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Spunti per un
“Manifesto del Partito Socialista”
“La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. E’ perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile”.
Max Weber
PREMESSA
Queste pagine sono il frutto del lavoro di alcune persone, accomunate dalla convinzione che il socialismo democratico non abbia esaurito la sua funzione ma, opportunamente aggiornato, abbia ancora un importante ruolo da svolgere nella società globalizzata.
Il lavoro si é svolto con contributi individuali su singoli problemi, con discussioni di gruppo e successive riscritture, nel tentativo di dare organicità al tutto.
Siamo consci di non aver elaborato concetti nuovi e di aver posto più problemi che non offerto soluzioni.
Il nostro scopo, laicamente, non è quello di offrire delle verità ma una base per una più ampia discussione che coinvolga gli attuali partiti che si richiamano al socialismo e tutti coloro che, pur fuori dai partiti, si ritengono socialisti.
Torino, ottobre 2004.
Giorgio Cardetti
Contributi di
Sergio Astrologo, Marco Brunazzi, Diego Castagno, Gaetano Crocellà, Marco Chiauzza, Alfredo Giglioli, Carmine Macchione, Giuseppe Maspoli, Caterina Simiand
PROLOGO
Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del socialismo democratico. Tutte le destre della vecchia Europa si sono alleate in una santa battuta di caccia contro questo spettro, e stanno facendo una carneficina.
Quella che fu una grande forza politica, vittoriosa nel confronto con il comunismo, trasformatrice del capitalismo e degli Stati, imponendo al primo regole e mutamenti, ai secondi la democrazia e lo stato sociale, appare ormai il fantasma di se stessa, destinata alla scomparsa, travolta dalla globalizzazione e dalla nuova economia, incapace di dare risposte ai problemi di una società senza classi, alla disperata rincorsa delle formule liberiste dell’avversario.
In Italia lo spettro è ancora più evanescente, perché il socialismo democratico non è mai cresciuto e non ha mai governato da solo.
La Storia però non è finita, e neppure la politica. Il socialismo può rinascere da quelle che appaiono le sue ceneri.
E’ ormai tempo che i socialisti, quelli italiani in particolare, espongano a tutti il loro modo di vedere, i loro fini, i loro valori, le loro soluzioni per una società in continuo e profondo mutamento. E’ ora che contrappongano alla favola dello spettro del socialismo un manifesto del partito, del nuovo partito che deve nascere, perché ancora non c’è.
1. ROSSO ANTICO
1.1 Socialismo cercasi
Non è finita la Storia, come qualcuno si intestardiva a proclamare dopo la caduta del muro di Berlino.
E non è finita la politica, che è sempre necessità e dovere di scegliere.
Si pensava ad un futuro lineare, fondato su una indiscussa leadership americana e sull’economia globale trionfante. Si sosteneva il prevalere di un pensiero unico, basato sul liberismo, il mercato, la globalizzazione e la nuova economia.
Questa ideologia sta ormai facendo acqua da tutte le parti. La crescita economica ha subito brusche frenate, la finanza è in crisi, le differenze tra paesi aumentano. Anche nei paesi ricchi crescono la disoccupazione e la precarietà.
E’ esploso il fenomeno del terrorismo globale. Domina l’insicurezza.
Non è vero che non esiste più differenza fra destra e sinistra.
La destra, oggi vincente, fa leva sull’egoismo e sulle paure dei singoli, con proposte contraddittorie che mescolano liberismo e populismo, autoritarismo e falso garantismo.
Per dare risposte ai problemi vecchi e nuovi c’è bisogno di una forte e moderna sinistra, c’è bisogno di socialismo.
E’ certo superata l’ideologia fondata sullo statalismo e sul collettivismo. L’esperienza comunista è miseramente fallita tra i gulag e i disastri dell’economia pianificata. Molti ritengono che anche l’esperienza socialdemocratica tradizionale abbia ormai esaurito la sua missione di garantire una società del benessere che si rivela sempre più costosa e, talora, burocraticamente inefficace.
La “classe operaia”, concepita come la forza motrice del cambiamento, non c’e più. I lavoratori dipendenti sono minoranza in continuo calo. Aumentano i lavoratori atipici, privi di garanzie. Aumentano gli immigrati, unici disponibili per molte attività ormai rifiutate dagli altri.
La sinistra è in crisi profonda, divisa tra chi non sa rinunciare ai miti e ai modelli del passato e chi sembra essersi semplicemente convertito al mercato. Occorre trovare una sintesi tra il vecchio e il nuovo e proporre soluzioni valide ai problemi del nostro tempo: quelli della miseria, della fame, del sottosviluppo del Sud del mondo e quelli della liberazione degli uomini e delle donne del Nord dall’asservimento agli interessi e ai “valori” dei potenti dell’economia, della finanza, della politica, dell’informazione, delle burocrazie.
La scommessa di una moderna forza socialista è di essere portatrice di interessi e finalità generali nei quali possano ritrovarsi e comporsi gli interessi e le finalità di tutti gli individui.
1.2 Una nuova casa di tutti i socialisti
Il socialismo democratico, con rare eccezioni, è in crisi in tutta Europa.
In Italia la situazione è ancora più grave: nella sinistra, e nel centrosinistra, prevalgono i personalismi e la confusione.
Il PSI, da sempre più debole rispetto ai confratelli europei, è imploso, seminando schegge o impazzite o impotenti. I DS, ancora quasi esclusivamente guidati da politici di estrazione comunista, nonostante l’apparente scelta riformista, sono dilaniati da mille contraddizioni e da una spesso feroce resa dei conti interna. Sembrano inoltre aver definitivamente accantonato l’ipotesi si trasformarsi in partito socialdemocratico, impegnandosi invece in una ambigua federazione ulivista.
Per questo occorrerebbe un soggetto politico nuovo, che nasca attraverso un processo costituente, per costruire non una nuova cosa, ma una casa nella quale possano convivere tutti coloro che si sentono partecipi della tradizione socialista e impegnati a rinnovarla. Una casa nella quale possano ritrovarsi molti che hanno lasciato il campo e, soprattutto, tanti giovani che in campo non sono mai scesi.
1.3 Memoria e valori
Per dare vita ad un soggetto politico nuovo, ma erede della complessa e contraddittoria storia del movimento socialista in Italia, sarebbe necessario ritrovare una memoria da condividere.
Quel movimento, pur articolato anche drammaticamente sin dall’inizio, si costituì sul principio etico-civile dell’eguaglianza che, liberato dai suoi tratti utopici ed illiberali, è meglio definibile come giustizia sociale.
I valori da ricordare, che giustificano la volontà di rifarsi, sia pure in chiave aggiornata, a quella esperienza, sono però assai più numerosi.
La dignità del lavoro manuale e intellettuale, conquistata attraverso l’organizzazione in leghe e sindacati, il nascere delle cooperative, il mutuo soccorso, l’istruzione obbligatoria, l’estensione progressiva del diritto di voto fino al suffragio universale e alla proporzionale, l’affermazione dei diritti della donna, il riformismo municipale; in tempi più recenti lo Statuto dei lavoratori, il divorzio, la scelta alle donne per quanto riguarda l’aborto, sono conquiste che, senza il socialismo riformista, non sarebbero state raggiunte.
Vi è poi un problema di metodo, che la rissosa famiglia della sinistra sembra avere dimenticato: il metodo dell’analisi della realtà.
La speranza di avere scoperto un paradigma scientificamente fondato per interpretare le leggi dell’economia, della società e della storia, fu la leva possente che permise ai padri del socialismo (“scientifico” appunto”) di sollevare l’etica della convinzione, non meno che quella della responsabilità, dalla sfera del dover essere alla plausibilità dell’essere.
Oggi né le scienze sociali, né quelle storiche e nemmeno quelle naturali condividono più quella illusione. E’ bene che sia così, che nessuno possa più credere di possedere verità oggettivamente indiscutibili. Ma questo non esime dalla necessità di rianimare un formidabile sforzo di elaborazione per tornare a dare la speranza di poter comprendere il corso degli eventi e non esserne solo a rimorchio, mosche neppure cocchiere di quel “pensiero unico” che le nuove destre sembrano aver eretto a dogma.
2. GLOBAL “COME”
2.1 Il mercato si espande …
La tecnologia produttiva, in seguito all’evoluzione dell’informatica e delle telecomunicazioni, sta cambiando radicalmente e in modo accelerato, e con essa muta l’organizzazione economica della società.
La globalizzazione si basa sulla forza espansiva del mercato, che tende ad investire in aree sempre più vaste del mondo. Questo processo, sostanzialmente inarrestabile, da un lato crea risorse nuove e quindi potenziale ricchezza; dall’altro lato però presenta aspetti negativi perché il mercato non risolve da solo tutti i problemi economici e sociali.
Le imprese decidono dove investire secondo i loro esclusivi interessi, i capitali circolano quasi senza restrizioni; i fenomeni migratori assumono dimensioni scarsamente controllabili.
Ci ritroviamo in un nuovo disordine mondiale, fatto di enormi diversità, con la straordinaria ricchezza che si confronta con la straordinaria povertà, con la bomba demografica che sta esplodendo, con la furia degli integralismi, e con la sensazione che manchiamo di soluzioni per evitare che questi rischi ci sfuggano di mano.
I “no global” denunciano, non senza contraddizioni, gli aspetti negativi che il fenomeno comporta e vanno quindi ascoltati. Non è però fermando il mondo, ma regolandolo, che il male può essere combattuto.
Il problema è “come” affrontare la globalizzazione, con un impegno volto a realizzare principi e valori che il mercato, lasciato a se stesso, non può tutelare.
L’economia capitalista ha preso il volo verso una dimensione planetaria, mentre la democrazia è rimasta bloccata nei confini statuali. L’economia di mercato senza la democrazia, o almeno una cornice di regole, sta diventando un potere incontrollato.
2.2 Lo Stato si svuota…
Da un lato il mondo si sta globalizzando, dall’altro si sta sempre più frammentando.
Lo Stato sta perdendo poteri verso l’alto e verso il basso e la prospettiva è che si indebolirà sempre più, dovendo trasferire ulteriori competenze al livello superiore e a quello inferiore. Esso dunque non è più lo strumento in grado di esprimere politiche economiche e sociali efficaci ed adeguate.
Nuovi poteri sono nati al di fuori e al di sopra dello Stato e richiedono nuove istituzioni e nuovi ordinamenti perché la democrazia venga salvata. Una possibile soluzione dovrebbe essere cercata in un equilibrio di funzioni tra organizzazioni sovranazionali, Stati-nazione e governi locali.
Occorre, in altre parole, dar vita ad un nuovo “diritto delle genti”.
Un pianeta senza regole o con regole troppo diverse non è nell’interesse di nessuno, nemmeno delle demonizzate multinazionali.
2.3 Otto su dieci muoiono di fame..
Un problema posto dalla globalizzazione è quello della crescente disparità tra pochi paesi sviluppati e la crescente povertà del terzo e quarto mondo: più dell'80% della popolazione mondiale è ancora assai lontana dalla realizzazione di un livello minimo di vita, per non dire della salvaguardia dei diritti umani e dei principi della democrazia. Il 10% circa della popolazione mondiale non raggiunge oggi un reddito individuale medio di 300 dollari annui: in quei paesi dominano la fame, una speranza ridottissima di vita (anche a causa della diffusione dell'AIDS, non sufficientemente curato e prevenuto), una scolarizzazione e alfabetizzazione molto basse, un'assistenza sanitaria del tutto insufficiente, una mortalità infantile elevata…
Il primo impegno dell'Occidente dovrebbe esercitarsi a favore di questi paesi. Ma ugualmente vanno combattuti gli stessi mali, anche se presenti in forme più attenuate, nei riguardi del restante 70% degli abitanti del pianeta.
ONU e Unione Europea hanno più volte assunto solennemente impegni, anche specifici, per vincere prioritariamente la fame e avviare, in generale, processi di sviluppo, ma nella realtà le misure conseguenti o sono del tutto mancate o sono risultate molto inferiori alle promesse.
