Oggi in Italia

[ARCHIVIO]

N.8 Anno II Mensile di commenti quotidiani 
dalla Redazione di Socialisti Punto Net

APRILE 2001

 
Titolo:
(06.05.01) DIMISSIONI ALL'ITALIANA

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Tre giorni fa, dopo un nuovo, tempestoso, Consiglio dei ministri, aveva detto: «Basta, mi dimetto, non vedo altra strada. Ho chiesto ad Amato un provvedimento cautelare, autoritativo, per bloccare l’emissione di Radio Vaticana».

Invano. Rottura, dunque. Secondo qualche maligno, quell’inasprimento dello scontro alla vigilia del voto era sospetto, visto che l’intervento sul caso-Cesano era ormai avviato. Secca la replica di Bordon: niente calcoli elettorali, penso solo alla salute della gente. E poi: «C’è un limite dentro ognuno di noi, un limite morale e politico». La stampa gli ha creduto, ha dato ampio spazio ai suoi tormenti. Ancora ieri, intervistato dal Corriere , il ministro rispondeva al sospetto di dimissioni «all’italiana» con un indignato «per me il problema è chiuso». Ed escludeva di poter accettare la soluzione proposta da Amato: «Perché aspettare fino al 18 maggio?».

Ieri l’ha accettata e ha ritirato le dimissioni. Si vede che, come qualche onda elettromagnetica, anche il disagio «morale e politico» di Bordon è improvvisamente rientrato nei limiti. Tre giorni di titoli a tutta pagina e di «spot» in tutti i tg valgono evidentemente più di una reputazione di serietà.

(da il Corriere della Sera)


Titolo:
(28.04.01) VATTIMO O IL FANATISMO POSTCOMUNISTA

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di Emanuele Macaluso

 

Caro Direttore, La Stampa (giovedì 26 aprile) ha ripreso un servizio pubblicato su Reset e sull’Espresso nel quale alcuni intellettuali esprimevano i loro giudizi sulla campagna elettorale. Il riferimento è agli appelli di due gruppi di studiosi: uno di Bobbio, Galante Garrone, Pizzorusso e Sylos Labini, i quali sostengono che oggi la posta in giuoco è lo stesso assetto democratico del paese; l’altro con le firme di Franco Debenedetti, Barbera, Salvati, Cafagna e Mieli che, pur riconoscendo allo scontro elettorale in corso un forte rilievo, non credono che la posta sia la democrazia.

La Stampa pubblica l’intervento di Bobbio e una parte delle risposte di Rusconi e Vattimo. Per quel che vale, dico subito che mi ritrovo nelle argomentazioni di Rusconi, ma non è questa la ragione per cui scrivo. Mi ha sorpreso il fatto che Vattimo concludendo il suo intervento, nel quale ribadisce il suo convincimento che «Berlusconi costituisce un pericolo per la democrazia», argomenta le ragioni per cui «non sottoscrive un appello rivolto alle due parti perché si discuta civilmente...» e urla: «Evviva le campagne elettorali degli anni del fanatismo ideologico, evviva Pajetta».

E no, caro professore, Pajetta non fu un fanatico ideologico, ma un politico che non tollerava il fanatismo ideologico. Con Pajetta ho condiviso parte della mia vita: siamo stati insieme per oltre trent’anni nella direzione del Pci, nei primi Anni Sessanta abbiamo abitato la stessa casa e tante volte siamo stati in vacanza con i nostri figli. Voglio dire che conoscevo bene le sue idee, i suoi umori, le sue passioni, le sue contraddizioni.

Il rigore morale, il forte attaccamento al suo partito, la difesa delle sue idee, l’ironico argomentare per contrastare quelle degli altri, in Giancarlo Pajetta non si tinsero mai di ideologismo fanatico. E non demonizzò mai l’avversario nonostante le battute sferzanti che ne caratterizzavano il suo dire politico. Fu amico di Zaccagnini ma anche di Andreotti, del quale apprezzò la politica estera; fu amico di Saragat, e lo sostenne, nel Pci, per la candidatura alla Presidenza della Repubblica; ebbe rapporti intensi non solo con Nenni e Pertini, ma con Craxi. Potrei continuare.

