Cronache dal laboratorio urbano torinese.

N.1

«Siamo prigionieri in casa nostra»
Le proteste degli abitanti di piazza della Repubblica 17/19

da La Stampa del 4/5/2003



Molestati, minacciati, picchiati, rapinati, costretti a muoversi con circospezione, come se fossero in zona di guerra. «Ma sembra che tutto questo non interessi al sindaco e alle forze dell’ordine» si sfogano gli abitanti del condominio al 17/19 di piazza della Repubblica, nella parte più «calda» di Porta Palazzo. In quella zona, l’illegalità non fa più notizia. La concentrazione di immigrati è la più alta della città. Molti sono riusciti a integrarsi, hanno faticato per trovare un lavoro e per tenerselo. Altri hanno seguito la via più facile della delinquenza: spaccio di droga, ricettazione e bancarelle abusive per i nordafricani; droga e sfruttamento della prostituzione per i centrafricani. Gli inquilini del 17/19 non ce la fanno più. Hanno inviato al questore l’ennesima raccolta di firme per chiedere attenzione, aiuto. «Non serve che le pattuglie rimangano qui davanti di giorno. I problemi incominciano con il buio» dice Maria Cireddu, 53 anni. Lei abita nel palazzo soltanto da un anno. Un condominio decoroso, con un porticato e una banca all’angolo con lo slargo dove sbuca corso Giulio Cesare. Persino il direttore della filiale di quella banca ha firmato la petizione, dopo un tentativo di sfondare la vetrata con un’auto. «Vivo qui dall’’82, ma la situazione non è mai stata così grave - ribadisce Luigi Danna, 61 anni -. Le annuncio che cercheremo di valutare se possa essere configurato il reato di omissione in atti d’ufficio a carico delle forze dell’ordine. Non è possibile che non riescano a fare qualcosa. Pensi che non possiamo nemmeno lasciare le auto nel parcheggio qui accanto, perché la notte spacciatori e delinquenti vari fanno risse continue, spaccano tutto, anche soltanto per dispetto». Nessuno se la prende con gli immigrati. Non è questione di colore, di cultura, di religione. Soltanto, legalità contro illegalità. «Guardi, giovedì sera una pattuglia di carabinieri ha bloccato uno spacciatore - racconta Carmelo Lavuri, 60 anni -. Avrà avuto 16 anni, ma appena i militari hanno cercato di caricarlo in auto, si sono trovati davanti un centinaio di altri ragazzi che volevano impedire l’arresto. Sono stati costretti a chiedere rinforzi, sono arrivati una ventina di carabinieri e hanno sparato in aria per disperdere la folla. Le sembra possibile vivere così? Pensi che cosa capita quando torniamo a casa la sera...». «Mio figlio ha 17 anni ed è stato picchiato proprio sotto i portici. E non era l’alba, soltanto le 23,30, al rientro dal cinema - dice Ornella Brinati, 52 anni -. Gli hanno chiesto se voleva acquistare “fumo”, poi lo hanno buttato a terra, gli hanno dato pugni e calci in faccia per prendere portafogli e telefonino». I commerci illeciti sono sfacciati, quelle bande di giovani tra i 14 e i 25 anni hanno occupato i portici come fossero casa propria. «Orinano, vomitano, fanno di tutto qui sotto e a noi tocca pulire» dice Rocchina Aquilino, 56 anni, custode del palazzo. «Un giorno ho visto che sporcavano, ho avvicinato un poliziotto di pattuglia a piedi e ho segnalato il problema. Mi ha risposto: “E che cosa vuole, che pulisca io?”» racconta Renato Supertino, 48 anni. «I vigili urbani passano assai di rado e ormai nemmeno guardano le bancarelle abusive. Hanno paura anche loro, ma allora, che cosa passano a fare? Soltanto per dare le multe a noi?» aggiunge Danna. «Non ho esposto la bandiera della pace perché qui siamo in guerra da 3 anni - dice Cesarina Robba, 55 anni, nell’androne del palazzo assieme alla sorella Marcella, di 57 -. E da un anno siamo in un “lager”. Vuole sapere come torno a casa? Arrivo con il pullman e quando scendo mi guardo bene in giro. Mia madre mi osserva dalla finestra. Controllo com’è la situazione e poi vado verso casa. Mia madre resta vicino al citofono e mi apre appena suono. Le sembra una vita?». Pure gli immigrati poco avvezzi ai traffici illegali sono in difficoltà. Qualche sera fa, un macellaio nordafricano ha salvato un giovane studente universitario spinto in un portone da due ragazzi maghrebini: lo minacciavano con una scimitarra, qualche parola in arabo li ha convinti a desistere. «Era spaventato, non riusciva a parlare. Così, un mio dipendente lo ha accompagnato a casa, in via Garibaldi» racconta Abdoula Natch, 42 anni. La prossima volta, chissà.