Di fronte al fenomeno Cina che, pur non avendo affrontato il problema della democrazia politica, sta avendo uno sviluppo economico notevole e sta uscendo dal sottosviluppo, l’unica proposta avanzata, del tutto inadeguata, sembra essere quella di alzare barriere doganali.
E' dovere specifico di chi si ritiene erede del movimento socialista impegnarsi per ridurre le disuguaglianze non soltanto a casa propria, ma fra tutti i popoli del mondo.
2.4 Non diamogli soltanto le briciole…
Occorrono un progressivo azzeramento dei debiti dei paesi più poveri e adeguati trasferimenti di risorse dai paesi ricchi, con investimenti diretti a favorire le condizioni di decollo dello sviluppo economico. Ovviamente tale sviluppo deve essere accompagnato dalla crescita della società civile e della democrazia. Bisogna creare le condizioni perché ogni uomo e ogni popolo possano godere di una reale possibilità di sviluppare le proprie potenzialità materiali e spirituali.
L'impegno dei socialisti dovrebbe, tra gli altri, perseguire i seguenti obiettivi:
-Rafforzare l'ONU, riformandola radicalmente. Essa infatti, pur con i suoi molti e gravi limiti, resta l'organizzazione sovra-nazionale più rappresentativa e quindi in grado, potenzialmente, d'imporre la pace, di favorire l'affermarsi dei valori democratici e di determinare un aumento consistente di risorse da impiegare per il riscatto dalla fame e dalla miseria di una parte così rilevante dell'umanità.
Vanno respinte le tendenze al suo ulteriore declassamento a favore del G8 o degli USA, come veri padroni del mondo. Gli Stati Uniti non possono pretendere di detenere il monopolio della verità e della giustizia. Oltre a non risolvere nulla, danno spazio ai movimenti no global e alimentano quell’odio sordo che è alla base del terrorismo.
-Costringere le nazioni più ricche a riservare una quota sufficiente delle proprie risorse (e non le briciole del banchetto, come oggi) per lo sviluppo dei PVS; dovrebbero inoltre essere realmente aperte le frontiere ai prodotti dei paesi più poveri, annullando o riducendo le sovvenzioni ai produttori agricoli dei paesi più ricchi, e ciò non rinviando il problema di parecchi anni come l’Unione Europea, ad esempio, ha fatto per cotone, riso e zucchero.
E’ anche necessario ragionare su come riprogettare le istituzioni in campo internazionale, in modo che si possa concretizzare l’incontro fra il principio del mercato e i valori etici e sociali che debbono correggerne gli automatismi e gli spontaneismi. Ciò vale in particolare per il Fondo Monetario che, con la sua acritica politica iperliberista, ha contribuito alla crisi nel sudest asiatico prima, alla folle e mafiosa privatizzazione in Russia poi e infine al fallimento dell’Argentina
2.5 Voluti...ma non benvenuti
L’immigrazione è un fenomeno strutturale dell’economia globalizzata. I flussi migratori non possono diminuire per effetto di misure legislative, ma sono anzi destinati ad aumentare in virtù della crescente interconnessione dei mercati di tutto il mondo.
Buona parte dei lavori dequalificati sono appannaggio degli stranieri. Le stesse aziende che operano in questi settori ormai si orientano sul mercato del lavoro extracomunitario per reperire potenziali dipendenti.
Nello scontro politico di oggi, al di là delle diverse leggi in materia, si distinguono due modi di affrontare il fenomeno.
L’uno basato sulla volontà di chiudere le frontiere e punire gli immigrati clandestini, sistema che non solo non tiene conto delle spinte economiche mondiali, ma che si rivela inefficace perché, di fatto, i clandestini, chiudendo le frontiere, aumentano.
L’altro, genericamente buonista, pronto all’accoglienza indiscriminata senza richiedere nessun genere di contropartita, neppure l’indispensabile adesione ai principi democratici, tipici di una società aperta che si vuole pluralista.
In tempi di globalizzazione la mobilità delle persone assume il rilievo di elemento costitutivo del sistema economico e sociale. L’incontro fra culture diverse diventa inevitabile, e i flussi migratori giocano in questo senso un ruolo decisivo.
Il mondo di oggi lo si può vedere in due modi. Il primo è un quadro di Modigliani, campiture piatte e contorni nitidi, poca ambiguità e poche sfumature, superfici nette e ben distinte. Il secondo assomiglia ad un quadro di Kokoschka, confusione di punti di colore diversi, nella quale nessun elemento si distingue nei particolari, sebbene il quadro nel suo complesso abbia una sua struttura precisa.
Il multiculturalismo –il Modigliani della metafora- è la fabbrica della diversità, accentua la differenza tra le culture anche quando questa tende a smorzarsi, cristallizzando gli aspetti conflittuali della possibile convivenza. Il progetto che sta dietro alla società multiculturale, nel tentativo di salvaguardare le diversità ed impedire alla cultura del più forte di essere egemone e di fagocitare le altre, di fatto rende obbligatorio un mondo diviso in culture, il cui incontro tende a dare origine a conflitti.
La società dovrebbe invece essere aperta, plurale e pluralista. Dovrebbe –come nel quadro di Kokoschka-tenere conto delle diversità, farne un punto di forza ed uno stimolo, nel tentativo costante di sintetizzarle in un tutto organico.
Oggi noi abbiamo una società che si appresta a diventare multiculturale, e lo sarà sempre di più, ma non abbiamo una società plurale che, salvaguardati i principi dello Stato laico e le sue leggi, sia in grado di andare oltre la diversità pura e semplice. L’obiettivo può apparire impossibile ma, se si accetta il principio che l’adesione del singolo alla cultura del gruppo possa variare secondo il contesto geografico, storico, sociale e relazionale, allora è lecito pensare ad una “creolizzazione” della cultura dei singoli e si possono immaginare interventi mirati per favorire atteggiamenti di apertura e integrazione.
Il pluralismo laico è il superamento del multiculturalismo, l’obiettivo in vista del quale lavorare.
Come si traduce nel concreto l’aspirazione ad una società in cui le persone, straniere e non, abbiano gli stessi diritti e pari opportunità?
Trovare laicamente la non facile risposta a questa domanda è uno dei compiti di una forza genuinamente socialista.
2.6 Di Terra ce n’è una sola…
L’affermarsi della globalizzazione fa crescere l’attenzione per i temi ambientali. Il continuo incremento demografico e il diffondersi di modelli di consumo basati sullo sfruttamento di risorse naturali limitate, sull’inquinamento e sulla enorme produzione di rifiuti, fanno infatti temere la catastrofe o il venir meno di un accettabile equilibrio.
E’ opportuno distinguere l’ambientalismo dall’ecologismo, il primo inteso come opzione riformista, il secondo come posizione rivoluzionaria e “radicale”. Per gli ecologisti il concetto di natura è fondamentale, in quanto essa è portatrice di valori, oltre ad essere un valore assoluto in sé. L’ambientalismo punta invece all’obbiettivo meno ambizioso di mantenere sotto controllo i danni causati al mondo fisico dagli esseri umani. L’ambiente è fondamentalmente un deposito di risorse e l’umanità deve cercare di non dilapidarle, se vuole garantirsi un futuro possibile. Occore quindi imparare a utilizzare con oculatezza le risorse non rinnovabili, sfruttando le altre senza ridurne la quantità in maniera irreversibile.
La sinistra, nella sua lunga storia, non è mai stata ambientalista, considerando la produzione come un valore prioritario. Nelle fabbriche dell’Occidente, le cui ciminiere ammorbavano allegramente l’aria, per decenni, i rischi per la salute e l’integrità fisica legati alle condizioni di lavoro sono stati esclusivamente “monetizzati”. Basti inoltre pensare al sostanziale disinteresse per ogni tutela ambientale nell’ex impero sovietico e, ancora oggi, nel colosso cinese, dove il comunismo sta cercando di coniugarsi all’economia di mercato e all’espansione dei consumi.
La conversione della sinistra all’ambientalismo è relativamente recente: il degrado ambientale e l’inquinamento incominciano ad essere percepiti non solo più come conseguenza secondaria dello sviluppo industriale, ma come fonte di rischio e di incertezza sul futuro dell’umanità, per il possibile esaurirsi delle risorse alimentari ed energetiche, per i danni alla salute, per i mutamenti climatici e, più in generale, per le possibili conseguenze negative sulla qualità della vita.
Non si tratta di negare lo sviluppo, ma di perseguirlo in forme compatibili. Pensiamo all’estendersi dell’uso di fonti energetiche alternative, alla corretta verifica dell’impatto ambientale per le grandi infrastrutture, ad una seria politica del riciclaggio nel campo dei rifiuti, all’eliminazione delle “carrette del mare”, al rispetto degli accordi internazionali in materia da parte di tutti.
2.7 La società del rischio…e della responsabilità
Oggi non c’è più una cieca fiducia nella scienza e nella sua capacità di stabilire con criteri certi quali azioni umane abbiano o meno effetti pericolosi per l’uomo nel lungo periodo.
L’accettazione di ogni nuovo cambiamento tecnologico e di ogni nuovo prodotto viene quindi subordinata alla domanda se ci siano rischi e, finché la risposta non è negativa, l’intero sistema è messo in discussione. L’incertezza è però ineliminabile, e tale ragionamento, di fatto, reprime il cambiamento, perché il concetto stesso di rischio ci dice cosa non dovrebbe essere fatto, non cosa si dovrebbe fare.
Se gli esperti hanno perso il monopolio sulla razionalità, le valutazioni relative al rischio, su ciò che è accettabile e ciò che non lo è, sono basate su criteri culturali. Tali giudizi “costituiscono” il rischio, e quindi alla possibilità viene accordato lo stesso significato dell’esistenza: scompare la distinzione tra rischi reali e percezione emotiva.
Il mondo, forse, non è diventato nel complesso più rischioso; c’è piuttosto una nuova sistematica assenza di fiducia che fa vedere rischi ovunque. Compete alla politica, e non solo al mercato, decidere, assumendosene la responsabilità, all’interno di un orizzonte di incognite che non è eliminabile, in un contesto sempre più globale, nella consapevolezza che ogni decisione a livello regionale ha effetti e ricadute sul piano generale.
Lo scenario aperto dall’impiego di nuove tecnologie in campo agricolo, ad esempio, ha messo il mondo politico, soprattutto italiano ed europeo, in grande imbarazzo.
Il problema è stato posto in questi termini: riconoscersi in chi crede nel valore intrinseco della natura e della vita o in chi ha della natura e della vita una visione soltanto utilitaristica.
Questo spartiacque va messo in discussione: chi si oppone in questa logica agli OGM si muove in base a pregiudizi, che tengono poco conto dei fatti concreti e che rischiano di esportare nei paesi in via di sviluppo i fantasmi anti-biotech delle società occidentali opulente.
La sinistra europea non sembra dare il giusto peso al fatto che l’innovazione tecnologica può influire in modo determinante sulla salute e sulla qualità della vita della gente dei paesi in via di sviluppo.
La sinistra europea non sembra dare il giusto peso al fatto che l’innovazione tecnologica può influire in modo determinante sulla salute e sulla qualità della vita della gente dei paesi in via di sviluppo.
2.8 La sostenibile pesantezza dello sviluppo
Allo sviluppo non c’è alternativa credibile. Non esistono età dell’oro cui tornare: nel corso dei millenni le condizioni materiali della vita sono sempre state peggiori di oggi.
Il benessere di una comunità e di un popolo non è però determinato solo dal possesso di beni, ma anche dai suoi valori, dalla sua cultura, dalla solidarietà che sa esprimere, dalla capacità di preservare l’ambiente in cui vive.
