Titolo: (01. 01. 02) GRATTA GRATTA IL PADANO
Redazione
Quando nascono problemi di convivenza tra italiani ed extracomunitari,
per prima cosa viene avanzato un sospetto di razzismo, poi si vanno a vedere
le ragioni. Un assioma caro all’Ulivo è che, gratta gratta il padano,
vien fuori il razzista.
Di questo sono convinti i torinesi abitanti a Porta Palazzo, antico e
popolare quartiere a ridosso del centro storico e sede del più grande
mercato della città, costretti, con poco esito, da due anni a chiedere
aiuto e protezione contro le prepotenze e l’invadenza degli
extracomunitari maghrebini: “Non ne possiamo più, questo quartiere è
diventato un ghetto dove regnano l’arroganza e la violenza. Ogni notte
furti, incendi, risse e sirene della polizia…”, dicono i cittadini che
hanno costituito il Comitato spontaneo San Gioachino per lottare contro
questo degrado che li stringe d’assedio.
Il cardinale Poletto, arcivescovo della città, è andato ieri a visitare
la parrocchia ed è restato impressionato da quanto ha visto: “ Avete di
che lamentarvi…Noi rispettiamo i musulmani e desideriamo essere
rispettati, non insultati e disturbati, in tutte le circostanze della nostra
vita cristiana e civile. Emigrare è un diritto. Però è un diritto a certe
condizioni. Offriamo ospitalità ed accoglienza, come realtà sociale
cittadina dobbiamo aprire le porte e dare lavoro. Ma non accettiamo l’immigrazione
di chi viene per portare delinquenza, droga, sfruttamento e prostituzione”.
Sarebbe illuminante per tutti un’indagine sociologica sul razzismo nell’Italia
del Nord. Ma questa volta dovrebbero essere intervistati gli immigrati
extracomunitari. Scopriremmo cosa pensano del paese che li ospita che in
molti di loro non genera né amore, né rispetto, né timore. Solo un
astioso disagio, pronto a trasformarsi in aperta avversione. (rt)
Titolo: (30.12.01) AL BAR DEL MINISTERO
Redazione
Una volta che cercavo di convincere un familiare a smettere di fumare ‘perché
il fumo fa male’, quell’anima bella mi presentò una seriosa
pubblicazione ‘scientifica’ che sosteneva un solo concetto: il fumo fa
bene. Mi chiedo oggi, se lo scienziato autore del libello non fosse Pietro
Lunardi, l’ormai noto ministro dei Trasporti.
Per decenni ci hanno ammannito l’equazione “più velocità, più
incidenti”, poi arriva Lunardi: “Ci sono più morti dove si va meno
veloce”. Non ci avevamo pensato, ma è vero; ad esempio, si muore di più
sulla Milano-Laghi che all’autodromo di Monza. Su questa felice intuizione
del ministro, il governo annuncia l’aumento del limite di velocità a 150
chilometri all’ora, ma solo per le autostrade ad almeno tre corsie e se
piove non se ne fa niente. È una decisione vincolata a troppi ‘se’ e
quindi la circolazione andrà avanti come sempre è andata. Ciò che conta
non è il provvedimento in sé, ma la cultura da cui trae origine.
E la cultura sciorinata dal ministro è questa: “L’alta velocità
incide negli incidenti stradali solo per il 16%; il 42% di quelli mortali
accade in zone urbane…”. Che una velocità possa essere alta o bassa a
seconda delle circostanze - e del tipo di auto - al bar del ministero, dove
evidentemente è nato il provvedimento, non interessa.
Al di là delle facezie di Lunardi, restano i 6700 morti annuali per
incidenti. Cosa intende fare il governo? “È un problema gravissimo da
affrontare sia con campagne di sensibilizzazione, sia modificando il codice”.
Quanto alle strade, le più disastrate e pericolose della Ue, che si
aggiustino da sole.
Titolo: (28.12.01) GLI ALTRI DUELLANTI
Redazione
Il carattere da medioevo futuro della guerra in corso si esprime ogni
giorno in modo più evidente. Da i cadaveri estratti delle caverne di Tora
Bora si taglia una falange per controllarne il DNA, nella speranza di
identificare quella di appartenenza al corpo di Bin Laden. Dall’altra
parte dell’oceano si estraggono ancora, dalle macerie del ‘ground zero’,
i pezzi di carne superiori all’oncia, per restituire ai parenti delle
vittime delle parvenze di corpo.
Su queste scene surreali di cui non vedremo mai le immagini in
televisione, aleggia uno spirito barbaro che attraversa trasversalmente i
duellanti. Se gli attentati dell’11 settembre evidenziarono l’origine
pre-tecnologica della modalità di attacco, basata di fatto sulla
disponibilità primitiva - tutta psicologica - di rinuncia della vita da
parte di terroristi dotati delle solo conoscenze tecniche strettamente
necessarie per attuare il piano. La risposta americana - tutta tecnologica -
costituita da bombe intelligenti, satelliti e laboratori di genetica, mostra
altrettanto primitivismo in quella che, dopo la caduta di Kabul, si
evidenzia solo più come caccia all’uomo.
La cifra stilistica alle azioni di Bin Laden e di Bush per ottenere i
loro risultati è sintetizzabile così: “Costi quel che costi”. Ma
questa cifra incivile di perseguire gli obiettivi, non è certo lo stile che
ci aspettavamo da parte di chi ambisce, dall’alto del suo stato di
superpotenza unica, ad un ruolo civilizzatore sul mondo intero.
Titolo: (28.12.01) I DUELLANTI
Redazione
Finirà che all’alba se le daranno di santa ragione dietro il convento
dei Cappuccini. I due si marcano a vista e, appena s’intravvedono, scatta
la rissa. Lui, il presidente della Rai Roberto Zaccaria, con la sua sola
presenza lo provoca. L’altro, il ministro An delle Telecomunicazioni
Maurizio Gasparri, non lo sopporta perché è l’immagine stessa della sua
impotenza.
Tutto era iniziato con la nomina a ministro del vicepresidente dei
deputati An, un decisionista evidentemente sostenitore del sistema dello
spoil sistem: chi vince smazza tutto. Perciò via subito il vecchio Cda
insediato dall’altro governo: “ Il buon gusto imporrebbe a Zaccaria le
dimissioni!”. “Non ci penso proprio…il Consiglio scade a fine febbraio”
gli replicò quel villano.
