Oggi in Italia

N.7 Anno II Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti Punto Net

MARZO 2001

 
Titolo:
30/03 18:22: Satira, D'Alema chiude causa Forattini

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“Massimo D'Alema ha rinunciato alla causa civile avviata contro il disegnatore Giorgio Forattini per una vignetta apparsa su Repubblica. Nel disegno si faceva riferimento al dossier Mitrokhin. L'ex presidente del Consiglio aveva chiesto un risarcimento di tre miliardi La decisione di D'Alema è avvenuto dopo una dichiarazione di chiarimento da parte del disegnatore.”(Televideo)

Sarebbe interessante sapere in cosa sia consistito il suddetto “chiarimento”, cosa abbia mai dichiarato Forattini per placare le ire del ‘liberal’ D’Alema.

Aspettando la risposta ci domandiamo: sarà stata un’abiura? O il post-comunista non vuol sfigurare sul tema della satira alla vigilia delle Elezioni?


Titolo:
(29.03.01) SE NE SENTIVA LA MANCANZA

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Si sentiva la mancanza di un quotidiano di sinistra equilibrato e intelligente, che separasse i fatti dalle opinioni; invece è tornato nelle edicole L’Unità, il quotidiano di partito, ma non organo di partito. Clone de La Repubblica e delle pagine di altri gazzette nazionali che seguono la stessa via, ambirebbe a divenire giornale-partito, secondo il modello creato da Eugenio Scalfari.

Furio Colombo, che ha accettato di dirigerlo contro assicurazioni di un ragionevole periodo di vita garantito, cercherà di farne un agile organo della sinistra italiana, quella ricca colta e venduta, lavorando sopratuttosulle pagine della cultura. Per quando riguarda la politica, nei soliti luoghi comuni invano si cercherebbero scintille di intelligenza vaganti. Berlusconi è il demonio da esorcizzare: lo abbiamo in prima pagina sulla satira televisiva (il miliardario di Arcore attenta alla libertà di stampa), sulla campagna elettorale (si vuole comprare l’Italia 100 miliardi la sua campagna elettorale: e quella di Rutelli?); in seconda pagina (fa il buonista con Montanelli, ma in realtà…) e persino a pagina 23 dove campeggia il già noto e commentato articolo dell’Economist su “Berlusconi aspirante Napoleone d’Italia”.

Una parte interessante e originale del quotidiano è quella dedicata a Israele, all’Intifada e all’antisemitismo, trattati con competenza ed equilibrio. Sono argomenti che gli altri quotidiani trascurano un po’. Nei primi numeri sono presenti i molti amici della testata e dei Ds. Tra gli altri Roberto Benigni che ha mandato una suo poetico saluto, è la composizione di un Oscar: “Che bellezza quest’oggi il tempo svicola/è un giorno luminoso, trallallà./Mi fermo allegro, vispo ad un’edicola/pago e mi metto in tasca l’Unità./ Che bellezza l’odore di quel piombo/è leggero, e stampato c’è il mio augurio/ di lunga vita per Furio Colombo/di vita lunga per Colombo Furio”

Anche noi siamo contenti che sia tornato il giornale fondato da Gramsci, almeno ci sarà qualcuno che parla di noi, socialisti infelici che abbiamo perso Bettino e trovato Bobo. Gli dedichiamo quindi, indegnamente chiosando il grande Roberto, cinque umilissime righe: “Anche quest’oggi l’Unità è al chiosco/la metto nel Penthouse che non si veda/il piombo non c’è più da dieci anni/c’incarto le castagne di piazza Colonna./Com’è calda l’Unità di Colombo Furio”


Titolo:
(28.03.01)  COSA PROPONE IL FILOsoFO

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Gianni Vattimo, il filosofo, di tanto in tanto fa sentire il peso del suo pensiero dalle pagine de La Stampa. La sua voce è tra le più ascoltate dai fini intellettuali, ad alta densità nella (ex) capitale subalpina. Ieri si è interrogato sulla povertà di temi della campagna elettorale, che procede tra vuote schermaglie e risentite contrapposizioni televisive. L’europarlamentare Ds ritiene, giustamente, che al pubblico non arrivi neppure l’eco delle vere problematiche politiche e che, di conseguenza, occorrerebbe ammannire ai telespettatori altre pietanze.

“Se provassimo a spingerci, nei dibattiti televisivi liberati dalle polemiche più effimere, a temi come quelli della salute nel Terzo mondo e i costi proibitivi che hanno le cure dell’Aids per i cittadini africani; oppure alle politiche per ridurre l’inquinamento e alle resistenze di Bush contro gli accordi di Kyoto; oppure, sì, alle tematiche delle infelicità dovute alle varie forme di repressione del desiderio che ancora pesano su di noi, magari discutendo persino la pretesa “pedofilia” di Daniel Cohn Bendit e le tematiche libertarie del (troppo demonizzato) Sessantotto?”.