All’insieme di queste relazioni viene dato il nome di “sviluppo sostenibile”, un concetto che riguarda le relazioni di lungo periodo fra la crescita economica, il benessere personale e l’ambiente. Dobbiamo essere consapevoli che l’umanità deve rispondere alle necessità delle generazioni presenti, senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare le proprie.
Fino ad ora il concetto di sviluppo sostenibile è stato soprattutto dominato dalla questione ambientale; deve invece essere allargato anche all’uguaglianza sociale e alla tutela della qualità della vita.
La “sostenibilità” è conseguenza di uno sviluppo economico dimensionato sulla possibile tutela dell’ambiente, ma anche sul sistema di valori che caratterizzano la società in un certo momento storico. Ne deriva che, a livello planetario, lo sviluppo sostenibile è quello che innesca una crescita economica che rispetti l’ambiente, ma che consenta anche, nel contempo, una equa ripartizione delle risorse e dei consumi tra le aree forti e deboli del pianeta, condizione indispensabile per puntare ad un vero sviluppo.
Sono necessarie nuove tecnologie, e relativi investimenti, che consentano di poter offrire a tutti acqua incontaminata, di dare risposte ai fondamentali bisogni alimentari e d’igiene, di fornire rimedi adeguati ai problemi della salute.
Per poter svolgere il proprio compito la politica non può rinunciare ad avvalersi della scienza, pur con i suoi limiti, come strumento di indagine e di valutazione, da cui attingere dati in base ai quali operare scelte in grado di restituire, nell’ottica dello sviluppo sostenibile, i valori di base dell’equità e della dignità umana a miliardi di persone, offrendo loro un’esistenza sana e appagante e la capacità di guadagnare, spendere e creare quindi nuovo lavoro.
3. GUERRA E PACE
3.1 Dal crollo del muro al crollo delle torri
Tra le illusioni seguite alla caduta del muro di Berlino c’è stata anche quella che, con la fine della guerra fredda, potesse sostanzialmente scomparire il rischio della guerra in genere.
Così non è stato: molte guerre si sono combattute in questi anni, per la prima volta da decenni anche in Europa, c’è stata la contestata guerra in Iraq, con i suoi tragici strascichi che non sembrano dover mai finire, c’è la crescente spirale della violenza fra Israele e Palestina.
L’11 settembre del 2001 è poi cominciata, con l’attentato alle Torri gemelle di New York, una nuova, anomala e terribile guerra: quella scatenata dal terrorismo islamico. Non è questa una guerra diretta solo contro gli Stati Uniti d’America ma contro tutto l’Occidente. Non sembrano averlo capito, o lo hanno ignorato, quanti hanno preso le distanze dalle naturali reazioni di autodifesa, delle quali l’intervento nell’Afghanistan dei talebani e di Osama Bin Laden è stato parte integrante e non eludibile.
Non essere antiamericani non significa, ovviamente, condividere ogni scelta del governo degli Stati Uniti, ed in particolare il modo nel quale Bush junior ha affrontato il problema dell’Iraq, decidendo unilateralmente una guerra preventiva, “senza se e senza ma”, in assenza di una legittimazione dell’ONU.
In un mondo nel quale è venuto meno l’equilibrio del terrore nucleare, l’unica superpotenza rimasta, anche se gravemente colpita, non può pensare di dettare legge agli altri.
In questa situazione é assai difficile ragionare con serenità sul problema della guerra e della pace. Questo però non ci esime da una valutazione di ordine più generale.
3.2 La sinistra, la violenza e le guerre
Nella complessa storia della sinistra non sempre l’uso della violenza è bandito.
Per quanto riguarda gli interventi militari veri e propri, di fronte alla condanna delle “guerre imperialiste” sono sempre state giustificate le “guerre di liberazione” dei paesi coloniali e quelle dei popoli nei confronti dei tiranni.
La valutazione nel merito non sempre è stata equanime: ogni guerra che vedeva il sostegno dei sovietici era “di liberazione”; ogni tentativo dei paesi dell’est europeo di liberarsi dall’oppressione dei loro regimi veniva bollato come “antisocialista” e represso nel sangue.
La collaborazione fra socialismo democratico e comunismo é stata quasi impossibile, per decenni, soprattutto a causa della diversa valutazione di questi fatti.
L’Unione Sovietica non c’è più, ma una certa mentalità è dura a scomparire.
3.3 Pacifismi e opportunismi
Il movimento pacifista, risorto in occasione della vicenda irakena, è composto da cento anime.
C’è il pacifismo non violento di chi, con diverse motivazioni, rifiuta ogni forma di guerra, pronto ad offrire al nemico l’altra guancia. C’è il pacifismo cattolico, ispirato dal Papa, anche se non sempre con gli stessi accenti. C’è il pacifismo opportunista, assai diffuso in Italia, di chi ritiene sia sempre meglio star fuori e se guerra si deve fare ci pensino gli altri. C’è il pacifismo a senso unico, di certa sinistra ma non solo, pronto a scendere in piazza ogni volta che ad intervenire sono gli americani e l’Occidente.
Si mescolano nel movimento idee nobili, prevenzioni ideologiche e opportunismi.
Gli opportunismi stanno ovviamente anche sull’altro fronte. Non manca chi, di fronte a una guerra americana, si schiera aprioristicamente a favore. Qualcuno questa tendenza ce l’ha nella sua storia, come gli inglesi; altri, come l’attuale governo italiano, hanno cercato di accreditarsi come interlocutori privilegiati della superpotenza.
C’è poi chi lavora per la pace, cercando fino all’ultimo di evitare qualsiasi guerra, pronto però a distinguere su basi responsabili, nella consapevolezza che, come ci ha insegnato Norberto Bobbio, esistono anche “guerre giuste”, combattute per difendersi e per difendere chi è ingiustamente aggredito.
3.4 Più divisioni a sinistra
Sul problema della pace e della guerra le divisioni attraversano tutti gli schieramenti politici ma ancor più la sinistra, per motivi storici ed ideologici; basti pensare alla posizione del laburista Blair.
In Italia il Governo dell’Ulivo ha partecipato alla guerra in Kosovo che, pur motivata dall’esigenza di evitare il genocidio in atto, non era stata promossa dall’ONU. La maggioranza dell’Ulivo stesso, ormai all’opposizione, ha votato a favore dell’intervento in Afghanistan nel quadro della lotta al terrorismo dopo l’11 settembre. Si è poi però divisa sull’invio in quel paese di un migliaio di alpini con cavilli e motivazioni contorte, più dettate da logiche interne ai vari partiti che in coerenza con le decisioni in precedenza assunte.
Ci si è divisi anche sulla vicenda irakena: votando alcuni per un no “senza se e senza ma” senza attendere una decisione dell’ONU. Ora il dibattito è sul ritiro del contingente italiano e sembra prevalere la tesi radicale del “tutti a casa”, ignorando la saggezza millenaria della Chiesa cattolica: “Un figlio può anche essere illegittimo –è stato autorevolmente detto- ma occorre pur occuparsi della sua crescita”.
3.5 Non c’è diritto senza sanzioni
L’aspirazione alla pace, alla soluzione delle controversie internazionali con mezzi diplomatici, è ormai patrimonio comune sancito in tante Costituzioni e nello Statuto delle Nazioni Unite.
In ogni Stato civile esiste l’aspirazione alla pacifica convivenza dei cittadini, ma sono, ovviamente, previste regole per punire chi tale pacifica convivenza infrange.
Lo stesso discorso vale nel campo del diritto internazionale. Esiste anzitutto il diritto alla legittima difesa: chi è aggredito può difendersi con mezzi adeguati. Esiste, più in generale, un diritto della Comunità internazionale ad intervenire con misure adeguate in caso di “minaccia alla pace, violazione della pace o atto di aggressione”. Lo stabilisce l’art.39 dello Statuto delle Nazioni Unite che, all’art.42, prevede esplicitamente, nel caso di inadeguatezza di altre misure, la possibilità di un intervento armato “per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale”. A decidere in merito è il Consiglio di Sicurezza. La composizione di questo organismo, fissata alla fine della seconda guerra mondiale, è ormai anacronistica. Ma, con tutti i suoi limiti, l’ONU è l’organizzazione che più si avvicina ad un governo mondiale ed è quindi doveroso accettarne le decisioni, anche non condivise, dopo aver svolto ogni tentativo perché esse corrispondano a quanto si ritiene giusto.
Questo vale per gli americani ma anche per gli altri.
3.6 Costruire la pace
Compito dei socialisti dovrebbe essere quello di lavorare perché esistano le condizioni per la pace.
A questo scopo occorre ridurre le forti differenze economiche fra paesi ricchi e paesi poveri o poverissimi, riservando a questo scopo una quota adeguata di risorse; è anche necessario verificare che tali risorse siano impiegate per lo sviluppo economico, sociale e democratico delle popolazioni e non per accrescere gli arsenali di qualche dittatore.
Si deve, come già ricordato, rafforzare l’ONU, anche riformandola profondaemente, così da evitare la logica degli Stati Uniti quale unica superpotenza che decide per tutti.
In quest’ottica è altresì fondamentale costruire un’Europa quale realtà politica, e non solo area monetaria e di libero scambio. Una “potenza” europea, con una politica estera e della difesa comune, rappresenterebbe un altro soggetto forte, in grado di evitare il monopolio di qualcuno sui destini del mondo.
La divisione fra la posizione “pacifista” assunta da Francia e Germania senza cercare un confronto con altri, e quella di altri paesi, fra i quali l’Italia, che si sono accodati al filoamericanismo acritico della Gran Bretagna, è l’esempio di ciò che non dovrebbe mai accadere.
Ovviamente anche i partiti socialisti dovrebbero discutere e decidere come un’unica forza politica. L’inconsistenza del PSE e la nebulosità dell’Internazionale Socialista non giocano certo a favore della pace né di uno sviluppo democratico del mondo globalizzato.
4. NON SOLO EURO
4.1 E’ solo geografia?
Le divisioni fra i paesi europei innescate dalla guerra all’Iraq decisa dagli Stati Uniti sono la “migliore” dimostrazione dell’inesistenza di un’Europa politica.
Per troppo tempo, in realtà, le forze politiche europee, al di là delle affermazioni magniloquenti, hanno considerato l'Europa come un mero contenitore geo-politico, una icona delle buone intenzioni che il realismo dei fatti si sta incaricando di smentire tacitamente.
Anche i partiti della variopinta famiglia socialista sembrano accontentarsi dell’esistenza di un gruppo parlamentare a Strasburgo, sotto il quale poter tranquillamente coabitare, senza lo sforzo di provare ad elaborare politiche unitarie sia in Europa che nei rispettivi paesi.
Eppure, proprio le politiche nazionali si stanno rivelando sempre più inadeguate e l'Unione Europea condizionerà sempre di più la loro efficacia, come lo stesso Patto di Maastricht e l'unione monetaria hanno dimostrato.
L’unificazione monetaria, non accettata da tutti i paesi dell’Unione Europea e recentemente respinta dal referendum svedese, si sta rivelando monca in assenza di politiche comuni in materia fiscale, di legislazione sul lavoro, più in generale di politica economica. Se la BCE non ha brillato è anche perché, diversamente da ogni altra Banca Centrale, non ha un contraltare politico: un Ministero dell’Economia col quale, nelle rispettive autonomie, confrontarsi.
4.2 O anche politica?
E’ stata faticosamente elaborata, tra mille compromessi, quella che viene chiamata la Costituzione Europea.
E’ stato mantenuto il voto all’unanimità, e quindi il diritto di veto, su troppe materie.
Nonostante la sostanziale delusione, ci sembra in ogni caso, in mancanza di alternative migliori, che il trattato debba essere approvato e ratificato.
Dobbiamo però continuare a ragionare su quale Europa si voglia davvero: una mera comunità economica, una sorta di vasta zona di libero scambio, oppure una vera unione federale.