Da quel momento ogni pretesto è buono per menar fendenti. Il governo non
approva la cessione del 49% della Raiway, la società proprietaria degli
impianti di trasmissione, all’americana Crowne Castle perché “era un
bidone”? Zaccaria subito parla di attacco alla Tv pubblica: “Impedendoci
l’autofinanziamento si vuole favorire quella privata…” e avanti per
giorni e giorni a infuocare le gazzette. L’infaticabile ministro, che
marca stretto la Rai, non potendo contare su un presidente ‘amico’, è
costretto a tenere d’occhio tutto il ciarpame televisivo, dai Panariello
agli Sciuscià; ne vede di tutti i colori e non manca di dirlo agli ansiosi
cronisti. Le sue dichiarazioni suonano sempre su due note sole: “I vertici
Rai fanno un uso di parte del servizio pubblico” e “Zaccaria dia le
dimissioni”.
Nessuno potrebbe guardarsi i ‘Porta a Porta’ e le ‘Domenica In’,
zappare dai Tg del Terzo a Enzo Biagi e passarla liscia. Bastano poche
settimane di questa solfa e Gasparri va in overdose, sospetta veri e propri
complotti, si mette a fare i conti sui contratti del baraccone pubblico
miliardario, gli pare che il diabolico Zaccaria lo irrida, andando ospite
sui tre canali pubblici. Quando lo vede spuntare dal teleschermo in piena
love story con Monica Guerritore, una che è nell’immaginario di un’intera
generazione, comincia a straparlare. Si intuisce nella sua mente il rumble
rumbe di un pensiero ossessivo “Ma come farà…come farà…”, che poi
esplicita apertamente: “A Zaccaria lasceremo tutto il tempo che vuole per
Monica Guerritore”.
Quando gli rovinano la partita del pomeriggio festivo, il vaso è colmo.
Lui si mette tranquillo a guardarsi il campionato, un rito per tutti gli
italiani 100%, ed ecco che, pure lì!, c’è l’inviso Presidente. Come se
non bastasse, il comico di turno lo piglia pure per il culo…Siamo alla
sacrosanta rissa, al fatidico ed abusato ‘vi querelo’: “Querelo
Zaccaria, il direttore generale, i responsabili della Rete 2 e del programma
e l’intero Consiglio d’amministrazione, e sottolineo intero…”. Più
che querele, son schiaffoni che volano a piene mani. l’audience è alle
stelle.
Si scatena una canizza, nell’incombere di mille tragedie, gli italiani
possono finalmente impicciarsi di qualcosa che riconduce alla levità delle
Feste e milioni di teleutenti sghignazzano alla pochade, anche se Gavino
Angius dei Ds è preoccupato: “Quando una classe politica inizia ad
aggredire e minacciare gli autori della satira sentiamo che si sta
intraprendendo una pessima via che ci inquieta”.
A Gasparri, in realtà dotato di un’affilata intelligenza, tanto che
gli fanno un mucchio di storie all’aeroporto, bastano poche ore per
mettere la sordina alla faccenda e virare di bordo, manovra tanto più
necessaria dopo la presa di posizione di Casini, quell’ingrato, che vuol
legare il rinnovo dei vertici Rai alla soluzione del conflitto d’interessi.
Al ministero, però, l’attivissimo ministro ha messo al lavoro una vera e
propria task force per sloggiare il presidente. I cervelli sono in tempesta,
i telefoni squillano senza posa, si veglia fino a tardi. È in preparazione
un dossier sulle malefatte di Saxa Rubra: sperperi e nepotismi,
lottizzazioni, malversazioni e sprechi: “Ci sono decine di violazioni
clamorose ed evidenti”.
La soap continua, il duello pure, quei due sono legati più che mai. A
volte la vita, come dice il poeta, è l’arte di un incontro.
Titolo: (27.12.01) L’OPPOSIZIONE CERCA UN LEADER
Redazione
La pausa mediatica del Natale ha concesso a Fassino e a Rutelli la
possibilità di riconsiderare la strategia dell’opposizione. Infatti il
segretario Ds, almeno lui, a questo punto avrà capito che drammatizzare
ogni questione non porta risultati apprezzabili. Anzi, in molte occasioni ha
finito per rinsaldare la compagine governativa che più eterogenea di così
non potrebbe essere. Nel caso più appariscente, quello del mandato di
cattura europeo, è stato l’Ulivo a sfaldarsi e Berlusconi è uscito
trionfante dall’angolo.
Sarebbe opportuno, a questo punto, che Margherita e Ds identificassero
una linea comune, con il riconoscimento di una leadership condivisa da
opporre al Cavaliere. Quella di Rutelli piace molto a tutti gli ex Dc,
ovunque si trovino, ma D’Alema non ci pensa proprio. La Quercia è in
ombra e il conferimento dei gradi all’ex sindaco di Roma ucciderebbe nella
culla la segreteria Fassino, accentuando la crisi dell’Ulivo alle
amministrative di primavera.
Nel gioco entra anche un’altra variabile. A giugno Cofferati dovrà
abbandonare la segreteria e lo statuto della Cgil non prevede la figura del
presidente. Negli ultimi dieci anni tutte le istituzioni sono state almeno
‘aggiornate’, sono cambiati i partiti, i ministeri e persino i
Carabinieri e la Chiesa. Solo i sindacati della triplice, con i loro
iscritti sempre più vecchi e i carnieri sempre più pingui, sono restati ad
officiare gli antichi riti e una torma di agili e motivate rappresentanze di
base ormai li incalzano, mordendoli ai polpacci ed erodendo il loro potere.
Il cambio di segreteria nella Cgil, la più grande associazione italiana
di lavoratori, nonostante sia già allo studio un’opportuna correzione
dello statuto, potrebbe anche portare ad una riconsiderazione della natura e
del ruolo del sindacato ed influire sui destini e sulle strategie dei Ds e
della sinistra..
Per ora, l’opposizione non parla al paese: urla e nello strepito è l’uomo
di Arcore a guadagnarci.(rt)
Titolo: (23.12.01) STEFANIA VA ALLA GUERRA
Redazione
La visita di Stefania Craxi al Congresso del Nuovo Psi, quello conclusosi
con l’elezione di Bobo Craxi e Claudio Martelli ai vertici del partito, è
durata poco più d’una mezz’oretta, appena il tempo per un caffé in
piedi. Eppure il suo intervento in congresso è stato partecipato anche
emozionalmente dai delegati che l’hanno applaudita (non condividiamo l’analisi
di coloro che hanno parlato di ‘freddezza dell’uditorio’) e molti
avrebbero voluto dialogare con lei.
Altri avrebbero voluto risponderle, soprattutto i vecchi dirigenti,
alcuni dei quali hanno personalmente vissuto con Bettino la parabola del
Psi, dal Midas all’amaro scioglimento del ’92, e non potevano
condividere tutte le asprezze del suo intervento. La strategia di Stefania
è però di altro tipo e non contempla la possibilità di dialogo, né
tollera i fastidi dei tempi e dei modi politici che sono, talvolta, quelli
della trattativa o della prevalenza della strategia sulla tattica.