Mi fermo per dire che quel che mi preoccupa è il fondamentalismo o lo sbracamento che oggi attraversa parte della sinistra. E a Vattimo, prima di etichettare una persona, gli consiglierei almeno di leggere i suoi scritti, per capirla. A meno che non si voglia coprire il proprio fanatismo invocando l’inesistente fanatismo di un uomo come Pajetta.

(da La Stampa del 28 aprile 2001)

 


Titolo:
(14.04.01) L'APPELLO DEGLI ARTERIOSCLEROTICI "MILITONTI"

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È necessario battere col voto la cosiddetta Casa delle libertà. Destra e sinistra non c'entrano: è in gioco la democrazia. Berlusconi ha dichiarato di voler riformare la prima parte della Costituzione, e cioè i valori fondamentali su cui poggia la Repubblica italiana. Ha annunciato una legge che darebbe al Parlamento la facoltà di stabilire ogni anno la priorità dei reati da perseguire. Una tale legge subordinerebbe il potere giudiziario al potere politico, abbattendo cosí uno dei pilastri dello Stato di diritto. Oltre a ciò, Berlusconi, già piú volte condannato e indagato, in Italia e all'estero, per reati diversi, fra cui uno riguardante la mafia, insulta i giudici e cerca di delegittimarli in tutti i modi, un fatto che non ha riscontri al mondo. Ma siamo ancora un paese civile? Chi pensa ai propri affari economici e ai propri vantaggi fiscali governa malissimo: nei sette mesi del 1994 il governo Berlusconi dette una prova disastrosa. Gli innumerevoli conflitti d'interesse creerebbero ostacoli tremendi a un suo governo sia in Italia sia, e ancora di piú, in Europa. Le grandiose opere pubbliche promesse dalla Casa delle libertà dovrebbero essere finanziate almeno in gran parte col debito pubblico, ciò che ci condurrebbe fuori dall'Europa. A coloro che, delusi dal centrosinistra, pensano di non andare a votare, diciamo: chi si astiene vota Berlusconi. Una vittoria della Casa delle libertà minerebbe le basi stesse della democrazia

Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Alessandro Pizzorusso, Paolo Sylos Labini


Titolo:
(10.04.01)  LA PENA SECONDO FASSINO

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Il ministro della Giustizia Fassino sarà il politico che trarrà maggior profitto dalla sua esperienza di governo. Ne uscirà con una autorevolezza e una credibilità che gli sarà riconosciuta dai Ds e alleati e che lo aiuterà nella scalata alla leadership di partito. È quindi di particolare interesse esaminare il suo pensiero che potrà trovare nella sinistra attento ascolto e potrà costituire un punto di riferimento per l’elaborazione di una linea politica sulla gestione della giustizia in Italia.

Sostiene Fassino che “…noi abbiamo bisogno di restituire certezza alla pena”, dato che gran parte dei cittadini ha la percezione che molte sentenze non vengano eseguite, ma eluse o in qualche modo evitate. Però, sostiene il ministro, con la certezza della pene “…si deve offrire anche un’opportunità. A chi sconta la pena in regime di detenzione lo Stato deve offrire la possibilità di fuoriuscire dal circuito delinquenziale, di reinserirsi nella comunità civile”.

“In altri termini, dobbiamo liberarci di due posizioni entrambe sbagliate. La prima è quella di chi ritiene che, di fronte all’illegalità, la risposta della società si esaurisca nella pena, e che non ci si debba preoccupare di ciò che accade durante e dopo la punizione del condannato. Ma è altrettanto sbagliato pensare che la pena inflitta debba rimanere sempre e solo un fatto simbolico e formale. Anche questo secondo atteggiamento assai diffuso, è sbagliato”.