La crisi sulla questione dell’Iraq la dice lunga sulle prospettive del primo modello: una grande Europa mal amalgamata, che è costretta a imporre vincoli economico-finanziari pesantissimi ai paesi post-comunisti appena associati, che non ha risorse per un nuovo sviluppo e la cui politica estera si troverà stretta fra una sudditanza servile agli USA e una lacerazione permanente al proprio interno.
Una alternativa a questo deludente scenario è quella, a suo tempo indicata dal vicecancelliere tedesco Fischer: lavorare ad un doppio progetto che, mentre costruisce una vera federazione a partire dal nucleo originario dei Paesi fondatori (e da altri disponibili ad entrarvi subito), la inserisce in una più ampia confederazione, dando a tutti il tempo di una partecipazione gradualmente più intensa e convinta, sino a far poi coincidere la federazione con la confederazione.
Una simile scelta, sulla quale ci sembra opportuno ragionare, non discriminerebbe i "forti" dai "deboli", ma potrebbe anzi permettere a questi ultimi di appoggiarsi ad un nucleo più solido e coeso per intraprendere la piena adesione nelle migliori condizioni. Lascerebbe inoltre, a chi non la vuole, la possibilità di restare con dignità e vantaggio nel cerchio più esteso della confederazione. Da tale scelta potrebbe derivare una straordinaria accelerazione verso una politica economica, una politica estera e una politica della difesa finalmente comuni.
4.3 Europei perché socialisti. Socialisti perché europei
Perchè i socialisti dovrebbero impegnarsi per un’Europa realmente federale?
Perché questa idea fa ormai parte del loro bagaglio politico e culturale e, soprattutto, perché non c'è futuro per i socialismi nazionali nell'età della globalizzazione. A mala pena può sperare di sopravvivere un socialismo europeo, anche se questo comporterà una mutazione genetica profonda, l'acquisizione di un costume, di una rappresentatività, di una capacità innovativa e propositiva oggi impensabili.
E' tempo di avviare, ben oltre l'esangue involucro del PSE, la costruzione di un vero partito socialista d'Europa che, nella sua struttura federativa, consenta di realizzare quella unità nella diversità che è del resto la stessa condizione per ottenere l'unità di tutte la nazioni europee.
5. FLESSIBILI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI !
“La globalizzazione è in primo luogo una questione di psicologia, non di economia”
Derrick De Keerckhove
5.1 Non sono più moderni i tempi di Charlot
La galassia fordista si sta dissolvendo davanti ai nostri occhi. Essa ha dominato il xx secolo, il secolo dell’industrializzazione di massa, della nascita e dello sviluppo del mercato di massa. Ora sta per esaurire il suo ciclo.
Ciò non vuol dire la fine dell’industria come attività economica, esattamente come la fine della società agricola o di quella mercantile non hanno significato la fine dell’agricoltura o del commercio; anzi, in termini quantitativi, è avvenuto l’opposto. La fine dell’industrialismo significa la fine dell’istituzione economica fondamentale di quella società: la produzione di massa di tipo fordista.
La crisi dell’industrialismo non è solo un problema di saturazione dei mercati. Nei paesi “ricchi” (Occidente e Giappone) in effetti, i mercati si avvieranno alla saturazione, per effetto del calo demografico e del fatto che i consumatori saranno presto in possesso di tutti i beni durevoli che possono acuistare. Bisogna però considerare che i paesi industrialmente avanzati non sono più tutto il mondo che conta; emergono altre realtà, i cui mercati sono ben lontani dall’essere saturi. C’è quindi ancora spazio per i beni durevoli di consumo standardizzati.
La fine dell’industrialismo è dovuta soprattutto al cambiamento radicale della tecnologia produttiva. Tale cambiamento, che sta determinando una nuova organizzazione economica della società, si basa sull’evoluzione dell’informatica e delle telecomunicazioni, la cui velocità aumenta in maniera esponenziale, mentre i relativi costi diminuiscono notevolmente. Di fronte a tali innovazioni, la produzione di massa di tipo fordista verrà messa definitivamente in crisi, mentre l’informatizzazione dell’economia consentirà maggiori guadagni in termini di produttività, con conseguenze di cui solo ora si incomincia ad intravedere la portata. La nuova organizzazione produttiva che si instaura nei paesi occidentali è quella imperniata sul concetto di “specializzazione flessibile”, rispondente ed adattabile ad un ambiente in rapido cambiamento.
Caratteristica del nuovo modo di produzione è che non ne esiste uno solo. Esistono molti modi di regolare il lavoro, organizzare la produzione e gestire il mercato, che variano da una impresa all’altra, da un settore ad un altro e ancor più da un paese ad un altro.
5.2 Il lavoro cambia
L’unica costante è che cambia il lavoro, nel modo di eseguirlo e nella sua regolamentazione giuridica.
L’importanza assunta dal lavoro nella società industriale non ha precedenti nella storia.
Lavoro retribuito e professione sono diventati l’asse della condotta di vita, la condizione fondamentale dell’esistenza. La stessa vecchiaia viene definita dalla non occupazione, nel senso che la si fa iniziare quando finisce il lavoro, indipendentemente dal fatto che le persone si sentano vecchie oppure no.
La vita intera dell’epoca industriale ruota intorno al lavoro ed alla famiglia, vere e proprie “chiavi per il mondo”. Famiglia e lavoro danno stabilità interiore alla vita delle persone, in quanto elementi in grado di determinare un sufficiente senso di sicurezza rispetto al sistema economico e sociale.
Il lavoro nella società occidentale non è solo il mezzo per sopravvivere e ridistribuire risorse economiche, ma è ancora il dispositivo più efficace per dare senso sociale alla propria esistenza all’interno di un gruppo di individui che condividono un sistema di significati comuni. Dal lavoro dipendono la stima di sé, la considerazione degli altri e la possibilità di interagire in un contesto organizzato di riferimento più ampio. Influisce sulla stratificazione sociale, per cui tanto più è considerato il lavoro tanto più sarà considerato il titolare di quel lavoro. Il singolo è spinto a ricercare una posizione lavorativa coerente con il suo modello culturale e con le sue aspirazioni sociali.
Oggi ci troviamo davanti ad una trasformazione di sistema del lavoro retribuito, nella quale l’occupazione, così come per certi versi la famiglia, ha perduto la sua capacità di dare certezze e protezioni.
Il mercato del lavoro di ieri era più omogeneo in termini qualitativi; nella maggior parte dei casi erano richieste meno competenze specifiche ai lavoratori, i quali, a loro volta, erano disposti ad accettare quasi ogni proposta che avesse caratteristiche di stabilità e regolarità. Il lavoro stabile, il posto fisso, rendeva possibile una pianificazione della propria esistenza ed una narrazione lineare della propria carriera: con uno stipendio e qualche sacrificio, un mutuo ad esempio, il lavoratore poteva sperare di acquistare una casa, fare studiare i figli, meglio se uno solo, e immaginare un miglioramento di status sociale rispetto a quello di partenza.
Il lavoro di oggi invece è meno omogeneo: aumentano i requisiti richiesti dalle aziende, diminuiscono i posti fissi rispetto a quelli precari, diminuisce il numero delle aziende con molti lavoratori mentre aumentano le piccole imprese. Le stesse grandi aziende tendono a diminuire il numero dei dipendenti, appaltando pezzi di produzione o servizi a imprese più piccole.
5.3 Sempre più flessibili…
Parlare di lavoro oggi significa parlare di flessibilità, quasi come se il lavoro oggi debba essere flessibile per forza. La salute di una impresa, piccola o grande che sia, se non di tutta l’economia di un paese o del mondo intero, oggi si calcola solo in termini di maggiore o minore flessibilità del lavoro.
Ciò è dovuto a due ragioni.
La prima: per essere competitive sul mercato internazionale le imprese devono poter impiegare il numero di lavoratori strettamente necessari a produrre un dato bene nella quantità dipendente dalle richieste del mercato. Se le richieste aumentano si prende nuovo personale, se calano se ne licenzia la parte divenuta superflua. Meglio ancora ricorrere a contratti a tempo determinato, a tempo parziale, interinali, ecc…
La seconda: in un mercato flessibile aumenta il numero di nuovi occupati rispetto ad un mercato più rigido.
Dal punto di vista delle imprese, l’introduzione della flessibilità rende possibile diminuire la propria
responsabilità di fronte alla comunità in cui operano e nei confronti dei propri dipendenti.
Oggi, ancor più di ieri, le imprese pensano che non spetti a loro preoccuparsi del destino di chi viene licenziato e non ha più il lavoro, piuttosto tocca allo Stato, alle amministrazioni locali, ai lavoratori stessi. Con buona pace di chi pensa che la politica sia inutile, dannosa, che sia meglio far fare a tecnici ed economisti.
5.4 …e insicuri
La diffusione della flessibilità introduce un principio di numero chiuso, per cui il lavoro stabile, discretamente retribuito, con buone prospettive di carriera e gratificazione personale, non è destinato a scomparire ma a diventare appannaggio di una minoranza, intorno alla quale ruotano lavoratori in affitto, temporanei, precari, di passaggio.
La richiesta di maggiore flessibilità sul mercato del lavoro è la premessa di un attacco generalizzato e generale al diritto del lavoro, molto più del tentativo di sopprimere l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
I lavori flessibili contribuiscono a frammentare e dividere i lavoratori e le loro forme associative.
Chi sostiene che il precariato sia il passaggio obbligatorio verso un lavoro stabile e garantito, non tiene conto del fatto che il lavoro instabile resterà la parte prevalente.
Oltre ai lavoratori atipici e temporali, vanno considerati gli appartenenti al mondo del sommerso, che è a pieno titolo un universo parallelo a quello dei lavori flessibili, con esso comunicante.
In effetti il lavoro nero, come lo si definisce, è una forma di lavoro temporale più rozza e primitiva di quella regolata dai contratti di collaborazione, ma analoga nella sostanza.
La flessibilità costa al lavoratore, che è un dipendente di fatto ma non di diritto. Chi lavora con un contratto atipico assume su di se gli oneri che l’impresa scarica, e con lui la sua famiglia e la sua comunità.
Viene meno la capacità di programmare la propria esistenza e quella del proprio gruppo, diminuisce la possibilità di ciascuno di provvedere da sé al proprio futuro.
Il lavoratore, l’impiegato, l’occupato oggi sono “risorse umane”, vale a dire il “mezzo” e non il “fine”, ma domani rischiano di diventare il problema che dovrà accollarsi la società tutta.
La produzione di massa –anche quella postfordista- ha bisogno di un mercato di massa. Se impediamo la redistribuzione delle risorse, creando una maggioranza di precari insicuri sul proprio futuro, che non potranno comperare automobili, frigoriferi, computer o case, perché nessuna banca impresta denaro a chi non da’ garanzie, dovremo ridimensionare la produzione e via dicendo.
5.5 Sempre meno uniti
Chi è senza lavoro, o rischia continuamente di perderlo, tende a vedere la situazione come fallimento personale più che come problema sociale.
Per usare l’immagine di Schumpeter: “Il treno della disoccupazione è occupato da un numero di disoccupati fissi, che si distinguono per il fatto che restano seduti. Per il resto regna un viavai generale, salgono e scendono sempre nuove persone, una folla accidentale di casi singoli che siedono fianco a fianco in attesa di scendere il prima possibile. Si viaggia assieme per un paio di stazioni e poi si scende di nuovo, mentre altre persone salgono, pensando già di scendere”.
L’intenzione di scendere non unisce, non unisce l’essere sul treno, dato il traffico continuo, e non unisce la storia individuale particolare che ognuno dei viaggiatori ha sulla punta della lingua. Il destino di massa si sbriciola nelle vicende del singolo, la disoccupazione di massa si individualizza, viene percepita come assolutamente normale. Appare come polvere da sparo bagnata, la cui esplosività resta immutata e può ripresentarsi all’improvviso.
La disoccupazione è il nuovo spettro della società moderna, per cui il timore di perdere il proprio lavoro, in un sistema economico segnato da una concorrenzialità agguerrita, è oggi “democraticamente” esteso a quasi tutti.