L’analisi di quanto ha detto evidenzia bene la natura dei suoi
sentimenti: Stefania unisce all’indignazione per la sorte del padre, che
mai sarà placata, una scarsa considerazione per i dirigenti socialisti; al
risentimento e all’avversione per i resti del Pci comunque si
identifichino, una sottile tormento verso l’attuale assetto governativo
che si trasforma in aperto rimprovero, quando affronta il problema dell’impegno
dei socialisti sui mille temi emergenziali della politica italiana e
internazionale: “ Perché i socialisti non parlano? Perché sono impegnati
ad aspettare Prodi, o a litigare nei tribunali o a rincorrere misere
sistemazioni personali…sinceramente, lo spettacolo offerto dalla vecchia
dirigenza socialista è stato a volte squallido a volte inadeguato…I
tentativi personali, o di piccoli gruppi, di trovare una propria
sistemazione non mi interessano”.
Anche i documenti che via via la Fondazione Craxi da lei presieduta va
ordinando sono proposti come altrettanti verdetti, senza alcuna
rivisitazione. Si noti, a puro titolo d’esempio, la contraddizione di
questa citazione duramente portata alla riflessione dei congressisti: “Per
ridurre il Psi in un cumulo di rovine - ha scritto Bettino – è stata
necessaria un’aggressione politico-giudiziaria di portata impressionante e
dall’altro lato il concorso pusillanime di una classe dirigente socialista
che, almeno per la sua gran parte, ha dato prova di opportunismo e di
viltà. C’è chi ci ha rimesso la vita, e se ne contano molti, c’è chi
ci ha rimesso il lavoro, la famiglia, il ruolo sociale, la salute…”. Una
contraddizione non solo apparente che richiederebbe almeno un’ analisi.
Da questo complesso intreccio di venerazione filiale, di sentimenti e
risentimenti forti, di macerazione personale, di tagliente e inconciliabile
divisione tra buoni e cattivi, nasce una proposta interessante, purtroppo
calata sul congresso senza nessuna possibilità d’approfondimento, quasi
come una minaccia di futura dissoluzione: “ Io do, non solo a voi ma a
tutti i compagni socialisti, ai socialdemocratici, ai laici, ai liberali a
tutti coloro che amano la politica e la libertà…un appuntamento per la
primavera, per discutere il nuovo progetto dei socialisti, dei laici, dei
liberali, dei riformisti, quelli veri”.
“È mia convinzione che per fare ciò e farlo finalmente bene, occorre
ripartire dal ‘basso’, dal colloquio con i giovani, con chi lavora,
dalla ricerca instancabile di intelligenza, di vitalità, di creatività,
per fare ancora il pieno di idee, e ritrovare linee di comunicazione con la
Società che vive, per recuperare la passione politica nei giovani che si
sta spegnendo, per ricercare il nuovo ruolo della politica all’epoca di
una rivoluzione industriale di portata epocale”.
Stefania Craxi, che rimprovera ai socialisti troppi silenzi e poca
attività, ha sicuramente le possibilità per lanciare una sua iniziativa.
La conoscenza dei media e dei mezzi della comunicazione, anche quelli più
aggiornati, possono permetterle di dare corpo e visibilità a un movimento d’opinione.
Le relazioni e le consuetudini di lavoro la circondano di preziose
collaborazioni. Tutte valenze positive in vista del “nuovo progetto” di
primavera.
Cosa dirà alla sua platea (televisiva?), ai giovani che agogna di
organizzare sotto rinnovate bandiere? Parlerà dell’esilio e della morte
di Bettino, della “viltà” dei dirigenti socialisti, degli squallori
giacobini degli anni Novanta? Non crediamo che le basterà leggere 16 pagine
doppio spazio corpo 14, come ha potuto permettersi di fare al Summit di
Roma. O salire sul palco dell’Ergife con De Michelis, quasi
affettuosamente a condividerne gli applausi, nei fatti criticandone linea e
scelte politiche.
A primavera, dovrà fare due passi in più: liberare il suo animo dalla
tragedia (la politica è anche amore) e piegare il suo orgoglio ad una
profonda riflessione. Altrimenti tesserà un involontario inganno,
contribuendo al clima politico di continua fibrillazione indotto dai media
televisivi nel quale vivono oggi gli italiani.(rt)
Titolo: ( 22.12.01) LIBERTÀ VO’ CERCANDO
Redazione
Dopo tanta astinenza non gli par vero di ritornare a menar la danza. I
governi amici li avevano quasi paralizzati. Impegnati com’erano a
concertare i destini della nazione, non se la sentivano di scendere in
piazza per protestare contro sé stessi ed i compagni di merende. Per
qualche anno non avevano avuto altra occasione che quella del Primo Maggio:
concertini e concertoni, sfilatine, vaghe minacce “Vigileremo”, “Non
faremo sconti al governo”, ecc.;e solo i Cobas, qualche centro sociale e i
comunisti veri 100% di Bertinotti a respirare l’aria bella delle piazze
trafficate.
Ma d’ora in poi ci saranno mille occasioni di mobilitazione e la
sinistra del Bella Ciao potrà finalmente tornare agli antichi riti. Diavolo
d’un Cavaliere, gli è riuscita anche questa!
Ieri è stata la scuola a fornire il kit per la sfilata, una bella
rimpatriata tutti insieme con Agnoletto, Caruso e Casarini, i sindacati, l’associazionismo
“democratico”, settantamila studenti e vari onorevoli del blocco
rosso/verde. Una festa bella, con sole, balli e musiche per gridare che “La
scuola non è una fabbrica”, “No alla privatizzazione”, “La scuola
deve restare pubblica e che “la privatizzazione dell’istruzione vuole
disgregare lo stato sociale”. Sante verità, non fosse che molti leader
dei partiti che si servono di questa contestazione hanno studiato presso
istituti privati, ad esempio Rutelli e Fassino (Gesuiti). E così faranno
pure i figli.
Le manifestazioni scolastiche di protesta sono state tradizionalmente il
primo gradino di molte carriere politiche. Rifondazione, Ds e Verdi hanno
già selezionato un bel gruppetto di leader, cercando di inquadrare gli
spontanei, ragazzi svegli che capiscono al volo. Una per tutti, Francesca
Gruppi da Torino: “Gli studenti sono il motore di una contestazione più
ampia e dimostrano di saper dialogare con le parti sociali”. Ben detto.
Questo era il sogno anche della contestazione del ‘68, delle Br e di ogni
gruppo sovversivo. Perché le dimostrazioni, manifestazioni pubbliche della
volontà popolare, possono anche essere un fenomeno patologico della
democrazia, un sistema per sovvertire le regole.
