dedicate a tempi lontani. Dei nemici estinti, anche
se segnati dalla colpa, non si nega la nobiltà degli intenti. Di quelli
attuali si spera che siano presto estinti.
Il voto di ieri crea un precedente e d’ora in poi sarebbe lecito alla
maggioranza fare e disfare tutto ciò che vuole senza tenere in alcun conto il
diritto e l’opposizione. È la negazione della politica, la strada maestra
verso una vita sociale sempre più aspra e conflittuale. Dall’istituzione
della Repubblica mai nessun governo aveva osato tanto, neppure quelli a grande
maggioranza dell’epoca d’oro della DC. Allora, all’epoca della corrotta
Prima Repubblica, c’era sempre un Partito Socialista a vigilare.
Oggi, nel tempo della virtuosa sinistra del bingo e delle Telekom, governa
l’esecutivo di Giuliano Amato mai votato dagli italiani, sotto la presidenza
di Carlo Azeglio Ciampi, mai passato al vaglio elettorale.