Certo la salute nel Terzo mondo preoccupa non poco gli Italiani, non parliamo poi degli accordi di Kyoto: il presidente della Lega Ambiente, Ermete Realacci, non ci dormiva più e ha deciso di abbandonare le legioni del cigno verde per un seggio Ds a Montecitorio. Sull’infelicità, poi, gli elettori ne avrebbero di cose da dire. La maggioranza degli Italiani è continuamente repressa nei propri desideri, quando non oppressa da quelli governativi, e vorrebbe permettersi “qualcosina” in più. Sulla “pedofilia” di Cohn Bendit, però, i più avrebbero qualche problema ad appassionarsi; anche se il ’68 è passato da soli 33 anni, temiamo che il professorino che si turbava in palpeggiamenti creativi interessi una ristretta schiera di esegeti. In certi casi è forse meglio vivere la travagliata infelicità di una trasmissione di Luttazzi che la delizia dell’ermeneuta votato a decifrare i segni di antiche stagioni.


Titolo:
(27.03.01) L’INQUIETUDINE DEL CAVALIERE

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Il Cavaliere sente che il momento è cruciale: ora o mai più. Il tempo incalza, le malattie segnano l’animo, e il traguardo è ad un passo…tutto dovrebbe indurlo a tenere i nervi saldi e lo spirito tranquillo. Invece un’inquietudine crescente lo induce a scendere sempre di più sulle gazzette, a rincorrere ogni polemica, a rispondere a tutte le provocazioni, anche a quelle più becere.

Da un po’ di tempo ha perso la sua bella sicurezza, vera o finta che fosse. Per lui, intenditore di calcio, è quasi un contrappasso. Nelle partite date per perse, i più deboli la mettono sulla rissa, nella speranza di ribaltare il risultato. Dalla panchina dirigenti e tecnici continuano ad urlare “state calmi”, ma i favoriti si lasciano stazzonare solo per il primo tempo, poi cadono nel tranello e rispondono colpo su colpo; si va alla gazzarra e tutto può accadere.

Che Berlusconi non capisca questa semplice manovra e non comprenda che il moderato odia la polemica rissosa, attesta la sua perdita di lucidità. All’osservatore sembra che sia sempre in attesa dell’ultimo sondaggio. Come gli aborigeni le caravelle, li aspetta e ci presta fede, senza tenere conto che gli elettori mentono anche a sé stessi, figuriamoci se non lo fanno con gli intervistatori. Quando la DC vinceva le elezioni ( erano le stagioni in cui i Castagnetti non ballavano ancora e se ne stavano nei centri studi), non si trovava uno disposto a dichiararsi democristiano. Nella notte elettorale crescevano come funghi dopo i temporali, al mattino si turavano il naso e andavano a votare, il giorno dopo lo scudo crociato aveva vinto.

Oltre al codazzo di guardie del corpo, di sinceri adulatori e di yes-man che comunque lascerà una labile scia, servirebbe al dovizioso candidato qualche osservatore disincantato e qualche bell’ingegno che lo aiutasse a ritrovare il senso delle proporzioni e il bandolo della campagna elettorale che si va intorbidando.

Il treno sta passando, può essere giusto scegliersi come compagni di viaggio compiacenti cortigiani, ma il primo obiettivo dovrebbero essere quello di salirvi.


Titolo:
(22.03.01) AMATO ANDRÀ IN TABACCHERIA

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Dopo avere impegnativamente dichiarato al Financial Times di avere definitivamente deciso di non candidarsi, dato che “si può fare politica anche fuori dal Parlamento” e che non intendeva certamente girare per “tabaccherie e negozi” questuando voti a Grosseto (“…non so più come dirglielo”), ecco che Giuliano Amato smentisce puntualmente se stesso accettando il collegio di Grosseto. “I toscani mi hanno spiegato che in Maremma il seggio è a rischio e che il Pdl può vincere e allora preferisco la responsabilità di fronteggiarli a quella che mi assumerei mettendomi da parte”.

In realtà non sono stati gli amici della tabaccheria a consigliarlo, ma Massimo D’Alema. I due viaggiano di conserva, pilotando il progetto di un grande partito riformista che trarrebbe slancio dalla sconfitta del centrosinistra più che dal successo elettorale. La dichiarazione di Rutelli che nei giorni scorsi paventava che ci fosse nel suo schieramento chi “remava contro”, ha indotto i due neo fondatori del riformismo a rendersi disponibili per la campagna elettorale.

Amato ha ingoiato un altro rospo e si è arruolato sotto le bandiere dell’ex sindaco di Roma. Lo vedremo sul palco del Veltroni day, con il candidato premier a Grosseto almeno una volta, in televisione a difendere l’indifendibile, cioè gli aspetti più controversi del suo esecutivo. Come dimostra la sua candidatura, ha ormai imparato a non nascondere la menzogna e ad infiorettarla per renderla commestibile agli italiani. Quindi farà bene la sua parte.

Ma le cose parlano una loro propria lingua e la sommessa eloquenza dei fatti vale più delle parole del presidente del Consiglio. Mentre la Campania, come molta parte del Sud, vede prevalere la delinquenza organizzata, secondo quanto ha dichiarato ieri il procuratore Cordova, dalle città dell’hinterland napoletano si levano i miasmi di migliaia di tonnellate d’immondizia che cuoce al sole, perfetta metafora del regime. Crediamo che invano i cittadini si lasceranno convincere a seguire l’esempio del comico Luttazzi che smaltisce le deiezioni mangiandosela in Tv.