Il piano di Cofferati, e purtroppo non solo il suo, è quello di
cancellare quanto le urne hanno sancito. Non per niente ieri sulla
Cristoforo Colombo il grido più scandito è stato “Libertà, libertà”,
quasi l’annuncio di un alibi politico per le future lotte dei
lavoratori.(rt)
Titolo: (21.12.01) DA MARIO CHIESA A LUIGI ODASSO
Redazione
Chi pensava che Tangentopoli fosse finita e la moralizzazione della cosa
pubblica terminata? Moltissimi, quasi tutti si potrebbe dire leggendo il
risultato della lista Di Pietro alle elezioni del 13 maggio scorso. Uno
scarso 4% di voti che dimostra benissimo quanto gli italiani considerassero
conclusa la stagione o,viceversa, quanto siano insensibili alla
questione morale.
Tutto è continuato come prima. Una moglie tradita è diventata non di
rado una accanita teste d´accusa del marito tangentomane (da Mario Chiesa
in poi). In questo caso le parti si rovesciano: un signore lasciato dalla
sua donna, un´imprenditrice che pagava Odasso, legge sui giornali
dell´inchiesta sulle mazzette negli obitori e va alla Guardia di Finanza.
Passano gli anni, le mazzette continuano a correre, ma almeno certi ruoli si
rovesciano.
Oltre i ruoli anche le dimensioni cambiano. Il Pio Albergo Trivulzio non
è paragonabile alle Molinette che è il terzo ospedale più grande d’Italia.
Mario Chiesa non si rivolgeva ad un colonnello dei carabinieri, ex
comandante della sezione di polizia giudiziaria del Palazzo di Giustizia per
sapere se era controllato, come faceva Luigi Odasso. I milioni di mazzette
colti in flagranza di reato non sono più 7 ma 15.
Quando il 26 agosto 2000 Mario Chiesa terminò la sua condanna, i
giornali scrissero che usciva “dalla scena ormai vuota di Tangentopoli”.
E’ sempre stato invece evidente che la scena non si è mai svuotata, ma c’è
oggi la volontà di aprire una Nuova Mani Pulite?
Titolo: (20.12.01) MONETINE A CRAXI, ARANCIATE A FOLENA
Redazione
"Ragazzi, alle amministrative rischiamo di romperci l'osso del
collo": è un Massimo D'Alema assai preoccupato, quello che ha
pronunciato queste parole ad alcuni suoi compagni di partito. Ha messo da
parte il progetto con Amato e cerca di aprire al Correntone.
Oggi in piazza i DS cercano allora di inseguire gli studenti contro la
riforma Moratti. Una riforma, però, troppo simile a quella a suo tempo
proposta del capo del Correntone, l’ex ministra Berlinguer, così il primo
risultato è stato che Folena si è beccato dell’aranciata in faccia dagli
studenti.
"Prima di tutto deve venire il partito. Il momento è difficilissimo
anche perché la Margherita vuole sorpassarci. " Continua D’Alema e
Fassino pare lo segua nell’attacco di panico. La sindrome del sorpasso
della Margherita è diventata infatti una realtà ossessionante per tutti i
dirigenti diessini. Le oscillazioni tra movimentismo e centrismo paiono ogni
giorno aumentare in una fibrillazione continua e permanente.
Se le monetine gettate a Craxi preannunciarono la fine del PSI, quale
vigilia annunciano per i DS le aranciate gettate a Folena? Non certo quella
di un felice e sereno Natale.
Titolo: (19.12.01) DI NUOVO FINALMENTE INSIEME
Redazione
Ieri il Senato ha votato a maggioranza il ddl che istituisce la
commissione d’inchiesta parlamentare sul dossier Mitrokhin, quello che
rivelava i nomi di italiani, presunte spie dell’Unione Sovietica. Sarà
una commissione che non potrà certo basare la sua indagine sul solo elenco
dell’ex agente e archivista del Kgb. Se vorrà essere operativa dovrà
reperire ben altre documentazioni. Per questo motivo avrà vita difficile e
forse servirà più come merce di scambio con l’opposizione che per
accertare responsabilità singole o di partito.
Il voto a Palazzo Madama è però di grande interesse politico per un’altra
ragione. Infatti tutti i partiti - anche la Margherita - hanno votato a
favore tranne Rifondazione, Comunisti italiani, Ds e Verdi. Su una materia
squisitamente politica, si è per la prima volta chiaramente delineato un
fronte che fa giustizia di tante alchimie politiche.
Infatti, un partito che non si richiamasse al vecchio comunismo e non
avesse con il suo passato legami forti ed ancora attivi, non avrebbe nessun
interesse ad evitare una commissione d’inchiesta su fatti che, ormai, non
dovrebbero più appartenergli.
I Diesse, invece, sono ancora tenuti al guinzaglio dal passato. Hanno
ormai lasciato il vecchio amore, ma ogni volta che sono costretti a
sfogliare l’album dei ricordi, ecco che il cuore batte forte e il richiamo
si fa irresistibile. L’Europa e il socialismo democratico appartengono ad
altri cieli e possono attendere.
Titolo: (18.12.01) VIGILEREMO
Redazione
“Vigileremo!”. Nei giorni scorsi, con questa sibillina battuta il
presidente del Consiglio ha lapidariamente spiegato cosa intende fare per
evitare i rincari da Euro. Nessun membro del governo sembra informato su
quanto sta avvenendo. Neppure gli uomini della Lega, quelli che traggono dai
bar, cioè direttamente dal ‘popolo’, insegnamenti padani e vaghe leggi,
sembrano avere colto l’emergenza.
L’adozione della moneta europea sta precipitando sugli indifesi
cittadini stormi di corvi pronti ad approfittare dell’occasione propizia.
Hanno iniziato gli editori di quotidiani: non paghi di avere sempre pompato
dai governi sovvenzioni di tutti i generi, eccoli ‘ritoccare’ i prezzi
delle gazzette a 1700 lire (0,88 €), così verrà naturale arrivare ai 90
cent. Si sono accodati i famelici sindaci delle grandi città, capipattuglia
il nobile Albertini di Milano e lo scafato Chiamparino - un pensiero triste
al governo di Torino - tutti pronti a colossali aumenti dei traporti: il
biglietto è aggiudicato a 1€ e non se ne parli più (A Torino vuol dire
il 27% in più).
Seguono i dettaglianti, con tutto uno stillicidio d’incrementi
decimali. Persino le banche, notori virgulti d’onestà, si fanno pagare il
kit dell’Euro con un aggio di qualche lira, sulla quantità son belle
palanche.