5.6 Il sindacato deve cambiare
In questa situazione diventa assai difficile il compito del sindacato.
Nel mondo della prima industrializzazione è stato uno straordinario strumento di stabilità e di crescita civile: dai vecchi operai si imparavano le regole del vivere sociale. A metà degli anni 70 il sindacato aveva trasformato in diritto tutto ciò che si poteva immaginare per garantire i lavoratori. Oggi il sindacato è in crisi. Anche nell’industria i lavori, e con essi gli orari, hanno cominciato a diversificarsi. Gli operai sono sempre meno e nei capannoni non ci si incontra più. Su venti milioni di lavoratori, cinque cambiano collocazione ogni anno. Nel giro di vent’anni metà del mondo del lavoro è uscita dal raggio della legislazione.
Eppure il sindacato di oggi continua ad essere sindacato solo dei lavoratori dipendenti, con l’aggravante che i suoi iscritti diventeranno vecchi, per cui, se faranno in tempo, prima che lo Stato tagli anche questa possibilità, andranno in pensione. E il sindacato sarà sempre più organizzazione di pensionati.
Tutelare e rappresentare chi lavora oggi significa tentare di comprendere le trasformazioni in atto nel tessuto economico ed in quello sociale, prendendo atto della diminuzione dei lavoratori dipendenti tradizionali rispetto a quelli atipici, individuali o parasubordinati.
Cambiando il mercato del lavoro cambia la figura del lavoratore, il suo modo di lavorare, le sue aspettative, i suoi bisogni. Cambia, o viene meno, il suo sentirsi parte di un gruppo più ampio che lo comprenda e che lo rappresenti. Senza il senso del “noi” diventa difficile immaginare una dimensione collettiva dei fenomeni, e di conseguenza azioni incisive a tutela effettiva di chi lavora.
Anche il fenomeno crescente dell’immigrazione, quella legale e indispensabile per molte attività produttive, mette in crisi la solidarietà sociale più immediata e semplice, basata sulla somiglianza e la vicinanza tra le persone interessate. La classe di pari e di uguali tende a diventare gruppo dei diversi, momentaneamente accomunati da uno status lavorativo simile.
Si pone dunque per il sindacato, ma non solo, la necessità di costruire forme di solidarietà più complesse, capaci di legare individui e gruppi sempre più diversi e allo stesso tempo interdipendenti, tra i quali gli immigrati rappresentano la forma più evidente di diversità.
Una battaglia per molti aspetti ineccepibile dal punto di vista teorico, come è stata quella in difesa dell’articolo 18, rischia di essere poco comprensibile per chi immagina il proprio futuro lavorativo in una dimensione individuale o per chi lavora in realtà decisamente più piccole di un’impresa con oltre 15 dipendenti.
Si potrebbe dire, paradossalmente, che il nuovo “proletario” di oggi si chiama soggetto a partita Iva. Rispetto al dipendente lavora di più, non prende la tredicesima, se si ammala non costa nulla. Perché un datore di lavoro non dovrebbe “farne uso”? In un mondo individuale, pensato per l’individuo, nel quale le classi sono diventate, nella più ottimistica delle ipotesi, gruppi di individui, ognuno con la propria specificità, portatori di destini e storie individuali, come può sopravvivere un sindacato ancorato a vecchie analisi e vecchie logiche, che vacillano ogni volta che qualche grande industria taglia posti di lavoro o sposta la produzione nel terzo mondo?
La flessibilità è oggi la questione, il punto di non ritorno del sindacato. O cambia, riuscendo a rappresentare la nuova realtà, o muore per esaurimento biologico.
5.7 …e la politica anche
Il problema dei flessibili, degli atipici, dei precari in generale è di natura ancor più politica che sindacale.
Gli sforzi dei socialisti devono andare nella direzione di rendere meno pesante il costo della flessibilità del lavoro, tanto per il singolo individuo, quanto per la società di cui fa parte.
Ci vengono in mente più domande che risposte.
La flessibilità è la causa di tutti i mali individuali e sociali? Forse no. Ma va accompagnata da adeguati ammortizzatori sociali, altrimenti fa esplodere la società..
Come immaginare ammortizzatori sociali che tengano conto dell’individuo e siano compatibili con il sistema economico di oggi? Si parla di puntare sulla formazione e sulle assicurazioni contro la disoccupazione, prevedendo ad esempio un adeguato sussidio, ma ci sembra non sufficiente.
Il lavoro è ancora la chiave di volta del sistema, ma in che senso?
La famiglia potrà sopravvivere alla flessibilità ed agli spostamenti che vengono richiesti ai nuovi lavoratori?
Come si fa ad invertire la tendenza, a rassicurare le persone che esse possono perdere il lavoro, ma che, verosimilmente, possono anche non perderlo e magari trovarne uno di migliore?
La sinistra, il socialismo, devono trovare risposte, elaborare una nuova cultura del lavoro, offrire una visione ottimistica del futuro.
Il mondo di oggi si basa sul consumo e sull’aspettativa crescente, che diventa il riflesso di se stessi nella dinamica e nell’interazione sociale. La nuova cultura egemone è quella del successo individuale, il collettivo è roba vecchia. La stessa solidarietà, concetto per fortuna ancora in uso, è “solidarietà dei singoli verso singoli”, non più processo collettivizzante.
Ci serve dunque una sinistra individuale ed individualista, a partire dalla quale cercare la dimensione sociale dell’individuo, ma non viceversa. Non è differenza da poco, non è solo questione di metodo.
Qualcuno mette in evidenza che, nel cambiamento, c’è il segno di qualcosa che può essere meglio di prima: più che nel passato l’individuo si trova ad essere pienamente responsabile di quello che fa. Forse si può partire da qui.
6. WELFARE O NON WELFARE?
6.1 Verso lo Stato del malessere?
Gli esperimenti di economia pianificata, basati sulla presunzione di poter determinare dal centro cosa e quanto produrre, sono miseramente falliti, come dimostra l’implosione dell’ex impero sovietico.
Oggi appare però in crisi anche il tradizionale modello socialdemocratico, fondato sulla redistribuzione delle risorse attraverso la tassazione e un’ampia rete di servizi sociali.
Molti pensano che tutta la sinistra sia stata ormai travolta dalla frana; che il suo burocratico stato sociale fosse strettamente connesso all’impresa fordista, che ora non c’è più. Ma il socialismo democratico ha il suo DNA più vero nella libertà, libertà dal bisogno tra le altre, libertà di tutti e non di pochi. Il problema è come realizzarla.
Nessuno, salvo sparute minoranze, si pone oggi l’obiettivo di una società di eguali, né tantomeno l’utopia di creare l’uomo nuovo, ma di dar vita a una società nella quale sia garantita la promozione della persona, offrendo a tutti pari opportunità. E’ questa la vera, possibile, libertà di ciascuno come individuo.
Il principio dell’economia di mercato non è più messo in discussione. Il guaio è che l’economia di mercato, nella realtà spesso viziata da oligopoli o monopoli, lasciata senza regole crea disparità enormi, tra i diversi paesi e tra i cittadini di un medesimo Stato.
Lo Stato sociale, che ha avuto nell’Europa occidentale il suo massimo sviluppo, pur con caratteristiche diverse, deve essere riorganizzato, e per quanto possibile esportato, non abbattuto.
E’ certo finita l’epoca dello Stato gestore diretto di settori economici; non è però pensabile una sinistra che rincorra la destra nelle politiche del liberismo senza regole. La destra offre agli individui la certezza che il loro egoismo non verrà contrastato, che chi corre di più viene premiato, che le regole e le leggi sono impacci da cui liberarsi. L’egoismo esclude la redistribuzione delle risorse, ma tale redistribuzione non è solo una questione di altruismo o di solidarietà, bensì la base per garantire la pace sociale e la pace tra i popoli.
6.2 Se settant’anni vi sembran pochi…
Uno dei motivi che spingono a “riforme” in senso liberista del sistema esistente è quello del suo costo crescente, ritenuto non più sostenibile.
In larga misura ciò è dovuto al progressivo invecchiamento della popolazione. L’Italia, come è stato certificato alla conferenza dell’ONU di Madrid, è in testa alla classifica davanti a Giappone e Germania: quasi un quarto degli italiani supera i sessant’anni e gli ottanta sono un traguardo oramai raggiunto, e raggiungibile, da molti. A questo fenomeno si accompagna un forte calo delle nascite.
Questa situazione, insieme alle profonde modifiche in atto nel mercato del lavoro, rende sempre più difficile, ad esempio, il finanziamento dell’attuale sistema previdenziale: ci sono sempre più pensionati da mantenere, e per periodi assai più lunghi, e sempre meno lavoratori che versano contributi pieni. E’evidente che sono necessarie riforme per prolungare l’attività lavorativa e per costruire un sistema previdenziale complementare a quello pubblico.
Se però si grida allo scandalo dei troppi pensionati, la società si rivolta anche nei confronti dell’anziano che continua a lavorare, in competizione con i giovani.
Esiste poi, macroscopico in Italia, il problema dei “prepensionamenti” legati alle crisi industriali, in netta contraddizione con le spinte a “tagliare” le pensioni.
Si deve dunque cercare di innalzare l’età media del pensionamento (senza ingiustificate eccezioni per le donne, la cui aspettativa di vita è maggiore e le tutele a favore delle quali vanno incrementate ma in altra età, per consentir loro di lavorare ed essere madri) ma soprattutto attraverso una politica di incentivi a prolungare l’attività lavorativa, applicando un pensionamento flessibile ed eliminando, per quanto possibile, le forme di pensionamento forzoso.
Il vero problema, in prospettiva, è quello di garantire un reddito nella vecchiaia a quei giovani che oggi entrano nel mondo del lavoro in forme flessibili, precarie e discontinue che, per la mancanza, la non continuità o la bassa quantità di contributi, non danno alcuna garanzia, a nessuna età, di una pensione dignitosa.
6.3 Culle meno vuote
L’altra faccia della medaglia è il basso tasso di natalità.
Contrariamente a quanto si può pensare, nascono meno bambini non perché la mamma lavora, ma perché non lavora e non bastano i soldi di un solo stipendio. Almeno in Europa il tasso di natalità è più basso in quei paesi, Italia e Spagna ad esempio, dove meno donne lavorano, ed è più alto dove la quota di occupazione femminile è maggiore, come in Svezia, Norvegia e Danimarca. Salvo si voglia pensare a motivi climatici, è verosimile che occorrano più servizi alle famiglie: asili nido, centri per anziani, assistenza domiciliare, mense scolastiche…Troppe donne oggi rinunciano ad essere insieme mamme e lavoratrici perché manca, o è troppo caro, un asilo, perché c’è un vecchio padre da accudire, non c’è chi porta i bambini a scuola…
Occorrono una serie di misure che rendano possibile ed invoglino a fare dei figli, e non ci sembra che quella
dei bonus premio sia la migliore.
6.4 … in corpore sano
L’invecchiamento della popolazione nei paesi ricchi, unito alla necessità di rinnovare strutture e attrezzature desuete, è anche causa di crescita della spesa sanitaria. Non c’è ricetta di riduzione del debito pubblico che non preveda tagli per la sanità. E’ indubbio che occorre, in questo come in altri settori, razionalizzare ed evitare gli sprechi, ma il “diritto alla salute” è irrinunciabile.
In Italia la quota di spesa pubblica destinata alla sanità è al disotto del 6 per cento mentre in Francia e Germania è ben al di sopra dell’8 per cento. L’effetto della riforma “federalista”, inoltre, sta già determinando la creazione di tante repubbliche sanitarie senza coordinamento e con l’indubbio “sballo” dei bilanci di molte Regioni. Cosa provocherà la cosiddetta “devolution”? Quello che deve essere garantito è uno standard di assistenza sanitaria uguale per tutti.