 

 


Titolo:
(20.03.01) CANDIDARSI A SINDACO DI TORINO

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Sembra che a Torino non sia facile fare il candidato.

Che questi fumi o meno, che questi mangi molto o meno, che questi sia sportivo o meno, che abbia il fisico da modello o da maresciallo, non c’è nulla da fare: lo stress non risparmia nessuno.

Ieri Carpanini (DS), che addiruttura muore sul campo di battaglia politico al primo confronto faccia a faccia con l’antagonista candidato sindaco. Oggi è toccato a Rosso (FI), non è morto, ma sicuramente un’ulcera intestinale fulminante non cosa da poco.

Perché a Torino i candidati si sentono male o peggio? Il risultato del duello è molto incerto in questa città: si tratta di poche migliaia di voti per vincere. E’ noto che non ci saranno plebisciti all’uscita delle urne. Ma è anche vero che la campagna elettorale, almeno formalmente, non è ancora iniziata è gia cominciamo a contare come in guerra.

Sarà a causa della città ormai amerikanizzata? Nella quale anche i dirigenti dell’indotto FIAT sono costretti a fare ansiosi conti con le finanziarie che gesticono adesso quelle aziende oramai di proprietà di fondi pensionistici di qualche stato del Nord America, che viaggiano con la logica di interessi e profitti trimestrali?

Altro che i tempi di “mamma Fiat”...! Anche la politica ormai rischia di diventare solo pratica dell’ansia, come il business.


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(19.03.01)  NON È AMATO, MA È AMATO?

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Non si percepisce quale sia la strategia di Francesco Rutelli. Si sa ciò che vuole: conquistare la presidenza del Consiglio. Per farne cosa, questo è meno chiaro. Da come glorifica il governo in carica, sembrerebbe per continuarne l’attività, ma allora perché il candidato non è Amato? Non è amato perché finto umile e spocchioso. Non è Amato perché ne sa poco di tutto.

Questo è apparso chiaro a Parma, durante il suo intervento al convegno di Confindustria sulla competitività. È andato dagli imprenditori per convincerli sulla sua leadership ed è partito attaccando Berlusconi. Per alcuni minuti ha letto un passo di uno studio del Credit Suisse per gli investitori americani sui tagli fiscali proposti dal Polo delle libertà; di fronte al brusio e alle risatine della platea, irritata dalla lunga lettura del testo in inglese, Rutelli ha cambiato atteggiamento.

È passato alle lusinghe proponendo un patto con l’imprenditoria, una “duratura tregua fiscale”. Neppure a questo punto l’applauso è arrivato. Allora ha ricordato che gli industriali hanno potuto usufruire di un lungo periodo di pace sociale, dovuta alla concertazione tra le parti sociali: “Il grande risanamento dell’Italia è stato fatto nella coesione sociale e senza conflitti dirompenti: avrebbero potuto permetterselo altri?”. Nel perdurante silenzio della platea ha sparato quanto segue: “Non so se la coesione resterà se dovesse affermarsi una concezione più muscolare del confronto”. Cioè, se comandiamo noi niente scioperi, altrimenti…

Il candidato del Centrosinistra è poi passato ad illustrare il suo programma. Dalle grandi infrastrutture ( con un esilarante “All’inizio di aprile dirò come si realizza il ponte sullo Stretto”) alla diminuzione degli oneri contributivi sul lavoro, alla flessibilità, tutto non è stato altro che una risposta al programma berlusconiano e una lunga blandizie al corpo confindustriale ( “Sono vere molte delle cose che andate dicendo…condivido la vostra impostazione: concertare per concentrare…occorre una grande terapia d’urto”). Eppure poco prima aveva glorificato senza riserve l’opera del governo. Abilmente titillando l’orgoglio imprenditoriale, Rutelli ritiene di acquisirne i consensi.

Invece anche a Parma, come nelle dichiarazioni di ogni giorno, il suo intervento è stato un mix di blandizia e di minacce. Lui pensa di essere amato perché non è Amato. È probabile, invece, che proprio per questo sarà poco votato.


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(16.03.01) LA LONTANANZA SAI...

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Niente come la lontananza affratella gli italiani. Basta ritrovarsi per qualche settimana in terra straniera per vedere sfumare divisioni anche aspre e per riscoprire dentro di noi un’idea orgogliosa dell’Italia. Figuriamoci, quindi, cosa avviene nell’animo dei nostri emigrati in Argentina quando arriva in visita ufficiale il presidente della Repubblica italiana. Nella terra del “pensiero triste che si balla”, il tango, la nostalgia è patrimonio comune a tutti, anche agli emigrati.

Complice questa atmosfera, ieri al Coliseo di Buenos Aires gremito di migliaia di italo-argentini, Carlo Azeglio Ciampi è stato più volte interrotto da applausi e fatto oggetto di una vera e propria ovazione. Contagiato da questo amore per la lontana patria velato di malinconico rimpianto che ha raggiunto punte di vera commozione, è naturale che il presidente si sia concesso alla platea come il buon padre di tutti.