“La pena - chiarisce Piero Fassino - deve servire essenzialmente ad una duplice finalità: dissuadere lo stesso reo o altri cittadini dal reiterare quel comportamento illecito e ricostruire un rapporto di fiducia tra chi ha violato le regole e la società. Con senso di umanità, di proporzionalità e di equità”. Il discorso, apparentemente, non fa una grinza. Diciamo apparentemente, perché c’è un terzo soggetto che entra nel gioco, un protagonista che Fassino e si suoi da sempre ignorano, evidentemente dà fastidio. Si tratta della vittima: se si parla di umanità, inevitabilmente bisogna tenerne conto; se si parla di equità della pena, bisogna tenerne conto. Altrimenti, in che senso la pena deve intendersi “equa”?

Secondo Fassino, è inutile invocare il carcere a seconda degli umori della pubblica opinione che reagisce a situazioni contingenti: si incendia un bosco e s’invoca il carcere, si provoca un incidente e s’invoca il carcere. Invece “…bisogna costruire un sistema articolato di punizioni e di sanzioni che consentano effettivamente di punire le diverse forme di illegalità”. Benissimo. Come? Intanto, dice lui, si tratta di estendere forme di depenalizzazione di reati minori o comunque socialmente non rilevanti. E di utilizzare effettivamente in Italia le pene pecuniarie che oggi spesso sono poco più che simboliche…”. Quindi il ministro, ai vertici del suo partito, per punire le “diverse forme d’illegalità” intende per prima cosa “depenalizzare”.

Facciamo un esempio: l’emissione di assegno a vuoto è sicuramente, secondo il ministro della Giustizia, al pari di molti altri, un “reato minore”. Al colpevole, che non paga, diamogli una bella multa… che non pagherà: la pena sarà stata equa per il colpevole (che se la cava gratis) e per le strutture dello Stato (che s’impegnano solo per un inutile processo). L’unico a pagare sarà il cittadino che si è lasciato rifilare una assegno a vuoto e la “comunità civile” che si ritroverà un po’ più imbastardita e levantina. Anche a chi incendia un bosco, appioppiamogli una bella multa, così può subito darsi da fare per distruggerne un altro.

“Dire ‘prigione per tutti’ è come dire prigione per nessuno. Dire, invece, ‘sistema sanzionatorio plurimo e modulato’ significa assicurare che ogni illegalità possa avere una risposta certa ed adeguata. Questo ci consente di infliggere davvero il carcere agli autori di reati più gravi…”. Il carcere, la privazione della libertà, è il deterrente vero per ogni cittadino che viola la legge, si trattasse pure di pochi giorni di detenzione.

Piero Fassino può dire quello che vuole, ma la realtà è che lui non ha risolto il problema delle pene, né quello delle carceri ( personale, sovraffollamento, istituti di pena e diritto al rispetto dei diritti dei carcerati) e intenderebbe affrontarlo depenalizzando il più possibile. Non ha neppure avviato a soluzione il problema della giustizia ( i processi non si fanno, dei giudici non ne parliamo…).

Senza pena e senza certezza del diritto, non può attuarsi il gioco democratico; senza giustizia non c’è democrazia. L’arbitrio affidato al potere può essere una scelta. Chi è stato allevato dalla scuola di partito certamente non la disdegna.


Titolo:
(06.04.01) IN UN MONDO DI PAZZI

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La "FRANKFURTER RUNDSCHAU" giornale tedesco ( http://www.f-r.de ) ci informa che sono quattrocento milioni di persone che soffrono di malattie psichiche.

La fonte è l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). La direttrice generale dell'Oms, Gro Harlem Brundtland, ha dichiarato che nascondere questa realtà significa alimentare l'ignoranza e la sofferenza.

Qualcuno osera' parlare nel corso della campagna elettorale della famosa 180, la legge Basaglia?

 


 

 

 


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