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"Non è stato colta la delicatissima fase di passaggio che la democrazia italiana stava attraversando alla fine degli anni 80" |
Venerdì
14 marzo nasce a Roma l'Associazione Socialismo è
Libertà. I promotori dell'iniziativa discutono il
programma e riaprono la discussione sulla questione socialista
nella Sinistra italiana. Ne parliamo con Rino Formica,
relatore della Conferenza programmatica. Quali
sono gli scopi dell'Associazione Socialismo è
Libertà? "Partiamo
dallo statuto di Socialismo è Libertà che non è
soltanto l'atto fondativo dell'Associazione, ma è anche un
documento politico nel quale abbiamo depositato il nucleo del
progetto. Lo Statuto dice che l'Associazione ha per scopo
quello di promuovere il dibattito tra i vari filoni della
cultura laica e socialista nella sinistra al fine di
concorrere, con un proprio autonomo contributo, al dibattito
politico rivolto all'elaborazione di un progetto riformista
aggregante dei socialisti e dei laici, per riaffermare la
modernità della tradizione e della cultura socialista e
laica". Inoltre l'Associazione si impegna, con il "concorso
dei protagonisti sociali riformisti" alla definizione di una
moderna Sinistra di governo. In
questo passaggio troviamo tutto quello che serve per
inquadrare l'iniziativa. Non
è nostra intenzione costruire un soggetto politico, l'ennesimo
partitino mettendo assieme gli ultimi scampoli non ancora
accasati della diaspora socialista. Né vogliamo riaprire la
concorrenzialità interna tra sigle socialiste. Vogliamo
costituire un luogo di incontro per intelligenze ed energie,
riaggregare l'intelligenza collettiva della tradizione
socialista e riformista che ha trovato nel Psi, sino a fine
anni '80, il terreno più avanzato di espressione e di
elaborazione". Anche
altri soggetti che si richiamano al Psi come lo Sdi e il Nuovo
Psi, si pongono lo stesso obiettivo, pur avendo dato luogo ad
un'esperienza propriamente politica, costituendosi in movimento politico
con una presenza, seppur minima, in Parlamento. Dov'è la
differenza, il valore aggiunto di Socialismo è
Libertà? "Non
vi è una differenza, diciamo, tattica. Vale a dire, non ci
divide solo una lettura differente del momento politico o
degli schieramenti politici in campo. Né crediamo,
semplicisticamente, che l'esperienza dello Sdi, ad esempio,
sia velleitaria perché eccessivamente schiacciata sulle
contraddizioni interne alla Sinistra e all'Ulivo, tanto da non
vedere aldilà di quelle ed esserne strategicamente
condizionata. Oppure, per parlare dell'altro soggetto, il
Nuovo Psi, crediamo che questo sia compromesso perché ha
scelto di collocarsi innaturalmente nel
centrodestra. Dobbiamo
dirci con grande chiarezza che, nella storia oramai decennale
del socialismo della diaspora, non ci sono "compagni che
sbagliano". Prendiamo atto di un pluralismo di esperienze.
Solo alla fine del processo (la creazione di una grande
Sinistra riformista) si vedrà chi ha visto più lontano.