Ha parlato della legge sul voto agli emigrati e ha detto che non è stata votata solo per mancanza di tempo…Poi ha assicurato che l’Italia aiuterà l’economia del Sud America e “garantirà Buenos Aires presso gli organismi internazionali di credito”. Ad un certo punto ha assicurato che “negli ultimi cinquant’anni sempre l’Italia è stata unita e concorde nei momenti che contavano”. Può darsi davvero che Ciampi pensi questo, anche se storicamente ci pare difficile sostenerlo.

Se si pensa alle lotte anti Nato, a certe visite di presidenti statunitensi avversate da forte manifestazioni, alle stragi, al terrorismo…tutta la seconda metà del secolo è corsa sulla tensione in equilibrio tra italiani contrapposti. Persino in occasione della spedizione in Kosovo, una parte delle forze di governo, i Comunisti italiani, si distinsero per “intelligenza politica” col nemico, evidenziata da Armando Cussutta che rendeva visita a Milosevic, mentre i soldati italiani erano in guerra contro la Serbia.

È vero, però, che almeno nel caso dell’adesione all’Europa dell’Euro e degli impegni militari, l’opposizione ha dato prova di tenere conto dell’interesse generale dello Stato. Forse il Presidente, senza deludere le aspettative di tanti concittadini che vivono lontano dall’Italia, avrebbe anche potuto esser più aderente alla realtà. Se c’è una cosa della quale tutti abbiamo inconscia nostalgia, perché quasi mai l’abbiamo conosciuta, è di un “papà” che non c’indori la pillola e che dica agli italiani le cose come stanno, anche le verità sgradevoli.


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(13.03.01) L’UOMO DELLA PROVVIDENZA

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Raffaele Guariniello non lo sospetta, ma con l’avviso di garanzia comunicato ieri a Chicco Testa, presidente dell’Enel, ha esemplarmente completato la parabola dell’ancor giovane boiardo di stato in carico Ds. Secondo l’implacabile magistrato torinese, l’Enel, con le emissioni dei suoi tralicci dell’alta tensione, genera elettrosmog e si rende colpevole di inquinamento ambientale. Essendo però controverso l’effetto di queste emissioni sugli organismi umani, il procuratore aggiunto contesta al top manager le “molestie” provocate dall’elettrosmog e non i presunti danni fisici ai bambini delle scuole e alla popolazione che vive a ridosso dei tralicci in alcune zone della provincia di Torino.

Per arrivare a questo traguardo giudiziario, il bel Chicco ha compiuto in pochi anni una lunga strada. Si è formato come agguerrito ambientalista nella fucina del “terzo settore”, un largo fiume che una volta accoglieva nel suo estuario navigati uomini di partito arenati in qualche secca politica - come nel caso di Rino Serri del vecchio Pci inviato a presiedere l’Arci ed ora sdoganato dai comunisti di Cossutta come sottosegretario agli Esteri – e giovani militanti arrembanti, come nel caso di Testa, presidente della Lega Ambiente, che radunava gli ecologisti della prima ora, collaterali al Pci, quelli che, recitava una vecchia battuta, erano “come i pomodori, verdi di fuori e rossi di dentro”.

Notato dal partito che ne apprezzò la fedeltà e gli utili servigi in occasione di elezioni locali e amministrative romane, Chicco venne definitivamente avviato alla carriera politica. Eletto deputato, alla presa del potere fu destinato alla presidenza dell’Enel, un presidio di stretta osservanza messo a controllo del supermanager Tatò, non senza qualche travaglio interno. Il progetto era, e in parte è, quello di trasformare l’Enel in una specie di Iri dei Democratici di sinistra. E su questa via è avviato il carrozzone.

Per realizzare il progetto, la capitalizzazione è affidata alle tariffe che sono tra le più alte d’Europa e invano l’Ue ha richiesto all’Italia la libera concorrenza in questo settore. Nonostante gli altissimi utili puntualmente usati per acquisire società non strategiche, la borsa per ora non premia la voracità dell’Ente, ma il presidente marcia diritto per la strada tracciata. Lui è un uomo di grande successo, presente là dove conta, che fa vita mondana e viene fotografato alle prime. L’iniziativa di Guariniello di certo non scombinerà i piani, ma a livello personale qualcosa conta.

Non è raro che spretati divengano i più strenui oppositori della Chiesa. Non diversamente i verdi duri e puri possono trasformarsi in inquinatori. Sembra essere questo il punto d’arrivo della parabola di Chicco Testa. Tuttavia attenderemo invano i manipoli della Lega Ambiente con i loro drappi verdi sotto le finestre dell’Enel. L’elettrosmog è subdolo e sarà pure cancerogeno, ma non puzza, non si vede e non è ufficialmente inquinante. La coscienza del militante è dunque salva. E quella dell’elegante presidente?