Anche l’”aziendalizzazione” delle Unità Sanitarie Locali sembra finora portare più guasti che benefici: la spesa è lievitata senza generare particolari benefici, salvo qualche rara eccezione, come nel caso dei trapianti. Si continua a non attuare la legge che prevedeva la chiusura o la ristrutturazione degli ospedali con una occupazione dei posti letto inferiore al 75 per cento. In quasi vent’anni è prevalsa la miope priorità del campanile. Quasi nessuno di questi ospedali è stato chiuso o ristrutturato (ad esempio come residenze sanitarie assistenziali per anziani non autosufficienti).
E’ però necessario che alla indispensabile riduzione di posti letto sia contestuale una variazione radicale della modalità di erogare assistenza, dove i servizi domiciliari per la popolazione anziana (con costi assai inferiori e benefici evidenti) diventino impiego di prima scelta.
Se è logico ipotizzare forme di partecipazione alla spesa sanitaria e farmaceutica in base al reddito, non è invece pensabile una drastica riduzione della sanità pubblica per tutti, salvo voler puntare ad uno “stato del malessere”.
6.5 Mens sana…
In una società dove la dinamica dei cambiamenti è accelerata, è indispensabile puntare anzitutto sull’istruzione e sulla ricerca.
Per quanto riguarda la ricerca, ci limitiamo a constatare che i finanziamenti ad essa destinati in Italia, pubblici o privati, sono irrisori e che questa situazione sembra destinata a peggiorare.
Per quanti riguarda l’istruzione, é necessario offrire a tutti i giovani una formazione culturale di base di buon livello, respingendo quindi qualsiasi ipotesi di separazione precoce dei percorsi formativi, l’uno orientato alla mera costruzione di professionalità funzionali alle contingenze del mercato del lavoro, l’altro mirato alla preparazione culturale dei futuri studenti universitari e quindi, si presume, della futura classe dirigente.
Non si vuole certo affermare che i percorsi formativi non debbano ad un certo punto dividersi, ma tale differenziazione deve essere graduale e reversibile, senza mettere comunque mai in discussione l’esistenza di una formazione culturale di base forte e sostanzialmente unitaria. E’ questo un tema di valenza generale, che va la di là dei problemi strettamente scolastici, per mettere in gioco i fondamentali valori democratici.
In primo luogo, infatti, solo una formazione culturale di base è in grado di far maturare una coscienza critica che consenta ad ognuno di diventare un cittadino responsabile ed intellettualmente autonomo.
In secondo luogo, una formazione puramente professionalizzante, ammesso che sia in grado di dare, nell’immediato, buone possibilità di inserimento nel mondo del lavoro, rischierebbe, per la stessa velocità di trasformazione che caratterizza oggi le strutture produttive, di fornire competenze ristrette ed eccessivamente specialistiche, destinate nel medio termine a divenire obsolete. Solo una buona cultura di base può infatti creare le condizioni di una formazione permanente capace di garantire nel tempo la flessibilità necessaria per rispondere alle esigenze di un mercato del lavoro in rapido cambiamento.
L’inserimento di tutti in un ruolo dignitoso nella società è anch’esso una questione di democrazia. Riteniamo infatti che la cultura sia anche un valore in sé, una ricchezza di cui una società democratica non può riservare la fruizione ad un’aristocrazia del denaro e dell’istruzione: il sistema formativo deve pertanto essere in grado di fornire a tutti -qualunque percorso professionale intraprendano- gli strumenti indispensabili per godere, nel corso della propria vita, di quel valore e di quella ricchezza.
6.6 Una scuola laica, e quindi pubblica
In un momento storico come quello attuale, nel quale culture differenti vengono a contatto in forme a volte conflittuali, è necessario mantenere un terreno comune su cui esse, pur nel rispetto delle diversità, possano dialogare e confrontarsi. Escludendo, ovviamente, che l’incontro si riduca allo scontro, non è tuttavia neppure pensabile che il pluralismo culturale si riduca alla separazione pura e semplice, fondata sulla proliferazione dei ghetti culturali, religiosi e linguistici.
La scuola laica è, da questo punto di vista, una garanzia di pluralismo nella scuola e non delle scuole; di un pluralismo, cioè, costruito sull’incontro, nell’ambito della medesima istituzione scolastica, di visioni del mondo diverse ma reciprocamente dialoganti. Il pluralismo delle scuole, oggi da tante parti vantato, proponendo un modello fondato su una molteplicità di istituzioni scolastiche, ognuna con il proprio bagaglio ideologico, rischia di cristallizzare e drammatizzare le divisioni culturali presenti nella società, che bisognerebbe al contrario cercare non certo di eliminare ma di neutralizzare nelle loro potenzialità distruttive. La laicità della scuola non significa, come qualcuno vorrebbe far credere, assenza di valori; essa rappresenta, piuttosto, un valore forte e condivisibile da tutti, quello del confronto aperto e critico fra i gruppi ed i singoli.
Il diritto di istituire scuole private è costituzionalmente garantito, ma ogni sforzo deve essere diretto a sostenere e promuovere, in primo luogo finanziariamente, il sistema pubblico di istruzione; anche perché qualsiasi forma di finanziamento dello Stato alle istituzioni scolastiche private verrebbe ad alterare la tanto spesso invocata logica della concorrenza, consentendo a queste ultime di usufruire sia del denaro pubblico che di quello proveniente dalle rette.
In sintesi, la scuola deve essere pubblica perché deve essere centrata sulle esigenze e sui diritti del discente. Lo studente ha diritto a che il processo educativo sia finalizzato alla sua valorizzazione come uomo e come cittadino, e non ad interessi economici esterni; ha diritto a vedersi trattato come una persona e non come una materia prima dalla quale trarre un prodotto utile a qualcun altro; ha diritto, infine, ed un po’ paradossalmente, ad essere difeso anche dalle scelte culturali ed ideologiche della propria famiglia: lo studente cattolico, musulmano o ateo ha il diritto ad essere formato in una scuola in cui possa confrontarsi con prospettive e valori diversi da quelli inculcatigli dalla famiglia, per poter effettuare scelte autenticamente libere e responsabili.
6.7 Imparare per tutta la vita
Il percorso scolastico tradizionale dovrebbe però essere completato da momenti di formazione, in cui lo studente sia messo direttamente a contatto con il mondo del lavoro. Gli stage formativi sono oggi previsti solo in alcuni casi specifici, e solo per certe facoltà universitarie. Il contatto con il mondo del lavoro avviene quasi sempre attraverso una ricerca lunga e faticosa, in condizioni il più delle volte difficili. Inserire il primo impiego nella fase formativa renderebbe più chiari i rapporti fra le parti.
I corsi di formazione e di aggiornamento dovrebbero essere gestiti dalla scuola in un rapporto costruttivo con le imprese, secondo percorsi didattici e ambiti di interesse concordati. Il mondo delle imprese dovrebbe comprendere che, per avere personale qualificato, occorre investire; allo stesso modo la scuola dovrebbe capire che la sola formazione culturale, per quanto irrinunciabile, non è sufficiente.
Una formazione permanente è l’unico antidoto efficace contro l’espulsione da un mondo del lavoro soggetto a continue evoluzioni tecnologiche, in cui l’esperienza acquisita non è più garanzia sufficiente. Per un lavoratore che si aggiorna con continuità è più difficile restare disoccupato. La formazione consente inoltre una evoluzione delle mansioni secondo l’età, per cui i meno giovani avrebbero una naturale capacità di ricollocarsi sul mercato, ed una forza contrattuale assai maggiore.
La formazione permanente è però un concetto più ampio di una, pur profondamente rinnovata, formazione professionale. Essa deve svilupparsi in modo articolato e dinamico per tutta la vita di una persona, con l’obiettivo di dare a ciascuno la possibilità di accrescere il proprio livello di conoscenza, di formazione e di capacità di lavoro, al fine di potersi adeguare ai cambiamenti economici e sociali che sempre più caratterizzano la società contemporanea.
Sono di fondamentale importanza corsi di riscolarizzazione, con lo scopo di consentire a soggetti che ne hanno necessità di appropriarsi o riappropriarsi delle conoscenze e delle metodologie per il loro utile inserimento o reinserimento sociale. C’è poi la cosiddetta formazione culturale che si pone l’obiettivo di dare conoscenze organizzate non universitarie a soggetti di qualsiasi età che intendono acculturarsi o approfondire materie diverse di loro interesse.
In tutti i segmenti della formazione permanente devono essere possibili rientri in qualsiasi momento della vita, in modo che ogni persona possa rivedere i propri percorsi formativi, per svolgere nuove attività o migliorare quelle che sta realizzando, in una prospettiva di potenziale cambiamento del proprio progetto di vita.
6.8 Combattere l’esclusione
La lotta alla povertà ed all’esclusione è da sempre uno degli obiettivi che uno stato sociale si deve porre.
Il nostro welfare non ha capacità redistributive soddisfacenti: è poco efficace nel ridurre le disuguaglianze, sia per la scarsità delle risorse disponibili, sia per la gestione poco accorta della spesa.
I pochi fondi vengono destinati soprattutto ad interventi miranti a tamponare situazioni di emergenza che altrimenti diventerebbero insostenibili, senza mai aggredire i problemi alla radice. La povertà può essere sconfitta solo dotando i singoli individui dei requisiti necessari a rientrare nel sistema sociale e produttivo.
Nel nostro paese le tutele sono per lo più legate allo status giuridico dei singoli lavoratori. Il cittadino in difficoltà viene assistito in relazione al contratto di lavoro di cui dispone, e non in quanto cittadino. Il patto per l’Italia del luglio 2002 contempla una riforma degli ammortizzatori sociali ma prevede stanziamenti talmente esigui da essere irrealistico. Il governo prevede i soli sussidi di disoccupazione, mentre una politica sociale efficace dovrebbe comprendere una serie di interventi ben più ampia, in grado di tutelare anche lavoratori autonomi, lavoratori con carriere ed impieghi discontinui ed in generale i poveri non lavoratori, una politica basata su un sistema di responsabilità reciproche.
La perdita del lavoro è esperienza traumatica per tutti, non solo dal punto di vista economico. Lo Stato sociale deve quindi garantire un reddito minimo a tutti, a patto però di generare negli assistiti le condizioni sufficienti per un loro reinserimento nel mercato del lavoro e nella società, pretendendo che l’assistito collabori fattivamente nella ricerca di un nuovo impiego.
6.9 Un reddito minimo per tutti
Ogni ipotesi di riforma del mercato del lavoro non può prescindere dalla riforma degli ammortizzatori sociali.
Il mercato del lavoro in Italia presenta caratteristiche ben precise: alta flessibilità in entrata ed alta rigidità in uscita per i lavoratori con contratti a tempo indeterminato in aziende medio grandi. Il sistema genera e rafforza disparità evidenti, ha costi elevati, non garantisce tutele assolute dalla disoccupazione.
Esiste una relazione tra la copertura dei sussidi di disoccupazione e le restrizioni normative ai licenziamenti. Dove i sussidi di disoccupazione sono più bassi e garantiscono di meno il lavoratore, è più forte il grado di protezione per chi ha un contratto di lavoro permanente (sistema tipico delle aree mediterranee dell’Europa)
Nell’Europa del Nord, Germania in testa, il grado di rigidità in uscita è più basso; a fronte di ciò gli ammortizzatori sociali sono più efficaci nella redistribuzione del reddito, esistono programmi validi contro la disoccupazione, che permettono di affrontare il problema con buone prospettive di successo.
Il ricorso a contratti di lavoro atipici è legato tanto al regime di precarietà in cui versa il mercato di oggi, quanto al costo dei contratti a tempo indeterminato, a volte insostenibile dalle aziende in un sistema di concorrenza globale sempre più agguerrita.
Ridurre i costi del contratto a tempo indeterminato, anche attraverso la riduzione della rigidità in uscita, ed aumentare le tutele dei lavoratori cosiddetti atipici, vuole dire rendere più omogeneo il mercato del lavoro e puntare ad una tutela di tutti i lavoratori.