Su questo sfascio, il Cavaliere d’Arcore vigilerà, impotente nel suo
eterno doppiopetto a rigadin. Quando svanirà dalla nostra storia, che
resterà del nostro amore? Forse il suo eterno, vano ed inquietante sorriso…
Titolo: (17.12.01) CLONAZIONI E PROSPETTIVA SOCIALISTA
Redazione
Non fa piacere a nessun militante assistere a questa clonazione del
partito. Così come non è incoraggiante dover aspettare gli eventi
giudiziari per sapere chi avrà titolo a impugnare nome e simbolo del
partito. Il rischio delle clonazioni, come insegna la pecora Dolly, è
quello che si connotino per il breve respiro che anima le loro vite.
Da una parte capacità organizzativa e numeri hanno fatto velo all’assenza
di prospettive ed idee. Dall’altra dibattito e confronto su idee e
prospettive hanno fatto velo alle carenze organizzative. Da una parte la
realtà del partito strutturato in funzione di De Michelis e degli eletti
(deputati, assessori ed amministratori), dall’altra la realtà più
virtuale e destrutturata delle idee e degli intellettuali.
Potremmo continuare sul piano della dicotomie emerse dai congressi,
dicendo che in un campo milita maggiormente il sentimento e il risentimento
e nell’altro il ragionamento e la logica politica. Ma la vera capacità
politica di un partito si misura sulla capacità di creare consenso verso un
progetto politico consono alla storia del socialismo italiano.
Su questo piano e solo su questo si misureranno e saranno valutati gli
eredi del PSI. Condurre e sviluppare una moderna politica di sinistra non
significa limitarsi a una scelta di schieramento ‘consono’, come lo SDI
nell’Ulivo, o concludere con un inno ‘consono’, cioè con l’Internazionale,
i lavori che sanciscono una scelta strategica di alleanza con il
centro-destra, come ha fatto De Michelis al suo congresso. Significa fare
molto e molto di più. Si tratta del lavoro che spetta a Bobo Craxi: l’unico
a cui guardano con interesse tutti i militanti, tanto nello SDI che nel
partito di De Michelis, quanto nel resto della diaspora.
Titolo: (10.12.01) LA PREGIUDIZIALE RUTELLI
Redazione
L’analisi del centrosinistra sui risultati elettorali che hanno portato
al governo la CdL è sempre parsa insufficiente. Per Rutelli gli elettori si
sono fatti convincere da promesse inattuabili e dalla suadente ciarlataneria
del Cavaliere. I democratici di sinistra hanno individuato, accanto a questa
tesi consolatoria, anche altre concause: sia Prodi che D’Alema hanno
dovuto prendere decisioni impopolari per garantirci l’Europa, è mancata
una ‘politica di sinistra’ (tesi della sinistra diesse), Berlusconi ha
le televisioni, per la destra votano gli italiani più sprovveduti…
Dalla carente analisi derivano le nevrosi oppositorie. Si riconosce che
il centrodestra governa con pieno diritto (Fassino), ma, poi si rincorre
qualsiasi opportunità, dal G8 ai sindacati in piazza, dalle tasse che non
scendono, all’Europa che ci esclude; dalla partecipazione alla guerra
afgana, ai magistrati calunniati: tutto è sempre un attentato alla
libertà, una violazione ‘senza precedenti alle regole democratiche’.
Un solo pensiero accomuna Ds e Margherita, che gli atti del governo siano
generati dal solo interesse personale del capo dell’esecutivo: e questa
‘pregiudiziale Rutelli’, risibile pure se fosse vera, perché andrebbe
comunque valutato se le leggi rispondono agli interessi della maggioranza
degli italiani che esprime il governo, viene condita e spacciata anche in
giro per l’Europa, dove c’è sempre qualche ‘stolido belga’ che se
la beve. Una campagna che permea anche la sinistra, spargendo odio e
disistima a piene mani ad ogni occasione. Così, ad esempio, non c’è
corteo di allegri bighelloni scolastici che non si concluda con i fantocci
di Berlusconi e Bush dati alle fiamme con la bandiera americana.
Un solo grido accomuna l’opposizione: “In parlamento, in parlamento !”.
La speranza è che in quella sede si producano decisive crepe nella
maggioranza e il governo Berlusconi cada come nel ’94. Per sicurezza, c’è
sempre chi preferisce battere antiche strade. Come Cofferati, all’evidente
ricerca di uno sciopero generale che giustizi l’intollerabile regime e
riporti lui ai tempi felici, quando era un ministro-ombra, il jolly dell’esecutivo
d’Alema e si legiferava soprattutto in sede di concertazione, anziché in
parlamento.
Anche nel caso del mandato di cattura europeo, nonostante la
ragionevolezza del segretario Ds Piero Fassino, si è immediatamente
invocato il dibattito parlamentare. Barbara Spinelli ha scritto un violento
‘fondo’ contro il cavaliere, facendosi portavoce di quanti pensano che
tutto si riconduca a un suo problema personale. Si è subito detto che il
ministro Ruggiero stava per rassegnare le dimissioni, il ministro degli
esteri belga, Louis Michel, uno degli uomini politici più autorevoli della
Bassa Vallonia, non ha mancato di paragonarci nuovamente all’Austria del
desaparecido Heider (“Però l’Italia è peggio”), persino l’integerrimo
giudice Caselli, citato come ‘ex procuratore di Palermo’, ha detto la
sua. Al clamore si è unito anche l'ex ministro degli interni, Enzo Bianco (
“Provo un senso di sbigottimento e di vergogna”): meglio tardi che mai,
avrebbe dovuto provarlo ai tempi del suo mandato.
Autorevoli quotidiani francesi, tedeschi e inglesi si sono uniti al coro
di riprovazione generale. L’Italia di Berlusconi era reietta dall’Europa
e il cinghialino messo in un angolo, incalzato dal mastino Garzon, già
pronto ad ammanettarlo (Boselli sul Corriere della Sera), e (forse?) dai
giudici milanesi con tanto di pattuglie della Finanza.
Le ragioni del nostro governo per molti giorni sono state inascoltate e
ritenute inesistenti. Poi un mormorio di attenzione e di consenso, a volte
parziale in altri casi più marcato, è cresciuto sino a divenire corale e
trasversale agli schieramenti. Da Antonio Baldassarre, presidente emerito
della Corte Costituzionale, all’ex presidente della Corte Costituzionale,
Caianiello; da Frigo, presidente delle Camere Penali, ai senatori Pisapia,
Andreotti e Amato, a Boselli, molti hanno superato la ‘pregiudiziale
Rutelli’ per entrare nel merito delle cose.
Si va quindi verso il dibattito parlamentare, al quale Berlusconi si
presenterà con la maggioranza compatta. Potrà anche vantarsi di volere
garantire i diritti dei cittadini. Proprio ciò che avrebbe dovuto fare l’opposizione.
In questo modo la sinistra corre il rischio di stare per molto tempo all’opposizione.