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( 12.03.01) GLI INTELLETTUALI E LA DITTATURA

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Come i bambini che si deliziano di storie terrorizzanti, sciolte nell’abbraccio degli amorosi genitori, così molti intellettuali italiani della sinistra istituzionale hanno preso a rigirarsi voluttuosamente nelle ipotesi di svolte autoritarie o, peggio, di golpe in caso di vittoria del Polo delle libertà. Una lunga consuetudine con il Nemico e, più ancora, con il sicuro approdo del porto amico, nutre le paure dell’élite di sinistra, opportunamente sollecitate da politici di riferimento.

Ma sarebbe possibile instaurare in Italia una dittatura di destra, in caso di vittoria del Polo? Le organizzazioni di massa non sono certo schierate con un’eventuale “destra autoritaria” di cui non si vede traccia consistente: i sindacati e il “terzo settore” sono egemonizzati dal centrosinistra. L’esercito, guidato da uomini fedeli alle alleanze, ma anche alla democrazia, non ci sembra attrezzato per un’eventualità del genere. Le organizzazioni dell’ordine pubblico - polizia e i carabinieri - sono così lontane da tentazioni autoritarie, da limitarsi a flebili rimostranze anche sulle evidenti incongruenze legislative della lotta alla delinquenza e sono state ampiamente ‘rivisitate’ e riorganizzate dagli ultimi governi. La magistratura è saldamente presidiata da giudici democratici e la grande stampa è così schierata da far brillare di luce abbagliante le poche testate fuori dal coro. L’informazione della televisione pubblica è tutta strutturata sul centrosinistra. Solo due telegiornali – quelli di Italia 1 e di Rete 4 – sono berlusconiani, ma insieme non fanno il Tg 2 della Rai.

Una dittatura non è quindi possibile: mancano i referenti internazionali, non c’è la piazza, non ci sono le strutture, mancano gli esecutori. La democrazia in Italia è, per fortuna, una solida realtà che ha nel capo dello Stato un sincero garante. Un regime, però, può istaurarsi anche senza un colpo di stato.

Si può affermare un nuovo ordine - un regime - tramite leggi democratiche che favoriscano alcune categorie di cittadini a scapito di altre; rendendo di fatto difficoltosa o impossibile la tutela dei propri diritti tramite i tribunali o la protezione legittima delle proprie attività non attuando le leggi previste. Oppure variando continuamente leggi e normative, cosicché vengano meno le certezze legislative di medio e lungo periodo; truccando dati e statistiche, mascherando le imposizioni fiscali (ad esempio costringendo milioni di casalinghe a sottoscrivere un’inutile assicurazione volontaria, ma ‘obbligatoria’) e scremando ogni anno 40mila miliardi della ricchezza prodotta; cinicamente scaricando sugli obbligati utenti di pubblici servizi ancora monopolistici, ma ufficialmente non più di stato, investimenti non strutturali, come nel caso dell’Enel; schedando i cittadini e rendendo accessibili a tutti i loro affari privati, come nel caso dell’anagrafe dei conti bancari; decidendo con i sindacati leggi da fare poi approvare in Parlamento, esautorandolo e di fatto instaurando un sistema che introduce le corporazioni tra gli organi costituzionali. Infine votando a maggioranza semplice leggi che cambiano articoli della Costituzione.

Se un governo facesse tutto questo, allora si potrebbe parlare di regime, anche senza svolta autoritaria e senza golpe. In questo caso gli intellettuali, forse, stenterebbero a rendersi conto dell’accaduto, perché sarebbero isolati dalla realtà dai loro stessi privilegi ( il regime pesa meno a chi non vive contando la lira, ma suonandola alla tavola imbandita). Alla fine, però, insorgerebbero come un sol uomo per denunciarne l’esistenza e per fare intervenire l’Europa, o almeno il Belgio, in difesa delle libertà conculcate, e per fare scendere i sindacati in piazza, naturalmente nel caso che si trattasse di un governo di centrodestra.

Per ora questa evenienza, evidentemente, non si è verificata, altrimenti si sarebbero fatti sentire. Perciò pensano che la maggioranza degli elettori sia rustica e villana, se non zotica e ignorante, a incaponirsi a voler votare il Polo. Neppure il fuggi fuggi dei ministri ‘tencici’ del governo Amato, e dello stesso presidente del Consiglio, da ogni ipotesi di candidatura li ha impensieriti più di tanto. Formatisi nel materno grembo della sinistra “d’opposizione e di governo” sono soprattutto pensosi del loro status e vivono il futuro con terrore. Che possa esistere democrazie diverse dalla loro, lo ritengono pura follia.


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(08.03.01) L’APPELLO DEI NOVANTENNI

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Dal chiuso delle loro confortevoli dimore, lasciti di intere vite di lavoro e magistero, lontani dagli ovvi clamori del mondo, due ultranovantenni torinesi si apprestano a rendere pubblico un disperato appello agli italiani. Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone, hanno sottoscritto una lettera di appoggio all’Ulivo nella quale si afferma che la democrazia italiana è in pericolo se vince Berlusconi e che il periodo peggiore di questi ultimi anni sono stati quei mesi del ’94 nei quali governò l’uomo del biscione.