Claudio Laugeri

 


 

 

La resa del profumiere «Addio, San Salvario»
Il cartello «Vendesi» apparso ieri dopo l’ennesimo appello nel vuoto «Ho scritto a sindaco, forze dell’ordine e prefetto: nessuna risposta Smetto di lottare contro la delinquenza: qui non c’è più speranza»

Da La Stampa dell' 1/5/2003




E’ la storia di 13 anni di battaglie, ed è la storia di una sconfitta. Giovanni Cocchis, 67 anni, il profumiere più coraggioso della città, rimasto ormai solo a lottare per la «bonifica» dei portici di via Nizza, alza bandiera bianca. Quel cartello rosso «Cedesi attività» che ieri ha sistemato sulla porta del negozio, al numero 7 delle strada, ne è la conferma. A dargli la spinta finale è stata l’ultima lettera inviata a Prefetto, Questore, Comandante dei carabinieri, Presidente dell’Ascom. Denunciava una situazione tornata insostenibile, con spaccio, delinquenza, prostituzione, sporcizia, commercio clandestino, igiene inesistente. Nessuno ha risposto e lui ha capito: «Meglio non lottare più, non c’è speranza». Qualche mese fa, disperato, Cocchis si era dimesso da consigliere dell’Ascom. Ci furono ampie attestazioni di solidarietà. Lo stesso presidente dei commercianti torinesi, Giuseppe De Maria, sottolineò che «un negozio può chiudere per svariati motivi, ma se chiude per resa alla criminalità vuol dire che la città in cui opera non è vivibile». Qualcosa migliorò: sotto i portici si videro il sindaco Chiamparino, il Questore, persino il Prefetto. Ma da parecchi mesi la situazione è tornata insostenibile: a dicembre, proprio davanti alla profumeria, quattro trafficanti maghrebini hanno mozzato la mano, per questioni di droga, ad un connazionale. Gli schizzi di sangue sin sulla serranda.

Cocchis, da quanto tempo guarda i portici da dietro le vetrine del suo negozio?

«Da trentasette anni. Sono qui dal 1967. In questi locali c’era un bazar: vendevano profumi, ma anche giocattoli e casalinghi. Ho continuato anch’io, con queste merci fino allo Statuto: poi mi hanno costretto a chiudere il salone interrato, perchè con la psicosi del cinema incendiato era diventato pericoloso. E mi sono dedicato completamente ai profumi».

Com’era via Nizza trent’anni fa?

«Una via commerciale, elegante, frequentata dalle signore bene. Si sedevano ai tavolini del caffè Rosa ed ascoltavano la musica: tutti i pomeriggi un pianista suonava. Era la strada della torrefazione Maggiora, del caffè Cavallino, di Ricordi, della Taverna Dantesca, del Gallo Nero, delle primizie Scanavino, della valigeria Merzagora, del cinema Porta Nuova e persino di un negozio di bomboniere. Se ne sono andati tutti, uno dopo l’altro».

E adesso, cos’è via Nizza?

«Non sembra più nemmeno Italia. C’è gente che spaccia qualsiasi tipo di droga a qualsiasi ora, poi dalle 18 in poi apre il mercatino multietnico, come lo chiama qualcuno. In realtà è la vendita illegale di pane, latte, minestre, focacce. Tutto in una sporcizia indicibile. La domenica il mercatino dura tutto il giorno. Lasciano i portici come un campo di battaglia».

Scusi, ma non ha mai chiamato polizia e carabinieri?

«Centinaia di volte. Ci sono stati questori e comandanti che mi hanno dato persino i loro numeri personali. Io li chiamavo, come chiamavo le centrali del 113 e 112. E poliziotti e carabinieri si sono visti spesso: ma lo spaccio e la delinquenza cessavano giusto nell’istante del loro passaggio. Un minuto dopo era tutto come prima».

Interventi del tutto inutili, dunque.