Titolo: (08.12.01) CHIARA: LA MAESTRINA DAL GAROFANO ROSSO
Redazione
Finché si tratta di ascoltare De Michelis discorrere di politica estera,
nel salotto di Santoro o in quello di Lerner e Ferrara, nulla di male. Resta
pur sempre un ex ministro della Farnesina e qualcosa da dire ce l’ha.
Ascoltare, invece, Chiara Moroni mette tristezza.
Ieri sera da Santoro, dopo aver esposto la natura della divisione tra
potere legislativo e giudiziario come una studentessa sotto esame, è
arrivata fino al culmine di difendere Cesare Previti. Ci ha informato
infatti che il suo collega doveva curare i rapporti con gli elettori del suo
collegio, per questo si è perso qualche udienza in tribunale(!). Non paga
dell'esame superato, la giovane deputata-maestrina della Camera ha concluso
i suoi interventi con un colpo di teatro. Ha sfoderato, a proposito di
Tangentopoli, i documenti politici di Magistratura Democratica coevi al sua
anno di nascita. E’ dovuto intervenire, un giornalista schierato dalla sua
parte, Arturo Diaconale, a metterci una pezza, mentre Di Pietro e Santoro se
la ridevano.
Certo, qualcuno avrebbe fatto meglio a consigliarle di rileggersi gli
articoli di Cirino Pomicino che scrive sul suo giornale preferito, invece di
passarle delle carte da leggiucchiare qualche minuto prima dell’inizio
della trasmissione. Ma questo è stata solo la fine della giornata della
Chiara. La maestrina infatti il mattino era assunta all’onore delle
cronache per aver chiesto a Marco Boato, lei eletta in una lista civetta
collegata a FI, la sospensione di Bobo Craxi dal gruppo Nuovo PSI. Richiesta
ritenuta irricevibile dal capo del gruppo Misto.
Insomma una giornata da dimenticare per la Moroni e soprattutto per i
socialisti con una dignità.
Titolo: (06.12.01) DAI QUOTIDIANI
Redazione
1 -“Il ‘fuoco amico’ dei B52 uccide tre soldati americani”. Bombe
intelligenti?
2 - Vincenzo Geraci, Procuratore generale aggiunto della Corte di
Cassazione di Roma, rappresentante dell’accusa, a proposito del verdetto
del tribunale d’Appello sulla causa per l’omicidio di Marta Russo: “Un
verdetto forzato, arbitrario e illogico…Nel video-choc le pressioni del
cognato per fare confessare la testimonio Alletto…La perizia ha indicato
ben 27 traiettorie possibili per lo sparo”. Nessuno pagherà per questo
come per gli altri, troppi ‘errori’ della giustizia.
3 - “Idea del ministro Letizia Moratti per ‘modernizzare’ il liceo:
abolire nel Classico chimica, geografia e matematica, nello Scientifico il
latino. Per tutti niente ginnastica”. Non solo ignoranti, ma anche obesi.
Titolo: (05.12.01) IL CONVITATO DI PIETRA
Redazione
Di tanto in tanto riappare in Parlamento il ‘convitato di pietra’ a
ricordare che non può esserci alcuna pretesa di ‘seconda repubblica’ se
prima non si chiarisce la madre d’ogni sospetto, d’inganni e di
ambiguità, quella questione d’intrecci economici e sodalizi ideologici,
di militanze e di connivenze, nota come Tangentopoli, che resta sottotraccia
a tutta la vita politica italiana degli ultimi dieci anni.
Tutte le forze politiche vogliono sapere eppure rifiutano di farlo. Non
se ne rende conto, ma vuole sapere la sinistra di governo e d’opposizione
al gran completo, quando per mesi, nella lunga agonia di una campagna
elettorale senza fine, chiede conto di un preteso mistero sulle fortune
berlusconiane e ordisce una campagna internazionale d’insulti e
insinuazioni sull’ascesa del tycoon lombardo che, alla fine, consegna il
governo proprio al Cavaliere d’Arcore.
Vuole sapere lo scampolo di Psi che ancora s’annida nello Sdi, nel
quale sparuti sodali di Craxi vincolano ad una “irrinunciabile”
commissione d’inchiesta su Tangentopoli il loro voto favorevole (e
decisivo!) al governo D’Alema. Ma poi la ragione politica e qualche ben
collocato posto nell’esecutivo liquidano quello che sembrava un punto d’onore
esiziale.
Vuole sapere Silvio Berlusconi che va sbandierando il suo impegno di
chiarezza anche al congresso del Nuovo Psi. Ma poi si affida a decreti e
leggi che saltano il baratro dei sommersi, per occuparsi, spregiudicatamente
e pragmaticamente, ma non illegittimamente, dei ‘confratelli’ da
salvare, lui stesso primus inter pares.
Ma, prima d’ogni altro, vuole la verità Bettino Craxi in un memorabile
discorso alla Camera, mai così tesa e attenta come in quel giorno di luglio
del 1992…e mai così muta, sorda e imbarazzata. Nella memoria, l’immagine
stessa della politica che abdica in favore di altri poteri.
Ma quando sembra dimenticato e scacciato, nell’occasione più
inopportuna, il convitato si ripresenta. È accaduto al Senato dove si
doveva cacciare l’inopportuno sottosegretario Taormina che, invece, se n’è
andato per conto suo, ma non senza avere aperto la porta all’implacabile
ospite. È bastato che il potere politico reclamasse il suo spazio, perché
di questo si tratta, per fare riprendere vigore all’intera questione. Se
non la si affronterà, non si formerà una nuova sinistra e bisognerà
attendere che svanisca un’intera generazione di politici. Nel frattempo
qualsiasi avventura, e sventura, è possibile. (rt)
Titolo: (05.12.01) IN ATTESA DELLA GIUSTIZIA
Redazione
Il ministro Scajola informa il Senato che il sottosegretario Taormina ha
rimesso al Presidente del Consiglio il suo mandato auspicando che il suo
«sacrificio» serva alla «vera giustizia». Poco prima, però, le
comunicazioni del Ministro della Giustizia avevano rinfocolato lo scontro
politico e proprio Castelli è il nuovo bersaglio polemico del
centrosinistra. Castelli ha infatti rilanciato il sospetto più grave e
antico e cioè che sinistra e magistratura «politicizzata» puntino «a uno
scontro istituzionale con altri poteri dello Stato», al fine di
«rovesciare per vie giudiziarie il verdetto popolare».
E’ difficile sostenere che non vi siano ancora tentazioni di questo
genere: l’eredità giustizialista è ancora fresca, e i recenti, cocenti
insuccessi elettorali non hanno indotto il centrosinistra a un riflessione
politicamente significativa sul tema della giustizia.