Nelle persone di età avanzata c’è sempre la tentazione del “dopo di me il diluvio” e di preconizzare sfracelli, ma non pensavamo che la recente e furba visita-omaggio di Rutelli a Bobbio, potesse così tanto blandire la vanità del filosofo, da indurlo a sposare acriticamente le tesi politiche del candidato sino a lanciare una grottesca scomunica laica su tanta parte degli italiani.

I due nonagenari vedono il mondo attraverso la lente deformata di un’informazione filtrata da referenti amorevolmente protettivi e da giornali schierati (sono entrambi collaboratori de La Stampa). Sono quindi sinceramente preoccupati del futuro della sinistra democratica, non riuscendo a cogliere la terribile deriva e l’imbarbarimento della vita pubblica e sociale italiana che non può certo essere ascritta all’opposizione, né al governo del ’94. Se questo è giustificato per Galante Garrone, da qualche anno meno attivo, non lo è certamente per Bobbio, lucido pensatore ancora al centro di una vivace attività culturale.

I segni distintivi dell’illiberalità del regime, la schizofrenia del legiferare che accavalla leggi inapplicabili perché in continua mutazione, i ministri che annunciano trionfali successi economici strillati da titoli su sette colonne e poi smentiti da brevi note, le nuove povertà dell’inflazione reale che popolano Torino e le altre città di homeless all’addiaccio, la cancrena della delinquenza organizzata che risale velocemente la penisola, non preoccupano il venerando studioso.

Nella protettrice atmosfera del suo studio, dove ha visto scorrere la storia che si è come depositata sull’imponente biblioteca, Norberto Bobbio, pur avendo ribadito, proprio in occasione della visita dell’ex sindaco di Roma, di avere sempre capito poco della politica italiana, aggiunge la sua firma a quella di intellettuali di robusto pelo, quasi lanciando un anatema e rendendo un utile quanto disinteressato servizio agli amici. Troppo anziano per cogliere il gioco degli inganni, il senatore a vita ha fatto una sua scelta di campo, sarebbe saggio se l’autore dell’Età dei diritti rispettasse gli italiani che liberamente ne faranno un’altra.


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(07.03.01) TORINO, ITALIA. IL POLO VA ALLA GUERRA/2

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Il candidato del Polo alla carica di sindaco di Torino, Roberto Rosso, dopo il doveroso silenzio impostosi per partecipare il cordoglio per l’improvvisa morte del suo rivale Domenico Carpanini, ritorna in pista nella campagna elettorale e lo fa ancora per linee interne, ancora day by day, quelle che in fondo interessano i cittadini attivi. Ad esempio, oggi su La Stampa parla di parcheggi e strisce blu.

Le prime uscite elettorali di Rosso sono guardate con grande curiosità ed hanno quindi una particolare importanza. Chissà se il candidato se ne rende conto. Questo brillante avvocato quarantenne è conosciuto in città solo come coordinatore regionale di Forza Italia. La sua storia si è sino ad oggi giocata più a Vercelli, nella cui provincia è nato, dove ha conseguito un brillantissimo risultato elettorale con l’elezione a deputato e una valanga di voti, che a Torino. Lo suo staff è ancora in rodaggio e il programma è in via di definizione, ma Rosso sembra per ora sottovalutare la “torinesità”, l’appartenenza fisica e intellettuale alla città che sempre ha inciso sul risultato elettorale, come ben sa l’onorevole Costa da Mondovì, a suo tempo sconfitto da Castellani per pochi voti.

Non mancano quindi i consigli affinché l’uomo di Forza Italia affronti nella prima parte della campagna proprio questo punto. Lui ha fama di imparare rapidamente e di impadronirsi in poco tempo di temi anche complessi. Su questa lucidità intellettuale e sul carisma di brillante e giovane politico fonda molta parte delle sue speranze elettorali. L’immagine derivante potrebbe alla fine risultare vincente, soprattutto ora che ha contro Sergio Chiamparino che non può certo vantare i vent’anni di consiglio comunale e di pubblica attività di Domenico Carpanini.

C’è però un’altra realtà che per ora sembra sfuggire a Roberto Rosso. La città ruota sempre meno attorno alla galassia Fiat che viene messa pezzo a pezzo sul mercato finanziario internazionale. È in corso una grande riconversione, già iniziata e portata avanti con l’attuale amministrazione che si è anche dotata di un city manager stipendiato a caro prezzo. Si punta su turismo e nuove tecnologie, con investimenti e progetti complessi che prevedono accordi con altre amministrazioni, partecipazioni internazionali, teams municipali specializzati che lavorano su singoli progetti e investimenti di migliaia di miliardi su nuovi assetti urbani e metropolitana. Su tutto splende il miraggio delle Olimpiadi della neve del 2006 che vivono una storia diversa, ormai al sicuro dalle ingerenze comunali e saldamente orientate dalla dinastia Agnelli.