«Non solo. Gli spacciatori hanno ormai capito che le forze dell’ordine sono sostanzialmente impotenti contro di loro. Così, quando mi lamento e cerco di cacciarli, mi prendono in giro ripetendomi di chiamare pure la polizia, tanto non cambierà nulla. E’ una beffa, ma purtroppo hanno ragione».

Le hanno spaccato le vetrine 21 volte, le hanno svuotato il magazzino a più riprese, le hanno riempito di escrementi la porta d’ingresso quando denunciava i trafficanti più sfrontati. Eppure lei ha continuato a stare qui anche in questi ultimi anni. Perchè?

«In realtà i problemi sono arrivati dal ‘90 in poi. Prima c’erano al massimo i contrabbandieri di sigarette o i truffatori con le tre campanelle. Dei simpaticoni rispetto alla gentaglia che vive qui oggi. In questi tredici anni abbiamo sempre lottato, cercando di dare un futuro a questi portici. In fondo speravo che mia figlia Elena potesse continuar a fare la profumiera qui. No, aprirà un negozio in un altro quartiere, lontano da San Salvario. Qui, al posto della profumeria, magari metteranno su l’ennesimo call center».

Per San Salvario, dunque, non c’è speranza?

«Non so. Ma mette pessimismo vedere i turisti che arrivano alla stazione ed hanno paura a passare sotto i portici. Sono appena 250 metri, ma nessuno è stato capace di strapparli al crimine e restituirli alla città».


Angelo Conti


 

Agnelli Titolo: (25.01.03) L’ ULTIMO DONO È LA CONCORDIA 

 

 

ARTICOLI SULLA FIAT DEL 2002
DA "OGGI IN ITALIA" 

 

Titolo: (29.11.02) DOVE VA LA CRISI FIAT

 

Il dibattito parlamentare è stata un’ottima occasione per farsi un’idea sulla posizione di tutte le forze politiche sulla crisi della Fiat. Hanno parlato tutti i rappresentanti dei partiti e si è quasi concretizzata l’impressione di una sorta d’impotenza, evidente in molti interventi, che contrasta con quanto viene espresso nelle piazze. Cioè, in definitiva, quasi nessuno sa che fare. Le idee chiare le hanno avute solo Oliviero Diliberto e Piero Fassino. Il rappresentante dei CI sta comodamente nel caldo grembo di vacca del suo autoconsolante credo comunista: gli Agnelli sono dei ladri che hanno rapinato i soldi dello Stato per tutto il secolo scorso e sarebbe ora che mollassero gli altri investimenti, ‘i gioielli di famiglia’, e che restituissero parte del maltolto, pertanto intervenga il governo e gli faccia cacciare gli Euro. Non dice come, ma si intuisce che sarebbe appropriato un esproprio, o meglio una requisizione, dopo di che i dipendenti vivrebbero (miracolosamente) al riparo da cassa integrazione e licenziamenti.

Il segretario dei Ds, invece, sa bene di cosa parla. Dice cose di grande rilievo, utili ad affrontare la difficile congiuntura dell’auto italiana, preziose anche per il ministro Antonio Marzano che lo ascolta con attenzione. Il suo è un richiamo alla realtà: le fabbriche non si possono chiudere a patto che si vendano le auto; e per venderle, l’azienda deve riformarsi da capo a piedi, il piano industriale dovrebbe parlare di questo e non solo di dismettere gli stabilimenti. Nel piano, ad esempio, non si c’è un capitolo sul marketing, vera zona morta dell’azienda italiana, suo autentico tallone d’Achille, dato che “sa produrre l’auto, ma non la sa vendere”. Il governo dovrà intervenire con mezzi adeguati, cosa che finora non ha fatto, per permettere all’auto italiana di superare la congiuntura; sia richiamando la Fiat ai suoi compiti istituzionali, che sono quelli di produrre e vendere auto e non d’investire altrove, sia favorendo con partecipazioni adeguate la sperimentazione e l’innovazione.

Neppure Fassino sa, o vuole, dare una risposta al quesito principale, cosa faranno sindacati, governo e forze politiche se l’azienda non sarà in grado di risollevarsi e di tornare a vendere ciò che produce? Come s’intende ‘obbligare’ la Fiat a non chiudere due stabilimenti? Tutti danno in realtà la stessa risposta, quella di sempre. Cioè l’intervento diretto o mascherato dello Stato per salvare i posti di lavoro.