Una tale riflessione noi socialisti l’aspettiamo per far chiarezza
sugli ultimi dieci anni, ma i cittadini italiani e l’Europa l’aspettano
per veder terminare il disastro costituito da: delitti che restano senza
colpevoli in nove casi su dieci, cause civili in cui si possono attendere
otto anni per arrivare alla fine del procedimento, cause penali in cui, per
ottenere una sentenza d’appello, di anni ne servono cinque...
Titolo: (04.12.01) ISRAELE E LA DOTTRINA BUSH
Redazione
Dal 1936 il terrorismo è di casa in Palestina. Da quando, cioè, gli
ebrei organizzati dall’Agenzia Ebraica, spinti dalle persecuzioni, avevano
cominciato il ritorno in Palestina. Nel 1939 costituivano un terzo della
popolazione ed avevano acquistato il 12% del territorio. Ma già allora si
fronteggiavano partigiani arabi, che cercavano di sloggiare gli immigranti,
e Haganàh ebraica, l’organizzazione militare che ribatteva colpo su
colpo.
Il territorio era sotto il protettorato inglese favorevole a limitare l’immigrazione
e l’acquisto di terre da parte degli ebrei. Il governo britannico aveva
presentato nel 1939 un Libro Bianco in tal senso, impegnandosi anche a
proteggere la popolazione araba dagli attacchi di gruppi terroristici ebrei
(Irgun Zwai Leumi) che la “invogliavano” a vendere e/o ad abbandonare la
regione.
Ma l’Olocausto, al quale fino al ’45 non hanno creduto, induce gli
Alleati, soprattutto gli Stati Uniti, a tollerare e, in parte, a favorire l’esodo
degli ebrei in Palestina. Anche per effetto della pressione demografica, nel
dopoguerra l’intensità dei terrorismi arabo (favorito dalla Lega Araba)
ed ebraico rende il protettorato inglese impotente. Dopo una vana Conferenza
per la Palestina, l’Onu (1946) viene investito del problema e raccomanda
la spartizione del territorio. L’opinione pubblica inglese non capisce
perché si debba restare impegolati in una situazione dalla quale l’Inghilterra,
con il tramonto del colonialismo, non ha più nulla da guadagnare e il
ministro degli esteri Bevin, dopo un ennesimo attentato nel quale salta in
aria un intero albergo abitato dagli inglesi e dopo che un “esercito di
liberazione” della Lega Araba occupa la Galilea, rinuncia al mandato sulla
Palestina e ritira esercito e funzionari (1948).
Segue il caos: continua l’attacco della Lega Araba, mentre il conte
Bernadotte, inviato dell’Onu, viene assassinato da terroristi ebrei. A
maggio è proclamato lo Stato d’Israele; a giugno l’attacco arabo è
sospeso per la mediazione dell’Onu; l’esercito israeliano lo respinge
poi definitivamente, conquistando anche il Negev. A questo punto diventa un
problema internazionale l’esodo, non raramente forzato, della popolazione
araba, economicamente arretrata e politicamente divisa.
La tragedia che ha originato Israele, il suo essere un’enclave di
democrazia in medio oriente e l’operosità della sua gente, hanno
garantito agli ebrei l’appoggio dell’opinione pubblica occidentale. Ma
questo non può farci dimenticare che esistono milioni di arabi palestinesi
accampati e alla fame che pure hanno alcuni diritti, tra cui quello naturale
alla vita. Se questo popolo non può sperare nell’Occidente
industrializzato e democratico, sarà nutrito di odio da tutte le dittature
e gli integralismi della regione.
È indiscutibile che debba essere salvaguardato lo stato d’Israele da
ogni minaccia di annientamento e d’aggressione, così come proteggeremmo
la nostra stessa esistenza. Pure va risolto il problema dei milioni di
profughi arabi che, ugualmente, non possono essere espulsi o annientati.
Condanniamo senza distinguo o tentennamenti il terrorismo di Hamas e delle
altre organizzazioni filo palestinesi, originato da una deriva storica
ancora troppo vicina per essere dimenticata, ma, evidentemente, già tanto
lontana da essere misconosciuta dal governo israeliano.
L’attuale imperizia politica d’Israele può destabilizzare tutto il
Mediterraneo. L’idea di Sharon di approfittare della texana ‘dottrina
Bush’ per annientare il terrorismo a forza di missili, esecuzioni e
distruzioni è quantomeno velleitaria e può apparire in realtà diretta
verso la popolazione araba. Auspichiamo che l’Europa, finita la disastrosa
e ottusa conduzione belga, condannando la reazione di Sharon come ha sempre
condannato il terrorismo palestinese, sappia esercitare tutta la sua
pressione su Arafat e su Israele per favorire una prospettiva politica
Titolo: (3.12.01) RUTELLI E ANDREOTTI A ‘DOMENICA IN’
Redazione
Il leader dell’opposizione, Francesco Rutelli, proprio lui, è sceso
ieri tra “nani e ballerine” alla ricerca di un po’ di gloria, dopo l’amara
esibizione di Chianciano. Lo sparuto popolo verde, riunito in assemblea
nella cittadina termale, lo aveva infatti accolto con venti minuti di fischi
e di contestazioni varie, ignorando gli inviti alla moderazione della
Francescato e del presidente Pecoraro Scanio.
Poi Rutelli aveva potuto parlare e, alla fine, come Gea della Garisenda
che suscitava entusiasmi patriottici sfoderando il tricolore in appoggio
alla guerra libica, s’era esibito nell’appello alla ‘missione di pace’
che partirà a guerra appena conclusa, con soldati, carabinieri e Ong a
distribuire pagnottelle e a trafficare con i martoriati afgani. Quindi
applausi, abbracci, musiche e avanti verso nuove avventure.
Il capo della Margherita è infine approdato a ‘Domenica In’, il
varietà-calderone della Rai, dove ha avuto l’onore di essere intervistato
da Ela Weber, Carlo Conti, Antonella Clerici e Mara Venier, tutti in
funzione di coro popolare. Rutelli si è sforzato come sempre di apparire
autorevole - battuta memorabile: “ Qual è la miglior dote di un politico?”
“La sincerità!” - in questo aiutato dalla sempre più diffusa
brizzolatura. Il repertorio ha però poche varianti e il protagonista delle
sue pieces è sempre il Cavalier d’Arcore, evidentemente per cantare le
malefatte di Berlusconi non gli è bastata la campagna elettorale, né la
risposta dell’elettorato, chiamato a far da giudice. Così il suo destino
è, paradossalmente, sempre più legato a quello del presidente del
Consiglio: tramontato Berlusconi, l’Ulivo dovrà cercarsi un leader, uno
che sappia anche parlare di politica.
La settimana prima su quella stessa Frau si era seduto Giulio Andreotti,
autore di una notevole performance. Nonostante l’età e le traversie
giudiziarie che lo hanno tolto (opportunamente?) dalla politica in anni
cruciali, il ‘divo Giulio’ha saputo conservare un atteggiamento
equilibrato, lucido e sapiente che non manca mai di colpire chi l’ascolta.