Torino è un grande cantiere aperto, largamente impegnata sul mercato del credito, che richiede una direzione collettiva che tenga conto dei progetti interdipendenti e complementari già avviati e di quelli in fase di studio. La giunta attuale si è appunto interessata delle strisce blu, ma sono state alcune facoltà universitarie e gli uomini Fiat a menare la danza. È con questa storia che Rosso si deve misurare, se vuole governare. Vincerà se saprà convincere la “città che conta” di sapere, e volere, utilizzare il patrimonio culturale e industriale che si è andato stratificando negli anni.

Il candidato del Polo ha però un formidabile atout da giocare, Lo sviluppo e le iniziative degli ultimi cinque anni hanno trascurato le periferie. Anzi, in qualche caso le hanno fortemente penalizzate. Centinaia di migliaia di cittadini nutrono sentimenti di estraneità, se non di ostilità verso l’attuale amministrazione, che ha scelto di favorire il centro cittadino. C’è quindi il paradosso di un’amministrazione di centrosinistra, con i Ds egemoni, che ha perso l’aggancio con le sue radici originarie. Sono proprio questi elettori gli alleati naturali di Roberto Rosso. Sempre che sappia parlare con loro.


Titolo:
(06.03.01) TORINO, ITALIA. IL NUOVO CANDIDATO/ 1

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La scelta del candidato Ds a sindaco di Torino è uno psicodramma che dura da molti mesi, da quando i dirigenti del partito della quercia torinese, egemoni nel Ds nazionale con Fassino vicesegretario e Violante alla presidenza della Camera, hanno deciso di rivendicare la carica di primo cittadino, prima lasciata nelle mani di esponenti dell’establishment borghese della città.

Questa ferma decisione ha subìto il travaglio di un lungo dibattito interno sia al Ds che all’Ulivo, e poi di offerte di candidature sempre più di minor respiro nazionale, mano a mano che i vari Violante, Fassino, Colombo, ecc. declinavano l’invito, sino all’affermarsi di quella di Domenico Carpanini, sottoposto in verità a un’umiliante altalena d’indecisionalità.

La repentina scomparsa del candidato stroncato a 47 anni da un ictus, ha dato luogo a un rituale pubblico che ha fatto coincidere il sincero dolore di molti amici ed estimatori, con le necessità di tessere una bandiera da opporre ai barbari del Polo calanti sul Palazzo. La sfilata dei torinesi della nomenclatura nazionale ulivista, di labari e bandiere hanno commosso anche l’animo più duro e solo l’arte di un Guttuso avrebbe potuto degnamente eternare lo struggimento dei compagni e il preoccupato cordoglio di elettori ed apparato.

Cosicché si può dire di Carpanini che la morte gli ha reso giustizia, finalmente facendone trionfare la candidatura nell’intero schieramento di centrosinistra. Nel suo ricordo è ricominciata la ronda delle candidature: avendo rifiutato quelli già prima interpellati, è stato scelto Sergio Chiamparino, un “liberal” del Ds, uomo di dialogo e per questo osteggiato ai tempi del Pci-Pds ed esiliato nella lontana, ma godereccia, Bruxelles.

Perché il Ds è restato sordo alla richiesta degli alleati di una designazione non strettamente di partito? I democratici di sinistra considerano irrinunciabile la carica di sindaco, pena l’inaridimento della Quercia cittadina. Infatti la polpa dell’amministrazione cittadina è già volata altrove. Le Olimpiadi sono presidiate dall’entourage di Agnelli che hanno messo a capo del Comitato che manovrerà migliaia di miliardi il fedele Castellani, marcato stretto dagli uomini del Re, se mai ce ne fosse bisogno. L’Alta velocità è nazionale, ma passa per la Regione che ha nel presidente Ghigo l’abile uomo di ogni accordo e il credibile referente degli investimenti privati.

Restano però altre partite: la metropolitana, la “spina” cittadina - un passante che libererà imponenti aree fabbricabili e cambierà il volto di una rilevante zona di Torino -, la riqualificazione di grandi zone industriali semicentrali e il problema spinosissimo dell’arcipelago Fiat in rapida dissoluzione che investe direttamente il rapporto dell’Amministrazione con il futuro metropolitano e dei cittadini torinesi, molti dei quali pagano già duramente, ma nel silenzio di media e politici, la trasformazione industriale in atto.

Quest’ultima partita è squisitamente politica e, soprattutto se vincesse Berlusconi, si trasformerà in un caso nazionale portando tutto il Ds a confrontarsi con la nuova economia, la globalizzazione e i suoi frutti. Come ai bei tempi, Torino darebbe il ‘la’ al New deal della Quercia. Allora sì che tornerebbero mobilitazione, bandiere e manifestazioni di popolo, allora sì che i militanti vecchi e nuovi scoprirebbero il Nemico e persino Veltroni troverebbe da dire “qualcosa di sinistra”.


Titolo:
(04.03.01) CIAMPI RISCRIVE LA STORIA

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La visita del presidente Ciampi a Cefalonia e la solenne commemorazione dei militari italiani trucidati dai tedeschi per avere voluto resistere combattendo all’ordine di deporre le armi, apre una nuova prospettiva alla lettura della storia d’Italia. Ascrivere alle origini della Resistenza il sacrificio dei nostri soldati in Grecia, come ha fatto il Presidente, li inserisce tra i protagonisti originari della lotta contro i nazi-fascisti.