Quando il presidente della Repubblica evidenzia la perdita di competitività del sistema Italia, non cita una delle cause maggiori, sebbene indiretta, dell’anomalia italiana. Essa consiste nel fatto che su 3,5 italiani 1 è un dipendente pubblico (ad esempio: la città di Torino ha circa 14 mila dipendenti, Lione ne ha circa 9 mila). Come si tenta di porre un freno al proliferare di questi fittizi posti di lavoro, subito si alza un coro d’indignati lamenti. Infatti il dibattito alla Camera alla fine ha detto proprio questo, che lo Stato dovrebbe assumersi l’onere dei dipendenti Fiat di Termini Imerese. Nessuno ha osato chiederlo esplicitamente, quasi tutti lo hanno lasciato capire non chiarendo in che termini e in quali ambiti dovrebbe concretizzarsi l’intervento governativo.

Mentre a Roma si discute, proseguono gli scioperi e le proteste estemporanee. Una folta delegazione di operai è andata anche ad Arcore a protestare davanti alla villa del Cavaliere. Berlusconi, colpevole di quasi tutto, ha probabilmente mandato lui in crisi l’auto italiana, che provveda quindi a salvarla, come giustamente pretendono Bertinotti e Diliberto. (rt)

 

Titolo: (17.10.02) L’ORGOGLIO FIAT

 

Non è la prima volta che la Fiat deve registrare uno stato di crisi. È accaduto altre volte e sempre per errori del management o, meglio, della proprietà. E sempre lo Stato è stato indotto a ‘fare la sua parte’ con una motivazione semplice quanto sottilmente minacciosa: siamo un’azienda che vende meno e deve produrre meno, quindi siamo costretti a mettere in cassa integrazione X migliaia di dipendenti. Se il mercato si riprende, o se avrà successo il piano di ‘rilancio’ della produzione, una parte potrà rientrare nel ciclo produttivo, altrimenti…

Con queste premesse, i governi sono spesso intervenuti con leggi e stanziamenti, ad esempio finanziando la riconversione e la ricollocazione degli stabilimenti. Esemplare a questo proposito è la vicenda degli insediamenti industriali al Sud, con migliaia di miliardi erogati a fondo perduto. Se gli imponenti stanziamenti fossero andati direttamente alle famiglie dei dipendenti, il risultato sarebbe stato certamente più vantaggioso per tutti, tranne che per gli azionisti Fiat. Ora lo Stato è di nuovo chiamato a furor di politica a un intervento di salvataggio integrale, possibile solo con la partecipazione attiva e in prima fila della proprietà. La quale sembra non averne nessuna intenzione o nessuna possibilità, pena la nullità del contratto di cessione con la GM. A conferma di questa tiepida adesione agli intenti di governo e partiti viene dall’episodio della dichiarazione di Gianni Agnelli al vertice dei dirigenti Fiat del 15 scorso - la giornata dell’ ‘orgoglio Fiat’ - al Lingotto (“La proprietà è disponibile a fare la sua parte anche economicamente”) che è stato pressoché ignorata dai quotidiani, mentre un tempo avrebbe aperto almeno la prima pagina de La Stampa e del Corriere. Per l’azienda non risponde alla realtà, poiché la strada è ormai decisa: la produzione non può che essere ridimensionata e non c’è possibilità di evitare la chiusura di alcuni stabilimenti con il conseguente sacrificio dei posti di lavoro. Gli esuberi e i disoccupati non sono affari dell’azienda la quale ha osservato correttamente tutto l’iter che la legge prevede in questi casi. Se il governo vuole intervenire in favore di cassaintegrati e licenziati, sono affari suoi: “ Confermiamo il piano già presentato e ad esso ci atterremo” (Umberto Agnelli). La GM, che potrebbe acquistare la Fiat, lo farà solo a contenzioso già risolto: conti chiari e in ordine, stabilimenti quanto basta, dipendenti in numero adeguato.