In Italia inoltre non esiste uno schema di sostegno universale del reddito.
L’esperimento del Reddito minimo di inserimento non ha prodotto i risultati sperati. E’ necessario ripercorrere quella strada legando gli aiuti economici a programmi, basati anzitutto sulla formazione, che rendano possibile l’inserimento al lavoro. Per fare questo occorre personale preparato e un sistema formativo efficace.
Un progetto di Reddito minimo garantito per tutti i cittadini dovrebbe prevedere programmi mirati di incentivazione al lavoro, in cui lo stato fornisce anche il supporto necessario alla ricerca di un nuovo impiego. Per fare ciò è necessaria una burocrazia efficiente e snella, in grado di monitorare costantemente il panorama economico. Una riforma credibile deve basarsi su analisi preventive ed accurate della povertà e della disoccupazione nel nostro paese; la ricerca sul tema è concentrata sui paesi anglosassoni e nord europei, realtà molto diverse dal punto di vista sociale ed economico rispetto all’Italia.
6.10 Un’impresa più sociale
Uno stato sociale più moderno sarebbe un obiettivo più facilmente realizzabile se le imprese non fossero attente esclusivamente o quasi ai risultati economici, non preoccupandosi degli effetti da esse prodotti sul degrado ambientale, sulla salute e sicurezza dei propri dipendenti, sui rischi per i consumatori derivanti dall’uso non controllato di certi beni, sulla qualità di vita di gruppi sociali più o meno vasti collegati all’attività di impresa, sulla vivibilità delle città o delle zone dove operano, o che decidono di abbandonare.
L’impresa certo ha come obiettivo immediato l’aumento della ricchezza economica. Essa si assume il rischio di svolgere attività incerte nell’interesse degli azionisti, che si attendono una remunerazione e quindi un profitto.
Il fine ultimo dell’impresa, tuttavia, come di tutte le altre istituzioni pubbliche e private della società, dovrebbe essere quello di contribuire al progresso umano, civile e sociale tramite la concreta applicazione di conoscenze che consentono di utilizzare metodi e tecniche razionali sul piano gestionale, organizzativo ed economico. Nel compiere le proprie scelte essa dovrebbe preoccuparsi di ricercare un migliore equilibrio tra gli “effetti interni”, misurati direttamente nei propri bilanci, e gli “effetti esterni”, prodotti sulla società o su altri soggetti.
Cercare un maggiore equilibrio significa accogliere la logica della responsabilità sociale e prendere quindi in considerazione i seguenti elementi: la qualità della salute fisica e psichica del proprio personale e la sicurezza del lavoro; la predisposizione di programmi per la riconversione professionale e lavorativa dei propri dipendenti in momenti di sospensione del lavoro conseguente a processi di ristrutturazione aziendale; la prevenzione del degrado ambientale o il recupero ambientale nei casi in cui la prevenzione non sia possibile; la promozione ed il sostegno di attività che favoriscano la coesione sociale e la qualità della vita (attività artistiche e culturali, sociali, sportive, di integrazione degli immigrati, ecc.); l’erogazione diretta di servizi che migliorino la qualità del lavoro, come asili-nido per le madri lavoratrici, sussidi allo studio per la promozione sociale dei dipendenti, programmi di inserimento lavorativo di portatori di handicap, ecc…
Lo Stato deve intervenire, con una adeguata politica di incentivi e disincentivi, per agevolare l’affermarsi di una funzione anche sociale delle imprese.
6.11 Ma ci vogliono i quattrini
Il problema di fondo è quello di come reperire le risorse per una riforma dello stato sociale. E’ certo necessario ridurre le spese in alcuni settori, in particolare in quello previdenziale, che in Italia raggiunge il 15 per cento del PIL.
Non è però pensabile un abbandono del tradizionale principio in base al quale la redistribuzione del reddito avviene attraverso un’imposizione fiscale progressiva. Tutti promettono, e raramente realizzano, forti riduzioni delle imposte per rilanciare l’economia.
Il vero problema è di realizzare un sistema fiscale equo ed uguale per tutti. Certe aliquote sono oggi assurdamente elevate nel presupposto che tanto si evade. Occorre dunque ridisegnare le aliquote e ridurre la pressione fiscale per chi è in regola, ma, al contempo, eliminare l’evasione e il sommerso. In questo modo non si ridurranno le entrate fiscali complessive e si elimineranno anche pesanti distorsioni nella concorrenza.
Come socialisti non dobbiamo mai dimenticare che, se è giusto premiare, anche economicamente, chi merita, l’obiettivo resta quello di realizzare una “relativa eguaglianza”, mettendo ciascuno nelle condizioni di poter esprimere il meglio di sé.
7. GIUSTIZIA E DEMOCRAZIA
7.1 Meno peggio la democrazia
La democrazia è piena di difetti ma, come ebbe a dire Winston Churchill, non è stato ancora inventato un sistema migliore.
I paesi con un sistema democratico, più o meno funzionante, restano però una minoranza nel mondo. Monarchie assolute, dittature militari, teocrazie, regimi a partito unico, comunismi più o meno convertiti al mercato governano la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta.
Un sistema democratico prevede libere elezioni e la possibilità di forze politiche diverse di alternarsi al governo del paese.
Il socialismo ha da tempo scelto la strada della democrazia, rinunciando, visti anche i risultati fallimentari, ad ogni ipotesi di scorciatoia rivoluzionaria.
Ciò significa anche che il socialismo non può essere considerato un sistema irreversibile, ma una politica fatta di scelte sempre sottoposte a verifica e quindi modificabili in caso di sconfitta elettorale.
7.2 Ma quale?
Non tutte le democrazie sono identiche. Ci sono democrazie stabili ed instabili. Ci sono sistemi presidenziali e parlamentari, con varie formule intermedie; metodi elettorali proporzionali o maggioritari; varie forme di controllo ed equilibrio fra i poteri.
Non esistono sistemi migliori in assoluto. I sistemi presidenziali e maggioritari dovrebbero garantire maggiore “governabilità”. Una legge elettorale proporzionale dovrebbe garantire una migliore rappresentanza di tutte le posizioni politiche.
In Italia, dopo quasi cinquant’anni di “parlamentarismo proporzionale”, si è passati ad un pasticciato sistema maggioritario.
L’ipotesi di riforma della Costituzione sulla quale si sta votando ci sembra un grande pasticcio. In particolare siamo fortemente perplessi rispetto ad ipotesi che rafforzino la tendenza a governi basati sul personalismo.
Constatiamo inoltre che non sono state sufficienti riforme elettorali o istituzionali per cambiare la natura politica del paese. Il maggioritario all’italiana, che sembra funzionare discretamente nei Comuni e nelle Regioni, a livello nazionale, anziché ridurre il numero dei partiti, lo ha fatto crescere. Non ha garantito neppure una vera governabilità: il sistema elettorale costringe le forze politiche, per vincere, a coalizzarsi in grandi ammucchiate disomogenee. I Governi possono durare nel tempo ma non sono in grado di realizzare i programmi promessi.
Ci sembra più adatto alla realtà italiana un sistema non dissimile da quello tedesco, con un sistema elettorale proporzionale con sbarramento, col quale l’alternanza politica possa essere costruita sulla concretezza dei programmi.
7.3 Conoscere per partecipare
Un sistema democratico, per essere realmente tale, deve consentire di manifestare le proprie opinioni anche, e soprattutto, quando sono diverse da quelle di chi governa. Le manifestazioni contro Bush, Blair e Berlusconi sono la miglior prova che Stati Uniti, Regno Unito e Italia sono, con tutti i loro difetti, delle democrazie.
Deve anche garantire una informazione libera, nel presupposto che, per decidere, è necessario essere correttamente informati. In Italia, sotto questo profilo, esiste una profonda anomalia. Il proprietario delle tre televisioni private nazionali è anche Presidente del Consiglio e capo della maggioranza di governo, il che consente a lui, e alla sua parte politica, di influenzare pesantemente la Rai, emittente radiotelevisiva pubblica. E’ questo l’aspetto più appariscente, non l’unico, di quel “conflitto di interessi” più volte denunciato e mai risolto, neppure, durante cinque anni, dai governi dell’Ulivo.
Nasce il dubbio che ci sia stato un “interesse a mantenere il conflitto”, nella speranza, rivelatasi errata, di trarne un vantaggio elettorale. Il conflitto andrebbe risolto, in via legislativa, cercando di razionalizzare il rapporto fra la Rai e il potere politico e cercando di promuovere le condizioni perché l’informazione televisiva non sia limitata a due poli, che rischiano di diventare uno solo. Qualcosa di radicalmente diverso dalla legge Gasparri.
7.4 Una giustizia meno ingiusta
Un'altro pesante problema in Italia è quello della giustizia.
Il procedimento giudiziario, penale e civile, ha nel nostro paese, per molteplici cause, una durata assurdamente lunga e quindi ingiusta. Anche la migliore sentenza, dopo dieci o vent’anni, non può essere equa: l’assolto ha già scontato una pena iniqua, non indennizzabile; lo stesso colpevole può non avere più la pericolosità sociale di quando aveva commesso il fatto, oppure può aver continuato tranquillamente a delinquere.
La lunghezza assurda dei processi obbliga spesso a mettere in libertà mafiosi e pericolosi criminali, già condannati nei primi gradi di giudizio, “per decorrenza dei termini”, termini che vengono quindi periodicamente allungati, trattenendo in carcere anche chi, per ben altri reati, sarà poi riconosciuto innocente. Le patrie galere sono affollate da “detenuti in attesa di giudizio”. La carcerazione preventiva è l’unica certa, per colpevoli e innocenti.
Questo è il problema principale della “giustizia” italiana, che nessuno finora ha mai affrontato seriamente, tutti presi nel gioco “magistrati buoni- magistrati cattivi”.
7.5 Una storia italiana
Non è il caso di richiamare Montesquieu per dire che il potere giudiziario, in uno Stato democratico, deve essere indipendente dagli altri poteri, e in particolare dal governo.
In Italia, però, tutto è sempre un po’ più complicato: la “destra” attacca la magistratura che considera, in larga parte, al servizio della sinistra; la “sinistra” attacca la destra difendendo acriticamente la magistratura.
Il vero problema è che, nel vuoto di potere politico verificatosi all’inizio degli anni ’90, alcune Procure ritennero, anche sull’onda dei meriti acquisiti nella lotta al terrorismo, di dovere e potere espandere il proprio ruolo con lo scopo di “moralizzare” la vita pubblica, liquidando, di fatto, una classe politica che, nel bene e nel male, aveva governato il paese per decenni.
In questa azione “giustizialista” quelle Procure trovarono alleati oggettivi nelle forze politiche che, per essere state colpite solo marginalmente (postcomunisti e neofascisti) o per essere appena salite alla ribalta (Lega) ne traevano obiettivo vantaggio politico.
Berlusconi, nella sua discesa in campo, fu abbastanza ambiguo in materia, giungendo ad offrire un ministero a Di Pietro, di quel giustizialismo diventato simbolo. Anche Berlusconi divenne però presto oggetto delle attenzioni degli inquirenti, culminate nell’avviso di garanzia fattogli pervenire al vertice internazionale di Napoli, e definì quindi la sua politica in materia di “giustizia”, trascinando con sé gli alleati su posizioni ribaltate rispetto a quelle precedenti.
7.6 Riequilibrare la bilancia
Non è facile in questo contesto essere sereni.
Crediamo di poter dire che la politica in materia dell’attuale maggioranza, basata soprattutto su leggi disorganiche, mirate ed autodifensive (rogatorie, falso in bilancio, legittimo sospetto) è sbagliata. Crediamo altresì che una politica in materia giudiziaria non possa essere limitata alla critica, più o meno feroce, delle pur errate decisioni governative, né tantomeno alla speranza di liquidare per via giudiziaria l’avversario politico.
Riteniamo però che, nell’interesse di tutti, un riequilibrio dei poteri vada ragionevolmente perseguito.