Nel fatidico 8 settembre del ’43 i soldati italiani senza ordini e allo sbando si dispersero; molti vennero disarmati dai tedeschi e proditoriamente avviati a campi di concentramento e di lavoro in Germania. Alla costituzione della RSI di Mussolini, fu loro offerto di aderirvi. La maggioranza rifiutò e venne destinata ai campi di sterminio. La loro vicenda è stata quasi ignorata dalla storiografia resistenziale e il significato del sacrificio di tanti militari italiani è stato sempre volutamente misconosciuto.

La partecipazione di militari combattenti nelle forze della Resistenza è invece nota, ma essa è restata circoscritta e numericamente limitata. Sempre è stata ricondotta a singole scelte personali o di piccoli gruppi.

Recentemente Natta, l’ex segretario del Pci, ha rivelato di avere proposto agli Editori Riuniti, l’editrice del Partito, un libro con la storia dei soldati italiani catturati e poi eliminati dai nazisti, avendo egli stesso vissuto in prima persona il dramma di migliaia di suoi commilitoni. Ma il Partito comunista non era interessato alla cosa e Natta capì “che non era il caso di insistere”.

Infatti accettare altri protagonisti all’altare della patria, avrebbe voluto dire condividere con troppi “non comunisti” la primogenitura della Resistenza e la rendita di posizione derivante da quella patente di nobiltà politica.

Il presidente della Repubblica, riscrivendo una storia per troppo tempo gelosamente, quanto interessatamente, custodita e cristallizzata da una parte dei suoi protagonisti, compie un atto di profondo significato. Non fu solo una minoranza di élite borghesi e di militanti politici e di popolo minuto a originare la Resistenza. Anche un’importante rappresentanza dello stato si sacrificò, mossa solo da senso del dovere e dal desiderio di libertà.

Il tempo trascorso, la diminuita importanza delle “nobili origini”, permette oggi una visione storica della guerra civile e offre l’opportunità di una più onesta e meno faziosa collocazione dei protagonisti, e Ciampi coglie il tempo e l’occasione. È un atto al quale non s’oppongono gli stessi protagonisti di ieri e che può rischiarare l’orizzonte politico; ancora più rasserenante e giusto sarebbe compiere la stessa operazione sui promotori e sui motivi fondanti della Seconda Repubblica.

 


Titolo:
(01.03.01) ANCORA UN MESE DI STIPENDIO

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Quando si tratta di garantirsi un posto di lavoro ben remunerato, ognuno è disposto a battersi alla morte. È bastato, quindi, che filtrasse il preteso intento di Ciampi di sciogliere immediatamente le Camere in caso di mancata approvazione della legge sul federalismo, per ricompattare l’instabile e litigiosa maggioranza dell’Ulivo, per un momento distolta dalla conta dei collegi elettorali.

Per almeno un terzo dei deputati, quelli a rischio quasi certo di non rielezione, qualche decina di milioni in più è un traguardo non disprezzabile. Hanno famiglia e non possono mettersi a filosofeggiare su una legge che, se applicata, peserà inutilmente ancora di più sui cittadini con nuove tasse locali, nuovi carrozzoni ( in ogni regione sono previsti Consigli delle province e dei comuni) ed altre incombenze a carico delle amministrazioni locali.

D’altra parte, dal Colle nessun refolo dubbioso s’è levato circa l’inopportunità di un voto a maggioranza semplice che cambia la Costituzione. Lo scrupolo di un suggerimento sarebbe forse stato opportuno, soprattutto se si pensa alle ambasce ed alle notti insonni che da anni torturano le coscienze di tanti illustri nostri giuristi e legislatori sulla norma transitoria che impedisce il rientro dei Savoia.

Non solo il Presidente non ha parlato, ma Luciano Violante, secondo La Stampa di oggi, ha preventivamente confortato con il suo alto parere la scelta proditoria dell’Ulivo. Il presidente della Camera è noto per apparire rispettoso degli avversari politici e delle minoranze, ma spesso le sue generose riflessioni sono dedicate a tempi lontani. Dei nemici estinti, anche se segnati dalla colpa, non si nega la nobiltà degli intenti. Di quelli attuali si spera che siano presto estinti.

Il voto di ieri crea un precedente e d’ora in poi sarebbe lecito alla maggioranza fare e disfare tutto ciò che vuole senza tenere in alcun conto il diritto e l’opposizione. È la negazione della politica, la strada maestra verso una vita sociale sempre più aspra e conflittuale. Dall’istituzione della Repubblica mai nessun governo aveva osato tanto, neppure quelli a grande maggioranza dell’epoca d’oro della DC. Allora, all’epoca della corrotta Prima Repubblica, c’era sempre un Partito Socialista a vigilare.

Oggi, nel tempo della virtuosa sinistra del bingo e delle Telekom, governa l’esecutivo di Giuliano Amato mai votato dagli italiani, sotto la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi, mai passato al vaglio elettorale.

 

 

 


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