A Torino la proprietà cerca di puntellare l’antica certezza dei dirigenti di appartenere all’élite dell’industria, oggi incrinata dagli avvenimenti, richiamandoli all’orgoglio del glorioso marchio. Non si riconoscono che errori molto circoscritti e non decisivi. A fare da portavoce a questa assurda pretesa è stato chiamato Mario Deaglio, ordinario all’università di Torino e autorevole firma del giornalismo economico. In un lungo articolo l’economista abbandona le cifre per avventurarsi nelle malsicure terre della sociologia. La perdita di competitività dell’azienda è addossata al ‘sistema Italia’ che non ha credibilità internazionale, a sfortuna, alla sfavorevole situazione in alcune lontane regioni, ad esempio in Argentina e in Brasile. La Fiat ha continuato a fare splendide macchine tecnicamente all’avanguardia come la Punto, ha cambiato una parte del gruppo dirigente prendendo quelli della Comau azienda del Gruppo, ha avviato un coraggioso e lungimirante piano di adeguamento alla situazione mondiale (da conglomerata a gruppo concentrato sull’automotive), ma è mancato il tempo per concluderlo. Diversa era stata l’analisi, un anno fa, sulla crisi della Bayer. Deaglio allora scriveva: “Una prima conclusione è che, nel caso della Bayer, il mercato mondiale ha funzionato abbastanza bene, in quanto ha comminato rapidamente a questa società una punizione severa per gli sbagli commessi, ossia una dura riduzione di utile, una perdita di immagine e di valore...”.

Sull’auto di casa l’analisi è pietosa e manca di cifre e di riferimenti. Se ci fossero, darebbero un crudo responso: l’azienda è scesa dalla posizione di secondo produttore europeo a quella di sesto o settimo; ad onta del ‘sistema Italia’, l’industria automobilista più credibile nel mondo è la Ferrari che era ridotta come e peggio della casa madre, ma ha saputo cambiare dirigenti non cooptandoli al proprio interno, ma selezionandoli sul mercato mondiale; le auto prodotte purtroppo non sono splendide, procurano continue noie e sono sempre un passo dietro alle rivali.

La Fiat avrebbe bisogno di un Mattei che, chiamato a liquidare l’Eni, ne fece un’azienda che trainò la ricostruzione del dopoguerra. Si ritrova con Paolo Fresco, messo nella vigna a far da palo, garante dei patti americani. Avrebbe bisogno di un clamoroso cambio generazionale e si ritrova un balbettante e spaesato Agnelli (Umberto). Di cosa dovrebbero mai andare orgogliosi i dirigenti? (rt)

 

 

Titolo: (09. 10. 02) IL DISASTRO FIAT

 

Il titolo Fiat nel 2000 era quotato 35 euro. Gli americani della GM lo valutavano addirittura 42; oggi è sotto i 9 euro. In queste cifre è contenuto tutto il disastro economico della (ex) grande azienda di Torino. Restano fuori però l’infinito carico di sconvolgimenti famigliari, di dolore, di avvilimento per il lavoro di generazioni andato perduto, di frustrazione dei tanti tecnici e manager interni che avrebbero voluto partecipare al salvataggio dell’industria, ma ne sono stati tenuti lontano da una dirigenza fossilizzata, inadatta e conformista, forse funzionale a un egoistico disegno della proprietà.

La cosa che più dirompe in queste drammatiche ore è la ‘dismissione’ di migliaia di incolpevoli dipendenti a fronte dell’inamovibilità dei dirigenti. Anzi, l’unico che ‘si è dimesso’, l’ amministratore delegato Paolo Cantarella, ha ricevuto in premio una pioggia di milioni di euro. Giustamente, durante i festeggiamenti per i venticinque anni della Fiat-Brasile a Belo Horizonte, sosteneva che “ la globalizzazione serve a creare ricchezza e lavoro”.

L’unico segnale di reale volontà di ripresa e non di definitivo smantellamento che potrebbe venire dalla proprietà, è la nomina di un credibile team di nuovi amministratori. Senza questo passo è evidente che ciò che resta degli Agnelli pensa alla liquidazione del settore auto. È a tutti chiaro che la casa torinese penalizzata sul mercato dalla perdita di appeal del suo marchio: gli automobilisti hanno la sensazione che acquistare oggi una Fiat voglia dire comprare un’auto ‘povera’ e obsoleta. D'altra parte tra i provvedimenti presi di fronte alla crisi c'è quello di risparmiare sui fornitori, non si sa con quale risultato sulla qualità.

Per questi motivi se, ad esempio, a un Luca di Montezemolo e al suo staff venisse affidato un mandato dalla proprietà e dello Stato per lavorare alla rinascita del settore, questo varrebbe come un serio impegno verso l’opinione pubblica e il mercato e una speranza nella ripresa. Un piano presentato dalla proprietà non può avere credibilità maggiore di quella che genera Umberto Agnelli intervistato in tv.