La
chiave interpretativa dobbiamo trovarla in questo nocciolo
duro: grande è stata la forza politica del Psi negli anni '80
soprattutto per aver posto la questione socialista come
questione interna alla Sinistra ed esterna alla forma dello
Stato e della democrazia in Italia, con la necessità delle
riforme istituzionali. Grande
è stata la forza del Psi ma grande, nello stesso tempo, è
stato il deficit di cultura politica quando il Partito
non ha colto la delicatissima fase di passaggio che la
democrazia italiana, alla fine degli anni '80 e dopo il crollo
del Muro, stava attraversando. Un passaggio che richiedeva
un'oculata gestione politica del rapporto tra domanda di
riforme (richieste a viva voce dalla società italiana) e
schieramenti politici adeguati e coerenti per la realizzazione
di quelle riforme. Quel
passaggio stretto poteva essere aperto solo da una forte
aggregazione di riformismi, cioè di forze politiche
dichiaratamente riformatrici e deideologizzate, in grado di
assicurare riforme efficaci e realistiche, avanzate ma non
velleitarie. In una parola, serviva la forza tranquilla
rappresentata dal riformismo del Psi. Questo particolare segno
di riformismo doveva prevalere, doveva essere maggioritario
nello schieramento delle forze politiche democratiche, doveva
essere invasivo. Invece
trovò i due maggiori partiti, la Dc e l'ex Pci, coinvolti
prioritariamente in una operazione di superamento delle
proprie contraddizioni e di identificazione di una nuova
fisionomia politica. La Dc impegnata a superare un modello
pluralistico, efficace a governare le complessità e le
diversità dell'Italia - dalla ricostruzione post-bellica ai
grandi processi sociali dei decenni successivi - ma inadatto a
rappresentare la governance all'epoca della
globalizzazione. Il Pci, dopo il crollo dell'89, impegnato
sopra di ogni cosa a salvaguardare dalla crisi la propria
forza politica, la base di consenso e di potere piuttosto che
ripartire da un processo di socialdemocratizzazione (sì
proprio questo s'imponeva!) che investisse criticamente la
tradizione comunista e a favore di una grande formazione
riformista. Il
riformismo del Psi, in un momento di grande domanda sociale di
riforme sistemiche, si trovò a dover fare i conti con
l'introversione (ma anche l'avversione) della Dc e del Pds, e
rispose con la linea della governabilità possibile e
l'alleanza con quelle forze della Dc che non si erano mai
contrapposte ideologicamente ai socialisti. Inoltre il Partito
dovette contrastare duramente le componenti democristiane (la
sinistra Dc) interessate solo a tenere aperto un canale di
alleanza strategica tra la tradizione cattolica e quella
rappresentata dal comunismo
italiano". Vuol
dire che bisogna insistere sull'analisi e l'approfondimento di
quella fase, in cui tutti i maggiori protagonisti colsero solo
alcuni aspetti della nuova situazione, senza una capacità di
sintesi e senza una strategia, diciamo, selettiva delle
alleanze? Quale altro pezzo di analisi manca per una completa
comprensione di quel momento
cruciale? "Lasciamo
da parte le antiche cause storiche del conflitto tra
socialisti e comunisti, la crescente lontananza provocata
dall'esistenza di una sinistra di governo e di una sinistra di
opposizione, e la diversa collocazione internazionale delle
due forze principali della Sinistra
italiana. Affrontiamo
il punto nevralgico della questione aperta: socialisti e
comunisti sottovalutarono gli effetti che il "dopo '89"
avrebbe prodotto nel sistema politico
nazionale. Tre
furono le questioni che non si vollero vedere anche se erano
davanti agli occhi di tutti. Esse
sono: 1.
La furia anti-partiti che si scatenò nell'area più vitale e
ricca del Paese e che prese corpo nell'irrazionale mescolanza
di volgarità populiste e di salvifiche soluzioni autoritarie e
separatiste espresse dalla Lega
Nord. 2.
La crisi istituzionale. Cossiga ebbe coraggio e lucida
preveggenza. Inviò un messaggio alle Camere ed ebbe come
risposta un quasi-silenzio rotto solo dall'invettiva di
Scalfaro: "Viva il Parlamento!". Cossiga nella lettera inviata
alla Dc all'inizio del '92, prese atto "che il Pds poteva
rinnovarsi ma non seppe resistere ad un richiamo di
neo-stalinismo e che la Dc era impacciata ed incapace di
affrontare un nuovo terreno di lotte, frenata da un perverso
intreccio tra cultura del potere, convenienza al compromesso,
decadenza del suo personale
politico". 3.