Ci sembra opportuna, in questa direzione, una sostanziale separazione delle carriere fra magistratura inquirente e magistratura giudicante, per evitare anche solo il sospetto che l’interscambiabilità dei ruoli possa ridurre la terzietà di chi è chiamato a giudicare.
L’esperienza di questi ultimi anni ci fa pensare anche alla necessità di ripristinare il principio costituzionale dell’immunità parlamentare, con l’istituto dell’autorizzazione a procedere votata dal Parlamento, sia pure con regole che evitino gli abusi di questo strumento verificatisi in passato. Ciò per evitare una possibile influenza impropria sulle vicende politiche. Non dimentichiamo che un semplice “avviso di garanzia” ha significato in anni recenti la ingiusta compromissione di carriere politiche e che certi “arresti sine die” hanno indotto diverse persone al suicidio.
Dobbiamo poi constatare che, nonostante un referendum popolare in materia, il magistrato che sbaglia rimane sostanzialmente irresponsabile, diversamente da quanto avviene per funzionari pubblici, medici, giornalisti e quant’altri.
8. LA RETE DELLA POLITICA O LA POLITICA DELLA RETE?
8.1 Partito vecchio non fa brodo
Come dovrebbe essere strutturato, e funzionare, il nuovo Partito Socialista che vorremmo nascesse da un processo costituente?
La tradizionale forma partito è in crisi. Le cause, per alcuni, sarebbero da individuarsi nelle trasformazioni avvenute nella società e nei rapporti economici e personali tra gli attori sociali.
Secondo altre teorie la crisi dei partiti va ricercata nel più generale cambiamento del sistema politico mondiale, caratterizzato dal venire meno delle contrapposizioni ideologiche tipiche del xx secolo. In sintesi, è cambiato il modo di vivere, di lavorare e di pensare: la società tende ad individualizzarsi e cambiano, o si ridefiniscono, le categorie attraverso le quali leggere le nuove e le vecchie aggregazioni.
Il senso del noi si riorganizza su basi diverse da quelle tradizionali.
Si può spiegare così la rinascita dell’etnicità o della religione come categorie elementari che accomunano. Non sorprendono, in questo contesto, la rivalutazione dell’amministrazione locale rispetto alla politica generale e la richiesta di maggior trasparenza nella gestione della cosa pubblica. Chi partecipa alla comunità vuole essere informato, incidere sui processi decisionali o, soprattutto, pensare di poterlo fare.
Un discorso a parte deve essere dedicato alla risorsa tempo. In un contesto produttivista gestire il proprio tempo con la massima razionalità possibile è una necessità di assoluta importanza.
I tempi dedicati al lavoro tendono ad aumentare, sia per effetto della flessibilizzazione degli orari, sia per la precarietà del lavoro stesso, per cui diminuisce la possibilità di partecipare alla vita pubblica della comunità.
In questo quadro è difficile immaginare un partito organizzato nei termini cui eravamo abituati , basato sulla militanza degli iscritti e sulla loro subordinazione a linee elaborate dal vertice.
8.2 E la gente non si iscrive
Il potenziale nuovo iscritto tende a privilegiare movimenti ed associazioni spontanee, probabilmente per sfuggire a strutture organizzate gerarchicamente, pensate secondo i parametri tipici di una società che non c’è più, ritenute non in grado di rispondere ai problemi di una società complessa.
L’attività politica poi, almeno a livello dirigenziale, tende sempre più a diventare una professione e non è più praticabile nei termini romantici di un Cincinnato a metà tra l’aratro e la spada.
In un contesto mondiale in cui l’economia tende, a torto o a ragione, ad avere il sopravvento sulla politica, a questa rimane un margine di azione limitato e comunque vincolato dalla compatibilità delle proposte rispetto alle necessità di cassa. Tendono dunque ad assottigliarsi le differenze nell’applicazione dell’ideale al concreto, al punto da far pensare a molti che la politica si debba ridurre a pura amministrazione dell’esistente, basata sul buon senso e sulle esigenze di bilancio.
8.3 Solo azienda e TV?
Non si può però pensare di accettare come modello quello del partito “azienda”, ben rappresentato dal fenomeno Forza Italia, emanazione diretta del suo fondatore e demiurgo, nato utilizzando persone e risorse dell’impero economico costruito in precedenza, fortemente caratterizzato dall’utilizzo dei media, a partire dalla televisione, con tecniche di comunicazione di stampo prettamente commerciale. Un partito-non partito che getta la sua rete nell’etere per pescare consensi.
La tendenza a personalizzare la politica, ed a ridurla ad un grande show televisivo, si va però estendendo. Nascono le liste “personali” e la parola nel dibattito è prerogativa quasi esclusiva dei leader nazionali. Essendo la televisione il luogo preferito del confronto, questo avviene attraverso brevi slogan o risse verbali, escludendo quasi sempre la possibilità di ragionare sui problemi e approfondirli.
8.4 Un partito della rete
La forma partito, indipendentemente dai difetti e dagli anacronismi, è da ripensare, ma da conservare, in quanto garante di democrazia e partecipazione sociale.
Probabilmente il partito moderno dovrebbe rinunciare al modello tradizionale del partito di massa.
Si dovrebbe poi cercare di risolvere una volta per tutte, in maniera chiara e trasparente, l’annoso problema del finanziamento, partendo dal presupposto che la politica costa e che senza soldi non è possibile nessun tipo di attività.
Per il partito socialista, nato a fine 800 da una aggregazione di leghe, sindacati, circoli e cooperative, si può pensare, in fondo, di tornare, in forme aggiornate, alle origini. Potrebbe diventare il contenitore condiviso da aderenti a vari gruppi e associazioni, ciascuno con la propria autonomia, in grado di garantire sostanzialmente il raccordo, oggi carente, tra politica e società.
Un partito federale quindi, che dovrebbe sfruttare al meglio anche le nuove forme di comunicazione fornite dall’informatica. Un partito della rete, che discute e verifica, diverso dal partito della televisione, che vende la politica come un prodotto.
Poiché il potere da un lato si frammenta ma dall’altro si concentra, anche un partito, per essere efficace, deve adeguarsi alla nuova realtà. Un partito federale, delle comunità locali e delle associazioni, può e deve essere, al contempo, in grado di agire su scala più ampia. Il Partito Socialista che vogliamo deve essere parte organica di un vero Partito Socialista Europeo, in grado di intervenire concretamente nella costruzione di un’Europa politica e, di conseguenza, di essere protagonista nei complessi problemi del mondo globalizzato.
9. I RAMI DELL’ULIVO E LE RAGIONI DEL SOCIALISMO
L’alternativa all’attuale maggioranza di governo, in Italia, è costituita da un insieme di partiti che si sono presentati alle ultime elezioni, nella parte uninominale, sotto il simbolo dell’Ulivo. Al di fuori era rimasta Rifondazione Comunista, responsabile della caduta del governo Prodi e della sconfitta elettorale della coalizione nel 2001, essendosi presentata autonomamente in tutti i collegi.
Ora è nata la GAD, Grande Alleanza Democratica, che comprende anche Rifondazione e i giustizialisti di Di Pietro. Un’alleanza forse troppo grande, perché composta da forze assai eterogenee.
Ma anche nell’Ulivo in senso stretto, il cosiddetto triciclo, le divisioni non mancano e si sono manifestate in diverse occasioni, dalla politica estera a quella sociale e del lavoro.
Adesso si sta discutendo di una scorciatoia, che elude il problema centrale, quella di una Federazione tra i partiti che si sono presentati insieme alle elezioni europee. Non si arriverà ad un partito unico ma, anziché promuovere un aperto confronto di idee, indispensabile per dar vita ad una forza nuova, sarà invece rafforzato il potere delle oligarchie di ciascun partito “federato”.
Siamo convinti della necessità, per costruire un’alternativa di governo in Italia, di una alleanza di centrosinistra. Non escludiamo neppure, in prospettiva, la nascita di un partito che unisca gli eredi di riformismi diversi.
Quello che manca oggi è però il riformismo socialista e laico.
Perché non tentare allora di mettere insieme, per ora, quelli che più si sono divisi nell’ultimo decennio: i socialisti italiani?
EPILOGO
I socialisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti soltanto con il pacifico confronto delle idee per il miglioramento dell’ordine sociale esistente. Le classi dominanti non devono tremare al pensiero di una vittoria elettorale socialista.
I poveri, i deboli, i disoccupati, i precari non hanno altro da perdere che i loro problemi. Hanno un mondo di opportunità da guadagnare.
SOCIALISTI DI TUTTA ITALIA, UNIAMOCI!
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Stiglitz Joseph, In un mondo imperfetto, Donzelli, Roma, 2001.
INDICE
PREMESSA Pag. 1
PROLOGO Pag. 2
1. ROSSO ANTICO Pag. 2
1.1 Socialismo cercasi Pag. 2
1.2 Una nuova casa di tutti i socialisti Pag. 2
1.3 Memoria e valori Pag. 3
2. GLOBAL “COME” Pag. 3
2.1 Il mercato si espande Pag. 3
2.2 Lo Stato si svuota Pag. 4
2.3 Otto su dieci muoiono di fame Pag. 4
2.4 Non diamogli soltanto le briciole Pag. 4
2.5 Voluti ma non benvenuti Pag. 5
2.6 Di terra ce n’è una sola Pag. 5
2.7 La società del rischio…e della responsabilità Pag. 6
2.8 La sostenibile pesantezza dello sviluppo Pag. 6
3. GUERRA E PACE Pag. 7
3.1 Dal crollo del muro al crollo delle torri Pag. 7
3.2 La sinistra, la violenza e le guerre Pag. 7
3.3 Pacifismi e opportunismi Pag. 7
3.4 Più divisioni a sinistra Pag. 8
3.5 Non c’è diritto senza sanzioni Pag. 8
3.6 Costruire la pace Pag. 8
4. NON SOLO EURO Pag. 9
4.1 E’ solo geografia? Pag. 9
4.2 O anche politica? Pag. 9
4.3 Europei perché socialisti. Socialisti perché europei Pag. 9
5. FLESSIBILI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI! Pag.10
5.1 Non sono più moderni i tempi di Charlot Pag.10
5.2 Il lavoro cambia Pag.10
5.3 Sempre più flessibili… Pag.11
5.4 …e insicuri Pag.11
5.5 Sempre meno uniti Pag.11
5.6 Il sindacato deve cambiare… Pag.12
5.7 …e la politica anche Pag.12
6. WELFARE O NON WELFARE? Pag.13
6.1 Verso lo Stato del malessere? Pag.13
6.2 Se settant’anni vi sembran pochi Pag.13
6.3 Culle meno vuote Pag.14
6.4 …in corpore sano Pag.14
6.5 Mens sana.. Pag.14
6.6 Una scuola laica, e quindi pubblica Pag.15
6.7 Imparare per tutta la vita Pag.15
6.8 Combattere l’esclusione Pag.16
6.9 Un reddito minimo per tutti Pag.16
6.10 Un’impresa più sociale Pag.17
6.11 Ma ci vogliono i quattrini Pag.17
7. GIUSTIZIA E DEMOCRAZIA Pag.18
7.1 Meno peggio la democrazia Pag.18
7.2 Ma quale? Pag.18
7.3 Conoscere per partecipare Pag.18
7.4 Una giustizia meno ingiusta Pag.19
7.5 Una storia italiana Pag.19
7.6 Riequilibrare la bilancia Pag.19
8. LA RETE DELLA POLITICA O LA POLITICA DELLA RETE? Pag.20
8.1 Partito vecchio non fa brodo Pag.20
8.2 E la gente non si iscrive Pag.20
8.3 Solo azienda e TV? Pag.20
8.4 Un partito della rete Pag.20
9. I RAMI DELL’ULIVO E LE RAGIONI DEL SOCIALISMO Pag.21
EPILOGO Pag.21
BREVE BIBLIOGRAFIA Pag.22
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