Una richiesta di questo genere potrebbero farla il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, il presidente della Regione Piemonte, Enzo Ghigo, e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Ma, dobbiamo chiedercelo, chi sta di fronte a loro, chi rappresenta la ‘controparte’? Se pensiamo al presidente Paolo Fresco e a Umberto Agnelli, allora possiamo solo confidare in un miracolo. (rt)

 

Titolo: (15. 05.02) L’AUTUNNO DEL PATRIARCA

 

La crisi della Fiat dura ormai da più di un decennio. Tutti hanno cercato di sottacerla, di non parlarne o di non vederla. Dai vertici, al management, ai sindacati, alla stampa specializzata, agli amministratori locali: una congiura del silenzio, di interessi circoscritti e di timori riverenziali – troppo potente la Casata – ha sopito per molto tempo ragione e coscienze.

Eppure i dati a disposizione hanno sempre parlato chiaro. Il Gruppo che nel 1992 deteneva il 45% del mercato nazionale, oggi ne ha solo il 38%. La Fiat, che solo pochi anni prima contendeva alla Volkswagen il vertice del mercato europeo, oggi è relegata al sesto posto.

Alle origini del disastro c’è la decadenza degli Agnelli. Con il progredire dell’età e fiaccato da dolorose vicende familiari, l’Avvocato ha perso il gusto di cogliere e dominare i mutamenti che temperava una sua evidente alterigia spirituale. L’età e gli acciacchi di un solo uomo hanno sicuramente influito, e molto, nell’instaurarsi di una visione in parte errata, quella del mercato dell’auto al tramonto piuttosto che in trasformazione. I dirigenti, persino quelli tecnici, o se ne sono andati o, indotti a uniformarsi al vertice e privi di slanci, si sono adeguati a un andazzo ministeriale e non hanno potuto comprendere e prevenire i mutamenti sociali e culturali che hanno cambiato i parametri quantitativi e qualitativi della produzione dell’auto.

Hanno solo potuto subire i risultati della trasformazione del mercato. Si vendono meno auto? Bene, chiudiamo e rinnoviamo gli stabilimenti. I clienti preferiscono certe caratteristiche tecniche e stilistiche? Bene, le facciamo anche noi. Ma tutto quasi sempre in ritardo, quasi sempre dopo la concorrenza e un po’ meno bene. Può darsi che la Fiat sia in grado di sfornare la quantità di modelli annunciata ieri durante l’assemblea degli azionisti. Però è anomalo che il disastro aziendale non provochi alcun cambiamento ai vertici. Che Fresco, Cantarella & C. non subiscano le conseguenze del fallimento degli obiettivi e che a pagare siano solo i dipendenti, potrebbe essere una conferma indiretta che si tirerà a vivacchiare sino alla definitiva e totale cessione alla General Motor. Per smentire questa evidenza sarebbe necessario che la Fiat chiamasse al suo capezzale forze fresche, più che altri capitali. C’è bisogno d’innovare culturalmente, prima ancora che tecnicamente. La quotazione in borsa della Ferrari, l’emergere di Luca di Montezemolo, potrebbe avere anche questo significato. Un altro segno importante potrebbe venire dai sindacati, se finalmente riuscissero a svolgere anche un ruolo propositivo, che possa influire sulla qualità della produzione, dal governo ed anche dalle amministratori locali, se la finissero d’essere nemici dell’auto in casa dei fabbricanti.

In ogni caso la nostra maggiore holding industriale ha cessato di essere traino e paradigma del ‘sistema Italia’ ( ‘ciò che conviene alla Fiat conviene all’Italia’) per ricondursi esclusivamente a una pura logica famigliare. Negli ultimi tre anni Gianni Agnelli ha mosso da par suo i pezzi sulla scacchiera internazionale e locale: ha portato a casa Olimpiadi, trasformazioni urbanistiche e dei trasporti (queste ultime, però, ancora da concretizzarsi) e ha riformato la spa di famiglia, mettendo in sicurezza i capitali di tutto il grande clan. Così, quasi simbolicamente, mentre poco credibilmente i manager vanno in giro per le chiese a spiegare e a promettere, il patriarca può ora assistere da lontano, forse con rassegnato distacco, al tramonto del dominio industriale che aveva contribuito a creare.(rt)

 

Titolo: (21. 02. 2002) IL DONO DEL RE

 

Dai tempi del trasferimento della capitale da Torino a Firenze (1865) e poi a Roma, mai Torino ha subìto trasformazioni urbanistiche e strutturali così importanti e radicali come quelle attuali. Si recuperano aree industriali dismesse, sorgono laboratori di tecnologia avanzata, strutture cinematografiche e televisive - ne è simbolo il Museo del cinema -, va prendendo forma la ‘spina centrale’, lunga più di sette chilometri, parte di un grande asse direzionale a sei corsie, da nord a sud della città, con nuovi insediamenti e aree verdi. Si realizza il passante ferroviario e, contemporaneamente, la prima linea della metropolitana, con la costruzione di una nuova stazione su tre livelli e di piazze pedonalizzate in pieno centro.