Il ricambio generazionale in atto nel Paese ruppe la crosta
del potere gerontocratico formatosi intorno all'asse di uno
scadente compromesso sociale e di una simulata alternativa
politica. Ricambio che portò ai vertici dei due partiti di
sinistra una generazione rampante nel Psi: aggressiva e,
forse, disinvolta; e nel Pds una generazione di fresca
burocrazia, un po' triste ma fortemente intrisa di un berlinguerismo
orgoglioso della diversità e ispirato da un astioso
antisocialismo". E
Tangentopoli? Non l'ha ancora evocata. Eppure è un punto
centrale della crisi e della divaricazione nelle forze
politiche e a Sinistra. Tangentopoli
è una concausa, segna un momento di accelerazione del processo
dissolutivo. Gerardo Chiaromonte il 23 maggio del '92 mentre
tutto franava scrisse un articolo sull'Unità dal
titolo: "Ma i corrotti di Tangentopoli non sono come i capi
mafiosi". Illuminante nella sua corretta sintesi è
l'occhiello: "Qualche riflessione sullo scandalo di Milano: il
rischio di protagonismo dei giudici. L'uso approssimativo
della parola regime: la confusione con i fenomeni di malavita
al Sud. Questo articolo andrebbe
riletto. Perché
possa ripartire una discussione seria e positiva a Sinistra
bisogna che ognuno faccia nella sua area tradizionale di
riferimento una pacata e serena riflessione sui danni prodotti
dalla mancata risposta dei partiti al fenomeno leghista, dalla
mancata battaglia del Psi per le riforme istituzionali, dalla
mancata adesione del Pds al revisionismo post-comunista. Dopo
dieci anni siamo ancora allo stesso
punto. Quando
la Sinistra di governo non ce la fa deve allearsi con altre
forze di centro, sempre che ciò sia compatibile con la propria
forza e con la propria visione ideale. Altrimenti si è
all'opposizione senza confondersi con la Sinistra che le ha
impedito di governare". I
promotori di Socialismo è Libertà come pongono oggi la
"questione socialista"? "La
questione socialista in questi dieci anni è stata oscurata ed
il suo ritorno nell'agenda della vita politica italiana è
fortemente contrastato. Sappiamo
che la politica è regolata dalla ferrea legge dei rapporti di
forza: nessuno lavora per far rinascere una forza destinata a
limitare i
margini di potere e di
consenso. Sappiamo
anche che solo le idee forza accompagnate da una
disinteressata e forte passione degli uomini può rompere i
precari equilibri esistenti e fornire un contributo di
chiarezza in uno scontro politico tanto aspro e
confuso. La
questione socialista non può riemergere per grazia altrui.
Spetta ai socialisti riflettere e meditare su alcune verità
non aggirabili che sono il prodotto più indigeribile che ci ha
consegnato il decennio 1992-2002: 1.
Il vuoto di elaborazione culturale e
politico; 2.
L'invecchiamento del quadro storico di
riferimento; 3.
La difficoltà nel far nascere nuove
vocazioni; 4.La
dispersione di tante energie vitali costrette ad un lavoro di
nicchia politica e di attività sociale pre-politica. Che
segnale verrà per i socialisti e per la Sinistra dalla prima
assemblea del 14 marzo? "Il
segnale sarà chiaro: nasce un'Associazione libera, laica e
socialista per dare la parola al silenzio. Non è un partito. È
una libera associazione di donne e uomini che intendono
contrastare la liquidazione silenziosa di una tradizione, di
una storia, di una esperienza creatrice. Vuole essere un luogo
di raccolta e di riflessione per quanti vogliono reagire a chi
troppo spesso ed arbitrariamente ha dato per superato il
socialismo e la sua causa. Vuol essere un punto
di incontro per coloro che hanno provato l'indifferenza o
l'ostilità di un centrismo rivolto solo alla difesa di un
liberismo senza idee e che hanno subito la freddezza e
l'inimicizia di una sinistra spesso settaria e
altera". |
( Rdz)
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