Il referendum sull’art. 18, ha riaperto la
polemica sul fronte e dietro il fronte dei
riformisti. Se tutto si riduce nel classificare
riformisti quelli che votano no, e massimalisti
coloro che votano si, la questione è malposta e
deviante.
La corte Costituzionale con sentenza n. 16 del 2
febbraio 1978, di fronte alla richiesta radicale
di 8 referendum, fissò tre criteri in base ai
quali era possibile accogliere o meno un
quesito: limiti logici, cioè legati alla
formulazione del quesito, limiti indicati
esplicitamente diversi dall’art. 75.
La Corte con la stessa sentenza aveva rilevato
che “l’attuale referendum abrogativo è
contraddistinto da gravi insufficienze e da
profonde antinomie”:
Dopo quella sentenza sono passati 25 anni e si
continua nel chiamare gli elettori a votare non
per l’abrogazione organica di una legge, ma
per l’introduzione surrettizia di una nuova
norma prodotta da un referendum non più
abrogativo ma manipolativo.
Per questa ragione ad ogni referendum assistiamo
ad un noioso cicalare tra sostenitori ed
avversari del quesito.
È da molti anni che si discute sul
rafforzamento degli strumenti della democrazia
diretta, ma tutto è fermo alle dispute tra
costituzionalisti sottili e politici
confusionari.
Anche per questo referendum il copione non
cambia:
1. Tutti ritengono che dopo l’esito del voto,
sia positivo sia negativo, bisognerà mettere
mano ad una nuova legge;
2. Sia sul fronte del sì, sia in quello del no,
le ragioni portate a sostegno sono diverse e
spesso contraddittorie.
Una seria ed incisiva proposta riformista deve
essere organica.
Quali sono i problemi collegati alla richiesta
del referendum sull’art. 18?
Essi sono almeno tre:
1. Le forze politiche in Parlamento non sono
riuscite ad esprimere una maggioranza in grado
di innovare, mantenendo un alto grado di
coesione sociale.
2. Le forze sociali non sono state in grado di
risolvere tra le parti il superamento di norme
inadeguate al mutamento nei rapporti di lavoro e
di produzione.
3. La domanda di un diverso rapporto tra
democrazia diretta e democrazia rappresentativa
è sempre più vigorosa.
Come deve rispondere una forza riformista?
Con atti semplici, comprensibili ed incisivi,
perché modificativi nell’attuale debolezza di
sistema:
1. Votare NO al quesito nell’art. 18
2. Presentare una legge costituzionale di
introduzione del referendum propositivo, così
come fu proposto dal mai sufficientemente
vituperato partito socialista ed adottato poi
dalla Commissione parlamentare per le riforme
costituzionali presieduta da D’Alema.
3. Preparare un testo di legge di riforma dello
Statuto dei lavoratori.
In tal modo si otterrebbero incisivi risultati
riformistici: si spezzerebbe la spirale delle
istanze referendarie a dispetto di un Parlamento
che non legifera (almeno in questa materia); si
misurerebbe la capacità del Parlamento e delle
forze sociali di uscire dalle difficoltà in cui
si sono cacciati; si potrebbe fare ricorso
strumento limpido ed efficace di democrazia
diretta per superare le debolezza di una
democrazia rappresentativa che non decide.
Sarebbe un bel Primo Maggio riformista.
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