Nell’area dell’ex fabbrica Lingotto, al cui recupero e trasformazione si lavora da quindici anni, è previsto un ampliamento dell’albergo Meridien su un’ala dell’antico stabilimento. Qui il Re esporrà permanentemente la sua pinacoteca per la delizia dei turisti. Non diversamente dai Medici a Firenze, l’ avv. Giovanni Agnelli lascerà ai posteri un segno duraturo di sé e del casato che continuerà ad incidere sull’economia torinese.

Alla vetrina olimpica del 2006 si presenterà una città rinnovata e mutata, voluta dall’èlite industriale, con la partecipe collaborazione di un’Amministrazione solidale, simbolo e prototipo della presa del potere negli anni ’90 della ‘società civile’ sull’autonomia della politica Purtroppo sarà più caduco l’altro impressionante monumento di famiglia, la fabbrica di automobili. Dopo l’accordo con la G. M. la Fiat non è più un esclusivo bene di famiglia. Le trasformazioni del mercato globale, la staticità del management chiuso nella propria ritualità, ma votato alla produzione di ‘auto per il popolo’, l’ottusità dei sindacati e l’inadeguatezza dell’establishment cittadino accelerano l’eclissi della grande complesso.

I maggiorenti della città custodiscono nel loro animo e confessano l’un l’altro un possibile scenario di grande tracollo, a cui non è estraneo il nuovo che avanza con le ruspe, con decine di migliaia di disoccupati. La nuova giunta municipale, egemonizzata dagli eredi del vecchio Pci, segue l’onda e investe in iniziative alternative. I loro sforzi, volti alle nuove tecnologie, alla cultura del XX secolo e al turismo, genereranno centinaia di posti di lavoro, là dove se ne richiederebbero migliaia. La metropoli, quindi, si spopola - oggi siamo al livello del 1967 - e si trasforma in una postazione di terziario avanzato, del commercio e, si spera, di istituzioni museali.

Le città nascono e possono anche morire. La Torino grande opificio del Paese è stata costruita da capitani d’industria un po’ ribaldi che correvano le loro avventure sul filo del rasoio, da politici più chiacchierati che rigorosi che sapevano far convivere le grandi intuizioni con la pratica quotidiana e da una moltitudine di gente comune di ogni estrazione che trovava occupazione nella grande industria, ma anche sfruttatori e lavoro nero. Un fittissimo tessuto di microimprese poco più che famigliari ha nutrito per decenni speranze e concrete possibilità di miglioramento, di ricchezza e di crescita sociale.

La politica cittadina fino ai primi anni Ottanta ha continuato a sfornare personalità nazionali di ogni colore. Poi Diego Novelli, sindaco comunista a capo di una giunta di centro-sinistra, provocò con meritoria opera moralizzatrice la decapitazione di tutta la nuova generazione di politici, dal Pci alla Dc. Di questo ancora, se interpellato, giustamente si gloria, perché quando si fa giustizia si fa ordine e al diavolo ogni altra considerazione.

L’immiserimento culturale e il chiudersi di un respiro internazionale, per caso conseguenti a quella doverosa ed eroica impresa, è oggi più che evidente nell’intera classe politica. Il nucleo fondante dell’attuale giunta è infatti costituito da politici del Pci attivi nel 1980, guidati da un sindaco che allora era funzionario del partito e consigliere comunale in un paese della cintura.

La loro visione è succedanea agli interessi del Re e la nuova Torino, nata su altri tavoli, con sindaci e assessori-chiave espressi dalla ristretta cerchia che aveva ipotizzato la trasformazione urbanistica, sottacendone gli aspetti sociali, trova paradossalmente compimento proprio nella continuità di maggioranze di sinistra. In questo senso non fu inutile quella lontana e dimenticata ondata giustizialista che nel 1983 falcidiò i virgulti della politica subalpina, togliendo di mezzo i partiti democratici tradizionali.