Sarebbe ingeneroso fare paragoni con la rozzezza rutelliana, ma l’uomo
della Margherita le cose che ha detto a ‘Domenica In’ le va ripetendo in
giro per il mondo in una perenne, dannosa e fastidiosa caduta di stile. Nell’intento
di fare terra bruciata attorno al governo, sparge un astio che lascerà
segni duraturi anche in Italia.
Titolo: ( 2.12.01) PECORARO SCANIO SEGRETARIO DEL SOLE CHE RIDE
Redazione
Si potrebbero giudicare i partiti dalle loro musiche. A Chianciano, i
Verdi aprono la loro Asseblea Nazionale sulle note di ‘We shall overcame’
di Joan Baetz e la chiudono con ‘L’Inno alla gioia’ che il duo
Beethoven-Schiller ha creato per l’UE. Chiariscono così la loro storia,
dalle origini sessantottine alle attuali aspirazioni europee. Al video di
prammatica affidano il ‘chi siamo’: cavalli, pinguini, onde marine,
volti multietnici, con sottofondo new age, un allegro caos che apre il cuore
e tiene lontano dal cinico mondo cattivo.
Vittime di un angosciante 1% alle amministrative siciliane si dichiarano
“forza di frontiera” in marcia verso No (New) Global, Rifondazione e L’Italia
dei valori, noto baluardo di legalità. Lo possono fare perché i padri
ispiratori del movimento si sono dileguati e mancano anche i verdi storici
come Gianni Mattioli, volato fino in Cina pur di star lontano, Massimo
Scalia, Luigi Manconi, Edo Ronchi, e persino Carlo Ripa di Meana. Solo a
presiedere il nuovo corso resta Marco Boato alla presidenza.
Quanto a Grazia Francescato, lei ne ha avuto abbastanza (in questo
corrisposta da non pochi elettori) e lascia la leadership al giovin delfino
Alfonso Pecoraro Scanio. I due tracciano il futuro politico del Sole che
Ride: intanto mai più nel Girasole, però loro ‘non son figli della
serva, ma della Rosa’ e quindi rifiutano il ‘brodo ristretto tra Ds e
Margherita’ (fischi a Rutelli), credono nel ‘valore della differenza’,
rivendicano autonomia nell’Ulivo e non ci stanno ‘se Rutelli vuol fare
il Partito Democratico’. Proprio come Mastella, guarda a volte i casi
della vita.
A sentire la bella nuova, Oliviero Diliberto segretario del Pdci, propone
lesto una federazione a due “altrimenti potremmo formare a sinistra l’altra
gamba dell’Ulivo”. (Quale, quella di mezzo?). Anche quel rivoluzionario
di Niki Vendola, Rc, soffia sul fuoco dando ai Verdi il ‘benvenuto nel
movimento’ e invitandoli ad uscire dall’Ulivo ‘liberista’. Piero
Fassino tempera i bollori garantendo che ‘non ha mai pensato all’Ulivo
come a una brodo ristretto tra Ds e Margherita’ e che si pone ‘il
problema di rispettare le culture diverse del riformismo italiano’.
Quale che sia il brodo, i settecento congressisti, nel sentire tanti
allettamenti, si sono messi a pensare in grande, presentando ben sei
mozioni, ognuna con i suoi bravi leader, ma tutte di minoranza, tranne
quella di Alfonso Pecoraro Scanio che, avendo due cognomi, è di
maggioranza. Come si vede un’allegro week end di impegno e movimento, se
non fosse che la politica, e il partito, reclama il dovere di una posizione
comune.
Tocca ancora una volta al cavaliere di Arcore fornire il collante dell’indispensabile
coesione. Come già fu nel congresso Ds, anche qui è la promessa di “un’opposizione
dura e capace” a Berlusconi a compattare finalmente tutta l’assemblea.
Da lunedì Pecoraro Scanio glie ne farà vedere di tutti i colori. Come già
fece, purtroppo invano, Grazia Francescato. (rt )
Titolo: (29.11.2001) UN SONDAGGIO PRE-SCISSIONE?
Redazione
Gianni De Michelis indice il tesseramento e il congresso del Nuovo PSI
contro il parere degli altri tre membri del Comitato di presidenza,
statutariamente l’unico organo di direzione del Partito.
Contro
Dicono i suoi critici:
non tiene conto delle diverse componenti, garanzia di democrazia nel
partito, né delle tesi a confronto (con Berlusconi for ever – Ricercare
un’unità socialista superando l’attuale alleanza con Berlusconi) e
sembra sordo ad ogni richiamo di ragionevole composizione.
Si è talmente appiattito su Forza Italia che sta portando il Nuovo Psi
ad un’inevitabile confluenza con gli azzurri. Perciò servirebbe un
congresso che tenga conto di tutte le posizioni.
Dove il partito esiste, è per lo più fatto con suoi proconsoli da lui
nominati.
A favore
Dicono i suoi sostenitori:
meglio muoversi che stare fermi. Se non c’era lui non c’era il Nuovo
Psi.Abbiamo fatto un patto con Berlusconi, non lo si può rompere appena
eletti.
La maggioranza del partito è con lui e perciò fa bene ad andare avanti.
In varie regioni si sono tenuti i congressi e quindi gli organi eletti
sono legittimi.
VOTATE IL SONDAGGIO dalla Home page di Socialisti.Net: "E' giusto
che De Michelis convochi un congresso che divide il Partito?"
Titolo: (28.11.2001) SICILIA: UNA BATOSTA TIRA L’ALTRA
Redazione
Il noto padre Pintacuda, ispiratore di Leoluca Orlando e della
"rinascita siciliana", si è trovato nelle ultime elezioni
palermitane sulla sponda di Forza Italia. Dell'Utri dice al Corriere di ieri
che parla come un padre un fondatore di FI....è diventato il loro
cappellano spirituale.
Se è nota l'abilità dei gesuiti nel trovarsi sempre sulla sponda giusta
al momento giusto per dispensare i consigli e gli alibi morali ai politici
di turno, non da meno si è dimostrata abile nel suicidio tutta la sinistra
siciliana che in questi anni si è svenduta all’orlandismo.
Che i gesuiti si trovino sempre a loro agio sia che si tratti delle
crociate giustizialiste di Leoluca Orlando, sia che si tratti del
neo-garantismo di Dell’Utri, è normale. Che certa sinistra, anche
attraverso la gestione Folena dell’ex PCI, l’abbia seguito per un
decennio, non è normale. E adesso si beccano ancora questi risultati
elettorali. Dopo il 13 maggio, una batosta tira l’altra.
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