Comunque, si spera che anche questa volta ciò che va bene per gli Agnelli vada bene per Torino.(rt)


Titolo: PRESENTAZIONE DI QUESTO SPAZIO
Data: 13.01.03

Testo

Con 'Qui Torino' apriamo un osservatorio che ospiterà notizie e contributi sulla realtà della città. Si è spesso detto che la città è un laboratorio italiano, nel senso che qui prendono forma tendenze, iniziative ed avvenimenti che poi interessano l’intera nazione. Ci pare che questo assunto abbia una base di verità.

Torino è una show room in divenire che espone il bene e il male italiano. Qui soprattutto è evidente la tendenza a edificare sulle rovine dell’industrializzazione una fun city, a sostituire la fascinosa e sonnolenta capitale subalpina con un dinamico centro di loisirs e servizi cui vanno conciliate, con opportuni ritocchi assessorili, le austerità architettoniche e urbanistiche dei padri fondatori. Non sappiamo se il risultato sarà una Las Vegas senza bische, ma ricca di giochi olimpici, di zampilli fontanili, di mostre, di stupori e commerci adatti alla mutazione popolare indotta dal ridimensionamento industriale. Sappiano che i primi effetti di una mutazione in corso già sono visibili.

Ovunque le ruspe spianano e scavano sull’onda dell’allure olimpica del 2006, zampata estrema, potente e geniale, del regale Avvocato. Si prepara la metro e sorgono nuovi blocchi di palazzi, alacremente s’allestiscono saloni e esposizioni del bel vivere da asporto, feste mobili e balli pubblici, mentre s’aprono discoteche, locali di tendenza e friggitorie, vinerie da millesimati e barbere improvvisamente arricchiti, set cinematografici per fast film di una sola uscita. Dispiega le sue ali la multietnicità più promettente, quella della cucina e degli imam, mentre ineluttabilmente, bisogna dire anche giustamente, si rarefanno o si trasformano fino a sparire gli artigiani, le botteghe della sobria laboriosità, le pasticcerie, i caffè e le osterie della vecchia Torino. L’amministrazione comunale e quella provinciale, ambedue rette da un nucleo di antica ascendenza comunista, rapidamente adeguatasi alle necessità, cavalca e spinge la turbinosa e metamorfosi dalla produzione ai servizi ricca di adeguamenti immobiliari e urbanistici, sperando nel passaggio a nord ovest di un nuovo eldorado cittadino, e compattamente si batte a sostegno di cassintegrati e licenziati e per inserire la nuova immigrazione nel tessuto metropolitano.

Come giocosi delfini, però, un semisommerso di atletici molestatori e minorenni, ladri, rapinatori e prepotenti estorsori questuanti, segue la scia del nuovo che scandisce il tempo torinese e liberamente e impunemente si serve, dovendo talvolta tollerare i flebili rimbrotti delle vittime. Quanto alle forze dell’ordine, sapendosi impotenti per legge e giudiziosamente disdegnando le rogne professionali, danno tempo al tempo e rispondono all’appello con un loro slow mood che consiste nell’interrogare minuziosamente le vittime che sono in urgenza d’aiuto, ovvero in lunghe attese e compilazioni di moduli acconci.

Cosicché la città, popolata di anziani, è a loro ostile ché ne offuscano la sky-line, e risulta adatta soprattutto ai giovani abili a districarsi dai pericoli immanenti, che sanno reggere lunghe serate, pronti a esplorare e a reggere nuove, mobili professioni ed espedienti per guadagni incerti e aleatori. Il sindaco (e la giunta) e un suo ristretto vertice di superassessori manovrano un gigantesco marchingegno che, talvolta in concorrenza con i privati, produce iniziative e occasioni di lavoro, ma anche bisogni ed è infatti sempre in caccia di nuove entrate.

Il patto solidale tra amministrati e amministratori si è incrinato, il cittadino si protegge come può e il prevalere degli egoismi degrada la qualità della vita collettiva.

Torino, come altre città italiane, potrà forse superare la prova, cioè saprà trasformarsi per adeguarsi e non morire. Sarebbe bene se ciò potesse avvenire nel rispetto dell’eredità stilistica e storica della città, in un ideale rapporto di continuità con il passato. Senza questo indispensabile e magico anello di congiunzione, tutto è suk e supermercato, senza identità, carattere e personalità. Come si vede, qualche motivo c'è per gettare un occhio su questo enorme laboratorio che sembra anticipare il destino di altre nostre città (rt).



  • ...continua (nei prossimi giorni e settimane)  
 

 


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